50 domande e risposte sull'aborto
Le conseguenze dell'aborto
«Colui che ha sparso il sangue dell'uomo, dall'uomo vedrà sparso il
proprio sangue, perché è a propria immagine che Dio ha creato l'uomo» (Genesi,
9, 6)
Che cosa è un aborto?
L'aborto
è il procedimento volontario che interrompe lo sviluppo del bambino durante la
gravidanza nell'utero materno, fatto con lo scopo di sopprimerne la vita.
«Aborto significa l'espulsione di un feto o embrione vivo di una donna allo
scopo di sopprimerlo» (Legge francese del 1975 sull'aborto).
Benché
la morte involontaria di un nascituro sia definita, in termini medici, come
«aborto spontaneo», questa tragedia, chiamata con maggior compassione «falso
parto», non è l'argomento di questo libro; qui ci occupiamo solo dell'aborto
volontariamente provocato.
Quando
il nascituro viene ucciso nell'utero materno, si tratta di un vero e proprio
assassinio, tanto che si può parlare di omicidio prenatale. Tuttavia, quando il
bimbo, essendo nato vivo, viene ucciso dopo il parto, si tratta di un
infanticidio.
Quali sono i metodi usati per uccidere il
nascituro durante i primi tre mesi della sua vita uterina?
I
metodi per abortire i nascituri entro il termine fissato dalla legge
comprendono gli abortivi, l'espulsione per aspirazione e quella per
raschiamento.
Che cos'è un abortivo?
Un
abortivo è ogni prodotto farmaceutico, chimico, od ogni dispositivo che provoca
la morte del nascituro, talvolta intossicandolo direttamente. In questa
categoria sono compresi la «pillola del giorno dopo», la «spirale» e la pillola
RU 486.
La pillola RU 486 è una facile soluzione
alla controversia sull'aborto?
In Francia e in Gran Bretagna, un potente
steroide sintetico è stato utilizzato per provocare l'aborto nelle madri
incinte da
«
Come viene praticato l'aborto mediante
aspirazione?
Nel
metodo mediante aspirazione, l'orifizio esterno del collo uterino viene
progressivamente allargato; una cannula vuota viene introdotta all'interno
dell'utero, allo scopo di estrarre il nascituro mediante aspirazione,
espellendolo all'esterno. Questa aspirazione è prodotta da un apparecchio
simile all'aspirapolvere domestico, ma molto più potente.
La
morte del nascituro viene provocata smembrandogli le braccia e le gambe. I
resti fetali vengono trasformati un una marmellata sanguinolenta. Questo è il
metodo più frequentemente usato.
Come viene praticato l'aborto mediante
raschiamento?
Nel
metodo di dilatazione e raschiamento, un lungo strumento, la cui estremità
forma un affilato cucchiaino, viene introdotto nell'utero per raschiarne le
pareti eliminandone così il contenuto. Questo metodo, a volte aiutato
dall'aspirazione, viene utilizzato per curare chirurgicamente le emorragie
delle donne non gravide. Esso quindi non è di suo abortivo.
Quali metodi vengono usati per uccidere i
nascituri dal terzo al nono mese di vita uterina, in alcuni Paesi che lo
autorizzano?
I procuratori di aborti usano vari metodi per
uccidere i nascituri durante il secondo e il terzo trimestre di gravidanza.
Essi comprendono dilatazione ed espulsione, iniezione di una soluzione ipertonica di sale, uso delle prostaglandine,
isterotomia e aborto mediante nascita parziale.
Come funziona il metodo di aborto mediante
dilatazione ed espulsione?
Nel caso della dilatazione ed espulsione, il
collo uterino viene dilatato a forza. L'apertura deve qui essere maggiore di
quella adoperata nel metodo per aspirazione usato nel primo trimestre di vita,
in quanto la vittima da smembrare ha già dalle 13 alle 24 settimane e quindi è
di maggiore taglia. Siccome le ossa del nascituro sono più solide, si usano
pinze per smembrarle (dapprima braccia e gambe, poi la schiena). Infine viene
frantumato il cranio, per poter estrarre la testa mediante aspirazione. I resti
fetali possono essere estratti con un forcipe ad anello. Durante questa
procedura, nessuna anestesia viene praticata sul nascituro, poiché l'agonia di
questa vittima indifesa deve ad ogni costo essere negata.
Come può essere usata, per provocare un
aborto, una soluzione ipertonica di sale?
Questo
metodo consiste nell'iniezione di una soluzione ipertonica
di sale (comunemente ma scorrettamente detta salina). Un ago lungo
Abituato
al piacere di bere il liquido nel quale è immerso, il nascituro fa l'esperienza
del gusto amaro del fatale veleno. A poco a poco il sale gli brucia la pelle,
la gola e gli intestini; egli cerca invano di fuggire rivoltandosi da un lato
all'altro dell'utero con violente contorsioni. La sua atroce agonia può durare
delle ore. Infine, il feto viene espulso dalle viscere materne; il suo corpo
appare rosso dalle bruciature, per cui alcuni procuratori di aborto parlano di
«effetto caramello».
Che cos'è un aborto mediante prostaglandine?
Le
prostaglandine sono ormoni che provocano le
contrazioni del parto. Esse possono essere iniettate nel liquido amniotico o
somministrate sotto forma di compresse vaginali.
Di
conseguenza la madre subisce un parto prematuro, generando un feto nato morto
oppure troppo piccolo per poter sopravvivere fuori dall'utero. A questo punto
il bimbo viene semplicemente lasciato senza cure e quindi muore.
Come può una isterotomia
diventare una pratica abortiva?
Nel
caso di una isterotoma, come per quello del parto
cesareo, l'addome e l'utero materni vengono aperti chirurgicamente. Ma mentre
il taglio cesareo viene praticato per salvare la vita del nascituro, l'isterotomia viene invece praticata per sopprimerla. Alcuni
medici usano la placenta per soffocare il bimbo.
Che cosa s'intende per «aborto mediante
nascita parziale» ?
L'aborto
mediante nascita parziale comporta l'estrazione di un feto dal collo
dell'utero, prendendolo per i piedi tutto intero tranne la testa. Il chirurgo
poi affonda delle forbici alla base del cranio, le apre al massimo per dilatare
l'orifizio e mediante aspirazione estrae il capo.
In
forza della testimonianza di una infermiera che, avendo assistito a vari aborti
di questo tipo, aveva dichiarato che i legislatori dovrebbero essere costretti
ad assistervi prima di legalizzarli,
L'aborto è un atto chirurgico sicuro?
I
fautori dell'aborto mentono alle donne,
quando fanno loro credere che l'aborto legale è per ciò stesso sicuro. Le
statistiche dimostrano che la realtà è ben diversa. Molte donne, che pretendono
di ottenere con l'aborto «la libertà riprodutti va»,
possono compromettere o perdere del tutto e definitivamente le loro facoltà
riproduttive, restando sterili a vita. Anche usando le migliori tecniche
chirurgiche, nella fase dell'aspirazione o del raschiamento, quando la plastica
e il metallo degli strumenti vengono messi a contatto con i tessuti delicati
dell'utero, può derivarne una lesione degli organi interni. Ma anche se non
avvengono lesioni, l'aborto può danneggiare il sistema immunitario.
L'aborto è il solo danno che mette in
pericolo il nascituro nel ventre materno?
