di Vittorio Possenti
Il recente referendum,
ruotante attorno allo statuto del concepito, può essere occasione di indagine sull'uomo e sul tasso di umanesimo presente
nella nostra società. È giusto cercarlo nelle sentinelle
della cultura, fra i filosofi cui, certo senza esclusività, dovrebbe
essere affidata la custodia dell'umano.
Ci interrogheremo al riguardo, senza dimenticare
l'altro nucleo essenziale in gioco: se l'uomo possa essere prodotto e selezionato
tecnicamente e le implicazioni di ciò. Rimanendo valide le riserve sulla
congruità dello strumento referendario per problemi di tanta difficoltà, le
quattro questioni possedevano radicali implicazioni antropologiche: si trattava
di te, uomo, nonostante la quantità di fumo sparso con diligente ipocrisia dai media. Che l'embrione, secondo la legge sottoposta a
giudizio, abbia diritti pari a quelli dell'adulto o
sia invece un mero grumo di cellule, un «signor nessuno» di cui si può disporre
a piacimento, tale era il nodo del dibattito che rendeva il referendum diverso
dai precedenti, compreso quello sull'aborto.
In questo si chiedeva di regolamentare o meno mediante la legge dello Stato una
pratica e una piaga già presenti. Viceversa la proposta referendaria fallita
intendeva procedere ad un obiettivo inedito ed innovativo, anche se non sempre
dichiarato: rimuovere gli ostacoli che limitano gli interventi manipolatori
sull'embrione e le sorgenti della vita, senza alcuna garanzia che questo
cammino sia saggio e non invece carico di rischi, specialmente quelli di
passare alla produzione tecnica dell'uomo e all'eugenetica
selettiva. Nella Fivet accade il capovolgimento
di un versetto del Credo: invece di genitus,
non factus vale il factus,
non genitus o procreatus.
È saggio concedere che l'uomo possa venire prodotto in provetta solo perché la
tecnica lo rende possibile?
Il referendum si inserisce in una battaglia sulla
persona nel XX secolo, epoca in cui è stata attiva la scuola del pe rsonalismo, che ha posto con
forza il problema della persona in un'epoca in cui nazismo e comunismo la
negavano. Ha scritto Ricoeur: «muore il personalismo,
ritorna la persona», a indicare che non è un nome ma
un filone di attenzione quello che conta. In tal senso le domande sulla
persona, fondamentali nel 900, sono lungi dall'aver
esaurito la loro spinta dinamica e anche nel XXI secolo giocheranno un ruolo
decisivo, man mano che il «principio-persona» si estenderà ad aree di civiltà
nelle quali è ancora debole. Se pensiamo all'impatto rivoluzionario che potrà
esercitare nell'area cinese e in quella indiana,
realizziamo la capacità di espansione che può esplicare. Nel referendum era in
gioco la portata del «principio-persona», contro cui
il fuoco di sbarramento è stato intenso. Qui il pensiero dei filosofi sembra
perlopiù essere mancato all'appuntamento, rischiando di non intendere il senso
dell'uguaglianza umana.
La persona è qualcosa di originale e primitivo: la
chiarificazione della sua modalità d'essere è di pertinenza della metafisica,
la cui ricerca ontologica è più originaria e radicale di quella delle scienze
positive. Al vertice delle varie forme di esistenza
sta la persona e la pari dignità che introduce fra gli esseri umani. Nella Dichiarazione di Indipendenza
americana (4 luglio 1776) leggiamo: tutti gli uomini sono creati
uguali. Proposizione valida, ma allora falsificata dal fatto che africani,
schiavi, donne, le parti deboli della società del tempo, ne erano
esclusi. Due secoli dopo la validità ideale è diventata reale e i diritti di
quelle categorie riconosciuti. Il sentiero dei diritti va nel senso di
riconoscerli a tutti gli esseri umani, estendendo la loro fruizione
a coloro che in un certo momento ne erano privi perché deboli, inapparenti o ritenuti inferiori. Entro questo cammino si
pone la legge 40, nell'articolo cardinale che riconosce parità di diritti fra
il concepito e l'adulto.
Il personalismo deve oggi essere presente nelle nuove condizioni in cui le
biotecnologie pongono il nostro vivere. Per lunghe epoche la politica e il
diritto conoscevano solo l'esistenza umana che iniziava con la nascita e
terminava con la morte. Oggi sappiamo meglio che la vita umana non comincia con
la nascita ma col concepimento: nascere e morire non sono più gli estremi dell'esistenza,
che invece divengono il concepimento e la morte. Di conseguenza filosofia,
politica, diritto sono chiamati a nuovi compiti, se
vogliamo evitare che l'uomo come prodotto della tecnica si muti facilmente
nell'uomo come merce nel mercato ed entri in un processo di oggettivazione.
Quale è la dose di personalismo e di rispetto della persona nella filosofia
italiana? Sta forse facendosi strada un qualche
nichilismo antropologico, che propende ad affidarsi alla tecnica? Un segnale
pesante proviene da un manifesto di accademici e
scienziati che stigmatizza «l'assurda idea che l'embrione sia persona dal
concepimento». Analoga posizione in Cacciari:
«Sostenere che l'embrione umano deve essere trattato come una persona è un'assurdità». Una sottile volontà di potenza
verso il debole e l'inapparente sembra presente in Vattimo, per cui l'embrione umano
non è persona «perché non può rivendicare i propri diritti»: solo chi ha la
forza di rivendicare i diritti ne può fruire? Non spettano essi all'essere
umano come tale, oppure sono «editti di tolleranza revocabili» soggetti alla
volontà del forte di turno, per cui l'esser persona
esiste in virtù della statuizione imperativa della legge positiva?
«Solo a partire dalla statuizione della legge esiste
"diritto" e "torto"... Parlare in sé di diritto e torto è
cosa priva di ogni senso», scriveva Nietzsche e non
c'è niente da aggiungere. Severino si è dichiarato a favore dei 4 sì,
aggiungendo: «Voterò sì, in senso laico e nel senso
dell'alleanza con la cultura filosofica e scientifica del nostro tempo», una
dichiarazione sorprendente, poiché per lui la scienza-filosofia del nostro
tempo è portatrice del supr emo
errore che il suo pensiero instancabilmente denuncia.
Cito infine i dubbi sulla categoria di umanesimo,
ripresi da P. Sloterdijk (in Regole per il parco
umano), dove si indaga sulla pianificazione della nostra specie e sulla
sostituzione della produzione artificiale dell'uomo alla procreazione. Forse i
filosofi sono in ritardo sulla persona. Il principio del suo rispetto, che
sembra un criterio ecumenico, lo è soltanto a parole, poiché si applica in
maniera piena solo al nato. Una cultura positivistica
e scientistica che recupera temi ottocenteschi sembra
incapace di pensare se non nel quadro dei paradigmi
della scienza-tecnica, o entro il criterio di utilità per cui il fine, buono in
ipotesi, rende irrilevante il mezzo.
Le contraddizioni provenienti dall'accostamento fra positivismo e decisionismo
sono oggi più preoccupanti di un tempo per il crescente potere di disposizione
sull'uomo che proviene dalla scienza. Chi «addomestica» l'uomo, se il
personalismo viene allontanato? Forse l'antropotecnica con le sue regole per il «parco umano»?