Documento n. 2/1996
Contro la cosiddetta "riduzione"
embrionale
Assistiamo in questi ultimi anni ad una sorta di tentativo da parte della
comunità scientifica di riportare nell'ambito della "normalità"
alcuni interventi, compiuti da medici, che in sè si presentano
invece molto discutibili sul piano etico in quanto comportano la soppressione
diretta di una vita umana. In altre parole, si cerca di conferire il carattere
di atto medico ad interventi che di medico hanno veramente molto poco.
E' il caso della cosiddetta "riduzione"
embrionale, cioè l'intervento di aborto selettivo di alcuni embrioni,
risparmiandone altri, in una gravidanza multipla dovuta per lo più ad un
procedimento di procreazione medicalmente assistita.
Come è noto, infatti, tanto i trattamenti ormonali per
l'induzione dell'ovulazione nell'infertilità quanto le tecniche di procreazione
assistita (FIVET, GIFT, ecc.) hanno portato ad un significativo aumento delle
gravidanze multiple con il relativo incremento delle possibili complicanze materne
e/o fetali. Così, per ovviare alle inevitabili conseguenze negative delle
gravidanze multiple, si è cominciato a prospettare nella letteratura la
riduzione embrionale, con l'obiettivo di migliorare la prognosi materno-fetale, riducendo a due o tre il numero degli
embrioni. Si sono, perciò, prodotte raccomandazioni delle società scientifiche
di ostetricia e ginecologia, organizzati convegni, finanziate attività di
ricerca su quali siano le modalità migliori per realizzare questo intervento,
come se si trattasse di un qualsiasi intervento terapeutico.
E' evidente, invece, che tale tecnica abbia gravi
ripercussioni sul piano giuridico ed etico-morale, in
quanto sono improponibili sia la sua compatibilità con le stesse legislazioni
in materia di aborto, sia le argomentazioni addotte per la sua giustificazione
etica. Spesso, infatti, sulla stampa medica la riduzione selettiva degli
embrioni è dipinta come un progresso della scienza che "consentirebbe oggi
di evitare alla gestante il trauma dell'interruzione della gravidanza",
come se la riduzione non fosse ugualmente una interruzione della vita di alcuni
embrioni anche se gli altri potranno, nella migliore delle ipotesi, continuare
a vivere.
Vogliamo perciò proporre un ripensamento sul presunto
significato terapeutico della riduzione embrionale ritenendo, caso mai, che sia
doveroso indirizzare i fondi della ricerca e le energie dei ricercatori verso
un miglioramento del trattamento medico ormonale e dei protocolli di
procreazione assistita, piuttosto che verso un affinamento delle tecniche di
riduzione embrionale.
Gli aspetti medici della riduzione embrionale
Si tratta come si è detto di un intervento chirurgico
ostetrico che consiste nel sopprimere uno o pi embrioni di una gravidanza
pluri-gemellare (quindi ridurre il numero degli embrioni che hanno
iniziato il loro sviluppo) e favorire il proseguimento della gravidanza con i
rimanenti embrioni. Nella letteratura medica sono riportate però altre
"indicazioni" alla riduzione embrionale, come la soppressione di uno
o pi gemelli, anche di una gravidanza spontanea, in cui le indagini di diagnosi
prenatale abbiano indicato la presenza di malformazioni congenite e/o cromosomopatie; o addirittura la soppressione di uno o pi
gemelli in caso la donna dichiari di non essere in grado di poter accudire
tutti i neonati. Questi altri casi rappresentano certamente situazioni limite
ma in una recente casistica statunitense tali "indicazioni" sono
risultate rispettivamente il 17% e il 9% delle riduzioni embrionali effettuate.
E' chiaro, perciò, che la riduzione embrionale si collega da
un lato con la crescente diffusione delle tecniche di procreazione assitita che ha provocato l'aumento di frequenza di
gravidanze gemellari di alto ordine (con quattro o pi embrioni); dall'altro con
le acquisizioni e il background tecnico e culturale della diagnosi prenatale
che ha permesso una più fine diagnosi di patologie per le quali, purtroppo, non
ci sono attualmente prospettive terapeutiche. Tali sviluppi tecnici
costituiscono, dunque, i fattori permittenti senza i
quali non esisterebbe il problema della riduzione fetale.
Circa la frequenza delle gravidanze gemellari di alto ordine
(più di 4 embrioni) questa aumentata negli ultimi anni a causa di un
incontrollato e spregiudicato utilizzo di tecniche per la riproduzione
assistita.
Molti operatori, infatti, ritengono che immettere pi
embrioni nell'utero della donna aumenti le possibilit
che almeno uno si impianti e prosegua la gravidanza. Spesso, però, avviene che
tutti gli embrioni immessi si impiantano e si arriva così ad avere gravidanze
anche con 7 o pi embrioni.
