di Maurizio Cecchetti
Il dialogo fra credenti e
non credenti sulla difesa della vita e le tecniche di procreazione assistita,
coinvolgendo lo statuto dell’embrione, ha un
fondamento condiviso da tutti i partecipanti alla discussione oppure no?
Auspicando il dialogo, la prima cosa da stabilire dovrebbe essere l’accordo
sulla definizione di vita umana. Si può parlare di persona fin dal primo
istante in cui l’individuo viene concepito? Domande che sono state alla base del confronto sul referendum.
Domande cui oggi non tutti danno risposte univoche, anzi.
Il giudizio sul referendum del filosofo Remo Bodei è
chiaro: «È stato un errore, perché ha toccato punti di polemica accesa su
qualcosa che andrebbe esaminato con pacatezza. C’è da dire poi che questo
referendum era sbagliato, rispetto a quelli sul divorzio e sull’aborto, anche
perché riguardava una piccolissima minoranza di persone. Ci vorrà molto tempo
per decantare i toni, oggi siamo molto confusi sulle
risposte da dare a quelle domande fondamentali e per di più ci troviamo eredi
di tradizioni vecchie che pretendono schieramenti preventivi su questioni più
generali che riguardano tutti, come quella appunto dell’inizio della vita».
Che cos’è l’embrione? È vita in senso
generale, è persona, è, come qualcuno ha detto durante il referendum,
«materiale umano»?
«La risposta non sta nel dire che cosa sia l’embrione,
ma come venga valutato. Penso che stabilire se l’embrione sia
un essere umano subito o 14 giorni dopo il concepimento, è questione di lana
caprina. D’altra parte attribuire istantaneamente al concepito la qualifica di
persona mi pare eccessivo».
Sergio Givone
in un’intervista pubblicata da «Avvenire» domenica parla dell’embrione come di
«qualcosa di umano». Lei che ne pensa?
«Penso che sia un progetto di vita, ma ripeto parlare di persona per me è
prematuro, anche perché immediatamente questa definizione rimanda a una tradizione di pensiero che è molto connotata dal
cristianesimo. Penso a Mounier, per esempio. Credo
invece che la posta in gioco sia un altra: si tratta
di stabilire che cosa sia oggi la difesa della vita. C’è molto disorientamento
in giro, e si sente la necessità di tornare a certe categorie metafisiche».
La difesa della vita, secondo
«La faccenda del diritto naturale si presta facilmente a quella che chiamerei
la "lotteria naturale". Non penso che si possa accettare tutto ciò
che accade come eticamente positivo.
Ho dei dubbi sulla positività di impiantare un embrione che sia
a rischio di malformazioni soltanto perché questo è quanto la natura ha
stabilito in quel caso. La grandezza del diritto non risiede nelle norme
stabilite dalla natura, ma proprio nella nostra capacità di assegnare dei
diritti. Oggi
Resta la domanda di prima: l’embrione è
da tutelare in quanto «progetto di vita» oppure vi sono altri soggetti in gioco
che hanno più diritti di lui?
«Credo che sia banalizzante ridurre un momento tragico come quello
dell’infertilità e delle tecniche per risolverlo a una
questione di procedura. La vita certo non va ridotta a supermercato, ma bisogna
capire anche l’angoscia di certe coppie. Direi che in
un mondo perfetto l’embrione andrebbe tutelato in quanto potenzialmente può
diventare persona. Ma nel mondo imperfetto in cui viviamo
questo confligge con altre esigenze che non vanno
sottovalutate. Si deve tener conto di situazioni dove la perfezione non
è data. Non si può considerare l’embrione un "ricciolo di materia", direi che questo però va posto in una dimensione più ampia
che ci vede come "ospiti della vita". La vita è più grande di noi,
funziona e progredisce anche senza coscienza. Ecco, questo stupore verso la
vita va tutelato, non bisogna farlo cadere nella mercificazione».