Libertà e verità

      del Card. Joseph Ratzinger

      

      Nella coscienza dell'umanità di oggi la libertà appare largamente come il

      bene più alto, al quale tutti gli altri beni sono subordinati. Nella

      giurisprudenza la libertà dell'arte, la libertà di espressione del

      pensiero hanno sempre la preminenza su ogni altro valore morale. Valori

      che entrino in concorrenza con la libertà, che possano indurre a

      limitarla, appaiono come vincoli, come "tabù", cioè come relitti di

      arcaici divieti e timori. L'agire politico deve legittimarsi per il fatto

      che favorisce la libertà. Anche la religione può continuare a essere

      accettabile solo nella misura in cui si presenta come forza liberatrice

      per le singole persone e per l'umanità nel suo insieme. Nella scala dei

      valori, dai quali dipendono l'uomo e la sua vita umanamente degna, la

      libertà appare decisamente come il vero valore fondamentale e come il

      diritto umano fondante. Ci accostiamo invece piuttosto con sospetto alla

      nozione di verità: ci si ricorda al riguardo di tutti quei sistemi e

      opinioni per i quali già in passato si è preteso il concetto di verità;

      quante volte, in tal modo, la pretesa di verità fu un mezzo per opprimere

      la libertà. A ciò si aggiunge lo scetticismo, alimentato dalle scienze

      della natura, nei confronti di tutto quanto non sia matematicamente

      spiegabile o documentabile: tutto in ultimo sembra essere solo valutazione

      soggettiva, che non può pretendere alcun carattere vincolante comune.

      L'atteggiamento moderno nei confronti della verità si rivela nel modo più

      chiaro nella domanda di Pilato: che cos'è la verità? Chi con la sua vita e

      con la sua parola e azione afferma di essere al servizio della verità,

      deve essere preparato a venir classificato come sognatore o come fanatico.

      Infatti "lo sguardo sull'aldilà ci è interdetto"; queste parole di Goethe,

      tratte dal Faust, connotano la sensibilità di tutti noi.

      Indubbiamente, davanti a una pretesa di verità che si presenti con troppa

      sicurezza, vi sono sufficienti motivi per chiedere con prudenza: che cos'è

      la verità? Ma vi sono altrettanti motivi per porre la domanda: che cos'è

      la libertà? Cosa intendiamo in realtà quando esaltiamo la libertà e la

      collochiamo sul gradino più alto della nostra scala di valori? Io credo

      che il contenuto collegato in generale al desiderio di libertà sia

      illustrato in modo preciso nelle parole con le quali, una volta, Karl Marx

      ha espresso il suo sogno di libertà. La condizione della futura società

      comunista renderà possibile "fare oggi questo, domani quello, al mattino

      andare a caccia, al pomeriggio pescare, a sera dedicarsi all'allevamento

      del bestiame, dopo la cena discutere di quanto al momento avrò voglia

      [...]" [K. MARX - F. ENGELS, Werke, Berlin 1961-1971, vol. 3, p. 33;

      citazione da K. LÖW, Warum fasziniert der Kommunismus?, Köln 1980, p. 65].

      Proprio in questo senso la mentalità media irriflessa intende con libertà

      il diritto e la possibilità di fare tutto ciò che si desidera in un

      determinato momento e di non dover fare quello che non si vuole. Detto

      altrimenti: libertà significherebbe che la propria volontà sia l'unica

      norma del nostro fare e che essa possa volere tutto e abbia anche la

      possibilità di mettere in pratica tutto ciò che è voluto. A questo punto

      emergono ovviamente degli interrogativi: quanto è libera in realtà la

      volontà? E quanto è ragionevole? E una volontà irragionevole è una volontà

      veramente libera? Una libertà irragionevole è davvero libertà? È veramente

      un bene? La definizione della libertà a partire dalle possibilità della

      volontà e dalle possibilità di mettere in pratica ciò che è voluto non

      deve dunque essere completata mediante il legame con la ragione, con la

      totalità dell'essere umano, affinché non si giunga alla tirannia

      dell'irrazionalità? E non apparterrà alla collaborazione fra ragione e

      volontà di cercare anche la ragione comune a tutti gli uomini e, dunque,

      la reciproca tollerabilità delle libertà? È evidente che nella questione

      della ragionevolezza della volontà e del suo legame con la ragione si

      nasconde implicitamente anche la questione della verità.

