di Pierangelo
Giovanetti
«Non è
possibile applicare all’uomo le biotecnologie prescindendo da considerazioni
etiche. Oggi la scienza non può non interrogarsi sull’impatto e l’incidenza che
ogni nuova conoscenza ha sull’umano e sull’insieme della vita. E quindi porre dei limiti, se necessario». Ne è fermamente convinto monsignor Pierangelo Sequeri, filosofo e teologo, a lungo docente di Filosofia
teoretica e Psicologia della religione.
Professor Sequeri,
la scienza ha una sua autonomia intoccabile che non ammette limiti? O gli sviluppi raggiunti mettono a rischio l’umanità stessa
e obbligano a ridefinire il rapporto fra scienza e filosofia?
«Credo debba diventare appassionante anche per la stessa scienza il
rapporto con l’etica e la filosofia. Noi non possiamo certo rinunciare alla
libertà della scienza, che si è sviluppata peraltro in una civiltà cristiana
liberalizzante nei confronti dell’uso giuridico fondamentalista
dei testi sacri. Però oggi la scienza non può
prescindere dal legame che ha ogni nuova conoscenza con l’insieme della realtà.
In sostanza non può non interrogarsi sull’impatto del sapere scientifico
sull’uomo. Dovrebbe essere la scienza stessa a chiederselo. Non farselo dire
dagli altri».
Su cosa possono convergere, laici e
cattolici, volendo dare priorità alla difesa della vita e dell’uomo rispetto
agli eccessi della scienza?
«L’intangibilità dell’umano: su questo tutti devono trovarsi d’accordo. Va
sempre tenuto presente che la libertà dell’uomo è estremamente
importante, ma è una facoltà pesante. Ha bisogno di regole».
Il problema nasce perché non si trova
accordo su queste regole. Non c’è convinzione comune, per esempio, che
l’embrione sia persona al pari della madre.
«La comunanza non si deve avere su definizioni scientifiche o metafisiche,
ma sul fatto che l’umano ha una sua unitarietà, dall’inizio alla fine, e questa
occorre custodirla senza sottrarle delle parti. Tutta la nostra civiltà, compreso
il diritto, è basata su questa responsabilità».
Secondo lei, la verità e il bene
morale, come indicati dalla Chiesa, devono tornare ad impregnare la dimensione
pubblica della vita?
«Se intendiamo che
Sulla difesa dell’uomo e della vita,
quindi, non serve la fede del credente. È terreno d’intesa comune di credenti e
non credenti.
«Assolutamente sì. Del resto il diritto stesso si fonda su basi etiche che
sono state ritenute comuni da tutti per la difesa di ciò che è umano. Nella
tradizione occidentale, europea e anche illuministica, troviamo tutto un
insieme di convinzioni che si fondano su un humus etico comune. È una
mediazione su cui gli esseri umani in quanto tali si sentono a casa. Non è
questione di credo religioso. Diventano regole comuni su cui si fonda la
società, che non sono più soggette alla
discrezionalità del singolo ma fanno parte di un patrimonio generale
conquistato. Il vivere civile non può ridursi ad una perenne mediazione».
Professor Sequeri,
le decisioni di un Parlamento che legiferi in contrasto con la difesa della
vita e del diritto naturale, sono da ritenersi valide?
«Ci sono i princìpi, che vanno affermati con
forza e che restano fermi. E c’è la mediazione della
politica dentro la dialettica democratica, che serve anche ad allargare il
consenso in rapporto ai princìpi. Ora non si può
essere fondamentalisti all’incontrario.
La scelta di una soluzione specifica piuttosto di un’altra spetta
alla mediazione della politica, spetta ai parlamenti. Il Congresso
americano ha deciso l’intervento armato in Iraq. Il principio del no alla
guerra resta valido, ma non per questo si può dire che
la decisione presa dal Congresso non sia legittima».