No:
il bimbo può essere vittima di un infanticidio. L'innesto del tessuto fetale,
che necessita l'utilizzazione di un feto vivo per recuperarne i tessuti
viventi, viene talvolta fatto passare per un aborto. Ma questi tessuti non
vengono prelevati da un feto, poiché si tratta in realtà di un bimbo vivo, per
cui qui si tratta di un infanticidio o di una eutanasia a fine utilitaristico.
Non è più rischioso condurre a termine una
gravidanza piuttosto che abortire?
Tutt'altro. E' stato verificato che la gravidanza è più
sicura dell'aborto, sia nella prima che nella seconda metà della fase. Le
statistiche spesso citate per sostenere l'argomento contrario sono ingannevoli.
Gli
abortisti paragonano sistematicamente il tasso di mortalità delle madri (nel
caso di aborto provocato nelle prime 12 settimane di gravidanza) con il tasso
di mortalità delle madri durante l'intero periodo di gestazione, al momento del
parto, come pure del periodo che ne segue; inoltre, per sovrappiù, in quelle
statistiche viene conteggiato anche il tasso di mortalità in caso d'incidenti o
di malattia. Comparare i rischi dell'aborto praticato nelle prime due settimane
di gravidanza con i rischi del parto nei nove mesi, è ingannevole e
anti-scientifico(2).
Quali complicazioni possono sorgere in una
madre per causa dell'aborto?
Una
donna che si sottopone ad un aborto può sviluppare, fra le altre, le seguenti
patologie:
Emorragia.
In un'epoca in cui il sangue
può trasmettere il virus dell'AlDS, l'emorragia
uterina può mettere in pericolo la vita della madre; le donne che abortiscono
possono infatti aver bisogno di trasfusioni di sangue, a causa di serie
emorragie. Per questa ragione, anche la pillola RU 486 richiede una stretta
sorveglianza, perché comporta il rischio di emorragia.
Infezione.
Se dopo l'aborto nell'utero rimangono parti del feto, o se gli strumenti
chirurgici usati non erano ben sterilizzati, la madre rischia la sterilità
definitiva per colpa di una infezione delle tube uterine.
Lesione
del collo uterino. Gli
strumenti utilizzati per dilatare il collo uterino possono danneggiarlo,
provocando nelle future gravidanze l'insorgere di aborti spontanei oppure
nascite premature. Anche gli aborti chimici possono portare a futuri aborti
spontanei.
Perforazione
dell'utero. Un aborto
mediante raschiamento può perforare la parete uterina provocando una
infiammazione (peritonite); questo può costringere ad un intervento chirurgico
che asporti l'intero utero, rendendo la donna definitivamente sterile.
Perforazione
dell'intestino. Durante un
aborto mediante aspirazione o raschiamento, una manovra errata può far sì che
lo strumento perfori non solo l'utero ma anche il colon, si rende allora
necessaria una operazione chirurgica (resezione) per asportare la parte
dell'intestino rimasta danneggiata.
Quali ulteriori complicanze possono essere
provocate da un aborto?
Anche
se non viene colpita da complicanze immediate, la madre che abortisce può
subire conseguenze tardive, fra le quali:
Nascita
di bimbi morti o handicappati. Le
donne il cui sangue ha il fattore RH negativo e che non ricevono un anti-siero
(RHo (D) immunoglobulina), possono reagire al sangue
di tipo RH positivo del padre, facendo correre ai nascituri il rischio di una
eccessiva distruzione dei loro globuli rossi (malattie emolitiche),
conducendoli a morire prima del parto o a nascere handicappati.
Infiammazione
pelvica. La malattia
infiammatoria del bacino è «una malattia grave, abituale conseguenza
dell'aborto, nel 30% dei casi del quale viene segnalata»(3). Questa
infiammazione può condurre ad aborti spontanei, alla sterilità e a dolori
pelvici cronici.
Aborto
spontaneo. Le donne che
hanno abortito sono soggette agli aborti spontanei, con un tasso più elevato
del 3 5 % in rapporto alle donne che non hanno abortito.
Parto
difficile. Le donne che
hanno abortito sono soggette a complicanze nei futuri parti e/o nelle future
gravidanze.
Nascita
prematura. Le nascite
premature sono da
Cancro al seno. Vi sono gravi timori che l'aborto possa aumentare il rischio del cancro al seno, in particolare se ad essere abortito è il primo figlio. «Le donne che abortiscono al primo trimestre di gravidanza raddoppiano il rischio di contrarre un cancro al seno, in rapporto alle donne che portano a termine la loro gravidanza» (4)
Gravidanza
extra-uterina. Nella
gravidanza extra-uterina il feto si sviluppa nelle tube di Falloppio,
piuttosto che nell'utero, mettendo quindi la madre in pericolo di morte in caso
di esplosione di una tuba. Un rilevante tasso di crescita delle gravidanze
extra-uterine è stato constatato nelle donne che hanno abortito(5). Gli studi
dimostrano che il rischio di una gravidanza extra-uterina raddoppia dopo un
primo aborto e si quadruplica dopo un secondo. Il pericolo aumenta con la
pillola RU 486, che è inefficace sulle gravidanze extra-uterine, creando una
falsa impressione (inducendo all'emorragia) che la madre non è più incinta.
Un aborto può condurre la madre a problemi
di tipo psicologico?
Sì,
l'aborto può produrre gravi problemi di tipo emotivo, psicologico o
psichiatrico:
Perdita
di autostima. La donna che
ha abortito sente di avere violato la propria missione di madre e di difensore
della vita; ne deriva un sentimento di disistima che può arrivare fino al
disprezzo di sè.
Sentimento
di colpa. In molte donne, si
constatano profondi sentimenti di colpa ed anche di amore per il figlio «che
avrebbe dovuto nascere». Se poi la donna cerca di negare o di rimuovere la
propria colpevolezza, le conseguenze diventano più gravi per lo sforzo fatto di
soffocare la coscienza turbata.
Rimpianto,
ansia e depressione. In
rapporto alle donne adulte, le giovani sono più portate a soffrire di postumi
psicologici a breve termine. Anche se la prima reazione di una donna che ha
abortito è quella di sollievo, ben presto sopravvengono sentimenti di
rimpianto, di ansia e di depressione.
Sindromi
post-abortive. Non di rado
la donna reagisce all'aborto in modo simile al turbamento da stress
post-traumatico che si riscontra nei reduci di guerra. Spesso i primi sintomi
La madre che ha abortito è la sola a
soffrire di turbamenti da stress post-traumatico dovuti all'aborto?
No.
La ricerca dimostra che spesso anche il padre subisce gravi reazioni negative,
quando si rende conto che suo figlio è stato ucciso. La sofferenza del padre è
ancor più grave, quando egli è contrario all'aborto e peggio ancora quando la
legge - che stabilisce la madre come unico arbitro della gravidanza - gli vieta
di proteggere la vita del proprio figlio in arrivo.
Un
padre in questa situazione ha espresso il proprio sconvolgimento emotivo con
queste parole: «Probabilmente avete letto una cosa simile riguardo i sentimenti
di colpa irrisolti e le emozioni represse provati dai reduci della guerra del
Vietnam. Questo si chiama "turbamento da stress post-traumatico".
Insomma, è il risultato dello sforzo fatto per cancellare o reprimere l'intensa
reazione alla morte ed alla violenza che li circondava. Questa reazione è della
stessa natura della mia, in seguito all'aborto praticato sulla mia donna.
