Documento n. 6/2000
Autonomia del paziente e
responsabilità del medico:
a proposito della c.d.
"carta di autodeterminazione"
La condizione di malattia grave in fase critica, in prossimità della morte,
rappresenta per il paziente, per il medico e per i parenti del malato un
momento carico di particolare responsabilità.
Tale responsabilità è relativa al valore della vita che
giunge a compimento e della dignità della persona; interpella la coscienza del
malato stesso nella misura in cui è nelle condizioni di poterla esercitare, ma
anche il dovere morale e deontologico del medico nello sforzo attento e
premuroso di ricercare il vero bene del paziente nelle condizioni concrete e
irrepetibili, che non possono sempre essere standardizzate, né possono essere previste
e preordinate unilateralmente.
Le ricerche confermano, infatti, che le volontà anticipate
ed espresse nelle c.d. " carte di autodeterminazione" non
corrispondono sempre allo stato d'animo del paziente quando egli si trova in
fase critica e nella situazione di sofferenza o incertezza.
In questa fase egli intende soprattutto essere aiutato, (e
ne ha in ogni caso diritto) con le risorse dell'assistenza e della solidarietà,
in un dialogo per quanto possibile continuo e corresponsabile, nel rispetto
della vita che è un bene intangibile e della dignità della persona che vive un
momento ricco di trascendente valore.
L'assistenza al morente deve essere eticamente impostata
evitando ogni forma di accanimento terapeutico e quegli interventi che sono
manifestamente privi di significato terapeutico o di sollievo del morente; deve
fare ricorso agli interventi che abbiano una proporzionata validità in ordine
al sostegno congruo della vita, alla terapia del dolore ed alla palliazione dei
sintomi della sofferenza, al conforto spirituale, anche religioso, e alle cure
ordinarie (alimentazione, idratazione, igiene, ecc).
Gli interventi straordinari o ad alto rischio, che non
garantiscono un vero bene del paziente, possono essere scelti con la
corresponsabile volontà del paziente o di chi lo rappresenta legittimamente,
dopo una corretta informazione, ma non possono essere imposti, neppure in nome
di una sperimentazione promettente per altri pazienti.
Il medico, in particolare, per la "posizione di
garanzia" che riveste in relazione alla salute del malato (cioè per quegli
obblighi propri della professione la cui violazione può costituire motivo per
denunce penali e citazioni in sede civile), ha una responsabilità che né i
familiari, né il fiduciario, né i genitori nel caso del soggetto minore,
possono annullare.
In ogni caso la intangibilità della vita e la dignità della
persona non consentono a nessuno, né al medico né al paziente stesso né ai
familiari e neppure alla società, di suggerire o accettare scelte di eutanasia
o di suicidio assistito.
Diversi autori hanno invocato il cosiddetto "principio
di autonomia" per giustificare queste scelte eutanasiche
e suicidiarie. Orbene, questo principio di autonomia,
se non è autenticato ed elevato al livello di responsabilità e di rispetto del
bene vero e dell'intangibile valore della vita umana, non soltanto non è
conforme all'etica degna della persona umana, ma può semplicemente comportare
l'abbandono del paziente da parte del medico e l'aggravio della solitudine del
morente, accanto al quale si devono esprimere la cura, il sollievo, l'aiuto
proporzionato e il conforto spirituale da parte dei sanitari e dei familiari.
Il principio di autonomia, infatti non può avere un valore
assoluto, ma va sempre inquadrato all’interno di una determinata prospettiva
etica; occorre, cioè, chiedersi sempre: "autonomia per che cosa e in vista
di che cosa?".
Assunta da un punto di vista puramente formale, l’invocata
autonomia dice solo che ogni persona è libera e che, essendo essa consapevole e
responsabile, le va riconosciuto il diritto di agire secondo criteri e principi
in coscienza ritenuti giusti. Ma, proprio perché formale e vuoto, questo
principio non prescrive da solo una particolare visione etica, neppure quella
favorevole all’eutanasia. Anzi, qualora fosse assolutizzato,
esso, consentendo tutte le scelte, potrebbe sortire esiti conflittuali,
contraddittori o, addirittura, lesivi dell’altrui libertà ed autonomia. E, di
fatto, esso viene normalmente più o meno delimitato da chi lo propone come principio
guida delle decisioni mediche; e le limitazioni cui viene sottoposto,
provengono, più o meno esplicitamente, da una qualche prospettiva etica. Ne
segue che sarà proprio sul piano dell’etica che anche il discorso
sull’autonomia andrà adeguatamente contestualizzato e
reso concreto. Il rischio di un esclusivo richiamo a tale principio pecca,
infatti, assai spesso di astrattezza e dimentica le situazioni effettive in cui
molte volte la scelta eutanasica viene invocata come
"rimedio" estremo.
Quanti fanno riferimento al criterio formale dell’autonomia,
per sostenere le disposizioni eutanasiche contenute
nelle carte di autodeterminazione, vi associano in realtà contenuti etici e
antropologici secondo i quali la vita sarebbe comunque disponibile e
sopprimibile quando la sua qualità sia decaduta in modo ritenuto inaccettabile.
