La provocazione (17 giugno 2005)
Persona senza pensiero

di Vittorio Possenti

Il recente referendum, ruotante attorno allo statuto del concepito, può essere occasione di indagine sull'uomo e sul tasso di umanesimo presente nella nostra società. È giusto cercarlo nelle sentinelle della cultura, fra i filosofi cui, certo senza esclusività, dovrebbe essere affidata la custodia dell'umano.

Ci interrogheremo al riguardo, senza dimenticare l'altro nucleo essenziale in gioco: se l'uomo possa essere prodotto e selezionato tecnicamente e le implicazioni di ciò. Rimanendo valide le riserve sulla congruità dello strumento referendario per problemi di tanta difficoltà, le quattro questioni possedevano radicali implicazioni antropologiche: si trattava di te, uomo, nonostante la quantità di fumo sparso con diligente ipocrisia dai media. Che l'embrione, secondo la legge sottoposta a giudizio, abbia diritti pari a quelli dell'adulto o sia invece un mero grumo di cellule, un «signor nessuno» di cui si può disporre a piacimento, tale era il nodo del dibattito che rendeva il referendum diverso dai precedenti, compreso quello sull'aborto.

In questo si chiedeva di regolamentare o meno mediante la legge dello Stato una pratica e una piaga già presenti. Viceversa la proposta referendaria fallita intendeva procedere ad un obiettivo inedito ed innovativo, anche se non sempre dichiarato: rimuovere gli ostacoli che limitano gli interventi manipolatori sull'embrione e le sorgenti della vita, senza alcuna garanzia che questo cammino sia saggio e non invece carico di rischi, specialmente quelli di passare alla produzione tecnica dell'uomo e all'eugenetica selettiva. Nella Fivet accade il capovolgimento di un versetto del Credo: invece di genitus, non factus vale il factus, non genitus o procreatus. È saggio concedere che l'uomo possa venire prodotto in provetta solo perché la tecnica lo rende possibile?

Il referendum si inserisce in una battaglia sulla persona nel XX secolo, epoca in cui è stata attiva la scuola del pe rsonalismo, che ha posto con forza il problema della persona in un'epoca in cui nazismo e comunismo la negavano. Ha scritto Ricoeur: «muore il personalismo, ritorna la persona», a indicare che non è un nome ma un filone di attenzione quello che conta. In tal senso le domande sulla persona, fondamentali nel 900, sono lungi dall'aver esaurito la loro spinta dinamica e anche nel XXI secolo giocheranno un ruolo decisivo, man mano che il «principio-persona» si estenderà ad aree di civiltà nelle quali è ancora debole. Se pensiamo all'impatto rivoluzionario che potrà esercitare nell'area cinese e in quella indiana, realizziamo la capacità di espansione che può esplicare. Nel referendum era in gioco la portata del «principio-persona», contro cui il fuoco di sbarramento è stato intenso. Qui il pensiero dei filosofi sembra perlopiù essere mancato all'appuntamento, rischiando di non intendere il senso dell'uguaglianza umana.

La persona è qualcosa di originale e primitivo: la chiarificazione della sua modalità d'essere è di pertinenza della metafisica, la cui ricerca ontologica è più originaria e radicale di quella delle scienze positive. Al vertice delle varie forme di esistenza sta la persona e la pari dignità che introduce fra gli esseri umani. Nella Dichiarazione di Indipendenza americana (4 luglio 1776) leggiamo: tutti gli uomini sono creati uguali. Proposizione valida, ma allora falsificata dal fatto che africani, schiavi, donne, le parti deboli della società del tempo, ne erano esclusi. Due secoli dopo la validità ideale è diventata reale e i diritti di quelle categorie riconosciuti. Il sentiero dei diritti va nel senso di riconoscerli a tutti gli esseri umani, estendendo la loro fruizione a coloro che in un certo momento ne erano privi perché deboli, inapparenti o ritenuti inferiori. Entro questo cammino si pone la legge 40, nell'articolo cardinale che riconosce parità di diritti fra il concepito e l'adulto.

Il personalismo deve oggi essere presente nelle nuove condizioni in cui le biotecnologie pongono il nostro vivere. Per lunghe epoche la politica e il diritto conoscevano solo l'esistenza umana che iniziava con la nascita e terminava con la morte. Oggi sappiamo meglio che la vita umana non comincia con la nascita ma col concepimento: nascere e morire non sono più gli estremi dell'esistenza, che invece divengono il concepimento e la morte. Di conseguenza filosofia, politica, diritto sono chiamati a nuovi compiti, se vogliamo evitare che l'uomo come prodotto della tecnica si muti facilmente nell'uomo come merce nel mercato ed entri in un processo di oggettivazione.

Quale è la dose di personalismo e di rispetto della persona nella filosofia italiana? Sta forse facendosi strada un qualche nichilismo antropologico, che propende ad affidarsi alla tecnica? Un segnale pesante proviene da un manifesto di accademici e scienziati che stigmatizza «l'assurda idea che l'embrione sia persona dal concepimento». Analoga posizione in Cacciari: «Sostenere che l'embrione umano deve essere trattato come una persona è un'assurdità». Una sottile volontà di potenza verso il debole e l'inapparente sembra presente in Vattimo, per cui l'embrione umano non è persona «perché non può rivendicare i propri diritti»: solo chi ha la forza di rivendicare i diritti ne può fruire? Non spettano essi all'essere umano come tale, oppure sono «editti di tolleranza revocabili» soggetti alla volontà del forte di turno, per cui l'esser persona esiste in virtù della statuizione imperativa della legge positiva?

«Solo a partire dalla statuizione della legge esiste "diritto" e "torto"... Parlare in sé di diritto e torto è cosa priva di ogni senso», scriveva Nietzsche e non c'è niente da aggiungere. Severino si è dichiarato a favore dei 4 sì, aggiungendo: «Voterò sì, in senso laico e nel senso dell'alleanza con la cultura filosofica e scientifica del nostro tempo», una dichiarazione sorprendente, poiché per lui la scienza-filosofia del nostro tempo è portatrice del supr emo errore che il suo pensiero instancabilmente denuncia.

Cito infine i dubbi sulla categoria di umanesimo, ripresi da P. Sloterdijk (in Regole per il parco umano), dove si indaga sulla pianificazione della nostra specie e sulla sostituzione della produzione artificiale dell'uomo alla procreazione. Forse i filosofi sono in ritardo sulla persona. Il principio del suo rispetto, che sembra un criterio ecumenico, lo è soltanto a parole, poiché si applica in maniera piena solo al nato. Una cultura positivistica e scientistica che recupera temi ottocenteschi sembra incapace di pensare se non nel quadro dei paradigmi della scienza-tecnica, o entro il criterio di utilità per cui il fine, buono in ipotesi, rende irrilevante il mezzo.

Le contraddizioni provenienti dall'accostamento fra positivismo e decisionismo sono oggi più preoccupanti di un tempo per il crescente potere di disposizione sull'uomo che proviene dalla scienza. Chi «addomestica» l'uomo, se il personalismo viene allontanato? Forse l'antropotecnica con le sue regole per il «parco umano»?