Documento n. 1/1996
Contro la
sperimentazione sugli embrioni umani
1. Le tecniche di fecondazione artificiale, sia nella forma omologa che eterologa, possono comportare la produzione di embrioni in
soprannumero, i quali vengono usati subito ovvero congelati e conservati. E'
questo uno degli aspetti della fecondazione artificiale - già eticamente censurabile sotto numerosi aspetti, con
particolare gravità nel caso della fecondazione eterologa
- che solleva le più gravi riserve e deve indurre ad una decisa presa di
posizione, contraria a tutte le proposte che intendono gestire il destino degli
embrioni: esseri umani fin dal primo momento della loro formazione, dotati
di piena individualità personale e capaci di un completo sviluppo anche quando
è temporaneamente arrestato dalle procedure di congelamento.
Per questi embrioni si prospettano plurimi destini: la
sperimentazione (1) nel loro primo
stadio di sviluppo siano essi freschi o congelati; l'eliminazione dopo un
numero di anni fissato in modo convenzionale e arbitrario; il tentativo di
trasferimento successivo nella madre genetica o in un'altra donna dopo la
cosiddetta "donazione".
La prospettiva di una tale sperimentazione - che comporta quasi
sempre la soppressione dell'embrione - è quella che viene presentata con la
maggiore insistenza e i proponenti, per superare le obiezioni di ordine etico
che si frappongono al loro obiettivo, hanno fatto ricorso a sofismi filosofici
e, soprattutto, biologici, la cui inconsistenza è facile da dimostrare a
chiunque anteponga sinceramente i principi di difesa della vita umana a
qualunque altra finalità utilitaristica. Basterebbe considerare quanto è stato
fatto sul piano legislativo contro la sperimentazione animale ottenendo indubbi
successi, per comprendere l'inaccettabilità della sperimentazione sacrificale
sull'embrione umano.
2. La sperimentazione sull'embrione umano: perché?
Le tecniche di fecondazione artificiale, ed in particolare la
fecondazione in vitro, costituiscono dunque - oltre che un mezzo di
manipolazione della procreazione umana - anche l'occasione di
strumentalizzazione e/o soppressione di individui umani. Oggetto di ricerca e
di sperimentazione è l'embrione umano, fresco o congelato ottenuto mediante
fecondazione in vitro - e non trasferito nell'apparato riproduttivo materno
perché in soprannumero - o l'embrione umano prodotto appositamente in vitro per
la sperimentazione.
In un primo periodo la sperimentazione sull'embrione umano - di
per sè già eticamente
inaccettabile perché in questo ambito risulta non terapeutica - si è
indirizzata all'approfondimento delle conoscenze sulle prime fasi dello
sviluppo embrionale, al miglioramento dei terreni di coltura, alla definizione
delle migliori condizioni per il trasferimento dell'embrione nell'apparato
riproduttivo della donna e il suo impianto ovvero per la sua conservazione in
stato di congelamento, per una migliore conoscenza della realtà biologica
dell'essere umano al suo inizio e delle cause ancora ignote della sterilità.
In un periodo successivo si è assistito ad un progressivo
dilatarsi della ricerca sperimentale oltre questi ambiti.
Le linee di sperimentazione emerse in questi ultimi anni sono
infatti:
a. lo studio dei meccanismi di differenziazione e
di morfogenesi dell'embrione umano;
b. lo studio sulla possibilità pratica della
diagnosi pre-impianto di malattie genetiche al fine
di selezionare per il trasferimento in utero soltanto embrioni geneticamente
sani;
c. lo studio delfficacia di nuove
tecniche abortive;
d. lo studio delle proprietà delle cellule staminali
di embrioni e della possibilità di una manipolazione degli embrioni in vista
dell'uso per trapianto;
e. i tentativi di terapia genica embrionale per
via sia somatica sia germinale, attraverso l'inserimento nel genoma dell'embrione di un gene - cioè di un frammento di
DNA -, che dovrebbe prevenire il manifestarsi di una condizione patologica.
3. La sperimentazione sull'embrione umano entro i primi 14
giorni del suo sviluppo: perché?
Il profano si sorprende apprendendo che alcuni studiosi hanno
proposto di stabilire un limite cronologico - i primi 14 giorni di sviluppo -
entro il quale sarebbe eticamente lecito sperimentare
sull'embrione umano. Questa proposta è contenuta nel documento pubblicato in
Gran Bretagna nel 1984 dal Comitato Warnock ed
è stata ripresa successivamente da altri organismi e gruppi.
Si tratta di una proposta priva di basi scientifiche, un vero e
proprio espediente dialettico che ha un solo scopo: consentire la
sperimentazione sull'embrione umano superando un limite etico che per chiunque
abbia onestà intellettuale è invalicabile, cioè la natura di individuo umano
irripetibile che l'embrione possiede sin dal momento della sua formazione
per cui la sua utilizzazione in laboratorio è un crimine contro la vita e
l'umanità.
Il periodo di "franchigia" calcolato in 14 giorni è
stato variamente motivato: a. perché prima di tale
termine non è completo l'impianto in utero; b. perché
solo dopo tale termine le cellule embrionali perdono la cosiddetta "totipotenzialità"; c. perché intorno al 14 giorno è
visibile nell'embrione la cosiddetta "stria primitiva", considerata
come "il segno" di un "nuovo" soggetto umano; d. perché
dopo il 14 giorno finisce la possibilità che da un unico embrione si formino
gemelli monozigoti.