Quando siamo usciti dalla clinica dopo l'aborto, non era tutto finito per me»
(7).
La vittima dell'aborto
«Sei tu che hai
creato le mie viscere e mi hai intessuto nel
<hr size=2 width="100%"
align=center>
In
quale momento inizia la vita?
Ecco
una domanda-trappola, se non definiamo i termini usati. Propriamente parlando,
la vita (in astratto) non inizia: essa viene trasmessa da cellule viventi
derivate da altre cellule viventi; questa continuità della vita è il postulato
fondamentale della biologia. Tuttavia, la vita (in concreto) ha effettivamente
un inizio. La questione che determina la natura dell'aborto è dunque la
seguente: «Quando inizia la vita umana?» Vale a dire: «Quando inizia la vita di
un uomo?»
La biologia dimostra che la vita di un nuovo
essere umano inizia nel momento della fecondazione, ossia nella fusione tra lo
spermatozoo del maschio e l'ovulo della femmina. L'unione di 23 cromosomi del
gamete maschile con 23 cromosomi del gamete femminile produce una nuova cellula
di 46 cromosomi. «Questa cellula viene chiamata zigote; essa contiene un nuovo
codice genetico, che produce un individuo differente dal padre e dalla madre e
da ogni altra persona nel mondo»(8). Ciò avviene dalle 12 alle 18 ore dopo il rapporto sessuale.
Volete
dire che una sola cellula costituisce già un essere umano?
Sì.
L'embriologo Keith Moore
dichiara: «Ognuno di noi ha iniziato la propria vita in un unico zigote monocellulare»(9).
Come
afferma il già citato manuale di ostetricia, il bimbo appena concepito ha il
proprio patrimonio genetico, distinto da quello del padre e della madre. Sul
piano biologico, lo zigote non è affatto un essere impersonale, ma è lui o lei
in miniatura, poiché la sua monocellula è maschile o
femminile. Lui o lei è già un essere umano nuovo, unico e completo.
Unico,
perché non è mai esistito in passato e non esisterà mai più in futuro un essere
identico a lui. Come affermano i medici Landrum Shittles e David Rorvik, «il
concepimento conferisce la vita rendendola una vita unica nel suo genere» (10).
Completo, perché il codice genetico
(genotipo) dello zigote contiene l'informazione su tutte le caratteristiche del
nuovo essere umano: statura, colore degli occhi, dei capelli e della pelle,
eccetera. «Il genotipo - ossia le caratteristiche ereditarie di un essere umano
unico - è stabilito al momento
del concepimento e resterà in vigore durante tutta la vita del nuovo
individuo»(11).
Se
dunque la cellula fecondata è già un individuo umano, essa è già anche una
persona umana, sebbene le sue facoltà spirituali non siano ancora sorte, forse
per il fatto che l'anima non è ancora giunta a costituire la spiritualità
umana. In una visione corretta della persona, infatti, l'anima non può essere
contrapposta dualisticamente al corpo, ma i due
elementi dell'essere umano devono essere considerati come indissolubili. Non è
quindi possibile distinguere l'individuo dalla persona, immaginando uno zigote
che non sia ancora essere umano; l'inizio della persona umana deve coincidere
con quello della vita biologica.
Lo zigote non è solo una potenzialità di
essere umano?
No.
Lo zigote non è una potenzialità di essere umano, ma semmai è un essere umano
in potenza di diventare adulto. Si può dire che lo sperma e l'ovulo, prima
della loro fusione, costituiscono una potenzialità di essere umano; ma una
volta che la loro fusione è avvenuta, esso costituisce già un vero essere
umano, anche se con molte potenzialità ancora inattuate.
Questa nuova cellula non è solo un abbozzo
di uomo?
Questo
paragone è diffuso fra gli abortisti ma è evidentemente assurdo. Un abbozzo è
solo un progetto architettonico, fatto su cartone, che da solo non si
trasformerà mai in una casa o in un'altra struttura, per quanto lo si possa
perfezionare. Per contro, il feto si svilupperà autonomamente fino a nascere e
a diventare un uomo adulto, se non viene abortito. Dunque, distruggere un
abbozzo non è la stessa cosa che distruggere un edificio; invece, distruggere
uno zigote equivale ad uccidere un essere umano già esistente.
In quale momento avviene l'annidamento dello zigote?
Dopo il concepimento, lo zigote inizia a
muoversi per raggiungere l'utero e insediarvisi.
Circa 16 giorni dopo la fecondazione, il processo di divisione cellulare è già
cominciato e lo zigote si annida nel nido nutritivo dell'utero (endometrio). «A partire dal settimo giorno, comincia un
autentico rapporto tra la madre e il figlio», scrive il dr. E.Blecheshmidt
(12). L'annidamento si compie attorno al dodicesimo giorno dopo la fecondazione.
Si può dire che, prima dell'annidamento nell'utero, esiste solo un «pre-embrione»
privo di natura umana per cui si può parlare di essere umano solo dopo questo annidamento?
Niente
affatto. Questa tesi è anti-scientifica
e serve solo a giustificare cinicamente la manipolazione dell'embrione nelle
sue prime settimane di vita, negandogli la dignità umana. In realtà, nulla è
cambiato nell'embrione una volta che si è annidato nell'utero: ha solo occupato
la sua prima casa; potremmo forse dire che un uomo è tale solo dopo che
alloggia in un'abitazione, emarginando così i senza-tetto in una categoria pre-umana?
Si
pretende anche che l'annidamento segni l'inizio della
vita umana, in quanto con esso si stabilisce un rapporto biologico tra
l'embrione e sua madre. Ma non è il rapporto con qualcuno a costituire
l'essenza di un uomo, bensì al contrario è l'esistenza di una vita umana a
rendere possibile un rapporto bilaterale; per avere rapporti con qualcuno
bisogna prima essere qualcuno.
Nella
natura dell'embrione nulla è cambiato nel passaggio dalla fase precedente a
quella successiva all'annidamento; dunque si tratta
dello stesso essere umano; e del resto, se così non fosse, quella madre non avrebbe
rapporti con qualcuno ma con qualcosa.
Le cellule dei figlio non provengono dalle
cellule della madre?
No.
Secondo la biologia e la genetica, è l'embrione che, con una vera esplosione di
vitalità, intraprende il proprio autonomo sviluppo nelle viscere della madre.
Il dr. Bart Heffernan
descrive questa fase dinamica dello sviluppo: «Fin dal concepimento, il figlio
è un individuo complesso, dinamico, dalla crescita rapida. Mediante un processo
naturale e continuo, un solo ovulo fecondato si sviluppa in molti miliardi di
cellule nel corso dei nove mesi»(13). «Dopo l'ottava settimana, non rimane più
nessun abbozzo (rudimento di organo embrionale); tutto è al suo posto e lo si
ritroverà nel neonato»
Quand'è che l'embrione è «vitale»?
Come
pure molti termini lanciati dagli abortisti, anche quello della «vitalità» è
ambiguo e quindi pericoloso.
Se,
per «vitalità», s'intende la capacità del concepito di svilupparsi
indipendentemente dalla madre, il buon senso ci porta a dire che allora non solo
i nascituri, ma anche i neonati, per quanto possano essere sani e di grandezza
giusta, non sono «vitali». Senza la costante cura da parte della madre o di
altre persone che lo assistono, il neonato non sopravvive e muore ben presto.
