Intervista a Salvatori Natoli (19 giugno 2005)
«Neppure la scienza cancella il dolore»

di Alessandro Zaccuri

«Mai pensato che l’embrione sia un "signor nessuno". Però da qui a definirlo persona...». Lo si capisce subito: Salvatore Natoli, già sostenitore del «sì» ai referendum sulla legge 40, non ha cambiato idea. «Non ci si può appellare alla scienza – dice – per applicare una definizione che non ha nulla di scientifico».

Può spiegarsi meglio?
«Chi sostiene che l’embrione è da subito persona si basa sulla continuità del processo di gestazione. Chiede cioè alla scienza di farsi garante di un concetto (quello di persona, appunto) che attiene una sfera del tutto diversa».

Quale?
«Quella teologica oppure quella antropologico-filosofica. La prima strada, di fatto, non è quella seguita attualmente dai sostenitori dell’embrione-persona, che non si concentrano tanto sul concetto di animazione (il momento in cui l’anima viene infusa nel corpo) quanto su quello di continuità. La quale, però, è tutt’altro che indifferenziata al suo interno. Insomma, se stiamo con Aristotele, per il quale l’uomo è "animale razionale", la strutturazione del sistema nervoso riveste un ruolo cruciale nel costituirsi della persona».

D’accordo, ma non è arbitrario sostenere che l’embrione diventa persona a partire, per esempio, dal quindicesimo giorno di gestazione?
«Per come la vedo io, è una convenzione, non un arbitrio. Detto questo, prima si procede a un eventuale uso dell’embrione ai fini della ricerca, meglio è. Penso, in particolare, alla fase in cui non è ancora possibile stabilire se dall’ovocita si svilupperà un solo embrione o una coppia di gemelli. Dove manca la singolarità, non può esserci la persona».

Sta invocando un principio di precauzione?
«La prima precauzione, secondo me, sta nel non impedire la scoperta di nuove cure che dalla ricerca sugli embrioni potrebbero derivare».

Anche a costo di «produrre» embrioni destinati direttamente alla ricerca?
«È quello a cui penso quando parlo di "vita per la vita". Non lo faccio a cuor leggero, sia chiaro, ma in termini razionali non ha senso sostenere che l’embrione è una persona in potenza. Atto e potenza non possono coincidere, anche questo è pensiero aristotelico. O si è persona oppure non lo si è».

Mi scusi, ma non le viene il dubbio che un ragionamento così raffinato possa tradursi, alla fine, in una sorta di mandato in bianco affidato alla scienza?
«Un problema di etica della scienza esiste, impossibile negarlo. Ma non in termini di pratica della ricerca, quanto piuttosto di pretesa di salvezza. Detto altrimenti, la scienza non può cercare di convincerci che, grazie alle nuove terapie riservateci dal futuro, il dolore possa essere definitivamente eliminato dall’orizzonte dell’esperienza umana. Questa è un’illusione che va contrastata, nella consapevolezza che un margine di sofferenza appartiene, al contrario, in modo radicale alla nostra umanità. Una sofferenza che non si risolve con una strumentazione di tipo medico, ma che può essere veramente affrontata unicamente nel rapporto con gli altri, nella condivisione del proprio dolore, nello sperimentare che qualcun altro se ne sta prendendo carico».

Perdoni la provocazione, ma da questa solidarietà sono esclusi gli embrioni sacrificati alla ricerca.
«Sì, ma io sto parlando di persone...».