di Francesco Dal Mas
Per Enrico
Berti non c’è alcun dubbio. «I filosofi devono dare finalmente una risposta a
questa domanda: il concepito ha diritti o non ne ha?». Per lui «li ha». Berti è
titolare della cattedra di Storia della filosofia a Padova, socio
corrispondente dell’Accademia dei Lincei e componente del consiglio direttivo dell’Istituto Maritain. Numerose le opere che portano
la sua firma.
Ma come mai i filosofi sono rimasti
alla finestra in occasione del referendum?
«Per la verità, alcuni filosofi, il sottoscritto compreso, sono intervenuti.
Il referendum richiede, purtroppo, risposte molto semplici e non danno
l’opportunità migliore per sviscerare problemi così complessi».
Ma in questa circostanza referendaria era in gioco la
persona, con i suoi valori, il suo futuro; con la possibilità per l’uomo di
essere riprodotto tecnicamente. Se i filosofi sono i
custodi dell’umano, non dovevano farsi sentire con ben altra voce?
«Il problema posto dal referendum era se abrogare o non abrogare alcuni
articoli della legge 40. La parola “persona” non era presente nei testi. Per cui a rigore non era necessario mettersi a discutere il
concetto di persona, sicuramente importante per la filosofia, ma anche molto
controverso. Io ho preferito attenermi al testo della legge che parla
dei diritti del concepito. Anziché
discutere, quindi, della concezione di persona, i filosofi devono dare una
risposta a questa domanda: il concepito ha diritti o non ne ha?».
E li ha o non li ha?
«Certo che li ha. E siccome è possibile che il
Parlamento, nonostante il risultato del referendum, riprende la discussione
della legge per introdurre ritocchi o adeguamenti, inevitabilmente si riaprirà
il dibattito sui diritti del concepito. E per questo è prevedibile che i
filosofi siano nuovamente coinvolti».
Magari tentando di «accomodare»
l’opinione della maggioranza degli italiani?
«Ribadisco il mio pensiero: il concepito, in
quanto individuo vivente di specie umana, sicuramente ha dei diritti. Sarebbe
interessante approfondire per stabilire quali sono. Ma sicuramente li ha».
Proviamo a tradurre questa convinzione
in termini di necessaria tutela legislativa.
«Credo che sia difendibile, dal punto di vista
filosofico, la tesi che il concepito è un essere vivente di specie umana, e che
come tutti gli altri esseri viventi ha dei diritti. Allora mi pare giusto che
una legge che disciplina l’attività medicalmente assistita si preoccupi di salvaguardare questi diritti».
Non significa impedire la ricerca
scientifica, quella medica in particolare?
«Assolutamente no. In ogni caso, bisogna evitare
l’enfatizzazione dei rischi per l’uomo di essere prodotto tecnicamente, perché
potrebbero scattare atteggiamenti negativi nei confronti della scienza e della
tecnica. Noi continuamente facciamo ricorso alla
medicina per curare una quantità enorme di malattie, per fare trapianti di
organi. Quindi non sono condivisibili certi
pregiudizi».
Che per lei sono soltanto pregiudizi?
«Il problema non è di ridurre l’uomo a merce perché si ricorre a delle
tecniche. Il problema è di ricorrere alle tecniche senza violare i diritti. Di
nessuno: né della madre, né del padre, né del concepito».
Il clima attuale può dar ragione a Paul Ricoeur, il filosofo
francese recentemente scomparso, che già nel 1983 sosteneva che muore il
personalismo, ma ritorna la persona?
«Quest’affermazione contiene una verità incontestabile. Ed anch’io lo richiamata in diversi miei scritti. Il
personalismo, come corrente filosofica che metteva la persona al centro
dell’intera realtà è morto. Ed è morto perché non ha saputo usare
argomenti validi contro le critiche che gli venivano
mosse soprattutto dalla filosofia analitica anglo-americana. Tuttavia
la persona, come diceva Ricoeur, continua ad essere
il miglior candidato al ruolo di titolare dei diritti umani. Anche
È davvero sufficiente quanto
«No, per la verità dice troppo poco. Si limita a menzionare la dignità
della persona, senza spiegare bene in che cosa consiste. Forse non è nemmeno il
compito, questo, di una carta costituzionale. Tuttavia c’è il pericolo che
rifiutando l’idea di Europa e di una costituzione
europea si rifiutino anche i valori che nella Carta sono affermati. E che sono irrinunciabili».