Ancora
nel XX secolo, i bambini nati prematuramente prima del settimo mese di
gravidanza morivano, perché le tecniche dell'epoca non avevano i mezzi adeguati
per salvarli. Oggi noi siamo in grado di salvare un bebè
nato al termine di sole 20 settimane di gravidanza, e gli scienziati stanno
lavorando per costruire una placenta artificiale che renderebbe «vitali» gli
embrioni di appena dieci settimane.
Come
si vede, la categoria di «vitalità» non è in grado di identificare la natura
umana di un essere vivente, ma solo di valutare la sua capacità di vita
indipendente. Applicare questo concetto discriminatorio agli esseri umani nelle
varie fasi della loro vita, conduce all'assurdo di condannare a morte mediante
eutanasia, in quanto «non vitali», non solo i nascituri, ma anche le persone
incapaci di vita indipendente come gli anencefali, i
pazienti in coma, eccetera.
In quale momento il cuore dei nascituro
comincia a battere?
Al
termine della terza settimana dopo la fecondazione,
il cuore del nascituro comincia a battere, facendo circolare il proprio sangue,
che può essere di un gruppo sanguigno diverso da quello materno.
Quand'è che il nascituro sviluppa il primo
abbozzo dei sistema nervoso?
Lo
sviluppo del sistema nervoso centrale ha inizio alla terza settimana dal
concepimento; già alla quarta settimana, il nascituro manifesta attività
riflesse complesse, come le reazioni motorie. Dopo la sesta settimana, il
nascituro è già provvisto del cervello, tanto che l'elettroencefalogramma (EEG)
può registrarne le onde cerebrali.
Alcuni dicono che si può parlare di vita
umana solo quando, essendosi formato nel feto un abbozzo di sistema nervoso, il
suo cervello emette le prime onde cerebrali, rilevabili dall' EEG. E' questa
una tesi accettabile?
Niente
affatto. L'umanità del feto non consiste nella sua capacità di emettere onde
cerebrali, come l'adulto non è uomo solo se è capace di pensare; altrimenti
dovremmo negare la dignità umana ai cittadini anencefalici
(ossia privi di cervello) o ai pazienti in coma che non danno segni elettrici
all'EEG, condannandoli quindi all'eutanasia. Più in genere, non bisogna
scambiare l'esistenza della vita con la mera capacità di dar segni di vita, né
la razionalità umana con la mera vitalità cerebrale. Come il feto è uomo anche
prima di annidarsi nell'utero o di palpitare, così lo è anche prima di emettere
onde cerebrali, anche se le sue facoltà vitali possono attuarsi solo
progressivamente, manifestandosi con crescenti segni esterni rilevabili dagli
apparecchi clinici.
Potete descrivere la vita intra-uterina del nascituro?
La
vita intra-uterina è stata ben descritta dal dr.
William Liley, il «padre della fetologia».
Il nascituro, capace di ambientarsi e di tendere al proprio fine, s'impianta
nella cavità spugnosa dell'utero e, imponendo la propria presenza, interrompe
il ciclo mestruale della madre. Nei successivi 270 giorni, l'utero diviene la
casa dell'embrione; per renderla abitabile, egli si produce una placenta e una
capsula protettrice di fluido (liquido amniotico).
Egli
si muove con agilità e grazia nel suo mondo fluttuante. E' sensibile al tatto,
al gusto, alla temperatura, al suono e alla luce. Veglia o dorme; beve il suo
liquido amniotico, con piacere se viene addolcito artificialmente, con
dispiacere se gli si dà un sapore sgradevole; può avere il singhiozzo. Talvolta
gesticola e si succhia il pollice. Si annoia perfino; ma si può sollecitarlo a
rispondere ad un primo segnale e poi anche ad un secondo diverso. Infine, è lui
a determinare il suo compleanno, perché l'inizio delle contrazioni del parto
risulta da una iniziativa unilaterale del feto.
E'
questo stesso feto che, come un paziente qualsiasi, può ammalarsi e necessitare
di diagnosi e cure(15).
Il nascituro avverte il dolore?
Certo: avendo il senso del tatto, il
nascituro è sensibile al dolore. La nostra capacità di avvertire e reagire al
dolore non comincia dopo né durante la nascita. Nel corso degli ultimi decenni,
i progressi nella rilevazione in tempo reale mediante
Ha
scritto l'ex presidente americano Ronald Reagan: «Dobbiamo renderci conto della realtà degli orrori
che si verificano. I medici di oggi sanno che un nascituro, dentro le viscere
della madre, può sentire una carezza, come può reagire al dolore. Ma quanti
sono al corrente delle tecniche abortive che bruciano la pelle del feto con una
soluzione salina, provocandogli una mortale agonia che può durare
ore?» (16)
Che cos'è la nascita?
Ha
scritto il dr. Jack WilIke:
«La
nascita consiste nell'uscita del bebè dal ventre
della madre, tagliando il cordone ombelicale, e quindi nell'inizio di una vita
fisicamente staccata dalle viscere materne. Alla nascita, la sola cosa che muta
radicalmente è il sistema di supporto della vita del bebè.
Il figlio non è diverso prima o dopo la nascita, eccetto il fatto che ha
cambiato il proprio metodo di respirazione e di nutrizione. Prima di nascere,
l'ossigeno e il nutrimento gli arrivavano dalla madre mediante il cordone
ombelicale; dopo la nascita, l'ossigeno gli arriva dai propri polmoni e il
nutrimento dal proprio stomaco, se è abbastanza maturo per essere così saziato»
(17)
La legge sull'aborto
«La vera questione oggi non è: "quando comincia la vita umana?", ma è: "quale valore ha la vita umana?"Il procuratore di aborti, che smembra braccia e gambe di un nascituro per assicurarsi che egli venga del tutto estratto dalle viscere materne, può a stento dubitare che si tratti di un essere umano. Per lui come per tutti noi, la vera questione è quella se questa piccola vita umana ha il diritto, datole da Dio, di essere protetta dalla legge, lo stesso diritto che tutela noi adulti» (Ronald Reagan, ex-presidente degli U.S.A.)
<hr
Perché mai la legge dovrebbe intromettersi
nel privato dominio della vita sessuale di una donna?
Nella
sentenza del cruciale processo Roe contro Wade, che nel
Ma
quello che avviene nell'intimità dell'utero materno non è una faccenda privata
della donna; è la formazione e lo sviluppo di un essere umano che ha pieno
diritto alla protezione legale. Quando questo viene minacciato di morte, si ha
non solo il diritto ma anche il dovere d'interferire nella vita della madre per
evitare l'omicidio del nascituro.
L'intimità
dell'utero non può dare alla madre una licenza di uccidere all'interno delle
sue pareti, così come l'intimità di una casa
non può dare al padrone un diritto di eseguire un omicidio dentro le sue mura.
I pompieri e la polizia violano a pieno diritto la proprietà privata, per
salvare la vita di persone che vi si trovano dentro, ad esempio abbattendo le
porte delle case in fiamme per soccorrere coloro che vi sono rimasti
imprigionati.
Se l'aborto viola le vostre convinzioni
morali e religiose, potete rifiutarlo. Ma non potete impedire ad altri di
ricorrervi. Perché mai la legge dovrebbe imporre una certa moralità pubblica,
violando l'autonomia delle coscienze e facendo decidere altri per loro?
