di Alessandro Zaccuri
Persona o non persona: il
crinale è questo, ne è convinto anche Sergio Givone. «Tutto però sta a mettersi
d’accordo su che cosa sia la persona – aggiunge –. A
una definizione di tipo naturalistico, che prenda come punto di partenza l’atto
del concepimento, mi sembra che andrebbe preferito un atteggiamento più
metafisico».
In pratica?
«In pratica la vera soglia, secondo me, è quella della nascita, che
coincide con l’autentico "venire dal mondo" della persona».
Sì, ma prima, tra il concepimento e la
nascita, che cosa c’è? Soltanto un «grumo di cellule»?
«No, su questo occorre molta chiarezza. Non possiamo arrenderci a
definizioni come quella di "materiale umano", che pure è circolata
alla vigilia dei referendum. L’allarme sulla deriva eugenetica che potrebbe
derivarne è stata denunciata con molta autorevolezza anche da un pensatore come
Jürgen Habermas. Ma questo non può autorizzarci ad applicare definizioni
troppo estese. Dal mio punto di vista, trovo molto rischiosa la prospettiva di
chi non ammette differenze, quanto allo statuto di persona, tra il concepito e
l’essere umano già nato. Se tutto è omicidio, per
esempio, c’è il pericolo che nulla più sia omicidio».
Questo è un paradosso. Ma se non è «materiale umano», il concepito che cos’è?
«La complessità della questione sta tutta in
questa domanda. Però è
una complessità che bisogna avere il coraggio di affrontare, senza
accontentarsi di soluzioni sbrigative. Mi verrebbe da dire
che il concepito è qualcosa di umano, ma mi rendo conto che la definizione può
suonare ambigua».
Specie per quanto riguarda un’eventuale
gradazione dei diritti del concepito stesso rispetto alle altre «persone», non
trova?
«Di sicuro l’embrione è una realtà di cui dobbiamo prenderci cura. Ma non per questo mi sento di potergli attribuire gli stessi
diritti di un bambino già nato. Ho l’impressione che, in una materia come
questa, non sia possibile invocare un’etica dei princìpi,
come mi sembra vogliano fare i sostenitori dell’embrione-persona. Al contrario,
l’unica etica alla quale attenersi è quella della singolarità, che valuta le
situazioni caso per caso, in tutta la loro complessità».
Così si assegna alla filosofia il compito
di guidare i comportamenti della scienza.
«Nell’attuale fase storica la scienza è chiamata a
un atteggiamento di sempre maggior umiltà. Gli stessi progressi della ricerca dovrebbe indurci ad ammettere che ancora non sappiamo tutto,
che ci stiamo muovendo in un universo di scoperte il cui senso complessivo
continua a sfuggirci. Ma un invito non diverso va rivolto ai filosofi, ai
pensatori, a tutti quelli che hanno a cuore il destino dell’uomo».
Di che invito si tratta?
«Non possiamo più ignorare che ciò di cui si dibatte in queste settimane
esiste, è reale e si inserisce in un processo
irreversibile. La fecondazione assistita e la ricerca sugli embrioni sono ormai
uscite dalla sfera delle ipotesi e delle possibilità per diventare fatti
concreti. Non possiamo fare finta che non esistano, ma non possiamo neppure
pretendere di risolvere troppo in fretta i dilemmi che ne conseguono».
Per esempio?
«Se parliamo di diritti del concepito, siamo obbligati a domandarci che
cosa possa essere più dignitoso per un embrione: essere relegato nel limbo
della crioconservazione oppure essere adoperato per
la ricerca scientifica? E guardi che la mia è davvero
una domanda».