      A tali questioni ci costringono non soltanto astratte riflessioni

      filosofiche, ma tutta la nostra concreta situazione sociale, in cui

      effettivamente l'esigenza di libertà è continua, anche se invero sempre

      più drammaticamente si manifestano dubbi verso tutte le forme dei

      movimenti di liberazione e dei sistemi di libertà finora conosciute. Non

      dimentichiamo che il marxismo si è presentato come una grande forza

      politica del nostro secolo con la pretesa di dischiudere il nuovo mondo

      della libertà e dell'uomo liberato. Proprio questa sua promessa di

      conoscere la via scientificamente assicurata verso la libertà e di saper

      costruire il mondo nuovo gli ha guadagnato molti degli spiriti più audaci

      della nostra epoca; in definitiva, il marxismo appariva come la forza per

      mezzo della quale la dottrina cristiana della redenzione poteva

      trasformarsi in una realistica prassi di liberazione; come la forza per

      far giungere il regno di Dio in quanto vero regno dell'uomo. Il crollo del

      socialismo reale negli Stati dell'Europa orientale non ha del tutto

      allontanato tali speranze, che qua e là persistono silenziose e sono alla

      ricerca di nuove forme. Al crollo politico ed economico non ha corrisposto

      nessun reale superamento culturale, e in questo senso la questione posta

      dal marxismo non è ancora affatto risolta. Nondimeno, che il sistema

      marxista non funzionasse come era stato promesso, è evidente. Che questo

      presunto movimento di liberazione fosse, accanto al nazionalsocialismo, il

      più grande sistema di schiavitù della storia contemporanea, nessuno può in

      realtà più negarlo: le dimensioni della cinica distruzione dell'uomo e del

      mondo vengono invero spesso vergognosamente taciute, ma nessuno può più

      contestarle.

      La superiorità morale del sistema liberale in politica e in economia,

      apparsa con tanta evidenza, non suscita tuttavia alcun entusiasmo. Troppo

      grande è il numero di coloro che non partecipano dei frutti di questa

      libertà, anzi, perdono completamente ogni libertà: la disoccupazione

      diviene nuovamente un fenomeno di massa; la sensazione dell'inutilità,

      della superfluità, angoscia le persone non meno della povertà materiale.

      Lo sfruttamento senza scrupoli si diffonde; la criminalità organizzata si

      avvale delle opportunità offerte dal mondo liberale, e in tutto si aggira

      il fantasma della mancanza di senso. Il filosofo polacco Andrej

      Szizypiorski, nel corso delle Settimane universitarie di Salisburgo del

      1995, ha impietosamente descritto il dilemma della libertà, presentatosi

      dopo la caduta del muro; merita di essere ascoltato più estesamente: "Non

      vi è alcun dubbio che il capitalismo abbia realizzato un grande progresso.

      E neppure vi è alcun dubbio che esso non abbia soddisfatto le attese. Nel

      capitalismo si continua a udire il grido di masse immense, il cui

      desiderio non è stato soddisfatto [...]. Il crollo della concezione

      sovietica del mondo e dell'uomo nella prassi politica e sociale è stata

      una liberazione dalla schiavitù per milioni di vite umane. Ma nel

      patrimonio del pensiero europeo, alla luce della tradizione degli ultimi

      due secoli, la rivoluzione anticomunista significa anche la fine delle

      illusioni illuministiche; la distruzione, dunque, della concezione

      intellettuale che stava a fondamento dello sviluppo della prima Europa. È

      subentrata un'epoca strana, a nessuno finora nota, quella

      dell'uniformizzazione dello sviluppo. E d'improvviso si è reso evidente -

      certo per la prima volta nella storia - che vi era solo un'unica ricetta,

      un'unica strada, un unico modello e un'unica maniera di configurare il

      futuro. E gli uomini persero la fede nel senso dei mutamenti in atto.

      Persero anche la speranza che il mondo fosse realmente modificabile e che

      valesse la pena modificare il mondo [...]. L'attuale mancanza di

      alternative fa tuttavia porre alla gente domande del tutto nuove. La prima

      domanda: e se forse l'Occidente non aveva ragione? La seconda domanda: ma

      se l'Occidente non aveva ragione, chi aveva allora ragione? Poiché per

      nessuno in Europa può esserci dubbio che il comunismo non avesse ragione,

      sorge la terza domanda: esiste davvero una ragione? Ma se così è, tutto il

      patrimonio di pensiero dell'illuminismo non ha alcun valore [...]. Forse

      la vaporiera dell'illuminismo, andata a riposo dopo due secoli di utile

      lavoro, senza guasti, si è fermata davanti ai nostri occhi e con la nostra

      partecipazione. E il vapore soltanto sale nell'aria. Se le cose stanno

      effettivamente così, le prospettive sono allora oscure" [Cito dal

      manoscritto reperibile presso le Settimane universitarie di Salisburgo].

