Documento n. 5/1999
Sulla clonazione umana
Il secolo che sta tramontando è stato definito "il
secolo biotecnologico": in effetti le notizie
della messa a punto di nuove tecniche d'intervento sulla vita vegetale, animale
e umana investono quasi quotidianamente l'opinione pubblica suscitando reazioni
spesso concitate e di opposta valutazione.
Il rischio che si può correre è quello di fornire giudizi
frammentari ed emotivi, poggiati talora su notizie incomplete e non ben
comprese, oppure si può cadere nella assuefazione agli annunci sensazionali,
senza aver provato a farsi un'idea precisa della portata umana e culturale di
ciò che accade.
È necessario allora avviare una riflessione documentata,
pacata e obbiettiva e offrirla come doveroso contributo per l'informazione
soprattutto per i non addetti ai lavori, al fine di far progredire la presa di
coscienza attorno agli eventi scientifici e biotecnologici
che contrassegnano il nostro tempo.
Che cosa è stato fatto
Dopo l'annuncio della clonazione della pecora Dolly, nei primi mesi del 1997 (come si ricorderà, si è
trattato precisamente della clonazione per fusione di un ovocita
enucleato con una cellula somatica prelevata dalla mammella di una pecora
adulta di 6 anni e coltivata in laboratorio), l’allarme si è concentrato subito
sulla possibilità di trasferire il procedimento all'uomo. Le condanne morali di
questa eventualità furono molte: da più parti, rimandando ad una valutazione
prudente e competente il giudizio sull'impiego di quel procedimento sugli animali,
si invocarono norme di legge chiare e definitive per quanto riguarda la
clonazione umana.
Fin dal primo momento nei vari comunicati degli Organismi
Internazionali (UNESCO, Parlamento Europeo, Consiglio d'Europa, OMS, …) si
notavano espressioni e tonalità diversificate, che ponevano comunque l’accento
su una condanna generale della clonazione umana, condanna ora frutto di un
accordo tra diverse concezioni antropologiche ed etiche, ora basata solo sulle
possibili conseguenze di tali procedure.
A tal proposito venivano diffuse nell'opinione pubblica
ipotesi e locuzioni che intendevano configurare procedimenti particolari
finalizzati alla produzione di cellule e tessuti per successivi impieghi di
medicina sperimentale e clinica, soprattutto nella linea dei trapianti
terapeutici. Si è parlato della produzione di linee cellulari multipotenti a partire da cellule staminali di origine
embrionale (precisamente cellule della massa cellulare interna della blastocisti), provenienti da embrioni umani prodotti mediante
clonazione.
La opinione pubblica, per motivi di comunicazione e per la
volontà di guadagnarne più facilmente il consenso, è stata indotta a credere
che si potessero produrre cellule e tessuti per clonazione da altre cellule e
tessuti senza considerare, invece, che tale procedura implicherebbe
necessariamente la generazione di embrioni umani, sia pure allo stadio di blastocisti, non destinati ad essere trasferiti nel corpo
di una madre per il successivo sviluppo ma al solo fine di usarne le cellule ed
essere così distrutti. Questo "malinteso" ha indotto molti a ritenere
che tali procedimenti dovessero essere giudicati positivamente dal momento che
avrebbero una finalità terapeutica di grande valore per la cura di determinate
malattie e non lederebbero l’integrità dell’individuo umano.
Nel frattempo giungeva l'annuncio della disponibilità da
parte dello stesso Centro della Scozia che aveva clonato Dolly
a collaborare con una industria statunitense per la produzione di cellule e
tessuti umani attraverso procedimenti di clonazione e l’allestimento di banche
di tale prezioso materiale umano.
Venne richiesto all'uopo il parere della Licensing
Authority del Regno Unito che si pronunciava
positivamente nei primi giorni del mese di dicembre 1998 per il via libera a
tale procedimento, cioè favorevolmente ad una clonazione con finalità
terapeutica considerata una sorta di frutto della biotecnologia "dal volto
umano".
Si è così costruito, come spesso accade in queste
situazioni, un dilemma: o dare il via libera a tale produzione
"benefica", oppure impedire alla scienza di procedere verso la
vittoria su malattie degenerative (come il morbo di Parkinson),
metaboliche (come il diabete mellito insulino-dipendente),
o oncologiche (come la leucemia).
A questo punto si rende urgente chiarire i termini della
questione ed esaminare da vicino la pertinenza di questo dilemma.
