ITALIA CAPOFILA, MERITA FINANZIAMENTI

STAMINALI ADULTE SCOPERTE A RAFFICA

Francesco Ognibene

«Quando togli una cellula da un embrione per lui è uno choc». Queste premurose parole non giungono da un detrattore della ricerca su embrioni vivi ma da uno scienziato che la pratica assiduamente. Anzi, dal luminare americano che s'è appena guadagnato in poche ore notorietà mondiale per effetto di una scoperta a tal punto "clamorosa" da risultare poi falsa. Il professor Robert Lanza aveva infatti annunciato al mondo dalle autorevolissime colonne della rivista «Nature» di aver estratto linee di staminali embrionali senza uccidere i microscopici e indifesi "donatori", salvo poi ammettere che si trattava solo di un suo personale auspicio, un'illazione indimostrata. Nessuno dei 16 embrioni umani usati da Lanza, in parole più chiare, è sopravvissuto all'esperimento. Vite umane gettate via, e non per la prima volta: malgrado sforzi, investimenti e sacrifici ingenti di embrioni, sinora in nessun laboratorio al mondo s'è scoperta una sola terapia funzionante.
Eppure a Lanza, e a chi come lui continua a ripetere che sezionare embrioni è indispensabile per individuare terapie ancora inimmaginabili, basterebbe leggere con attenzione le stesse riviste che ospitano con una disinvoltura persino sospetta le loro ricerche. Non possono non sapere che è inutile sopprimere vite umane: con le staminali adulte infatti già si guarisce da un lungo elenco di malattie. E più si cerca, più nel nostro organismo si trovano "giacimenti" di cellule in grado di rigenerare sangue, tessuti, ossa, interi organi. E in questo straordinario fronte di ricerca che funziona, l'Italia ha un primato assoluto, con successi a raffica ottenuti da ricercatori che fanno miracoli per spremere il massimo dai fondi pubblici disponibili.
È di ieri la notizia di un'altra clamorosa scoperta dei nostri scienziati: l'équipe fiorentina dell'Ospedale Careggi ha isolato per la prima volta al mondo cellule staminali adulte nel rene, iniziando a metterle al lavoro per curare (efficacemente) casi di insufficienza renale. Fatti concreti, non fantasie di scienziati che desiderano a tal punto che si avveri la loro ipotesi da saltare il passaggio della verifica di laboratorio, trovando sponde compiacenti nei media che condividono lo stesso abbaglio tutto ideologico delle "cellule miracolose" con le quali non si guarisce un bel niente. Che un embrione di cinque giorni non possa sopravvivere all'estrazione delle cellule necessarie a sperimentare qualcosa di utile per la ricerca scientifica pare una cosa di buon senso. Ma c'è chi non si ferma nemmeno davanti a queste ovvie considerazioni, e cerca la "via etica" all'uso degli embrioni, che sarebbe tale solo perché si mutila e non si uccide (sempre che ci si riesca), nel frattempo inghiottendo soldi in ricerche che sembrano vicoli ciechi mentre altrove, lontano dai riflettori della propaganda, si inanella un risultato dietro l'altro.
Questo "altrove" è l'Italia, e si dovrebbe andar fieri di ottenere effetti tangibili e primati mondiali laddove laboratori ben più celebrati e finanziati falliscono. Invece accade ancora di sentir sciogliere lodi alla recente decisione europea (con l'Italia triste protagonista) di impiegare il denaro dei contribuenti per acquistare fuori dalla Ue linee cellulari ottenute da embrioni proprio nei laboratori diretti da scienziati quantomeno disinvolti, alla Robert Lanza. Cosa occorre ancora perché si lascino in pace una volta per tutte gli embrioni, le bugie scientifiche e le patetiche spiegazioni sullo choc provato da una vita umana violata dopo poche ore? Cos'altro serve per convincersi che è saggio concentrare le risorse pubbliche sulle sole staminali che danno speranza?

Avvenire 6/9/06