      Sebbene si possano qui porre anche delle controdomande, il realismo e la

      logica degli interrogativi di fondo di Szizypiorski non devono venir

      accantonati; ma, al tempo stesso, la diagnosi è così inquietante che non

      ci si può fermare ad essa. Non aveva ragione nessuno? Forse non esiste una

      ragione? I fondamenti dell'illuminismo europeo, sui quali si appoggia il

      nostro cammino di libertà, sono falsi o almeno carenti? La domanda: "Che

      cos'è la libertà?" non è in fondo meno complicata della domanda: "Che

      cos'è la verità?". Il dilemma dell'illuminismo, nel quale ci siamo

      innegabilmente venuti a trovare, ci costringe a porre in modo nuovo

      entrambe le questioni e anche a cercare nuovamente il loro collegamento.

      Per andare avanti, dobbiamo dunque riflettere di nuovo sul punto di

      partenza del cammino moderno della libertà; la correzione di rotta, di cui

      abbiamo manifestamente bisogno affinché nell'oscuramento delle prospettive

      siano nuovamente visibili delle vie, deve ritornare ai medesimi punti di

      partenza e di lì ricominciare. Naturalmente, nel ristretto àmbito di una

      conferenza posso solo cercare di gettare alcuni sprazzi di luce,

      accennando ai valori e ai pericoli del cammino dell'epoca moderna, per

      aiutare così una rinnovata riflessione.

 

      La moderna storia della libertà

      Non vi è alcun dubbio: l'epoca che chiamiamo età moderna è determinata sin

      dall'inizio dal tema della libertà; la ricerca di nuove libertà è

      certamente l'unico motivo che giustifica una tale periodizzazione. Lo

      scritto polemico di Lutero, Della libertà del cristiano, dà subito inizio

      al tema in toni forti [Al riguardo cfr per esempio E. LOHSE, Martin

      Luther, München 198 1, pp. 60 s.; 86 ss.]. Fu il richiamo della libertà

      che rese attente le persone, che mise in moto una vera valanga e fece

      scaturire dagli scritti di un monaco un movimento di massa che modificò

      radicalmente il volto del mondo medioevale. Si trattava della libertà

      della coscienza nei confronti dell'autorità ecclesiastica; quindi, in

      assoluto, della più intima libertà dell'uomo. Non gli ordinamenti della

      comunità salvano l'uomo, ma la sua fede totalmente personale in Cristo.

      Che d'improvviso tutto il sistema dell'ordinamento della Chiesa medioevale

      non contasse fondamentalmente più, fu avvertito come un formidabile

      impulso di liberazione. Gli ordinamenti, che in verità dovevano sostenere

      e salvare, apparvero. come un peso; essi non sono più vincolanti, cioè non

      hanno più alcun significato redentivo. La redenzione è liberazione,

      liberazione dal giogo degli ordinamenti sovraindividuali. Anche se non si

      dovrebbe parlare di individualismo della Riforma, tuttavia la nuova

      rilevanza del singolo e lo spostamento della relazione tra la coscienza

      del singolo e l'autorità sono tratti salienti. Questo movimento di

      liberazione rimase certo limitato sul piano propriamente religioso.

      Laddove esso, come nella guerra dei contadini e nel movimento dei

      battisti, divenne anche un programma politico, Lutero vi si oppose con

      forza. Nell'àmbito politico, al contrario, con la creazione delle Chiese

      di Stato e territoriali il potere dell'autorità civile si accrebbe e

      rafforzò. Nel mondo anglosassone, poi, da questa nuova mescolanza di

      potere religioso e potere politico fuoriescono le Freechurches (libere

      Chiese), le quali diventano precorritrici di una nuova struttura della

      storia, che nella seconda fase dell'evo moderno, l'illuminismo, assume

      chiara configurazione.