Una
decisione resta personale solo nei limiti in cui si riferisce esclusivamente
agli interessi e ai diritti della persona che decide. Ma se coinvolge gli
interessi e i diritti esclusivi di altri, tale decisione non è più personale ma
delegata. Tuttavia nessuno può delegare un diritto che non gli appartiene,
tanto più se è primario come quello alla vita. La vita infatti appartiene
esclusivamente al suo Creatore e spetta a Lui, come il darla, così il
riprendersela; per cui nessuno può sopprimere un essere umano innocente, nemmeno
la madre.
Sopprimere
qualcuno in nome della libertà di gestire la propria vita privata, significa
annientare la stessa ragion d'essere di ogni vita privata: ossia la dignità
dell'uomo creato ad immagine di Dio. L'aborto, il massacro dei nascituri, non è
una scelta privata ma un crimine privato che grida vendetta davanti a Dio e
agli uomini, reclamando giustizia.
Come
sarebbe assurdo tollerare che certi genitori commettano abusi sessuali sui loro
figli, col pretesto che si tratta di una faccenda privata che avviene
all'interno della famiglia, così è assurdo tollerare che una donna sopprima il
figlio che porta in seno, col pretesto che si tratta di una faccenda privata
che avviene all'interno del suo utero. Dopo tutto, l'aborto è l'abuso per
eccellenza che una madre possa commettere verso suo figlio.
Perché i diritti di un feto in gestazione
dovrebbero prevalere su quelli di una donna adulta?
Vi
sono diverse categorie di diritti, che sono disuguali moralmente e giuridicamente;
i diritti primari o originari devono prevalere su quelli secondari o derivati.
Quello alla vita è il diritto primario e originario per eccellenza, senza il
quale non è possibile esercitare tutti gli altri; esso va dunque difeso più e
prima degli altri, che possono essergli sacrificati, se necessario, anche se
teoricamente legittimi.
Una
madre che vuole abortire pretende di esercitare un proprio diritto secondario e
derivato - quello di «gestire il proprio corpo» o di liberarsi da un «problema»
- sacrificandogli il diritto primario e originario - quello di vivere - non
proprio, ma altrui: cioè del figlio. Dunque ella pretende di ottenere un
proprio (discutibile) vantaggio facendolo però pagare al figlio, e al carissimo
prezzo della vita, realizzando così l'esatto rovescio del sacrificio materno.
Per questo la legge ha il dovere di vietare l'aborto: perché rovescia la
gerarchia dei diritti/doveri.
Ma la legge non dovrebbe almeno autorizzare
una eccezione: quella dell'aborto terapeutico, nel caso in cui la vita della
madre sia in pericolo?
Un medico che cura una donna incinta non ha
un solo paziente ma ne ha due: la madre e il figlio. Non c'è nulla di
«terapeutico» nel sopprimere volontariamente il secondo col pretesto di salvare la prima; uccidere non può costituire una
terapia. Il prof Charles Rice,
docente alla facoltà di Diritto dell'Università di Notre-Dame,
sostiene che «non esiste situazione in cui l'aborto sia medicalmente necessario
per salvare la vita della madre»(19).
Il dr. Roy Hefferman, della
Tufts University, ha dichiarato al Congresso dei
Chirurghi Americani: «Chiunque pratichi un aborto "terapeutico" o
ignora i moderni metodi di trattamento nei casi di complicanze nella
gravidanza, oppure non ha volontà di usarsene»(20).
Del
resto, il fine buono non giustifica l'uso di un mezzo cattivo: il sacrificio
diretto del nascituro non è mai giustificato, anche se viene fatto nella
presunzione di ottenerne un buon risultato. Non si può parlare invece di
omicidio quando, pur tentando il medico di salvare sia la madre che il figlio, quest'ultimo muore per il semplice fatto di essere il più
debole.
Perché mai la legge dovrebbe favorire la
vita del nascituro discriminando quella della madre già nata?
La
legge non può fare favoritismi discriminando una vita innocente rispetto ad
un'altra ugualmente innocente. Ma proprio per questo essa deve proibire
l'aborto, riflettendo il principio così saggiamente espresso da Papa Pio XII:
«La
vita umana innocente, quale che sia la sua situazione, dev'essere
tutelata, fin dal primo momento della sua nascita, da ogni attacco
volontariamente diretto. Questo principio si applica alla vita del nascituro
come a quella della madre.
La legge non dovrebbe permettere l'aborto
almeno in caso di violenza sessuale o d'incesto?
Una
donna che è vittima di violenza sessuale ha diritto di resistere al suo
aggressore. Ma il figlio che nascerà non è un aggressore, bensì la seconda
vittima innocente; egli quindi non può essere ucciso per rimediare alla colpa
commessa da suo padre (22). «Punire l'aggressore, non suo figlio!», osserva
giustamente Miriam Cain. «Lo Stato dovrebbe semmai
imporre la pena di morte ad ogni violentatore che ha commesso quel crimine, ma
non all'innocente bebè che ne è la conseguenza.
Aggiungere un secondo male al primo non produce un bene. Il figlio non deve
pagare per il crimine commesso dal padre»(23).
La legge non dovrebbe permettere l'aborto
almeno nel caso di un feto minorato, per evitargli l'infelicità di nascere
handicappato e per risparmiare alla madre il problema di un figlio privo della
«qualità della vita»?
Come abbiamo detto, la dignità dell'uomo non dipende dalla perfezione delle funzioni vitali; ne deriva che la «qualità della vita» non dipende dalla sanità o integrità delle funzioni fisiche o psicologiche della persona. Un handicappato, anche se grave, non cessa per questo di essere uomo e quindi di avere diritto alla vita; egli merita - sia prima che dopo la nascita - la stessa protezione legale garantita a tutti gli altri cittadini. Chi gli nega questa protezione fomenta una odiosa discriminazione che mina le basi della convivenza civile. Non esiste alcuna distinzione ragionevole tra il massacro dei nascituri e quello dei nati handicappati. Sopprimere un nascituro per via dei suoi handicap costituisce un autentico caso di eutanasia prenatale (25).
Giustamente Papa Giovanni Paolo II denuncia
quella «guerra dei potenti contro i deboli nella quale una vita, che dovrebbe
richiedere una maggiore accoglienza, viene considerata come inutile,
attribuendole un peso insopportabile, e pertanto viene rifiutata»(24) . Il dr. Eugene Diamond dichiara: «La
constatazione di anomalie genetiche durante la vita prenatale ha prodotto lo
stesso effetto della creazione di una zona franca in cui si può liberamente
tirare al bersaglio" (26)
L'argomento
che pretende giustificare l'aborto per garantire la «qualità della vita» non è
caritatevole bensì criminale: in nome della qualità, esso pretende di
sopprimere la vita per garantirne la «qualità». Inoltre esso costituisce una grave
illusione sulla possibilità di garantirsi tale «qualità». Il prof. Jerome Lejeune, noto genetista
francese, riferisce questa significativa confidenza fattagli da un suo collega
americano:
«Tanti
anni fa, mio padre era un medico ebreo che esercitava la professione a Brenau, in Austria. Un giorno nacquero nella sua clinica
due bebè. Uno era un maschio forte e di buona salute,
che emetteva potenti vagiti. L'altra era una femmina mongoloide, e i suoi
genitori erano tristi. Ho seguito la vita di questi due bebè
per quasi 50 anni. La bambina handicappata crebbe nella casa paterna e da
adulta fu in grado di prendersi cura della madre, colpita da un attacco
cardiaco, durante la sua lunga malattia. Non mi ricordo il nome di quella
bambina. Invece mi ricordo bene il nome del bambino sano, perché egli da grande
fece massacrare milioni di persone e morì in un bunker a Berlino. Il suo nome
era Adolf Hitler»(27).
