Intervista a Francesco Botturi (01 luglio 2005)
«Nasconde il potere l'idolo della libertà»

di Alessandro Zaccuri

Anche per Francesco Botturi, ordinario di Antropologia filosofica alla Cattolica di Milano, siamo soltanto agli inizi. E non è detto che sia un male. «Incalzati dalla tecnologia, stiamo rimettendo in discussione i princìpi fondamentali della nostra civiltà. Partendo da questioni come la bioetica, l’ambiente, la legittimità della guerra, per giungere a interrogarci sulla stessa democrazia. Ma proprio l’infittirsi di questioni intorno alla natura umana finisce, in modo indiretto, per darne attestazione. In un certo senso, quanto più ci si allontana dall’uomo, tanto più ci si interroga sull’umano. Non dimentichiamo, del resto, che la "controversia sull’humanum" ha rappresentato uno dei grandi temi del pontificato di Giovanni Paolo II, che già nel 1980 denunciava l’affievolirsi di quella che definiva, con un’espressione bellissima, "l’ambizione di essere uomo"».

Tradotto nel linguaggio delle ultime settimane, è il tramonto della persona?
«Sì, ma in un contesto di crisi reso ancora più complesso dal fatto che tutti i valori vengono messi in discussione, tranne uno: la libera scelta. Su questo è impossibile discutere, lo abbiamo visto bene alla vigilia dei referendum sulla fecondazione assistita, quando l’unico argomento a sostegno della cosiddetta morale etica era rappresentato appunto dalla "libertà di scelta", continuamente invocata in modo formalistico e astratto».

Perché parla di formalismo?
«Perché la libertà di scelta non può basarsi soltanto su se stessa, altrimenti assume caratteristiche totalitarie e, come abbiamo avuto modo di sperimentare, molto aggressive. Tutto questo accade per un motivo ben preciso: chi si appella alla libertà di scelta, ambisce in realtà al potere di scelta. La stessa tecnologia, in ultima analisi, non è altro che un "poter fare". L’idolo della libertà è, a tutti gli effetti, l’idolo del potere».

Con quali conseguenze?
«Anzitutto che il più debole è considerato perdente in partenza. Il rifiuto a riconoscere all’embrione lo statuto di persona lo dimostra con estrema evidenza: c’è un desiderio sempre più forte di farla finita con l’idea di uomo così come l’abbiamo finora conosciuta. E nello stesso tempo questo impianto concettuale manifesta una straordinaria fragilità. Al di là di ogni possibile valutazione politica, rimane indubbio che in occasione dei referendum, in modo più o meno lucido, sia prevalsa un’insoddisfazione verso la pretesa di elevare la libertà di scelta a criterio decisivo».

Una considerazione che vale soltanto per la bioetica?
«Al contrario, si tratta di uno snodo assai delicato per la stessa democrazia. Se assumiamo la libertà di scelta come fondamento della convivenza, dimentichiamo che uno Stato democratico si basa per definizione su una visione contraria all’individualismo. A rigor di termini, anzi, qualsiasi spinta individualistica è una minaccia per il bene comune. Per ottenere il quale abbiamo l’obbligo di pervenire alla massima convergenza possibile, certo, ma senza cedere alla logica del compromesso a tutti i costi. Il tema della tutela dell’embrione ci ricorda appunto che ci sono casi in cui il compromesso è improponibile: o si è persona oppure non lo si è, impossibile uscirne altrimenti».

Neppure invocando il criterio del «si può ma non si deve» suggerito da Veca?
«Non mi pare che un ragionamento di questo tipo possa risultare convincente in termini giuridici. La legge infatti non ha il compito di assicurare la facoltà di esprimere una preferenza, non importa quanto legittima o bizzarra. Il suo obiettivo consiste piuttosto nel farsi carico delle conseguenze che una scelta investe per la totalità sociale. In concreto, se permettiamo di sopprimere un embrione, permettiamo che sia soppresso un essere umano. E tutto questo in nome di un utilitarismo che non ha altra ragion d’essere se non la soddisfazione di una preferenza individuale».