Intervista al filosofo Enrico Berti (28 giugno 2005)
Un diritto da concepire

di Francesco Dal Mas

Per Enrico Berti non c’è alcun dubbio. «I filosofi devono dare finalmente una risposta a questa domanda: il concepito ha diritti o non ne ha?». Per lui «li ha». Berti è titolare della cattedra di Storia della filosofia a Padova, socio corrispondente dell’Accademia dei Lincei e componente del consiglio direttivo dell’Istituto Maritain. Numerose le opere che portano la sua firma.

Ma come mai i filosofi sono rimasti alla finestra in occasione del referendum?
«Per la verità, alcuni filosofi, il sottoscritto compreso, sono intervenuti
. Il referendum richiede, purtroppo, risposte molto semplici e non danno l’opportunità migliore per sviscerare problemi così complessi».

Ma
in questa circostanza referendaria era in gioco la persona, con i suoi valori, il suo futuro; con la possibilità per l’uomo di essere riprodotto tecnicamente. Se i filosofi sono i custodi dell’umano, non dovevano farsi sentire con ben altra voce?
«Il problema posto dal referendum era se abrogare o non abrogare alcuni articoli della legge 40. La parola “persona” non era presente nei testi. Per cui a rigore non era necessario mettersi a discutere il concetto di persona, sicuramente importante per la filosofia, ma anche molto controverso. Io ho preferito attenermi al testo della legge che parla dei diritti del concepito. Anziché discutere, quindi, della concezione di persona, i filosofi devono dare una risposta a questa domanda: il concepito ha diritti o non ne ha?».

E li ha o non li ha?

«Certo che li ha. E siccome è possibile che il Parlamento, nonostante il risultato del referendum, riprende la discussione della legge per introdurre ritocchi o adeguamenti, inevitabilmente si riaprirà il dibattito sui diritti del concepito. E per questo è prevedibile che i filosofi siano nuovamente coinvolti».

Magari tentando di «accomodare» l’opinione della maggioranza degli italiani?
«Ribadisco il mio pensiero: il concepito, in quanto individuo vivente di specie umana, sicuramente ha dei diritti. Sarebbe interessante approfondire per stabilire quali sono. Ma sicuramente li ha».

Proviamo a tradurre questa convinzione in termini di necessaria tutela legislativa.
«Credo che sia difendibile, dal punto di vista filosofico, la tesi che il concepito è un essere vivente di specie umana, e che come tutti gli altri esseri viventi ha dei diritti. Allora mi pare giusto che una legge che disciplina l’attività medicalmente assistita si preoccupi di salvaguardare questi diritti».

Non significa impedire la ricerca scientifica, quella medica in particolare?
«Assolutamente no. In ogni caso, bisogna evitare l’enfatizzazione dei rischi per l’uomo di essere prodotto tecnicamente, perché potrebbero scattare atteggiamenti negativi nei confronti della scienza e della tecnica. Noi continuamente facciamo ricorso alla medicina per curare una quantità enorme di malattie, per fare trapianti di organi. Quindi non sono condivisibili certi pregiudizi».

Che per lei sono soltanto pregiudizi?

«Il problema non è di ridurre l’uomo a merce perché si ricorre a delle tecniche. Il problema è di ricorrere alle tecniche senza violare i diritti. Di nessuno: né della madre, né del padre, né del concepito».

Il clima attuale può dar ragione a Paul Ricoeur, il filosofo francese recentemente scomparso, che già nel 1983 sosteneva che muore il personalismo, ma ritorna la persona?
«Quest’affermazione contiene una verità incontestabile. Ed anch’io lo richiamata in diversi miei scritti. Il personalismo, come corrente filosofica che metteva la persona al centro dell’intera realtà è morto. Ed è morto perché non ha saputo usare argomenti validi contro le critiche che gli venivano mosse soprattutto dalla filosofia analitica anglo-americana. Tuttavia la persona, come diceva Ricoeur, continua ad essere il miglior candidato al ruolo di titolare dei diritti umani. Anche la Carta europea approvata a Nizza nel 2000 parla della dignità della persona. La stessa Costituzione europea richiama la dignità della persona. Questo conferma che la nozione migliore a cui si può fare ricorso per giustificare i diritti umani è ancora la nozione di persona».

È davvero sufficiente quanto la Carta costituzionale dice della persona e della sua dignità?
«No, per la verità dice troppo poco. Si limita a menzionare la dignità della persona, senza spiegare bene in che cosa consiste. Forse non è nemmeno il compito, questo, di una carta costituzionale. Tuttavia c’è il pericolo che rifiutando l’idea di Europa e di una costituzione europea si rifiutino anche i valori che nella Carta sono affermati. E che sono irrinunciabili».