      Comune a tutto l'illuminismo è la volontà di emancipazione, anzitutto nel

      senso del kantiano sapere aude: osa di fare uso tu stesso della tua

      ragione. Si tratta del distacco della ragione del singolo dai vincoli

      dell'autorità, i quali devono essere tutti criticamente esaminati. Solo

      ciò che è ragionevolmente comprensibile deve valere. Questo programma

      filosofico è per sua essenza anche un programma politico: solo la ragione

      deve dominare, in ultimo non deve esserci altra autorità se non quella

      della ragione. Solo ciò che è comprensibile ha valore; ciò che non è

      ragionevole, cioè comprensibile, non può neppure obbligare. Questo

      orientamento di fondo dell'illuminismo si riscontra tuttavia in filosofie

      sociali e in programmi politici diversi, anzi contrapposti. A mio parere

      si potrebbero distinguere due grandi correnti: il filone anglosassone più

      orientato secondo il diritto naturale, che tende alla democrazia

      costituzionale come l'unico sistema realistico di libertà; a esso si

      contrappone l'approccio radicale di Rousseau, che in ultimo mira

      all'anarchia piena. Il pensiero giusnaturalistico critica il diritto

      positivo, le forme concrete di autorità, a partire dal criterio di misura

      dei diritti innati della persona, che precedono tutti gli ordinamenti

      giuridici, di cui sono la misura e il fondamento.

      "L'uomo è creato libero, è libero, foss'anche nato in catene", ha detto in

      questo senso Friedrich von Schiller. Non è questa una frase per consolare

      gli schiavi con una riflessione metafisica, ma una parola di lotta, una

      massima d'azione. Gli ordinamenti giuridici che creano schiavitù sono

      ordinamenti ingiusti. A partire dalla creazione l'uomo possiede diritti,

      che devono essere fatti valere perché vi sia giustizia. La libertà non

      viene concessa all'uomo dall'esterno. Egli ha un diritto per il fatto che

      è stato creato libero. Da una tale riflessione si è sviluppata l'idea dei

      diritti dell'uomo come Magna charta del moderno movimento della libertà.

      Se qui si parla di natura, essa non è dunque semplicemente intesa come un

      sistema di ritmi biologici. Piuttosto, viene detto che prima di ogni forma

      di ordinamento esistono deí diritti nell'uomo stesso, a partire dalla sua

      natura. L'idea dei diritti dell'uomo è, in questo senso, anzitutto un'idea

      rivoluzionaria: essa si pone contro l'assolutismo dello Stato, contro

      l'arbitrio della legislazione positiva. Ma è anche un'idea metafisica:

      nell'essere stesso si fonda una pretesa etica e giuridica. Non è cieca

      materialità, che si possa poi modificare secondo la mera convenienza. La

      natura reca in sé uno spirito, porta in se stessa ethos e dignità e

      costituisce così il diritto alla nostra liberazione e ne è insieme la

      misura. Questo, in fondo, è sostanzialmente il concetto di natura di

      Romani 2, ispirato alla Stoa e trasformato a partire dalla teologia della

      creazione che qui incontriamo: i pagani conoscono la legge "per natura" e

      sono così legge a se stessi (cfr Rm 2,14).

      La specifica caratteristica illuministico-moderna di questa linea di

      pensiero si potrà certamente vedere nel fatto che la pretesa di un diritto

      della natura è, nei confronti delle forme di autorità costituite,

      soprattutto rivendicazione dei diritti dell'individuo nei confronti dello

      Stato, nei confronti delle istituzioni. Come natura dell'uomo viene prima

      di tutto considerato che egli ha dei diritti di fronte alla comunità,

      diritti che devono essere difesi davanti alla comunità: l'istituzione

      appare come il polo opposto alla libertà; come portatore della libertà

      appare l'individuo e come scopo di essa la piena emancipazione

      dell'individuo.

