Idea di persona (19 giugno 2005)
«In dubio pro reo»

di Vittorio Possenti

Sull’embrione si gioca una partita decisiva per la comprensione di noi stessi, dell’umano e del suo futuro. La domanda su di lui entra a pieno titolo a far parte dell’ingiunzione socratica a conoscere se stessi: io infatti ero un embrione. Chi sono io? Quando ho iniziato ad esistere? Chi o che cosa è l’uomo?

Forse l’embrione rischia di diventare l’essere umano più sfruttato, uno «schiavo utile» verso cui non è necessaria attenzione: un oggetto di consumo, oppure una proprietà dei genitori o del biotecnico. Consideriamo non soltanto l’eugenetica negativa (sopprimere un embrione perché tarato), ma quella positiva: produrre embrioni clonati per guarire malattie di un fratello. Se ne seleziona uno, gli altri saranno prodotti con riserva e scartati non perché malati, ma perché «inutili». Non è qui implicata la nostra condizione di uomini?

Sull’embrione è giusto rivolgerci alla scienza affinché ci informi su quanto accade, attraverso un’embriologia che è oggi ben più progredita di quella degli antichi: si pensi alla scoperta del codice genetico. Ma l’idea di persona non appartiene alla scienza ed è elaborata dal pensiero su un altro livello, non contraddittorio con le scoperte della scienza, ma appunto altro almeno nel senso che comprendiamo meglio di un tempo che gli estremi della vita non sono più il nascere e il morire, ma "l’essere concepiti e il morire".
 
Assumere il momento della nascita come determinante appare qualcosa di convenzionale. Il tema va portato all’altezza della metafisica e sulla miglior determinazione dell’idea di persona. Quella cui sembra alludere Natoli è strettamente funzionalistica, ossia cerca di inferire l’esistenza della persona da segni fra cui la presenza o meno del sistema nervoso. Non è questa la sede per andare in profondità, ma la determinazione ontologica e non meramente funzionale dell’esser-persona si mostra più fondata, e prende le mosse dalla fondamentale trasformazione che avviene nella fertilizzazione con la fusione dei due gameti e la formazione del concepito, che viene "al" mondo ma non è "del" mondo.

Da qui prende origine un nuovo essere in atto, una persona in atto: questa appare alla luce delle conoscenze scientifiche e di una adeguata inferenza filosofica la soluzione più solida. Ma anche se si fosse in dubbio, occorrerebbe stare dalla parte dell’embrione. "In dubio pro reo", dice la scienza giuridica. "In dubio pro embrione", aggiungo, avvalorando il giudizio col fatto che l’embrione non è reo ma innocente, e che non può essere mero strumento. Da punti di vista riflessivi si sostiene che dell’embrione non si può disporre completamente.

Concordo, aggiungendo che l’idea di una graduazione dei diritti è saggia quando non sono in questione quelli più fondamentali, fra cui il diritto alla vita. È arduo concepire un diritto alla vita graduato per un essere umano innocente, poiché la graduazione sarà stabilita da altri, dagli adulti che si trovano a rappresentare un «qualcuno» che non ha voce. Più si riflette e più emerge che il diritto alla vita, diversamente da altri diritti meno centrali, non ha un più o un meno ma è qualcosa di unitario.