di Vittorio Possenti
A qualche
tempo dal referendum gli animi sono forse più disponibili a riprendere la
riflessione con pacatezza: la condizione della bioetica, nonostante il
convergere su di essa di tante attenzioni, appare
precaria per la difficoltà a fare emergere evidenze condivise. L’urgenza di
trovare soluzioni ai dilemmi suscitati dal progresso delle tecnologie, ha il
suo peso nell’indirizzare verso elaborazioni precipitose. In questo quadro assume
valore emblematico il tema dell’embrione umano, in cui
si combinano la sua inapparenza, il suo ridursi a
qualcosa di quantitativamente minimo, e il costituire un crocevia
imprescindibile, perché in esso ne va della comprensione dell’uomo e della
vita. E con la questione dell’embrione la domanda
sulla persona.
Se l’idea che si debba rispettare la persona risulta
universalmente accettata (è una sorta di valore ecumenico), occorre ammettere
che non di rado si è d’accordo solo a parole, in quanto nella ricerca sulla
identificazione della persona, particolarmente complessa nei casi di confine,
ne vengono ritagliati concetti tra loro distanti. Non pochi, seguendo il
funzionalismo, presentano idee molto varie di persona a seconda che l’accento venga posto su questa o quella funzione: la memoria, la
libertà, l’autocoscienza, il senso morale, l’esistenza nel soggetto di flussi
psichici, la capacità di comunicazione. L’idea funzionalistica
di persona è un concetto nel quale raccolgo un certo numero di proprietà e
funzioni, che possono (e di fatto sono) variabili
secondo le assunzioni stipulate. Puntando su diverse funzioni, si va incontro
alla spiacevole conseguenza che esser persona secondo un certo carattere A non
comporta l’esserlo secondo un altro carattere B: dunque esisterebbero diverse
classi di persone.
Se assumiamo che i flussi psicologici siano essenziali
per l’esser persona, si determina una classe di persone più ampia di quella
stabilita dall’autocoscienza, dal senso morale, eccetera. Riducendo la persona
ad un certo numero di funzioni, l’esser-persona avrà dei gradi a seconda dell’ampiezza con cui eserciterà quella funzione;
potrà anche passare dallo stato personale a quello non-personale se quella
funzione per un certo tempo scompare, e poi ridivenir persona. Ovvia è la
problematicità di una simile posizione che introduce una discriminazione fra
gli esseri umani sulla base del possesso di certe funzioni.
In vari articoli Giovanni Sartori si è schierato per
una determinazione funzionalistica dell’esser-persona,
forse sottostimando quante assunzioni occorra premettere. Domandando
quale sia la differenza fra vita in generale e vita umana, risponde che «l’uomo
è caratterizzato da autocoscienza, dal sapere di sé. Questa risposta
laica (o filosofica) ha molte varianti sulle quali non mi voglio dilungare».
Aggiunge che la risposta religiosa è diversa: «l’uomo è tale perché
caratterizzato dalla presenza dell’anima». Risposta curiosa poiché l’anima non
è un concetto solo religioso ma prima filosofico, e non è propria solo
dell’uomo ma di ogni vivente (l’anima come forma di qualsiasi corpo è idea lungamente
elaborata da Aristotele). Secondo Sartori la vita
diventa propriamente umana, e dunque vi è persona, solo
quando si «esce dall’utero della madre», quando l’individuo umano
«comincia ad esistere in indipendenza, da solo» (Corriere della Sera, 16 aprile, pagina 9).
Aggiunge che «la tesi che l’embrione è già un essere umano…è razionalmente
insostenibile» (perciò l’embrione non solo non è persona, ma non appartiene
neppure alla specie umana). Della riflessione sostanzialistica
sulla persona l’illustre politologo tace completamente, rifugiandosi in una
definizione secondo i caratteri suddetti, che è
convenzionale perché potrei definire la persona come presenza di flussi
psichici, di rapporto con l’altro, che non coincidono con l’autocoscienza. In
questo modo egli ritaglia un dominio di soggetti cui attribuisce la qualità di
persone, e un altro dominio dove stanno i "non ancora persone", che
forse non sono neanche esseri umani. Il prezzo é molto pesante, in quanto l’attribuzione dell’esser-persona all’appena nato («si è
persona quando si esce dall’utero della madre») entra in flagrante
contraddizione rispetto alla determinazione appena introdotta ("è persona
chi è autocosciente e sa di sé stesso"):
ovviamente il neonato non è né autocosciente né sa di
se stesso. Gli attribuisco l’esser-persona mentre
glielo tolgo.
Fa inoltre capolino il mutamento del significato dell’omicidio che, invece di
significare "non uccidere l’essere umano", diventa forse: "non uccidere la persona". In genere fra i seguaci del funzionalismo scarsa è l’attenzione
all’elemento corporeo e genetico dell’uomo, forse considerato
"basso". Ma è una via in salita. La
corporeità umana non è qualcosa di estrinseco e di
separabile dall’uomo. Il Dna e il nostro individuale patrimonio genetico
portano molte informazioni sul nostro futuro: non ci predeterminano, perché
anche l’ambiente conta, ma ci orientano. L’identità genetica è qualcosa di importante per l’esser persona: segna l’appartenenza
dello zigote alla specie umana sin dal concepimento.