L'embrione sembra mancare di tutto quello
che si attribuisce ad una persona umana: ragione. sentimenti, libertà,
indipendenza. Dato che la personalità si sviluppa progressivamente la legge non
dovrebbe considerare il nascituro come una persona solo in potenza?
Come
l'esistenza della natura umana non dipende dallo sviluppo delle proprie
potenzialità fisiche, così essa non dipende dallo sviluppo delle proprie
potenzialità psicologiche (come la «personalità»); tutte queste potenzialità
presuppongono l'esistenza della natura umana, ma non la costituiscono. Un uomo
è persona ben prima di svilupparsi una propria «personalità». Dunque non
possiamo discriminare i nati o i nascituri in base al loro grado di sviluppo
personale.
Se così non fosse, dato che la personalità viene conseguita solo gradualmente, in un processo che continua anche dopo il parto e arriva fino all'adolescenza, allora sarebbe lecito sopprimere non solo i nascituri ma anche i bambini e i fanciulli che risultassero «immaturi». La gravità dell'omicidio dipenderebbe dall'età della vittima: uccidere un bimbo di 3 anni, che non ha ancora raggiunto l'uso della ragione, non sarebbe un crimine paragonabile a quello di uccidere un fanciullo di 13 anni. Oppure la gravità dell'omicidio dipenderebbe dalla maturità e consapevolezza della vittima: i nascituri, le persone mentalmente o psicologicamente handicappate, i malati in coma e tutte le altre categorie di persone in qualche modo minorate, verrebbero arbitrariamente private del riconoscimento di personalità e quindi del diritto a vivere; diventerebbe allora lecito ucciderle, non appena risultassero di peso per i parenti o per la comunità. L'iniziale sofisma sulla «personalità» finirebbe così col giustificare non solo l'aborto ma anche l'infanticidio e l'eutanasia.
Del resto, si potrebbe anche dire che la
formazione della personalità non termina mai, per cui nessun essere umano
riuscirà a sviluppare completamente la propria personalità, diventando
perfetto. Resterà sempre una persona incompiuta, mancando sempre di qualche
elemento necessario per raggiungere questa pienezza. In ogni fase della vita
l'uomo ha bisogno di svilupparsi, che si tratti dello sviluppo intellettuale,
di quello educativo, di quello affettivo, di quello comunicativo, eccetera. Se
la personalità dipendesse dalla perfezione, si tratterebbe di un risultato mai
conseguibile, di un'autentica utopia.
Perché mai una legge «proibizionista»
dovrebbe obbligare la donna ad una maternità che non accetta?
Una
legge che proibisce l'aborto non
pretende certo di costringere la madre ad «accettare» un figlio indesiderato,
ma vuole solo impedire che questo rifiuto si traduca in un omicidio. Una volta
partorito, la donna può rifiutare il figlio facendolo adottare da qualcuno.
Comunque,
una donna incinta è già madre; il suo figlio già esiste. Come il corpo materno
provvede organicamente al bambino che ha in seno, così la psicologia della
donna deve adeguarsi alla realtà della maternità, accettando la responsabilità
della nuova vita che ha fatto sorgere.
Ma se la legge non permettesse l'aborto, le
donne non verrebbero costrette ad abortire clandestinamente, rischiando così la
vita?
Le
statistiche provano in maniera certa che, nei Paesi in cui l'aborto è stato
legalizzato con l'illusione di prevenire gli aborti clandestini, non solo il
numero di aborti ottenuti legalmente è aumentato in modo progressivo, ma il
numero di quelli clandestini non è diminuito.
Il
dr. Christophe Tieze, un abortista, ammette: «Benché lo scopo principale delle leggi
sull'aborto sia stato quello di ridurre l'incidenza degli aborti clandestini,
questo risultato non è stato raggiunto. Al contrario, apprendiamo da varie
fonti che gli aborti, sia legali che illegali, sono aumentati»(28).
Questo
non deve meravigliare. Le donne che desiderano nascondere la loro gravidanza,
ad esempio quando è frutto di un adulterio, preferiscono ricorrere alla
clandestinità, perché né un pubblico ospedale né una clinica privata
garantiscono quell'anonimato necessario per
nascondere la loro colpa. Inoltre le donne che desiderano abortire dopo il
termine massimo concesso dalla legge, per quanto permissiva, non possono farlo
apertamente e quindi ricorrono anch'esse alla clandestinità.
I ricchi potranno sempre permettersi di abortire illegalmente senza
rischi, mentre i poveri restano costretti a ricorrere ad una pericolosa e
umiliante clandestinità. Non bisognerebbe quindi evitare questa
discriminazione, concedendo ai poveri la «pari opportunità» di abortire con
l'assistenza dello Stato, sia medica che economica?
Permettere
ai poveri di sopprimere i loro figli non significa concedere loro una «pari
opportunità», ma semmai una «parità di crimine». Inoltre, il pubblico denaro
dovrebbe favorire la vita, non la morte; dovrebbe essere speso per aiutare i
figli dei poveri, non per sopprimerli. Come raccomanda il prof. Rice, «le sovvenzioni pubbliche dovrebbero cessare non solo
per gli aborti, ma anche per ogni attività organizzativa: che propaganda e
favorisce l'aborto. Nessuna di queste organizzazioni dovrebbe beneficiare di
vantaggi fiscali»(29).
Voi ammettete che certi aborti verrebbero
praticati anche se la legge tornasse a proibirli. Ma allora lo Stato non
dovrebbe rinunciare a promulgare divieti che non vengono rispettati?
Da
quando è possibile eliminare un male legalizzandolo? Vi sono leggi che
proibiscono di saccheggiare le banche, eppure queste non cessano di essere
prese di mira da bande armate. La rapina a una banca è un'attività traumatica e
pericolosa: clienti, personale e rapinatori possono morire durante l'assalto.
Allora lo Stato dovrebbe forse legalizzare il saccheggio delle banche,
assicurando una pacifica e incruenta «distribuzione» dei risparmi bancari a
beneficio dei rapinatori, illudendosi che costoro, accontentandosene, rientrino
nella «legalità»?
L'aborto
è un crimine ben più grave dell'assalto alle banche, perché quello che ruba -
la vita - è un bene ben più prezioso del denaro e inoltre non potrà mai più
essere restituito né compensato. Dovremmo allora legalizzare questo crimine
atroce?
La società e l'aborto
«Il bene
comune, scopo essenziale di una società organizzata, non può essere conseguito,
se il bene di ogni essere umano non viene promosso e difeso con forza. Ogni
persona va rispettata in tutti i suoi diritti, a cominciare da quello
fondamentale, che è il diritto alla vita». Papa Giovanni Paolo II (30)
E' vero che ogni figlio ha diritto a nascere accettato ed amato dai
genitori?