      Da tale punto di vista questa corrente si avvicina al secondo

      orientamento, dall'impostazione molto più radicale: per Rousseau tutto ciò

      che è stato elaborato dalla ragione e dalla volontà è contro la natura, ne

      è la corruzione e la negazione. Il concetto di natura non è a sua volta

      plasmato dal concetto di diritto, che come legge di natura si troverebbe

      al fondamento di tutte le nostre istituzioni. Il concetto rousseauiano di

      natura è antimetafisico, legato al sogno della libertà totale, senza

      alcuna regola [Cfr D. WYSS, Zur Psychologie und Psychopathologie der

      Verblendung: J. J. Rousseau und M. Robespierre, die Begründer des

      Sozialismus, in "Jahres - und Tagungsbericht der Görres - Gesellschaft",

      1992, pp. 33-45; R. SPAEMANN, Rousseau - Bürger ohne Vaterland. Von der

      Polis zur Natur, München 1980]. Qualcosa di simile riemerge in Nietzsche,

      che contrappone l'ebbrezza dionisiaca all'ordine apollineo ed evoca così i

      contrasti originari della storia della religione: gli ordinamenti della

      ragione, simboleggiata da Apollo, corrompono la libera, illimitata

      ebbrezza della natura [Cfr P. KÖSTER, Der sterbende Gott. Nietzsches

      Entwurf übermenschlicher Grösse, Meisenheim 1972; R. LÖW, Nietzsche

      Sophist und Erzieher, Weinheim 1984]. Klages ha ripreso lo stesso motivo

      con l'idea dello spirito come avversario dell'anima: lo spirito non è il

      grande, nuovo dono, nel quale soltanto finalmente si darebbe libertà, ma

      il disgregatore dell'originario con la sua passionalità e la sua libertà

      [Cfr Th. STEINBÜCHEL, Die Philosophische Grundlegung der christlichen

      Sittenlehre, I 1, Düsseldorf 19473, pp. 118-132]. Da un certo punto di

      vista questa dichiarazione di guerra allo spirito è antilluministica, e in

      questo senso il nazionalsocialismo poteva richiamarsi a tali orientamenti

      nella sua ostilità verso l'illuminismo e nel suo culto di "sangue e

      terra". Ma il motivo di fondo dell'illuminismo, il grido alla libertà, non

      solo è presente anche qui, ma è portato alla sua forma più radicale. Nei

      radicalismi politici del secolo passato, come di quello presente, tali

      tendenze rispuntano continuamente in modalità molteplici di fronte alla

      forma democratica addomesticata della libertà. La rivoluzione francese,

      iniziata con un'idea democratica costituzionale, recise rapidamente da sé

      questi legami e si mise sui binari di Rousseau e del concetto anarchico di

      libertà; proprio così essa divenne, inevitabilmente, una dittatura

      sanguinaria.

      Anche il marxismo continua questa linea estrema: esso ha sempre criticato

      la libertà democratica come libertà apparente e promesso una libertà

      migliore, più radicale. Il suo fascino veniva anzi proprio dal fatto che

      prometteva una libertà più grande, e più audace, di quella realizzata

      nelle democrazie. Due aspetti del sistema marxista mi sembrano essere

      particolarmente importanti per la problematica della libertà nell'epoca

      moderna e per il problema della libertà e verità:

      a) il marxismo muove dall'idea che la libertà è indivisibile; quindi, come

      tale, sussiste solo se è la libertà di tutti. La libertà è legata

      all'uguaglianza: perché vi sia libertà, deve anzitutto essere stabilita

      l'uguaglianza. Ciò significa che, al fine della piena libertà, sono

      necessarie rinunce di libertà. La solidarietà di coloro che combattono per

      la libertà di tutti precede la realizzazione delle libertà individuali. La

      citazione di Marx, dalla quale siamo partiti, mostra che in realtà alla

      fine l'idea della libertà illimitata dell'individuo è di nuovo presente,

      ma per il momento vige la superiorità dell'aspetto comunitario, la

      superiorità dell'uguaglianza sulla libertà e dunque il diritto della

      comunità rispetto all'individuo.

      b) Collegato con quanto precede è il presupposto che la libertà del

      singolo dipenda dalla struttura dell'insieme e che la lotta per la libertà

      debba essere condotta innanzitutto non come lotta per i diritti

      dell'individuo, ma come lotta per una struttura del mondo diversa. Di

      fronte alla questione di quale aspetto questa struttura debba avere, e

      quali siano pertanto i mezzi razionali per la sua edificazione, al

      marxismo è manifestamente mancato il respiro. Infatti anche un cieco

      poteva vedere che nessuna delle strutture costruite rendeva reale quella

      libertà, a motivo della quale era richiesta la rinuncia alla libertà

      stessa. Ma gli intellettuali sono ciechi, laddove si tratta delle

      creazioni del loro pensiero. Per questa ragione hanno potuto rinunciare a

      ogni realismo e continuare a combattere per un sistema, le cui promesse

      non potevano essere mantenute. Ci si aiutò con una fuga nella mitologia:

      la nuova struttura avrebbe creato un uomo nuovo, poiché, in realtà, solo

      con un uomo nuovo, con uomini totalmente diversi, le promesse avrebbero

      potuto trovare attuazione. Se nell'istanza della solidarietà e nell'idea

      dell'indivisibilità della libertà si trova la connotazione morale del

      marxismo, nel suo preannuncio dell'uomo nuovo si fa manifesta una menzogna

      che paralizza anche l'approccio morale. Verità parziali sono collegate a

      una menzogna, e per questo l'insieme fallisce: la menzogna sulla libertà

      vanifica anche gli elementi veri. La libertà senza la verità non è libertà.