Queste argomentazioni sono, però, incerte e arbitrarie sul piano
biologico e inconsistenti sul piano filosofico per cui non consentono di trarre
conclusioni di liceità etica della sperimentazione nei primi 14 giorni di
sviluppo.
L'embrione, fino dal primo momento reca in sè
un genoma irripetibile, diverso, nella sua globalità,
da quello di qualsiasi altro essere umano passato e futuro e diverso perfino,
in alcune sue parti, da quello di eventuali gemelli monozigoti
che dovessero formarsi nei primi giorni dello sviluppo. La
cosiddetta "stria primitiva" è già determinata geneticamente verso il
7-8 giorno e la gemellarità eventuale altro non è che
la produzione di altri esseri umani, quasi uguali ma non identici per cui
sopprimendo il primo embrione implicitamente si preclude la nascita anche di
altri individui.
Del resto lo stesso Comitato Warnock
nel decidere a maggioranza la possibilità di sperimentare sull'embrione aveva
peraltro riconosciuto che "biologicamente non è possibile identificare
un singolo stadio nello sviluppo dell'embrione oltre il quale un embrione in
vitro non dovrebbe essere tenuto in vita". Ciononostante ha adottato
una posizione permissiva ritenendo che in quest'ambito dovesse essere presa una
decisione al fine di tranquillizzare la pubblica ansietà(Department of Health and Social Security, Report of the
Committee of inquiring into human fertilization
and embriology, Her Majesty's Stationary Office, London, 1984, chap. 11). Di tale
"pubblica ansietà" non si è invero percepita l'esistenza.
4. Gli embrioni prodotti ad esclusivo scopo sperimentale:
perché?
Da parte di alcuni ricercatori è stata avanzata in modo pressante
la richiesta di poter sperimentare oltre che sugli embrioni in soprannumero
anche su embrioni umani formati appositamente a scopi sperimentali. Il motivo
di tale richiesta è il poter disporre di una maggiore quantità di
"materiale biologico" non alterato dai processi di congelamento e di
scongelamento.
L'opposizione prevalente a tale pratica tradotta in divieti
espressi da organismi internazionali e nazionali, ha indotto all'ulteriore
proposta di utilizzare a tali fini gli embrioni in cosiddetto "stato di
abbandono", cioè quegli embrioni crioconservati,
prodotti in soprannumero in occasione di fecondazioni in vitro, e che non sono
destinati al trasferimento in utero perché i genitori non li desiderano più o
si oppongono alla "donazione", pratica del resto del tutto opinabile.
Analoga richiesta di utilizzo a fini sperimentali viene avanzata per quegli
embrioni (freschi o crioconservati) che risultano
inadatti al trasferimento in utero o che vengano giudicati non vitali.
5. Quali sono le condizioni proposte per l'utilizzo di embrioni
in stato di abbandono?
Vi è la pretesa di valutare l'adeguatezza al trasferimento o la
vitalità di un embrione umano fresco o previamente congelato con tecniche, che
tuttavia sono riconosciute poco efficienti. Dimostrare che l'embrione è
inadatto all'impianto non significa tuttavia che esso sia morto, per cui la
sperimentazione, che di fatto ne determina la soppressione, è anche in questo
caso illecita.
Qualora anche si riuscisse a raggiungere una decisione, questa
resterà comunque sempre più o meno probabile, e inoltre l'eventuale perdita di
vitalità reale degli embrioni comporterebbe l'assenza di interesse da parte
degli sperimentatori i quali non a caso cercano di poter disporre di
"materiale biologico" sempre più fresco (ovvero vivo) e abbondante.
In conclusione
Dal momento che:
a) è del tutto arbitraria e ingiustificata sotto il profilo
biologico ogni ipotesi che fissi strumentalmente l'inizio dell'esistenza
dell'individuo umano al di là della fecondazione;
b) l'embrione umano in quanto individuo umano ha fin dall'inizio
della sua esistenza - cioé dal momento della
fecondazione - il diritto alla vita e all'integrità e possibilità di sviluppo;
c) l'embrione umano, in virtù della sua dignità di essere umano,
non può essere utilizzato come "materiale biologico" per una
sperimentazione che non sia finalizzata al suo stesso bene;
d) l'embrione umano può, pertanto, essere utilizzato a scopi
sperimentali solo dopo l'accertamento della morte e con lo stesso rispetto che
si ha nei confronti di ogni altro essere umano morto;
e) la decisione, da parte della équipe che ha effettuato la
fecondazione in vitro, che un embrione non è adatto al trasferimento
nell'apparato riproduttivo della donna, non implica di per sè
che esso sia un organismo morto o che lo diverrà in breve tempo, ma solo che -
tra i diversi embrioni disponibili - esso presenta una probabilità di sviluppo
e di impianto giudicata inferiore ad altri embrioni, per questa sola ragione ad
esso preferiti;
è da ritenere eticamente inaccettabile
sia la creazione di embrioni umani per utilizzarli nella sperimentazione ed
anche ogni forma di sperimentazione su embrioni umani soprannumerari in
"stato di abbandono" o giudicati non adeguati al trasferimento
nell'apparato riproduttivo della donna.