Ogni
figlio ha innanzitutto diritto a nascere, altrimenti non verrà accettato o
amato da nessuno. Dovrebbe anche nascere in una famiglia in cui sia accettato
ed amato; ma a questo ideale non si giunge permettendo di sopprimere i figli
indesiderati, ma togliendo le cause che contribuiscono al loro rifiuto.
Il
dr. Diamond, noto pediatra della Scuola Medica Stricht dell'Università di Loyola
(USA), osserva: «Molto viene fatto allo scopo di prevenire la nascita dei figli
indesiderati. Ma mi sembra che qui c'è una confusione. Essa consiste nel non
riuscire a distinguere tra il figlio indesiderato e la gravidanza indesiderata.
In 15 anni di esperienza nel campo del rapporto genitori-figli, ho solo
rarissimamente incontrato una madre che domandasse di sbarazzarla del figlio
una volta che l'aveva condotto dalla clinica a casa»(31).
Se
una madre non desidera o non è capace di allevare il figlio che ha messo al
mondo, l'alternativa moralmente accettabile non è quella dell'aborto bensì
quella dell'adozione. Lo slogan «ogni figlio è un figlio desiderato» è uno
slogan che significa che «ogni figlio non desiderato è un figlio soppresso».
Una società civile deve rifiutare un tale barbaro slogan.
Ma che fare della povera donna dei «terzo
mondo» che ha già tanti figli? Non ha forse ella un gran bisogno di ricorrere
all'aborto?
Questa
domanda nasconde il sofisma materialistico che possiamo chiamare «aborto
socio-economico». Proteggere le cosiddette «donne del terzo mondo», i poveri,
gli emarginati, i discriminati, spingendoli o (peggio ancora) costringendoli
all'aborto, come pretende di fare l'ONU, costituisce una flagrante
contraddizione. Non è possibile migliorare le condizioni di vita puntando sulla
promozione della morte. Incitare le povere donne del «terzo mondo» ad uccidere
i loro figli non è un esempio di filantropia bensì promozione del genocidio.
La
stessa scienza economica ci assicura che non sono i nascituri i responsabili
della fame, dell'emarginazione, della discriminazione. Al contrario, la
fertilità di un popolo può costituire uno dei fattori della sua ricchezza. E'
quindi del tutto ingiusto punire con la morte un bebè
accampando pretesti socio-economici. Piuttosto, la società internazionale è
obbligata a trovare una vera soluzione ai reali problemi del «terzo mondo».
Essa deve proteggere la vita nascente, senza ricorrere all'ipocrita espediente
di lavarsene le mani proponendo la falsa soluzione dell'aborto.
Perché i difensori della vita non
promuovono quella «educazione sessuale» che, puntando sulla contraccezione,
permetterebbe di evitare il ricorso all'aborto?
Spesso
si sente dire che la contraccezione porrebbe fine al dramma dell'aborto, e che
quindi lo Stato dovrebbe promuovere la pianificazione delle nascite; una
«educazione sessuale» dovrebbe insegnare agli adolescenti ad usare in modo
efficace i vari tipi di contraccezione, risolvendo così il problema delle
gravidanze indesiderate o eccedenti.
In
realtà, la contraccezione non costituisce un'alternativa all'aborto ma anzi ne
promuove l'accettazione e la diffusione. Essa infatti favorisce una mentalità
che ricerca il piacere e rifiuta il sacrificio, a qualunque costo; il figlio
viene visto come un peso, un problema, un ostacolo alla propria «libertà» ed «autorealizzazione». La contraccezione estingue nelle coppie
il desiderio di avere figli e la volontà di accoglierli. Pertanto, quando la
contraccezione fallisce od ostacola il piacere, le donne abortiscono senza
scrupoli. La mentalità contraccettista spinge dunque
a moltiplicare gli aborti invece di eliminarli. Al contrario, le coppie che
rifiutano la contraccezione sono molto meno facili a ricorrere all'aborto.
Ha
scritto Pedro Juan Viladrich: «La vita umana e le sue origini sono
naturalmente legate al comportamento sessuale della coppia umana. Quando la
coppia, per una qualunque ragione, disprezza la vita, essa banalizza il
rapporto sessuale; e quando questo è banalizzato, esso colpisce la vita
umana»(32).
Uno
Stato può legalizzare l'aborto, almeno a precise condizioni?
Lo Stato non ha diritto di legalizzare
l'aborto, con nessun pretesto e a nessuna condizione; non essendo padrone della
vita umana innocente, esso non può sacrificarla a beneficio di pretesi
interessi sociali o politici. Se legalizza l'aborto, lo Stato legalizza
l'omicidio e commette un peccato sociale, minando quelle stesse basi della
convivenza civile che dovrebbe tutelare. Il cittadino deve valutare una legge abortista come moralmente illecita e legalmente invalida,
alla quale ha tutto il diritto di obiettare in coscienza, di opporsi civilmente
e di chiederne l'abrogazione.
Non
cambia nulla il fatto che uno Stato legalizzi l'aborto per decisione
democratica di una qualche maggioranza, sia parlamentare che elettorale. La
volontà popolare, anche se autentica, non ha diritto di stabilire ciò che è
buono e giusto, né può trasformare il male in bene; essa può solo tollerare un
male inevitabile ma non può legalizzare un male, nemmeno col pretesto di evitarne
uno maggiore.
Afferma
Giovanni Paolo II: «Il valore della democrazia sta o cade con i valori ch'essa
incarna e promuove. Alla base di questi valori non possono esservi provvisorie
e mutevoli maggioranze di opinione, ma solo il riconoscimento di una legge
morale obiettiva che, in quanto legge naturale, è iscritta nel cuore dell'uomo
ed è punto di riferimento normativo della stessa legge civile. ( ... ) Quando
una maggioranza parlamentare o elettorale decreta la legittimità della
soppressione della vita umana non ancora nata, non assume forse una decisione
tirannica nei confronti dell'essere umano più debole e indifeso? ( ... )
Leggi di questo tipo non solo non creano
nessun obbligo di coscienza, ma sollevano piuttosto un grave e preciso obbligo
di opporsi ad esse». (Enciclica Evangelium vitae, nn. 70 e 73).
Ma se l'aborto è davvero un omicidio, come
può la società tollerare un tale genocidio di milioni di persone all'anno?
L'aborto
esiste fin dai primordi della storia umana. Come il peccato, esso ha radice
nella ribellione dell'uomo a Dio: dal Peccato originale commesso nell'Eden fino
alle miriadi di peccati commessi oggi in tutto il mondo. Ma se i nostri
antenati praticavano l'aborto o addirittura sacrificavano i loro figli a Moloch, le società civili cristiane dei secoli passati
hanno condannato l'aborto come un crimine commesso contro Dio e contro l'uomo.
La
nostra epoca atea e materialistica abbassa il nostro livello di civiltà al di
sotto di quello dei pagani, quando rifiuta l'eredità cristiana per inebriarsi
nella ricerca assoluta del piacere. L'idolo del piacere, come il Moloch dei tempi antichi, reclama sacrifici umani; e
l'aborto è un tipico esempio di come l'eros disordinato conduce a tanathos, alla morte e a quella forma di schiavitù che è il
peccato.