Ma tale concezione non discende in sé dal principio di autonomia, bensì dalla
concezione del bene e del male che si possiede e dalla conseguente visione
della vita umana, del suo significato e del suo destino.
Una concezione razionalmente argomentata, invece, e non solo
fondata sulla Rivelazione, è in grado di attribuire alla vita umana un valore
che, pur non rendendola un bene assoluto, non ne consente la disponibilità per
una decisione dell’uomo stesso, qualunque ne siano i motivi. L’autonomia e la
libertà, dunque, non possono progettare quanto è male e quanto confligge con la dignità della persona umana.
Si tratterà allora, come si diceva sopra, di venire incontro
alle esigenze del malato accrescendo le cure palliative, oggi disponibili e
sempre più efficaci, ed evitando ogni forma di accanimento terapeutico e di sia
pur larvata strumentalizzazione dell’azione terapeutica a fini di mera ricerca
e sperimentazione.
Inoltre, una mentalità favorevole all’eutanasia, qualora si
diffondesse, assurgendo ad opinione comune, attenuerebbe la tendenza alla
solidarietà, sempre più esile nella società contemporanea, giacché potrebbe
suggerire scorciatoie meno impegnative e gravose sul piano personale e meno
onerose per il complessivo bilancio della società. Il malato si avvertirebbe
sempre più come un peso per gli altri e in questa prospettiva, in condizioni di
obiettiva inferiorità e fragilità anche psicologica, oltre che fisica, potrebbe
essere indotto ad invocare l’abbreviazione della sua esistenza. Proprio questo
rischio si vuole evitare con un forte richiamo alla solidarietà, che, mettendo
l’uomo al centro dell’attenzione, ne salvaguardi la dignità e, insieme, lo
accolga e lo accompagni nel momento estremo e più arduo della sua vita.
In definitiva, per riconoscendo la legittimità etica e
giuridica che ogni persona, in pieno possesso delle sue facoltà mentali, possa
far conoscere, anche attraverso un documento scritto, le proprie volontà in
merito agli interventi medici da attuare nella fase finale della propria vita,
espressione di una sua personale e responsabile riflessione sulla propria
morte, riteniamo di poter affermare che lo strumento della carta
dell’autodeterminazione, così come viene proposta:
1 - è inutile se l’obiettivo è quello di evitare
l’accanimento terapeutico. Le garanzie e misure che si vogliono difendere o
promuovere con una carta di autodeterminazione possono e debbono essere
promosse in altri modi, soprattutto attraverso un lavoro educativo del
personale sanitario e della popolazione in genere, a partire di una corretta
impostazione dell’etica degli interventi medici. La deontologia professionale e
l’etica hanno da sempre richiamato gli operatori sanitari a non attuare
interventi sproporzionati che prolungano penosamente il processo del morire. E
questo nei confronti di tutti i pazienti, sia quelli che lo hanno
esplicitamente lasciato scritto sia per coloro che non hanno voluto o potuto
farlo;
2 - spesso è ambigua quanto alle indicazioni sugli
interventi che vengono richiesti di essere sospesi o non iniziati. La
complessità delle singole situazioni cliniche può trasformare facilmente,
infatti, tali omissioni richieste in vere e proprie condotte eutanasiche, per cui la carta di autodeterminazione diventa
uno strumento dal quale sarebbe meglio prescindere. Le disposizioni anticipate
potrebbero essere uno strumento valido solo nelle situazioni in cui per la
rischiosità e gravosità degli interventi, segnati da un risultato non certo,
sia necessario conoscere la reale volontà del paziente in quanto, come si è
detto, si giustificano solo se richiesti ed accettati, non potendo essere
imposti.
3 - è inattuale quando si riferisce a situazioni che
sono state considerate in senso astratto dal paziente molto tempo prima di
trovarsi nella situazione reale che gli operatori sanitari sono chiamati a
gestire e che potrebbe avere evoluzioni molto diverse da quelle ipotizzate,
senza contare che nel frattempo nuove possibilità terapeutiche potrebbero aver modificato
quelle informazioni che hanno fatto orientare il paziente in un certo modo.
Rimane sempre, comunque, l’incertezza che nella situazione concreta, quando il
paziente non è più in grado di esprimere il proprio consenso, quello che lui
abbia potuto decidere prima sia effettivamente quello che egli potrebbe
realmente volere e non può più far sapere.
Dunque, l'eventuale ricorso ad una carta
dell'autodeterminazione dovrebbe rimanere sempre nell’ambito di una procedura
di comunicazione interpersonale, e non elevata al rango di documento di valenza
giuridica, imposto al personale sanitario. Il medico deve sempre essere
responsabile in prima persona delle proprie azioni, per le quali dovrà
considerare la propria coscienza, guidata dai suoi doveri professionali,
giuridici e deontologici, nell'attenta considerazione della volontà espressa
preventivamente ma anche dei bisogni oggettivi attuali di ognuno dei suoi
pazienti.