DEFINIZIONE ABORTO

 


In generale significa l'interruzione della gravidanza prima della vitalità del feto. L'aborto può essere spontaneo (quando non è dovuto ad intervento umano), o volontario (quando c'è l'interruzione deliberata e diretta del processo generativo della vita umana). Questo secondo tipo di aborto è una grave colpa perché viola il quinto comandamento: «Non uccidere». In sede etica i punti da chiarire riguardo all'aborto sono due:

a) il momento in cui il feto costituisce già un individuo della specie umana ed è quindi da considerarsi persona;

b) le circostanze che possono legittimarlo.


a) Già dai tempi della scolastica sul momento in cui si forma nel grembo della madre l'essere umano sono state avanzate due ipotesi: una, condivisa dai più, la quale afferma che l'ominizzazione coincide col concepimento; l'altra, prospettata da san Tommaso (appellandosi al principio aristotelico secondo cui ogni forma per esistere esige una materia proporzionata), la quale sostiene che l'animazione non coincide col concepimento ma ha luogo più tardi (dopo quaranta giorni). Alcuni teologi contemporanei presentano una versione modificata della tesi tomista: l'essere umano si forma nel momento dell'annidamento dello zigote nell'utero della madre (verso il 10 giorno). Dagli studi della biologia ora esce rafforzata la prima tesi: del costituirsi dell'essere umano nel momento stesso del concepimento; infatti lo zigote contiene già il patrimonio genetico, ossia la determinazione di tutto il processo biologico e psichico ereditario. Anche il magistero ecclesiastico ha insistito più volte sul concetto che la vita umana è già presente dal momento del concepimento.

b) Svariate sono le circostanze che vengono invocate per sostenere che in certi casi l'a. è legittimo; anzitutto per salvaguardare la vita della madre: si parla allora di a. terapeutico. È decisamente il caso più pietoso, se esiste davvero l'alternativa: o la madre o il figlio. È un'alternativa che i progressi della scienza hanno reso sempre più rara; ma è anche il caso in cui la coscienza dice che il più forte non ha nessun diritto di prevalere sul più debole e più innocente. D'altra parte la morale ricorda che non si può mai sopprimere direttamente una vita (sia quella del figlio come quella della madre), sia pure per salvare un'altra vita, perché nessun fine buono giustifica l'omicidio, quindi l'a. diretto anche se terapeutico, permane moralmente un crimine. L'altra circostanza addotta a favore dell'a. è tratta dalle condizioni familiari non soddisfacenti (sia per ragioni economiche sia per ragioni sociali, per esempio, in casi di genitori drogati), oppure da possibili malformazioni del nascituro. Anche queste circostanze non sono da sottovalutare eppure non sono mai tali da giustificare l'a. , perché - come osserva acutamente G. Davanzo - «il bimbo non ha colpa se gli altri lo hanno fatto vivere e se il fatto di non essere gradito complica l'esistenza per lui, per la madre, per la famiglia e per la società. La soluzione non può essere quella di uccidere le persone non gradite, ma di saperle accettare. Il diritto alla vita dipende dall'essere vivo, non dall'essere gradito o dall'essere normale. Si può constatare con amarezza che la mentalità moderna, divenuta più sensibile verso ogni esistenza fino a condannare la pena capitale contro il colpevole e porre in discussione la stessa guerra difensiva, subisca su questo punto una contraddittoria involuzione, ritornando all'arbitrio barbarico dei genitori sui figli». Il magistero ecclesiastico ha sempre condannato l'a. Ecco qui alcuni documenti degli ultimi decenni: Pio XII, Discorso alle ostetriche, 29 ott. 1951; Paolo VI, enc. Humanae vitae e lettera al Card. Villot (ott. 1970); Concilio Vaticano II, cost. past. Gaudium et spes 27 e 51; la Conferenza Episcopale Italiana con il documento «Il diritto a nascere» (1972) in cui dichiara: «Fin dall'inizio Dio ha posto un limite invalicabile alla libertà dell'uomo. [. . . ] L'aborto si presenta come un crimine contro la vita. Dal concepimento, infatti, trae origine una concreta natura umana»; la «Carta dei diritti della famiglia», pubblicata dalla Santa Sede il 22/10/1983, afferma che «l'aborto è una diretta violazione del diritto fondamentale alla vita dell'essere umano» (art. 4).

La Congregazione per la dottrina della fede ha pubblicato il 22/2/1987, una Istruzione su «Il rispetto della vita umana nascente e la dignità della procreazione», in cui viene ribadito che l'essere umano è da rispettare già dal primo istante della sua esistenza, cioè dal concepimento.

Infine, il Catechismo della Chiesa cattolica (1992) afferma: «Fin dal primo secolo la Chiesa ha dichiarato la malizia morale di ogni aborto provocato. Questo insegnamento non è mutato. Rimane invariabile. L'aborto diretto, cioè voluto come un fine o come un mezzo, è gravemente contrario alla legge morale» (n. 2271) e «l'embrione fin dal concepimento deve essere trattato come una persona; [. . . ] difeso nella sua integrità, curato e guarito, per quanto è possibile, come ogni altro essere umano» (n. 2274). La condanna dell'a. è uno dei punti cardinali anche dell'insegnamento della Chiesa primitiva e dei Padri della Chiesa. La Didaché (verso la fine del primo secolo d. C. ), seguendo lo schema della duplice via, quella della vita e quella della morte, insegna che chi cammina sulla via della vita non uccide e, quindi, non toglie la vita al feto con l'a. (Didaché 15-17). I Padri apologisti costruiscono il loro argomento basandosi sull'assoluto rispetto dei cristiani per la vita del nascituro; di fronte al comandamento divino «non uccidere», Tertulliano (160-220 ca. ) afferma che non c'è differenza tra togliere la vita al già nato e distruggere la vita del non-nato, essendo già uomo chi lo sarà dopo (Apologeticum 9, 8). Per tutti i Padri sia greci sia latini l'a. è moralmente peccato nonché, legalmente, reato, perché significa l'ingiusta soppressione di una vita umana che si trova, sin dall'inizio, sotto la protezione dell'amore provvidenziale di Dio. Basilio (330 ca. -379) sostiene che la distinzione tra feto animato e feto inanimato è una sottigliezza dei filosofi e dei dotti pagani, che presso i cristiani non si accetta. L'a. in quanto soppressione violenta di una vita umana in divenire è sempre un omicidio (Basilio, Epist. 188, 2).

Battista Mondin "Dizionario Enciclopedico di Filosofia teologia e Morale"
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