Intervista al teologo Bruno Forte (10 luglio 2005)

L’etica? Ha bisogno della trascendenza

di Paolo Lambruschi

Questa stagione aperta dal referendum del 12 e 13 giugno offre la possibilità a laici e cattolici di incontrarsi per cercare insieme una politica alta, basata sul rispetto di valori forti e condivisi come la vita. Perché senza il solido fondamento di un’etica, la democrazia perde qualità. L’arcivescovo di Chieti Bruno Forte, teologo dogmatico, interviene nel dibattito che caratterizza in questo momento in Italia i rapporti tra credenti e non credenti.

«Credo -dice - che dobbiamo proseguire e intensificare un percorso comune fissando due cardini: l’uso critico della ragione e la responsabilità verso gli altri. Anzitutto, l’uso della ragione, che è un punto decisivo di incontro tra credenti e non credenti, che si vogliano gli uni e gli altri veramente pensanti. Proprio il recente referendum ha dimostrato come la grande vittoria dell’astensione sia stata dovuta alla validità delle riflessioni portate a suo favore. Come hanno riconosciuto anche molti laici, ci sono stati, invece, molti slogan e pochi argomenti da parte dei referendari. Ecco perché credo che presentare le proprie ragioni con rigore sia estremamente importante. In secondo luogo, il rispetto della diversità non va inteso come semplice irenismo, come riduzione al minimo comune denominatore, bensì come chiarezza e sincerità nell’assumersi con l’altro la propria responsabilità verso altri. Bisogna cercare il rispetto reciproco senza pregiudizi, abbattendo steccati comodi da costruire, ma che non aiutano la crescita di nessuno: in particolare mi riferisco a un certo stile "laicista", pronto sempre a voler insegnare ai credenti che cosa devono fare o dire».

Si può avviare una riflessione serena sul relativismo etico, cioè su una società democratica dove i valori sono indistinti e tutti uguali?
«Abbiamo davanti un esempio grandissimo: la Costituzione repubblicana. Si tratta di un modello di come poter convergere su alcune evidenze etiche fondamentali, che poi erano quelle veicolate dal Codice di Camaldoli, elaborato negli anni precedenti la nascita dell’Italia repubblicana da un gruppo di cattolici democratici. Se questi valori condivisi sono riconosciuti, la democrazia cresce e si consolida: si tratta del valore della persona umana in ogni fase della sua esistenza, di quello della solidarietà verso i più deboli, della responsabilità comune verso la giustizia e la pace. Il problema della crisi della democrazia sopraggiunge quando si mettono in discussione valori fondamentali come questi. Quello che è stato giustamente contestato in questo referendum è stato il voler mettere ai voti un valore fondamentale come il rispetto della vita umana sin dal primo istante del suo concepimento. Uno di quei valori, cioè, che animano proprio la nostra Costituzione. Mi è sembrato un attentato alla qualità della nostra democrazia, perché una democrazia si ammala quando perde la forza unificante dei valori fondamentali. Quanti hanno a cuore la democrazia si possono ritrovare nella ricerca di valori fondamentali condivisi, rifiutando quel relativismo etico, che è una malattia dannosa per tutti. Il cristianesimo - proprio relativizzando ogni cosa di fronte all’Eterno - non ha nulla a che fare con la rinuncia debolista a valori fondanti da condividere».

Quindi il laico deve fare i conti con un’etica basata su valori cristiani?
«Esiste un’etica di carattere razionale, basata su principi universali, come il rispetto dell’essere umano, della natura. Ma il riconoscimento di questi principi, il loro approfondimento e arricchimento è avvenuto con l’avvento del cristianesimo come fondamento dell’ethos occidentale. L’assoluta singolarità della persona e il rispetto ad essa dovuto è uno di quei valori che la fede cristiana ha dato all’Occidente e senza il quale la nostra civiltà perderebbe la sua identità più profonda. Il concetto di persona umana è il grande apporto del cristianesimo alle culture come fondamento di civiltà e convivenza e, laddove questo manca, si corre il rischio che l’essere umano venga manipolato continuamente».

È possibile un’etica senza Dio?
«Rispondo che non è possibile un’etica senza trascendenza, cioè senza quel movimento di uscita da sé per corrispondere all’altro che è il movimento dell’amore e della responsabilità. In questa direzione si muovono laici e credenti seri e pensosi: e così si può arrivare a riconoscere nell’altro, per cui ci si impegna, la traccia del volto ultimo e sovrano di Dio, come dice Emmanuel Lévinas. Una simile etica della trascendenza, attraversata dall’esodo da sé per farsi carico degli altri, è aperta insomma alla prospettiva di un’etica cristiana che riconosce Dio come fondamento assoluto».

Si può, allora, pensare a leggi fondate su una morale che ipotizzi la presenza di Dio, come chiedeva Immanuel Kant, anziché escluderla?
«Credo che la grande malattia della politica contemporanea sia la mancanza di riferimenti etici assoluti. Dobbiamo tornare a una politica alta perché sui valori si gioca il bene comune. Avremmo bisogno di figure come Alcide De Gasperi, cui stiano a cuore lo spessore etico della vita sociale e civile, per rilanciare la politica come servizio dell’uomo e crescita della società. Su questo progetto di politica alta basata su valori forti e condivisi è possibile di nuovo l’incontro tra laici e cattolici. Il grande apporto di questo momento storico è la possibilità di avviare il forte recupero di una politica attenta ai valori etici e su cui potrebbero ritrovarsi uniti tutti coloro ai quali sta a cuore l’essere umano in tutta la sua dignità e pienezza».