di Edoardo Castagna
«Il
concetto di persona è al centro delle analisi cattoliche da almeno cinquant’anni». Carmelo Vigna, docente di Filosofia morale
a Venezia, rivendica una lunga tradizione di pensiero, ma al tempo stesso sottolinea che oggi dobbiamo riportarla a sfide nuove: «Gli
scenari sono cambiati, e il concetto di persona si deve confrontare con la globalizzazione e con la bioetica».
Come interpretare, professor Vigna, le
divisioni emerse dal dibattito sull’embrione?
«Sul tema della manipolazione della vita – che riguarda soltanto
l’Occidente, il Sud del mondo ha ben altri problemi – è stato difficile
intendersi perché l’esserci di un individuo umano nell’embrione non è una cosa
che salta immediatamente all’occhio. In Occidente la
scarsa visibilità fisica è un problema, perché la nostra comprensione del mondo
è dominata da ciò che è visibile».
Il concetto di persona può aiutarci a uscire dal vicolo cieco?
«Sì, anche perché funziona da raccordo tra i cattolici e tutti coloro che
hanno a cuore ogni essere umano. Per esempio gli "atei
devoti", che condividono l’idea kantiana dell’uomo – sempre fine e mai
mezzo. Un’alleanza inattesa e non priva di equivoci:
su altre questioni etiche le loro posizioni sono inconciliabili con le nostre,
soprattutto quando eccedono in conservatorismo».
L’embrione allora è già persona?
«Certo non è solo una cellula: se non fosse già anche qualcos’altro, non
potrebbe diventare nulla. Dobbiamo applicare correttamente il concetto
aristotelico di potenza, che non si vede ma già c’è.
Negare la potenza significherebbe non capire niente del nostro mondo, in
continuo divenire».
Eppure c’è stato chi si è appellato
proprio alla potenza per negare il diritto alla vita dell’embrione...
«Ma è una
lettura sbagliata di Aristotele. La potenza non è un’oscillazione tra l’essere
e il non essere, ma tra un modo dell’essere e un
altro».
È per questo che non si può limitare il
concetto di persona alle funzioni che la caratterizzano?
«Il funzionalismo ha molte pecche. Non spiega come dobbiamo considerare i
neonati o i malati, e poi è insensato dire che ciò che
caratterizza la persona è, per esempio, il parlare. E
quando stiamo zitti? La chiave non è il parlare – funzione – ma il poter
parlare – potenza. Come essere umano, l’embrione è
atto; come bambino che parla, è potenza. Anche qui evitiamo la riduzione
all’apparire immediato».
Allora il concetto di persona non
deriva da particolare condizioni storiche?
«Ma no, il pensiero, la parola sono cose che ci sono sempre. Il concetto di
storicità, correttamente inteso, è il divenire. Cioè
il passaggio da potenza ad atto».
Su questi temi si troverà mai un punto
d’incontro tra credenti e non credenti?
«È inevitabile che ci siano luoghi di scontro, ma si può anche facilmente
convenire, per esempio, nel considerare l’uomo come fine. Un’etica comune non si inventa in astratto: si trova in ciò che c’è già. Ormai è
assodato che un’etica universale esiste, con principi ai quali credono gli
uomini di ogni cultura: figuriamoci se non esiste una
morale comune dell’Europa o dell’Italia».
I cattolici sono stati anche accusati
di voler imporre lo Stato etico, dove le scelte morali di una parte vengono
imposte a tutti i cittadini.
«Lo Stato etico va evitato e anche i cattolici non devono confondere sfera
etica e sfera giuridica. Ma non è vero che vogliono imporsi: la stessa legge
40, per esempio, non è affatto la trascrizione
dell’etica cattolica. Quello dello Stato etico è solo un fantasma agitato
politicamente».