Intervista a Pierangelo Sequeri (09 luglio 2005)
«Le biotecnologie non evitino i quesiti morali»

di Pierangelo Giovanetti

«Non è possibile applicare all’uomo le biotecnologie prescindendo da considerazioni etiche. Oggi la scienza non può non interrogarsi sull’impatto e l’incidenza che ogni nuova conoscenza ha sull’umano e sull’insieme della vita. E quindi porre dei limiti, se necessario». Ne è fermamente convinto monsignor Pierangelo Sequeri, filosofo e teologo, a lungo docente di Filosofia teoretica e Psicologia della religione.

Professor Sequeri, la scienza ha una sua autonomia intoccabile che non ammette limiti? O gli sviluppi raggiunti mettono a rischio l’umanità stessa e obbligano a ridefinire il rapporto fra scienza e filosofia?
«Credo debba diventare appassionante anche per la stessa scienza il rapporto con l’etica e la filosofia. Noi non possiamo certo rinunciare alla libertà della scienza, che si è sviluppata peraltro in una civiltà cristiana liberalizzante nei confronti dell’uso giuridico fondamentalista dei testi sacri. Però oggi la scienza non può prescindere dal legame che ha ogni nuova conoscenza con l’insieme della realtà. In sostanza non può non interrogarsi sull’impatto del sapere scientifico sull’uomo. Dovrebbe essere la scienza stessa a chiederselo. Non farselo dire dagli altri».

Su cosa possono convergere, laici e cattolici, volendo dare priorità alla difesa della vita e dell’uomo rispetto agli eccessi della scienza?
«L’intangibilità dell’umano: su questo tutti devono trovarsi d’accordo. Va sempre tenuto presente che la libertà dell’uomo è estremamente importante, ma è una facoltà pesante. Ha bisogno di regole».

Il problema nasce perché non si trova accordo su queste regole. Non c’è convinzione comune, per esempio, che l’embrione sia persona al pari della madre.
«La comunanza non si deve avere su definizioni scientifiche o metafisiche, ma sul fatto che l’umano ha una sua unitarietà, dall’inizio alla fine, e questa occorre custodirla senza sottrarle delle parti. Tutta la nostra civiltà, compreso il diritto, è basata su questa responsabilità».

Secondo lei, la verità e il bene morale, come indicati dalla Chiesa, devono tornare ad impregnare la dimensione pubblica della vita?
«Se intendiamo che la Chiesa ha un insieme di dottrine e tradizioni che debbono trasformarsi in legislazione civile, rispondo no. Va detto anche che non c’è nemmeno l’intenzione e la pretesa da parte della Chiesa di fare questo. Se invece diciamo che la Chiesa e il cristianesimo devono portare la propria testimonianza nella ricerca del bene comune - e quindi anche nella custodia della verità dell’uomo - non mi pare motivo di scandalo. Lasciamo stare i dogmi reciproci e concentriamoci sull’umano che ci accomuna tutti».

Sulla difesa dell’uomo e della vita, quindi, non serve la fede del credente. È terreno d’intesa comune di credenti e non credenti.
«Assolutamente sì. Del resto il diritto stesso si fonda su basi etiche che sono state ritenute comuni da tutti per la difesa di ciò che è umano. Nella tradizione occidentale, europea e anche illuministica, troviamo tutto un insieme di convinzioni che si fondano su un humus etico comune. È una mediazione su cui gli esseri umani in quanto tali si sentono a casa. Non è questione di credo religioso. Diventano regole comuni su cui si fonda la società, che non sono più soggette alla discrezionalità del singolo ma fanno parte di un patrimonio generale conquistato. Il vivere civile non può ridursi ad una perenne mediazione».

Professor Sequeri, le decisioni di un Parlamento che legiferi in contrasto con la difesa della vita e del diritto naturale, sono da ritenersi valide?
«Ci sono i princìpi, che vanno affermati con forza e che restano fermi. E c’è la mediazione della politica dentro la dialettica democratica, che serve anche ad allargare il consenso in rapporto ai princìpi. Ora non si può essere fondamentalisti all’incontrario. La scelta di una soluzione specifica piuttosto di un’altra spetta alla mediazione della politica, spetta ai parlamenti. Il Congresso americano ha deciso l’intervento armato in Iraq. Il principio del no alla guerra resta valido, ma non per questo si può dire che la decisione presa dal Congresso non sia legittima».