Intervista a Salvatore Veca (01 luglio 2005)
«Le certezze di ieri non bastano più»

di Alessandro Zaccuri

Non è finita. Anzi, è appena cominciata. Parola di Salvatore Veca, ordinario di Filosofia politica all’Università di Pavia e autore, tra l’altro, del recente La priorità del male e l’offerta filosofica (Feltrinelli). «Il dibattito sull’embrione – osserva – si inserisce in un più ampio contesto di disagio etico, che mette in discussione le nostre responsabilità causali. È un po’ come la storia della camera d’albergo di Proust...»

E cioè?
«Lo scrittore aveva gusti molto raffinati, se incappava in un hotel arredato in uno stile che giudicava sgradevole ne faceva una tragedia. Ecco, questo ci capita e ci capiterà sempre più spesso: ci svegliamo al mattino in una stanza che non è più la stessa in cui ci siamo addormentati alla sera».

Fuor di metafora?
«Le certezze sulla quali abbiamo fatto sinora affidamento risultavano dall’intersezione tra ciò che le circostanze esterne imponevano e ciò che invece noi stessi potevamo decidere. Oggi, però, abbiamo più possibilità di scelta rispetto al passato e questo crea difficoltà inedite, specie quando ci si spinge in territori che implicano visioni e progetti differenti, in potenziale conflitto tra loro».

Come la vita?
«Come la vita, esattamente. E guardi che il pluralismo dei punti di vista al quale mi riferisco non ha nulla a che vedere con il relativismo. Ha come obiettivo la tutela delle rispettive libertà, non l’indifferenza verso i singoli destini. Ma resta il fatto che ogni orientamento etico è in qualche modo debitore del passato e questo complica ulteriormente il quadro».

Si riferisce alla controversia sul carattere «personale» dell’embrione?
«Anche a quella, certo. Sinceramente ritengo che la nozione di "persona" faccia parte di un patrimonio comune. Le difficoltà insorgono nei momenti, per così dire, di passaggio: quando si entra nella vita, e quindi non si è ancora persona, e quando se ne esce, e quindi non lo si è più. A questo punto ci muoviamo in una regione sconosciuta e iniziamo a fare confusione. Troviamo scienziati che pretendono di indicarci il momento in cui l’embrione diventa persona, incuranti del fatto che una simile espressione non ha nulla a che vedere con la terminologia descrittiva della scienza. Ma troviamo anche pensatori che giustificano le loro valutazioni facendo appello alla scienza, ossia adoperando argomentazioni che, com’è noto, sono suscettibili di trasformazioni anche brusche in periodi relativamente brevi».

Sì, però il problema è anche politico, di convivenza, non soltanto metodologico...
«E per questo infatti esistono le leggi, che delimitano gli spazi di liberà e di scelta. Delimitano, nel senso che pongono paletti, senza per questo tradursi in interdizioni. Credo che in questo senso i cattolici abbiano molto da imparare dallo propria tradizione novecentesca. In Maritain, per esempio, è presente con grande chiarezza l’intuizione che, anche laddove esiste un forte disaccordo teorico, è possibile trovare un accordo pratico. Nella direzione della convivenza, appunto».

D’accordo, ma lei stesso afferma che ci muoviamo in un territorio inesplorato, dove l’esperienza del passato ha valore relativo...
«È indubbio che in un settore come quello della bioetica ciascuno debba farsi carico di comprendere le ragioni dell’altro. Ma in termini legislativi questo, lo ripeto, non può tradursi in una mera serie di proibizioni. Dal mio punto di vista credo che debba prevalere la logica della possibilità, non dell’imposizione: se vuoi, puoi farlo. Ma non per questo devi».

Scusi, professore, ma sull’embrione lei come la pensa?
«Non lo considero persona, se è questo che mi sta domandando. E proprio per questo sono persuaso che siamo soltanto agli inizi: il disaccordo, su questi temi, è destinato a rivelarsi durevole».