Intervista a Sergio Givone (19 giugno 2005)
«Cerchiamo un'etica per ogni singolo caso»

di Alessandro Zaccuri

Persona o non persona: il crinale è questo, ne è convinto anche Sergio Givone. «Tutto però sta a mettersi d’accordo su che cosa sia la persona – aggiunge –. A una definizione di tipo naturalistico, che prenda come punto di partenza l’atto del concepimento, mi sembra che andrebbe preferito un atteggiamento più metafisico».

In pratica?
«In pratica la vera soglia, secondo me, è quella della nascita, che coincide con l’autentico "venire dal mondo" della persona».

Sì, ma prima, tra il concepimento e la nascita, che cosa c’è? Soltanto un «grumo di cellule»?
«No, su questo occorre molta chiarezza. Non possiamo arrenderci a definizioni come quella di "materiale umano", che pure è circolata alla vigilia dei referendum. L’allarme sulla deriva eugenetica che potrebbe derivarne è stata denunciata con molta autorevolezza anche da un pensatore come Jürgen Habermas. Ma questo non può autorizzarci ad applicare definizioni troppo estese. Dal mio punto di vista, trovo molto rischiosa la prospettiva di chi non ammette differenze, quanto allo statuto di persona, tra il concepito e l’essere umano già nato. Se tutto è omicidio, per esempio, c’è il pericolo che nulla più sia omicidio».

Questo è un paradosso. Ma se non è «materiale umano», il concepito che cos’è?
«La complessità della questione sta tutta in questa domanda
. Però è una complessità che bisogna avere il coraggio di affrontare, senza accontentarsi di soluzioni sbrigative. Mi verrebbe da dire che il concepito è qualcosa di umano, ma mi rendo conto che la definizione può suonare ambigua».

Specie per quanto riguarda un’eventuale gradazione dei diritti del concepito stesso rispetto alle altre «persone», non trova?
«Di sicuro l’embrione è una realtà di cui dobbiamo prenderci cura. Ma non per questo mi sento di potergli attribuire gli stessi diritti di un bambino già nato. Ho l’impressione che, in una materia come questa, non sia possibile invocare un’etica dei princìpi, come mi sembra vogliano fare i sostenitori dell’embrione-persona. Al contrario, l’unica etica alla quale attenersi è quella della singolarità, che valuta le situazioni caso per caso, in tutta la loro complessità».

Così si assegna alla filosofia il compito di guidare i comportamenti della scienza.
«Nell’attuale fase storica la scienza è chiamata a un atteggiamento di sempre maggior umiltà. Gli stessi progressi della ricerca dovrebbe indurci ad ammettere che ancora non sappiamo tutto, che ci stiamo muovendo in un universo di scoperte il cui senso complessivo continua a sfuggirci. Ma un invito non diverso va rivolto ai filosofi, ai pensatori, a tutti quelli che hanno a cuore il destino dell’uomo».

Di che invito si tratta?
«Non possiamo più ignorare che ciò di cui si dibatte in queste settimane esiste, è reale e si inserisce in un processo irreversibile. La fecondazione assistita e la ricerca sugli embrioni sono ormai uscite dalla sfera delle ipotesi e delle possibilità per diventare fatti concreti. Non possiamo fare finta che non esistano, ma non possiamo neppure pretendere di risolvere troppo in fretta i dilemmi che ne conseguono».

Per esempio?
«Se parliamo di diritti del concepito, siamo obbligati a domandarci che cosa possa essere più dignitoso per un embrione: essere relegato nel limbo della crioconservazione oppure essere adoperato per la ricerca scientifica? E guardi che la mia è davvero una domanda».