Idee (05 luglio 2005)
Filosofi sospesi fra anima e Dna

di Vittorio Possenti

A qualche tempo dal referendum gli animi sono forse più disponibili a riprendere la riflessione con pacatezza: la condizione della bioetica, nonostante il convergere su di essa di tante attenzioni, appare precaria per la difficoltà a fare emergere evidenze condivise. L’urgenza di trovare soluzioni ai dilemmi suscitati dal progresso delle tecnologie, ha il suo peso nell’indirizzare verso elaborazioni precipitose. In questo quadro assume valore emblematico il tema dell’embrione umano, in cui si combinano la sua inapparenza, il suo ridursi a qualcosa di quantitativamente minimo, e il costituire un crocevia imprescindibile, perché in esso ne va della comprensione dell’uomo e della vita. E con la questione dell’embrione la domanda sulla persona.

Se l’idea che si debba rispettare la persona risulta universalmente accettata (è una sorta di valore ecumenico), occorre ammettere che non di rado si è d’accordo solo a parole, in quanto nella ricerca sulla identificazione della persona, particolarmente complessa nei casi di confine, ne vengono ritagliati concetti tra loro distanti. Non pochi, seguendo il funzionalismo, presentano idee molto varie di persona a seconda che l’accento venga posto su questa o quella funzione: la memoria, la libertà, l’autocoscienza, il senso morale, l’esistenza nel soggetto di flussi psichici, la capacità di comunicazione. L’idea funzionalistica di persona è un concetto nel quale raccolgo un certo numero di proprietà e funzioni, che possono (e di fatto sono) variabili secondo le assunzioni stipulate. Puntando su diverse funzioni, si va incontro alla spiacevole conseguenza che esser persona secondo un certo carattere A non comporta l’esserlo secondo un altro carattere B: dunque esisterebbero diverse classi di persone.

Se assumiamo che i flussi psicologici siano essenziali per l’esser persona, si determina una classe di persone più ampia di quella stabilita dall’autocoscienza, dal senso morale, eccetera. Riducendo la persona ad un certo numero di funzioni, l’esser-persona avrà dei gradi a seconda dell’ampiezza con cui eserciterà quella funzione; potrà anche passare dallo stato personale a quello non-personale se quella funzione per un certo tempo scompare, e poi ridivenir persona. Ovvia è la problematicità di una simile posizione che introduce una discriminazione fra gli esseri umani sulla base del possesso di certe funzioni.

In vari articoli Giovanni Sartori si è schierato per una determinazione funzionalistica dell’esser-persona, forse sottostimando quante assunzioni occorra premettere. Domandando quale sia la differenza fra vita in generale e vita umana, risponde che «l’uomo è caratterizzato da autocoscienza, dal sapere di sé. Questa risposta laica (o filosofica) ha molte varianti sulle quali non mi voglio dilungare». Aggiunge che la risposta religiosa è diversa: «l’uomo è tale perché caratterizzato dalla presenza dell’anima». Risposta curiosa poiché l’anima non è un concetto solo religioso ma prima filosofico, e non è propria solo dell’uomo ma di ogni vivente (l’anima come forma di qualsiasi corpo è idea lungamente elaborata da Aristotele). Secondo Sartori la vita diventa propriamente umana, e dunque vi è persona, solo quando si «esce dall’utero della madre», quando l’individuo umano «comincia ad esistere in indipendenza, da solo» (Corriere della Sera, 16 aprile, pagina 9).
 
Aggiunge che «la tesi che l’embrione è già un essere umano…è razionalmente insostenibile» (perciò l’embrione non solo non è persona, ma non appartiene neppure alla specie umana). Della riflessione sostanzialistica sulla persona l’illustre politologo tace completamente, rifugiandosi in una definizione secondo i caratteri suddetti, che è convenzionale perché potrei definire la persona come presenza di flussi psichici, di rapporto con l’altro, che non coincidono con l’autocoscienza. In questo modo egli ritaglia un dominio di soggetti cui attribuisce la qualità di persone, e un altro dominio dove stanno i "non ancora persone", che forse non sono neanche esseri umani. Il prezzo é molto pesante, in quanto l’attribuzione dell’esser-persona all’appena nato («si è persona quando si esce dall’utero della madre») entra in flagrante contraddizione rispetto alla determinazione appena introdotta ("è persona chi è autocosciente e sa di sé stesso"): ovviamente il neonato non è né autocosciente né sa di se stesso. Gli attribuisco l’esser-persona mentre glielo tolgo.

Fa inoltre capolino il mutamento del significato dell’omicidio che, invece di significare "non uccidere l’essere umano", diventa forse: "non uccidere la persona". In genere fra i seguaci del funzionalismo scarsa è l’attenzione all’elemento corporeo e genetico dell’uomo, forse considerato "basso". Ma è una via in salita. La corporeità umana non è qualcosa di estrinseco e di separabile dall’uomo. Il Dna e il nostro individuale patrimonio genetico portano molte informazioni sul nostro futuro: non ci predeterminano, perché anche l’ambiente conta, ma ci orientano. L’identità genetica è qualcosa di importante per l’esser persona: segna l’appartenenza dello zigote alla specie umana sin dal concepimento.