BENEDETTO
XVI
UDIENZA GENERALE
Aula
Paolo VI
Mercoledì, 14 febbraio 2007
Saluto ai pellegrini presenti nella
Basilica Vaticana:
Cari fratelli e sorelle delle Diocesi
Marchigiane!
Vi saluto tutti con affetto e con grande
gioia. La Chiesa è riempita dal Popolo di Dio con la gioia della fede. Grazie
per la vostra presenza! Saluto tutti, ad iniziare dai Vescovi convenuti a Roma
per la Visita ad limina Apostolorum. Un deferente saluto rivolgo alle
Autorità civili che non hanno voluto mancare a questo significativo incontro.
Benvenuti! Con pensiero grato saluto i sacerdoti, i seminaristi, le persone
consacrate. E sono molti: si vede che la Chiesa vive ed è giovane! Saluto poi
gli operatori pastorali e voi tutti, membri del Popolo di Dio che vive nella
Regione delle Marche. Nell’attuale clima di pluralismo culturale e
religioso, ci si rende conto che il messaggio di Gesù non è conosciuto da
tutti. Pertanto ogni cristiano è chiamato ad un rinnovato e coraggioso impegno
di annuncio e testimonianza del Vangelo. Vogliamo portare a tutti questa luce,
che è luce per la vita personale e segnale indicatore di orientamento per la
vita sociale.
Cari Fratelli nell’Episcopato,
continuate a dedicare ogni sforzo perché la formazione cristiana di base sia
curata ugualmente nelle città come nei centri minori; perché tutte le categorie
di fedeli siano preparate a ricevere con frutto i Sacramenti, indispensabile
nutrimento della crescita nella fede; perché con la pratica dei Sacramenti non
si tralasci un’istruzione religiosa solida che resista senza affievolirsi
alle diffuse sfide e sollecitazioni d’una società ormai largamente
secolarizzata. Guardiamo al futuro con speranza e lavoriamo con appassionata
fiducia nella vigna del Signore!
La Vergine Madre di Dio e della Chiesa, guidi
e protegga i vostri sforzi e i vostri progetti pastorali. A Lei, a Maria, ci
rivolgiamo ora tutti insieme con la preghiera, che ho preparato in vista
dell’incontro dei giovani, in programma a Loreto nel prossimo mese di
settembre. Ci vedremo dunque nelle Marche, a Loreto. Preghiamo insieme:
Maria, Madre del sì, tu hai ascoltato Gesù
e conosci il timbro della sua voce e il battito del suo cuore.
Stella del mattino, parlaci di Lui
e raccontaci il tuo cammino per seguirlo nella via della fede.
Maria, che a Nazareth hai abitato con Gesù,
imprimi nella nostra vita i tuoi sentimenti,
la tua docilità, il tuo silenzio che ascolta
e fa fiorire la Parola in scelte di vera libertà.
Maria, parlaci di Gesù, perché la freschezza
della nostra fede
brilli nei nostri occhi e scaldi il cuore di chi ci incontra,
come Tu hai fatto visitando Elisabetta
che nella sua vecchiaia ha gioito con te per il dono della vita.
Maria, Vergine del Magnificat,
aiutaci a portare la gioia nel mondo e, come a Cana,
spingi ogni giovane, impegnato nel servizio ai fratelli,
a fare solo quello che Gesù dirà.
Maria, poni il tuo sguardo sull'Agorà dei
giovani,
perché sia il terreno fecondo della Chiesa italiana.
Prega perché Gesù, morto e risorto, rinasca in noi
e ci trasformi in una notte piena di luce, piena di Lui.
Maria, Madonna di Loreto, porta del cielo,
aiutaci a levare in alto lo sguardo.
Vogliamo vedere Gesù. Parlare con Lui.
Annunciare a tutti il Suo amore.
* * *
Le donne a servizio del Vangelo
Cari fratelli e sorelle,
oggi siamo arrivati al termine del nostro
percorso tra i testimoni del cristianesimo nascente che gli scritti
neo-testamentari menzionano. E usiamo l’ultima tappa di questo
primo percorso per dedicare la nostra attenzione alle molte figure femminili
che hanno svolto un effettivo e prezioso ruolo nella diffusione del Vangelo. La
loro testimonianza non può essere dimenticata, conformemente a quanto Gesù
stesso ebbe a dire della donna che gli unse il capo poco prima della Passione:
«In verità vi dico, dovunque sarà predicato questo vangelo nel mondo intero,
sarà detto anche ciò che costei ha fatto, in memoria di lei» (Mt 26,13; Mc
14,9). Il Signore vuole che questi testimoni del Vangelo, queste figure che
hanno dato un contributo affinchè crescesse la fede in Lui, siano conosciute e
la loro memoria sia viva nella Chiesa. Possiamo storicamente distinguere il
ruolo delle donne nel Cristianesimo primitivo, durante la vita terrena di Gesù
e durante le vicende della prima generazione cristiana.
