di Vittorio Possenti
Sull’embrione si gioca una partita decisiva
per la comprensione di noi stessi, dell’umano e del suo futuro. La domanda su
di lui entra a pieno titolo a far parte dell’ingiunzione socratica a conoscere
se stessi: io infatti ero un embrione. Chi sono io? Quando ho iniziato ad esistere? Chi o che cosa è l’uomo?
Forse l’embrione rischia di diventare l’essere umano più sfruttato, uno
«schiavo utile» verso cui non è necessaria attenzione: un oggetto di consumo,
oppure una proprietà dei genitori o del biotecnico.
Consideriamo non soltanto l’eugenetica negativa (sopprimere un embrione perché
tarato), ma quella positiva: produrre embrioni clonati
per guarire malattie di un fratello. Se ne seleziona uno, gli
altri saranno prodotti con riserva e scartati non perché malati, ma
perché «inutili». Non è qui implicata la nostra condizione di
uomini?
Sull’embrione è giusto rivolgerci alla scienza affinché ci informi
su quanto accade, attraverso un’embriologia che è oggi ben più progredita di
quella degli antichi: si pensi alla scoperta del codice genetico. Ma l’idea di
persona non appartiene alla scienza ed è elaborata dal pensiero su un altro
livello, non contraddittorio con le scoperte della scienza, ma appunto altro
almeno nel senso che comprendiamo meglio di un tempo che gli estremi della vita
non sono più il nascere e il morire, ma "l’essere concepiti e il
morire".
Assumere il momento della nascita come determinante
appare qualcosa di convenzionale. Il tema va portato all’altezza della
metafisica e sulla miglior determinazione dell’idea di persona. Quella cui
sembra alludere Natoli è strettamente funzionalistica, ossia cerca di inferire l’esistenza della
persona da segni fra cui la presenza o meno del sistema nervoso. Non è questa
la sede per andare in profondità, ma la determinazione ontologica e non
meramente funzionale dell’esser-persona si mostra più fondata, e prende le
mosse dalla fondamentale trasformazione che avviene nella fertilizzazione con
la fusione dei due gameti e la formazione del concepito, che viene
"al" mondo ma non è "del" mondo.
Da qui prende origine un nuovo essere in atto, una persona in atto: questa
appare alla luce delle conoscenze scientifiche e di una adeguata
inferenza filosofica la soluzione più solida. Ma anche
se si fosse in dubbio, occorrerebbe stare dalla parte dell’embrione. "In dubio pro reo", dice la scienza giuridica. "In dubio pro embrione", aggiungo, avvalorando il giudizio
col fatto che l’embrione non è reo ma innocente, e che non può essere mero
strumento. Da punti di vista riflessivi si sostiene che dell’embrione non si
può disporre completamente.
Concordo, aggiungendo che l’idea di una graduazione dei diritti è saggia quando non sono in questione quelli più fondamentali,
fra cui il diritto alla vita. È arduo concepire un diritto alla
vita graduato per un essere umano innocente, poiché la graduazione sarà
stabilita da altri, dagli adulti che si trovano a rappresentare un «qualcuno»
che non ha voce. Più si riflette e più emerge che il
diritto alla vita, diversamente da altri diritti meno centrali, non ha un più o
un meno ma è qualcosa di unitario.