Afferma
Papa Giovanni Paolo li: «Reclamare il diritto all'aborto, all'infanticidio,
all'eutanasia, e inscrivere questi diritti nella legge, significa attribuire
alla libertà umana un significato malvagio e perverso: quello del potere
assoluto sugli altri e contro gli altri. Ma questo è la morte della vera
libertà: 'In verità, in verità vi dico: chiunque commette peccato ne diventa
schiavo" (Gv. 8, 34)»(33). Tuttavia, «cercando
le radici più profonde della lotta tra la cultura della vita e la cultura della
morte, non possiamo restringerle all'idea perversa di libertà. Dobbiamo
giungere al cuore della tragedia che l'uomo moderno sta vivendo: la perdita del
senso di Dio e quindi dell'uomo, tipica di un clima sociale e culturale
dominato dal secolarismo che, con i suoi tentacoli onnipresenti, riesce
talvolta a mettere alla prova le comunità cristiane. ( ... ) Quando il senso di
Dio è perso, si tende a perdere anche il senso dell'uomo, della sua dignità e
della sua vita»(34).
Conclusione
E
sia, io condanno e rifiuto l'aborto; preserverò la mia famiglia da questo
inganno e da questa piaga. Avrò così fatto tutto quanto è in mio dovere?
No:
preservare la propria famiglia non basta. Barricarsi nelle mura di casa non
servirà a nulla, se non forse a ritardare un poco la nostra rovina, perché la
cultura di morte penetra nelle nostre case, seduce le nostre anime e manipola
le nostre coscienze, specie quelle dei giovani, con le arti sopraffine
impiegate dai mass-media e dalla loro propaganda.
L'offensiva
della cultura di morte è sociale e quindi richiede una controffensiva sociale;
è il bene comune della società, ed anche quello della Chiesa, che sono
minacciati, per cui abbiamo il dovere d'impegnarci nel campo civile e religioso
in difesa della famiglia, della patria e della Chiesa. Bisogna affrontare il
problema alla radice e svellerne le cause. Queste cause sono innanzitutto
culturali, morali e spirituali. Bisogna innanzitutto denunciare la «cultura di
morte» nei suoi slogan, nei suoi sofismi, nelle sue seduzioni; poi bisogna
lottare contro i suoi promotori, i propagandisti, i complici. Bisogna anche
promuovere come alternativa la cultura della vita, che è in realtà la cultura
della verità, quella che si basa sul dogma cristiano e che si esprime nei più
nobili sentimenti morali e che si nutre delle virtù religiose e civili, specie
quelle che rendono possibile e amabile il sacrificio. Ad eros bisogna
sostituire l'autentico amore cristiano, a tanathos lo
spirito di sacrificio. Così facendo, potremo restaurare, con l'aiuto di Dio, le
basi della società cristiana, sconfiggendo i mostri del XX secolo che
vorrebbero dominare anche il XXI.
L'ora
della nostra prova è giunta. Nell'opporci all'aborto e difendere la vita,
dobbiamo usare l'eterno rimedio: ora et labora, prega e lotta. Noi dobbiamo pregare perché in
definitiva tutto dipende da Dio, ma anche lottare come se tutto dipendesse da
noi.
Note
l. Cfr. «Guardian Weekly», 19 agosto 1990
2. Per una
precisa comprensione, cfr. Thomas W. Hilgers e
3.
«Family planning perspectives» (Prospettive di pianificazione familiare),
marzo-aprile 1983, pp. 85 e 86.
4.
Myriam Cain, «Fight for life» (Lotta per la
vita), African Christian
Action, Città del Capo (Sudafrica) 1995,
p. 6;
5.
Ann Aschengrau Levin, «Ectopic pregnancy and prior induced abortion»
(Gravidanza ectopica e aborto indotto
medicalmente), 15 settembre 1987, p. 7.
6.
Vincent Rue & a., «A report on the psychological
aftermath of abortion» (Un
rapporto sui postumi dell'aborto), 15 settembre
1987, p. 7.
7.
«A man's viewpoint on abortion» (Il punto di vista di un uomo sull'aborto), su «Great Expectatives»,
autunno 1988, pp. 1 e 4.
8. Sally B. Olds & a., «Obstetric Nursing», Addison-Wesley
Publishing, MenIo Park 1980;
9. Keith L. Moore, «The developping
human: clinically oriented embriology» (L'essere umano nel suo sviluppo:
embriologia clinica),
Saunders, Philadelphia 1977.
10. Landrum B. Shuttles e David Rorvik, «Human life
begins at conception» (La vita umana comincia dal concepimento),
su «Rites ofLife», Zondervan Grand
Rapids 1983.
11 Ibidem.
12. E. Blecheshmidt,
«Human being from the very first» (Essere umano fin dall'autentico inizio), in: T. W.
Hilgers, «New
perspectives ... », cit., p. 10.
13. Bart T. Heffernan, «The early biography of every man» (La primordiale biografia di ogni uomo),
in: Thomas W. Hilgers e Dennis J. Horan, «Abortion and social justice» (L'aborto e la giustizia sociale), Sheed & Ward, New
York 1972, p. 4.
14. Bart T. Heffernan, op. cit., p.
7.
16. Ronald Reagan, «Abortion and the conscience of a nation», (L'aborto e la coscienza di una nazione),
su «Human Life
Review», a. XII, n. 2, primavera 1983, p. 13.
17. Jack e Barbara Willke, «Handbook on
abortion», Hayes Publishing, Cincinnati 1975, pp. 22-24.
18. Ronald Reagan, art. cit;, p. 9. Cfr. anche John T. Noonan jr: «The experience
of pain by the unborn» (L'esperienza del dolore nel nascituro),
cit. da T. W. Hilgers, «Newperspectives
... », cit., pp. 205-216.
19. Charles E. Rice, «50 questions on abortion, euthanasia and
related issues» (50 domande su
aborto, eutanasia e questioni annesse), Cashel Institute, Notre-Dame 1986, p. 37.
20. Cfr.
John L. Grady, «Abortion yes or no» (L'aborto sì o no), American
Opinion, Belmont s. d., p. 11.
22.
Charles E. Rice, «No exception: a pro~life
imperative» (Nessuna eccezione: l'imperativo pro-vita), Tyholland
Press, Notre-Dame 1990, p. 76.
24.
Papa Giovanni Paolo II, enciclica Evangelium vitae, n.
12.
25.
Cfr. Earl E. Appleby jr: «Prenatal
euthanasia: extermination
of persons» (L'eutanasia prenatale: sterminio di
persone), su «The Eternal
Call», a. 1 (199 1), n.
4, p. 12.
26.
Eugene F. Diamond, «This curette for
hire» (Questo raschiatoio è da lodare), ATCA Foundation, Chicago 1977, p. 68.
27.
Jack e Barbara Willke, «A genetique choice» (Una scelta genetica), su «Right to Life of G. Cincinnati Newsletter», gennaio 1996, p.
3.
28. Christhopher
Tietze, «Abortion
in Europe» (L'aborto in Europa),
cfr. E. Diamond, This curette for hire, cit., p. 102.
29. Charles E. Rice, «50 question on abortion ... », cit., p. 43.
30.
Papa Giovanni Paolo II, discorso del 16 aprile 1989.
31. Eugene Diamond, «This curette of hire», cit;, p. 83.
32. Pedro
Juan Viladrich, «Aborto e sociedade
permissiva», Quadrante, Sào Paulo 1987, p. 73.
33. Papa Giovanni Paolo 11,
enciclica Evangelium vitae, n. 20.
34.. Ibidem, n. 21.
Fonte: VOGLIO VIVERE - Anno
II, n° 8 - Agosto 2003