      Noi siamo oggi a questo punto. Siamo giunti di nuovo esattamente alle

      problematiche che Szizypiorski ha formulato così drasticamente a

      Salisburgo. Che cos'è la menzogna, ora lo sappiamo, almeno in relazione

      alle forme di marxismo finora realizzate. Ma che cos'è la verità, lo

      ignoriamo ancora. Sì, il timore cresce: non esiste affatto una verità? Non

      esistono affatto la giustizia e il diritto? Ci dobbiamo accontentare di

      ordinamenti sempre provvisori per garantire il minimo di moralità e di

      convivenza pacifica? Ma anche questi ordinamenti minimi hanno davvero

      successo, come mostrano i recentissimi sviluppi nei Balcani e in tante

      altre parti del mondo? Lo scetticismo cresce e le sue ragioni si

      rafforzano, e tuttavia non scompare la volontà di un mondo migliore, di un

      mondo della perfetta libertà.

      La sensazione che la democrazia non sia ancora la forma giusta della

      libertà è abbastanza generale e si diffonde sempre più. La critica

      marxista della democrazia non può facilmente essere messa da parte: quanto

      libere sono le elezioni? Quanto è manipolata la volontà mediante la

      pubblicità, dunque tramite il capitale, tramite alcuni padroni

      dell'opinione pubblica? Non esiste forse la nuova oligarchia di coloro che

      determinano che cosa è moderno e progressista, che cosa deve pensare una

      persona illuminata? La crudeltà di questa oligarchia, la sua possibilità

      di condanne pubbliche, è da tempo conosciuta. Chi volesse opporsi è un

      nemico della libertà, perché egli impedisce la libera espressione del

      pensiero. E che cosa dire della formazione del consenso negli organi di

      rappresentanza democratica? Chi potrebbe ancora credere che il bene comune

      sia ivi l'elemento davvero determinante? Chi potrebbe dubitare del potere

      di interessi, le cui mani sporche divengono visibili sempre più di

      frequente? E più in generale: il sistema della maggioranza e minoranza è

      veramente un sistema di libertà? E associazioni di interessi di ogni tipo

      non stanno diventando decisamente più forti della rappresentanza

      propriamente politica, del Parlamento? In questo groviglio di poteri

      cresce in modo sempre più minaccioso il problema dell'ingovernabilità: la

      volontà di affermazione dei diritti dei gruppi opposti blocca la libertà

      dell'insieme.

      C'è senza dubbio la tentazione di soluzioni autoritarie, la fuga davanti

      alla libertà non padroneggiata. Ma questo atteggiamento non è ancora

      determinante per lo spirito del secolo. La corrente radicale

      dell'illuminismo non ha perduto la sua efficacia, diviene anzi più forte.

      Proprio di fronte ai limiti della democrazia diventa più forte il grido

      verso una totale libertà. E, comunque, nella mentalità dominante "legge e

      ordine" hanno sempre decisamente il significato di opposizione alla

      libertà. Istituzione, tradizione, autorità appaiono in sé come il polo

      opposto alla libertà. La nota anarchica del desiderio di libertà si fa più

      forte, perché le forme vigenti della libertà comunitaria non soddisfanno.

      Le grandi promesse dell'inizio dell'epoca moderna non sono state

      mantenute, ma il loro fascino è inalterato. La vigente forma democratica

      della libertà non può più oggi essere difesa semplicemente con questa o

      quella riforma legislativa. La questione tocca i fondamenti stessi. Si

      tratta di che cosa è l'uomo e di come egli, in quanto singolo e nel suo

      insieme, possa vivere giustamente.