Che cosa si vorrebbe fare
In realtà, ciò che l'industria biotecnologica
intende realizzare attraverso questo tipo di tecnologia a scopi terapeutici si configura
come una vera e propria clonazione di individui umani: non si tratta, infatti,
di riprodurre cellule tra di loro identiche partendo da un’unica cellula
progenitrice, come avviene attualmente nel campo delle colture cellulari; né si
tratta semplicemente di produrre, con la tecnica della proliferazione cellulare
in vitro, tessuti destinati all'impianto (ad es. tessuto cutaneo, osseo
e cartilagineo), secondo i procedimenti dell'"ingegneria tissutale". Questa tecnica si avvale di prelievi dal
corpo umano o animale di cellule in grado di proliferare e generare tessuti in
laboratorio, con lo scopo di sostituire tessuti del corpo di un paziente
compromessi, ad esempio, da una grave ustione. Se si trattasse, infatti, della
riproduzione di cellule o di interventi di ingegneria tissutale
non ci sarebbe di per sé alcuna difficoltà etica ad ammettere la liceità di
queste tecniche
Quello di cui si tratta, invece, - e i ricercatori lo sanno
benissimo - è la produzione di cellule e tessuti a partire da embrioni umani
clonati, cioè di esseri umani di cui si prevede l’interruzione dello
sviluppo stesso per poterli utilizzare come fonte di "prezioso"
materiale biologico per "riparare" tessuti o organi degenerati in un
individuo adulto.
E' infatti noto che le cellule dell'embrione prima
dell'impianto in uteroe le cellule staminali pluripotenti che si ritrovano nell'organismo umano anche in
fasi successive dello sviluppo, hanno capacità estesa di autorinnovamento
e di differenziazione e si vorrebbe sfruttare tale potenzialità per le
molteplici finalità terapeutiche prima richiamate.
Per quanto riguarda le cellule staminali pluripotenti
è noto che esse possono essere reperite anche in diversi altri tessuti oltre
che nell'embrione precoce. Si trovano, infatti, tra le altre sedi, sia nel
sacco vitellino, nel fegato e nel midollo osseo del feto, sia nel sangue del
cordone ombelicale al momento del parto. Nel caso in cui si recuperino cellule
staminali da embrioni o feti abortiti spontaneamente, o dal cordone ombelicale,
al momento del parto, non si presentano particolari problemi etici. Tuttavia
queste cellule non sarebbero in grado di dare luogo a quella varietà di
differenziazioni cellulari che si possono invece avere dalle cellule staminali
derivate da embrioni e dunque non sembrano soddisfare le esigenze del biotecnologo, il quale va alla ricerca di cellule numerose,
vitali e selezionate in relazione alle richieste cliniche. Per questo la
produzione di un organismo umano allo stadio embrionale di sviluppo mediante
clonazione verrebbe considerata una sorgente preferenziale e una riserva di cui
disporre nel tempo, sfruttando la crioconservazione
dell'embrione stesso. Inoltre, i tessuti così ottenuti risulterebbero istocompatibili con quelli del donatore del nucleo, il
paziente stesso; questo fatto consentirebbe di superare il problema del rigetto
da trapianto con tessuti "estranei" al paziente.
L’uso della clonazione in tal senso permetterebbe, perciò,
di avere un prodotto specifico e "abbondante", sì da alimentare le
speranze di una fiorente attività bioindustriale. E
se si riflette un momento ci si può rendere conto che, in effetti, la
sollecitazione ad imboccare la via della ricerca sulla "clonazione
terapeutica" è venuta proprio dalla industria biotecnologica.
Proprio un'industria statunitense, per es., si è mostrata molto interessata -
annunciandolo su Internet - alla possibilità di brevettare prodotti per la
terapia di malattie degenerative legate all'età, per cui si è detta disposta a
finanziare queste ricerche che portino alla produzione di cellule staminali,
come pure alla identificazione dei fattori di differenziazione cellulare sia al
fine di approntare interventi di ingegneria genetica sia per l'utilizzo nei
trapianti.
La valutazione bioetica
I riflessi bioetici di tali
procedure, malgrado gli intenti "umanistici" di chi preannuncia
guarigioni strepitose per questa strada che passa attraverso l'industria della
clonazione, sono enormi, tali da dover richiedere una valutazione pacata ma
ferma, che mostri la gravità morale di questo progetto e ne motivi una condanna
inequivocabile.
Innanzi tutto va detto che la finalità umanistica a cui ci
si appella non è moralmente coerente con il mezzo usato: manipolare un essere
umano nei suoi primi stadi vitali per ricavarne il materiale biologico
necessario alla sperimentazione di nuove terapie, procedendo così all’uccisione
di questo stesso essere umano, contraddice palesemente il valore sotteso allo
scopo di salvare la vita (o di curare malattie) di altri esseri umani. Il valore
della vita umana, fonte dell’eguaglianza tra gli uomini, rende illegittimo un
uso puramente strumentale dell’esistenza di un nostro simile, chiamato alla
vita per essere usato soltanto come materiale biologico.
In secondo luogo, questa prassi stravolge il significato
umano della generazione, non più pensata ed attuata per scopi riproduttivi ma
programmata per finalità medico-sperimentali (e perciò anche commerciali).
Questo progetto si alimenta della progressiva
spersonalizzazione dell’atto generativo (introdotta con le pratiche della
fecondazione extracorporea), che diventa un processo tecnologico che rende
l’essere umano proprietà d’uso di chi è in grado, in laboratorio, di generarlo.
Nella clonazione umana per scopi terapeutici/commerciali, si
stravolge la figura stessa del "genitore", ridotto al rango di
prestatore di un materiale biologico con cui generare un figliogemello
destinato ad essere usato come fornitore di organi e tessuti di ricambio.
