Intervista al filosofo Carmelo Vigna (20 luglio 2005)
«L'accordo è possibile se l'uomo è inteso come fine»

di Edoardo Castagna

«Il concetto di persona è al centro delle analisi cattoliche da almeno cinquant’anni». Carmelo Vigna, docente di Filosofia morale a Venezia, rivendica una lunga tradizione di pensiero, ma al tempo stesso sottolinea che oggi dobbiamo riportarla a sfide nuove: «Gli scenari sono cambiati, e il concetto di persona si deve confrontare con la globalizzazione e con la bioetica».

Come interpretare, professor Vigna, le divisioni emerse dal dibattito sull’embrione?
«Sul tema della manipolazione della vita – che riguarda soltanto l’Occidente, il Sud del mondo ha ben altri problemi – è stato difficile intendersi perché l’esserci di un individuo umano nell’embrione non è una cosa che salta immediatamente all’occhio. In Occidente la scarsa visibilità fisica è un problema, perché la nostra comprensione del mondo è dominata da ciò che è visibile».

Il concetto di persona può aiutarci a uscire dal vicolo cieco?
«Sì, anche perché funziona da raccordo tra i cattolici e tutti coloro che hanno a cuore ogni essere umano. Per esempio gli "atei devoti", che condividono l’idea kantiana dell’uomo – sempre fine e mai mezzo. Un’alleanza inattesa e non priva di equivoci: su altre questioni etiche le loro posizioni sono inconciliabili con le nostre, soprattutto quando eccedono in conservatorismo».

L’embrione allora è già persona?
«Certo non è solo una cellula: se non fosse già anche qualcos’altro, non potrebbe diventare nulla. Dobbiamo applicare correttamente il concetto aristotelico di potenza, che non si vede ma già c’è. Negare la potenza significherebbe non capire niente del nostro mondo, in continuo divenire».

Eppure c’è stato chi si è appellato proprio alla potenza per negare il diritto alla vita dell’embrione...
«Ma
è una lettura sbagliata di Aristotele. La potenza non è un’oscillazione tra l’essere e il non essere, ma tra un modo dell’essere e un altro».

È per questo che non si può limitare il concetto di persona alle funzioni che la caratterizzano?
«Il funzionalismo ha molte pecche. Non spiega come dobbiamo considerare i neonati o i malati, e poi è insensato dire che ciò che caratterizza la persona è, per esempio, il parlare. E quando stiamo zitti? La chiave non è il parlare – funzione – ma il poter parlare – potenza. Come essere umano, l’embrione è atto; come bambino che parla, è potenza. Anche qui evitiamo la riduzione all’apparire immediato».

Allora il concetto di persona non deriva da particolare condizioni storiche?
«Ma no, il pensiero, la parola sono cose che ci sono sempre. Il concetto di storicità, correttamente inteso, è il divenire. Cioè il passaggio da potenza ad atto».

Su questi temi si troverà mai un punto d’incontro tra credenti e non credenti?
«È inevitabile che ci siano luoghi di scontro, ma si può anche facilmente convenire, per esempio, nel considerare l’uomo come fine. Un’etica comune non si inventa in astratto: si trova in ciò che c’è già. Ormai è assodato che un’etica universale esiste, con principi ai quali credono gli uomini di ogni cultura: figuriamoci se non esiste una morale comune dell’Europa o dell’Italia».

I cattolici sono stati anche accusati di voler imporre lo Stato etico, dove le scelte morali di una parte vengono imposte a tutti i cittadini.
«Lo Stato etico va evitato e anche i cattolici non devono confondere sfera etica e sfera giuridica. Ma non è vero che vogliono imporsi: la stessa legge 40, per esempio, non è affatto la trascrizione dell’etica cattolica. Quello dello Stato etico è solo un fantasma agitato politicamente».