Gesù certamente, lo sappiamo, scelse tra i
suoi discepoli dodici uomini come Padri del nuovo Israele, gli scelse perché
«stessero con lui e anche per mandarli a predicare» (Mc 3,14-l5). Questo
fatto è evidente, ma, oltre ai Dodici, colonne della Chiesa, padri del nuovo
Popolo di Dio, sono scelte nel numero dei discepoli anche molte donne. Solo
molto brevemente posso accennare a quelle che si trovano sul cammino di Gesù
stesso, cominciando con la profetessa Anna (cfr Lc 2,36-38) fino alla
Samaritana (cfr Gv 4,1-39), alla donna siro-fenicia (cfr Mc
7,24-30), all’emorroissa (cfr Mt 9,20-22) e alla peccatrice
perdonata (cfr Lc 7,36-50). Non mi riferisco neppure alle protagoniste
di alcune efficaci parabole, ad esempio alla massaia che fa il pane (Mt
13,33), alla donna che perde la dracma (Lc 15,8-10), alla vedova che
importuna il giudice (Lc 18,1-8). Più significative per il nostro
argomento sono quelle donne che hanno svolto un ruolo attivo nel quadro della
missione di Gesù. In primo luogo, il pensiero va naturalmente alla Vergine
Maria, che con la sua fede e la sua opera materna collaborò in modo unico alla
nostra Redenzione, tanto che Elisabetta poté proclamarla «benedetta fra le
donne» (Lc 1,42), aggiungendo: «beata colei che ha creduto» (Lc
1,45). Divenuta discepola del Figlio, Maria manifestò a Cana la totale fiducia
in Lui (cfr Gv 2,5) e lo seguì fin sotto la Croce, dove ricevette da Lui
una missione materna per tutti i suoi discepoli di ogni tempo, rappresentati da
Giovanni (cfr Gv 19,25-27).
Ci sono poi varie donne, che a diverso titolo
gravitarono attorno alla figura di Gesù con funzioni di responsabilità. Ne sono
esempio eloquente le donne che seguivano Gesù per assisterlo con le loro sostanze
e di cui Luca ci tramanda alcuni nomi: Maria di Magdala, Giovanna, Susanna e
«molte altre» (cfr Lc 8,2-3). Poi i Vangeli ci informano che le donne, a
differenza dei Dodici, non abbandonarono Gesù nell’ora della Passione
(cfr Mt 27,56.61; Mc 15,40). Tra di esse spicca in particolare la
Maddalena, che non solo presenziò alla Passione, ma fu anche la prima testimone
e annunciatrice del Risorto (cfr Gv 20,1.11-18). Proprio a Maria di
Magdala San Tommaso d'Aquino riserva la singolare qualifica di «apostola degli
apostoli» (apostolorum apostola), dedicandole questo bel commento: «Come
una donna aveva annunciato al primo uomo parole di morte, così una donna per
prima annunziò agli apostoli parole di vita» (Super Ioannem, ed. Cai, §
2519).
