di Alessandro Zaccuri
Non è finita. Anzi, è appena
cominciata. Parola di Salvatore Veca,
ordinario di Filosofia politica all’Università di Pavia e autore, tra l’altro,
del recente La priorità del male e l’offerta filosofica (Feltrinelli).
«Il dibattito sull’embrione – osserva – si inserisce
in un più ampio contesto di disagio etico, che mette in discussione le nostre
responsabilità causali. È un po’ come la storia della camera d’albergo di Proust...»
E cioè?
«Lo scrittore aveva gusti molto raffinati, se incappava in un hotel
arredato in uno stile che giudicava sgradevole ne faceva una tragedia. Ecco,
questo ci capita e ci capiterà sempre più spesso: ci svegliamo al mattino in una stanza che non è più la stessa in cui ci
siamo addormentati alla sera».
Fuor di metafora?
«Le certezze sulla quali abbiamo fatto sinora affidamento risultavano
dall’intersezione tra ciò che le circostanze esterne imponevano e ciò che
invece noi stessi potevamo decidere. Oggi, però, abbiamo più possibilità di
scelta rispetto al passato e questo crea difficoltà inedite, specie
quando ci si spinge in territori che implicano visioni e progetti
differenti, in potenziale conflitto tra loro».
Come la vita?
«Come la vita, esattamente. E guardi che il pluralismo dei punti di vista al
quale mi riferisco non ha nulla a che vedere con il
relativismo. Ha come obiettivo la tutela delle rispettive libertà, non
l’indifferenza verso i singoli destini. Ma resta il fatto che
ogni orientamento etico è in qualche modo debitore del passato e questo
complica ulteriormente il quadro».
Si riferisce alla controversia sul
carattere «personale» dell’embrione?
«Anche a quella, certo. Sinceramente ritengo che la nozione di "persona"
faccia parte di un patrimonio comune. Le difficoltà insorgono nei momenti, per
così dire, di passaggio: quando si entra nella vita, e
quindi non si è ancora persona,
e quando se ne esce, e quindi non lo si è più.
A questo punto ci muoviamo in una regione sconosciuta e iniziamo a fare
confusione. Troviamo scienziati che pretendono di indicarci il momento in cui
l’embrione diventa persona, incuranti del fatto che
una simile espressione non ha nulla a che vedere con la terminologia
descrittiva della scienza. Ma troviamo anche pensatori che giustificano le loro
valutazioni facendo appello alla scienza, ossia adoperando argomentazioni che,
com’è noto, sono suscettibili di trasformazioni anche brusche in periodi
relativamente brevi».
Sì, però il problema è anche politico,
di convivenza, non soltanto metodologico...
«E per questo infatti esistono le leggi, che
delimitano gli spazi di liberà e di scelta. Delimitano, nel senso che pongono
paletti, senza per questo tradursi in interdizioni. Credo che in questo senso i
cattolici abbiano molto da imparare dallo propria tradizione
novecentesca. In Maritain, per esempio, è
presente con grande chiarezza l’intuizione che, anche
laddove esiste un forte disaccordo teorico, è possibile trovare un accordo
pratico. Nella direzione della convivenza, appunto».
D’accordo, ma lei stesso afferma che ci
muoviamo in un territorio inesplorato, dove l’esperienza del passato ha valore
relativo...
«È indubbio che in un settore come quello della bioetica ciascuno debba
farsi carico di comprendere le ragioni dell’altro. Ma
in termini legislativi questo, lo ripeto, non può tradursi in una mera serie di
proibizioni. Dal mio punto di vista credo che debba prevalere la logica della
possibilità, non dell’imposizione: se vuoi, puoi
farlo. Ma non per questo devi».
Scusi, professore, ma sull’embrione lei
come la pensa?
«Non lo considero persona, se è questo che mi sta domandando. E proprio per questo sono persuaso che siamo soltanto agli
inizi: il disaccordo, su questi temi, è destinato a rivelarsi durevole».