Questa prassi è contraria persino alla Convenzione Europea
sui "Diritti dell'uomo e la biomedicina",
la quale, pur permettendo - e si tratta di una scelta che noi riteniamo
deprecabile e moralmente illegittima- l'utilizzazione degli embrioni ottenuti
in sovrannumero dalle pratiche di fecondazione
artificiale, proibisce tuttavia la loro produzione a scopi sperimentali (art.
18b). Il fatto che il Regno Unito non abbia ancora firmato questa Convenzione,
non è motivo sufficiente per sottovalutare il principio espresso dalla
Convenzione Europea, che sancisce il diritto di ogni essere umano a non essere
generato per scopi differenti dalla riproduzione stessa.
Nel caso che qui stiamo esaminando, inoltre, non ci si pone
all’interno dei criteri della sperimentazione rischiosa o meno che sia, ma si
avalla il principio per cui sarebbe legittimo una utilizzazione dell’essere
umano che ne comporti la distruzione.
Ma una simili prassi è in evidente contrasto con i diritti
dell’uomo, poiché permetterebbe di utilizzare un essere umano vivente per
ricavarne cellule o tessuti sia pure in vista del benessere di un altro
individuo, anche quando ciò comporti la morte di tale essere umano utilizzato.
Il principio che di fatto viene introdotto, in nome della
salute e del benessere, sancisce una vera propria discriminazione tra gli esseri
umani in base alla misurazione dei tempi del loro sviluppo (così un embrione
vale meno di un feto, un feto meno di un bambino, un bambino meno di un
adulto), capovolgendo l’imperativo morale che impone, invece, la massima tutela
e il massimo rispetto proprio di coloro che non sono nelle condizioni per
difendere e manifestare la loro intrinseca dignità.
La civiltà occidentale, che ha saputo emanciparsi dalle
discriminazioni razziali e ha sancito il diritto di ogni essere umano ad essere
trattato come membro della famiglia umana, indipendentemente dalle sue
condizioni di salute, età, stato sociale, rischia ora di permettere, con la
mediazione della tecnologia, l’avvento di una nuova barbarie.
Il progetto della clonazione umana per scopi terapeutico/commerciali
manifesta il ritorno di quel darwinismo sociale che è stato alla base del
razzismo pseudo-scientifico della fine Ottocento.
La prassi della clonazione non può trovare alcuna
legittimazione nemmeno dalle discussioni riguardanti l’identità individuale e
personale dell'embrione programmaticamente ottenuto
in laboratorio: si tratta di un nuovo essere umano, intrinsecamente orientato
al suo sviluppo e alla sua piena maturazione individuale, che si attuerebbe se
non fosse scientemente ostacolata. Priva di ogni consistenza, poi, è il
riferimento al fatto che questi esseri umani allo stadio embrionale, destinati
a fornire cellule e tessuti, non siano in grado di sentire dolore: l'assenza
del dolore non giustifica la soppressione di un essere umano, e l’uccisione di
un uomo sotto anestesia non cesserebbe di essere un omicidio.
E’ fin troppo evidente che qui, appellandosi al criterio
della salute, si conta sulla complicità dell’egoismo collettivo: la strategia
linguistica con la quale si vuole depotenziare il significato morale della
clonazione umana (per cui oggi si è introdotto il termine di "corpo embrioide" per riferirsi all’embrione costruito in
vitro attraverso la clonazione e destinato ad essere deliberatamente distrutto)
manifesta l’originario disagio di fronte alla consapevolezza che si sta
progettando di generare, usare ed eliminare qualcuno di noi.
Bisogna, invece, avere il coraggio di guardare nel
microscopio elettronico e di riconoscere che lì non c’è una cellula qualsiasi,
non c’è un amorfo materiale genetico, ma c’è un essere umano che inizia il suo
cammino vitale. Gli scopi terapeutici, quand'anche fossero veri e non soltanto
ipotetici e barattati con delitti reali, non giustificano mai l'uccisione
programmata del proprio simile o la sua produzione in serie.
La logica che governa questo progetto è legata al mercato biotecnologico, e nulla ha a che fare con il momento
conoscitivo proprio della scienza. Non possiamo dimenticare che a questo esito
si è arrivati con l'avvio della procreazione artificiale, quando si è proceduto
alla separazione del momento e del fatto procreativo dall'espressione
dell'amore coniugale e personale: questo fatto ha consegnato l'embrione allo
sfruttamento biotecnologico e commerciale.
La scienza ha saputo trovare, e pensiamo che possa trovare,
forme di terapia per le malattie su base genetica o degenerativa attraverso
altri procedimenti, come l'utilizzazione di cellule staminali prelevate dal
sangue materno o da aborti spontanei, continuando le ricerche nel campo delle terapie
geniche e percorrendo di nuovo lo studio sugli animali: se, per ipotesi,
l’unica via possibile fosse invece quella della clonazione umana, allora
bisognerebbe avere il coraggio intellettuale e morale di rinunciare a questo
percorso, poiché imporre l’origine e la morte di un proprio simile per
garantirsi la salute è un atto di ingiustizia che lede nelle sue fondamenta la
nostra dignità e la nostra civiltà.