Anche nell’ambito della Chiesa
primitiva la presenza femminile è tutt'altro che secondaria. Non insistiamo
sulle quattro figlie innominate del “diacono” Filippo, residenti a
Cesarea Marittima e tutte dotate, come ci dice san Luca, del «dono della
profezia», cioè della facoltà di intervenire pubblicamente sotto l'azione dello
Spirito Santo (cfr At 21,9). La brevità della notizia non permette
deduzioni più precise. Piuttosto dobbiamo a san Paolo una più ampia
documentazione sulla dignità e sul ruolo ecclesiale della donna. Egli parte dal
principio fondamentale, secondo cui per i battezzati non solo «non c'è più né
giudeo né greco, né schiavo, né libero», ma anche «né maschio, né femmina». Il
motivo è che «tutti siamo uno solo in Cristo Gesù» (Gal 3,28), cioè
tutti accomunati nella stessa dignità di fondo, benché ciascuno con funzioni
specifiche (cfr 1 Cor 12,27-30). L’Apostolo ammette come cosa
normale che nella comunità cristiana la donna possa «profetare» (1 Cor
11,5), cioè pronunciarsi apertamente sotto l'influsso dello Spirito, purché ciò
sia per l’edificazione della comunità e fatto in modo dignitoso. Pertanto
la successiva, ben nota, esortazione a che «le donne nelle assemblee tacciano»
(1 Cor 14,34) va piuttosto relativizzata. Il conseguente problema, molto
discusso, della relazione tra la prima parola – le donne possono
profetare nell’assemblea – e l’altra – non possono
parlare -, della relazione tra queste due indicazioni, apparentemente
contraddittorie, lo lasciamo agli esegeti. Non è da discutere qui. Mercoledì
scorso abbiamo già incontrato la figura di Prisca o Priscilla, sposa di Aquila,
la quale in due casi viene sorprendentemente menzionata prima del marito (cfr At
18,18; Rm 16,3): l’una e l’altro comunque sono
esplicitamente qualificati da Paolo come suoi sun-ergoús «collaboratori»
(Rm 16,3).
Alcuni altri rilievi non possono essere
trascurati. Occorre prendere atto, ad esempio, che la breve Lettera a
Filemone in realtà è indirizzata da Paolo anche a una donna di nome «Affia»
(cfr Fm 2). Traduzioni latine e siriache del testo greco aggiungono a
questo nome “Affia” l’appellativo di “soror
carissima” (ibid.) e si deve dire che nella comunità di
Colossi ella doveva occupare un posto di rilievo; in ogni caso, è l'unica donna
menzionata da Paolo tra i destinatari di una sua lettera. Altrove l'Apostolo
menziona una certa «Febe», qualificata come diákonos della Chiesa di
Cencre, la cittadina portuale a est di Corinto (cfr Rm 16,1-2). Benché
il titolo in quel tempo non abbia ancora uno specifico valore ministeriale di
tipo gerarchico, esso esprime un vero e proprio esercizio di responsabilità da
parte di questa donna a favore di quella comunità cristiana. Paolo raccomanda
di riceverla cordialmente e di assisterla «in qualunque cosa abbia bisogno»,
poi aggiunge: «essa infatti ha protetto molti, anche me stesso». Nel medesimo
contesto epistolare l’Apostolo con tratti di delicatezza ricorda altri
nomi di donne: una certa Maria, poi Trifena, Trifosa e Perside «carissima»,
oltre a Giulia, delle quali scrive apertamente che «hanno faticato per voi» o
«hanno faticato nel Signore» (Rm 16,6.12a.12b.15), sottolineando così il
loro forte impegno ecclesiale. Nella Chiesa di Filippi poi dovevano
distinguersi due donne di nome «Evodia e Sìntiche» (Fil 4,2): il
richiamo che Paolo fa alla concordia vicendevole lascia intendere che le due
donne svolgevano una funzione importante all’interno di quella comunità.
In buona sostanza, la storia del
cristianesimo avrebbe avuto uno sviluppo ben diverso se non ci fosse stato il
generoso apporto di molte donne. Per questo, come ebbe a scrivere il mio
venerato e caro Predecessore Giovanni Paolo Il nella Lettera apostolica Mulieris dignitatem, «la Chiesa rende
grazie per tutte le donne e per ciascuna... La Chiesa ringrazia per tutte le
manifestazioni del “genio” femminile apparse nel corso della
storia, in mezzo a tutti i popoli e nazioni; ringrazia per tutti i carismi che
lo Spirito Santo elargisce alle donne nella storia del Popolo di Dio, per tutte
le vittorie che essa deve alla loro fede, speranza e carità: ringrazia per
tutti i frutti della santità femminile» (n. 31). Come si vede, l’elogio
riguarda le donne nel corso della storia della Chiesa ed è espresso a nome
dell’intera comunità ecclesiale. Anche noi ci uniamo a questo
apprezzamento ringraziando il Signore, perché egli conduce la sua Chiesa,
generazione dopo generazione, avvalendosi indistintamente di uomini e donne,
che sanno mettere a frutto la loro fede e il loro battesimo per il bene
dell’intero Corpo ecclesiale, a maggior gloria di Dio.