Con l'aumento del numero degli embrioni (in particolare più
di tre) aumentano però le complicanze materno-fetali,
direttamente proporzionali al numero degli embrioni presenti in utero. In
particolare, aumenta la percentuale di parti pretermine
e il neonato pretermine ad alto rischio di gravi
sequele metaboliche e neurologiche. Per tale motivo l'instaurarsi di una
gravidanza con pi di tre embrioni considerata una complicanza (iatrogena) delle
tecniche di riproduzione assistita. Le tecniche più utilizzate per
"eliminare" gli embrioni in sovrannumero
prevedono l'iniezione, sotto la guida di un ecografo,
nel torace o nel cuore fetale di una soluzione a base di cloruro di potassio o
di soluzione salina. In questo caso, si pensa che la morte del feto sia dovuta
all'azione meccanica dell'ago unita all'aumento di pressione intratoracica con conseguente arresto cardiaco.
Esistono alcuni dati sulla tossicit
del cloruro di potassio negli embrioni che rimangono vivi per cui l'intervento
non è senza problemi: il tasso medio di aborto "spontaneo" dei
restanti embrioni , infatti, circa il 15% e oscilla dal 9 al 40 per cento. Ma
vengono riferite anche altre complicanze legate alla tecnica operatoria
eseguita, come sepsi, metrorragie etc;
la possibilità di sequele psichiche sia nella madre sia nei bambini
sopravvissuti, così come nei familiari etc.).
Le implicazioni giuridiche ed etico-deontologiche
Da più parti, diversi Comitati etici e alcune legislazioni nazionali hanno
preso in considerazione le implicazioni etico-deontologiche
della pratica della riduzione embrionale cercando di prevenire anche per legge
i fattori favorenti, come la introduzione in utero di più di tre embrioni nel
corso delle procedure di fecondazione assistita. Così, la legge emanata nella
Germania Federale sulla tutela degli embrioni commina la reclusione fino a tre
anni o una multa a "chi effettua il transfer in una donna di oltre tre
embrioni all'interno di un medesimo ciclo".
Anche altre recenti normative sugli interventi di
procreazione assistita limitano a tre il numero di embrioni o di ovociti da trasferire nel corso di un singolo ciclo di
trattamento, proprio allo scopo di diminuire l'incidenza delle gravidanze multiple.
Analoghe indicazioni sono state date dal Comité
Consultatif National d'Ethique francese, il quale in un suo Avis del 1991 ha rilevato, tra l'altro che la REF
non debba costituire una legittimazione di scarsa prudenza del medico
nell'applicazione delle tecniche di procreazione assistita. Infine, il Comitato
Nazionale per la Bioetica italiano ha fatto a sua volta presente che non
esisterebbero indicazioni mediche alla riduzione embrionale di gravidanze trigemine
Sul piano strettamente giuridico vi è, infine, il problema
di come configurare tale intervento in relazione alla legislazione sull'aborto.
Attualmente in Italia si adduce a giustificazione
dell'intervento la stessa legislazione sull'aborto anche se, di fatto, non
risulta che vengano seguite le procedure previste dalla legge 194/78. In realtà
non trattandosi di una interruzione della gravidanza ma la soppressione di
alcuni feti e il mantenimento in vita di altri, dovrebbe essere inquadrata
nella fattispecie propria dell'embrionicidio, così
come è stato proposto nella Commissione italiana di riforma del Codice penale.
Ci sembra, in conclusione, che alcuni punti etici siano
irrinunciabili:
la soppressione diretta, selezionata, di
embrioni sani in una gravidanza multipla giustificata dal fatto che questo
serve per salvare gli altri e/o la madre è contraria al principio del rispetto
della vita umana;
la riduzione selettiva del gemello malformato si
configura come un intervento eugenetico che è inaccettabile sulla base del
rispetto dovuto ad ogni essere umano, qualunque sia il suo grado di salute,
oltre a costituire, l'intervento, un rischio concreto per il gemello sano;
fra le informazioni che devono essere fornite
alle coppie prima di procedere ad interventi di procreazione assistita vi
devono essere quelle relative al rischio di una gravidanza multipla;
nella realizzazione di protocolli e normative
per l'attuazione delle tecniche di procreazione assistita occorre che venga
richiesto un più adeguato trattamento ormonale e/o una limitazione (a due o tre
al massimo) del numero di embrioni o ovociti
trasferiti così che non sia più prospettabile un intervento di ridizione in futuro. Nel caso della FIVET rimangono
ovviamente tutte le obiezioni etiche di principio relative alla modalità di
fecondazione in sè;
il medico che è responsabile della induzione di una pluriovulazione
o che trasferisce più di tre embrioni in utero ha il dovere di farsi carico
personalmente delle conseguenze che una gravidanza multipla può comportare.
D'altra parte, l'ostetrico si trovasse di fronte ad una donna con gravidanza
multipla deve poter sollevare obiezione di coscienza in merito all'intervento
di riduzione embrionale pur non essendo esonerato dal prestare tutta la propria
assistenza alla donna e a tutti gli embrioni della gravidanza gemellare.