      Come si vede, il problema politico, filosofico e religioso della libertà è

      diventato un tutto inscindibile; chi cerca vie per il futuro, deve tenere

      in considerazione l'insieme e non può accontentarsi di pragmatismi

      superficiali. Prima di tentare nell'ultima parte di indicare alcune linee

      per un cammino che sembra per me aprirsi, vorrei ancora gettare uno

      sguardo sulla filosofia della libertà forse più radicale del nostro

      secolo, quella di Jean Paul Sartre, nella quale il problema appare in

      tutta la sua serietà e in tutta la sua gravità. Sartre percepisce la

      libertà dell'uomo come la sua condanna. A differenza dell'animale, l'uomo

      non ha nessuna "natura". L'animale vive la sua esistenza secondo una norma

      in lui innata; non ha bisogno di riflettere su che cosa deve fare della

      sua vita. Ma l'essere uomo è indeterminato. È un problema aperto. Io

      stesso devo decidere che cosa voglio intendere con essere uomo, che cosa

      farne, come configurarlo. L'uomo non ha alcuna natura, ma è solo libertà.

      Deve vivere la vita da qualche parte, ma comunque essa finisce nel vuoto.

      Questa libertà senza un significato è l'inferno dell'uomo. Ciò che allarma

      in questa impostazione di pensiero è che qui la separazione di libertà e

      verità è portata alle estreme conseguenze: non esiste nessuna verità. La

      libertà non ha nessuna direzione e nessun criterio [Cfr J. PIEPER,

      Kreatürlichkeit und menschliche Natur. Anmerkungen zum philosophischen

      Ansatz von J. P. Sartre, in ID., "Über die Schwierigkeit, heute zu

      glauben", München 1974, pp. 304-321]. Ma questa totale assenza di verità -

      la totale assenza di ogni legame anche morale e metafisico, la libertà

      assolutamente anarchica come determinazione essenziale dell'essere umano -

      si svela, per colui che cerca di viverla, non come l'esaltazione suprema

      dell'esistenza, ma come la vanificazione della vita, come il vuoto

      assoluto, come la definizione della condanna. Nell'estrapolazione di un

      radicale concetto di libertà, che per Sartre stesso fu esperienza di vita,

      diviene visibile che la liberazione dalla verità non produce la pura

      libertà, ma la toglie. La libertà anarchica, assunta in modo radicale, non

      redime l'uomo, ma ne fa una creatura fallita, un essere senza senso.

      L'essenza della libertà

      Dopo questo tentativo di comprendere l'origine dei nostri problemi e di

      prendere così conoscenza del loro interno legame, è tempo di cercare delle

      risposte. È diventato evidente che la crisi della storia della libertà,

      nella quale oggi ci troviamo, è motivata da un concetto di libertà non

      chiarito e unilaterale. Da una parte si è isolato il concetto di libertà

      falsificandolo: la libertà è un bene, ma lo è solo in unione con altri

      beni, con i quali costituisce una totalità inscindibile. Dall'altra si è

      ristretto il concetto di libertà ai diritti individuali di libertà e lo si

      è così privato della sua verità umana. Vorrei chiarire il problema di

      questa comprensione della libertà con un esempio concreto, che al tempo

      stesso ci può aprire la strada a una concezione adeguata della libertà.

      Penso alla questione dell'aborto. Nella radicalizzazione della tendenza

      individualistica dell'illuminismo l'aborto appare come un diritto di

      libertà: la donna deve poter disporre di se stessa. Essa deve avere la

      libertà, sia che voglia mettere al mondo un bambino sia che voglia

      disfarsene. Deve poter decidere di se stessa, e nessun altro può imporle

      dall'esterno - così ci viene detto - una norma ultimamente vincolante. Ne

      va del diritto di autodeterminazione. Ma veramente la donna, nell'aborto,

      decide di se stessa? Non decide essa in realtà di qualcun altro, del fatto

      che ad altri non debba essere concessa nessuna libertà, che a lui lo

      spazio della libertà - la vita - debba essere tolto, perché entra in

      concorrenza con la mia propria libertà? E quindi è da chiedersi: che cosa

      è veramente questa libertà, ai cui diritti compete di eliminare subito fin

      dall'inizio la libertà di un altro?

      Non si dica che la questione dell'aborto tocca uno specifico caso

      particolare e non serve per chiarire il problema generale della libertà.

      No, proprio in questo esempio è chiarita la figura fondamentale della

      libertà umana, la sua essenza tipicamente umana. Infatti, di che cosa si

      tratta? L'essere di un altro uomo è così strettamente intessuto con

      l'essere di questa persona, la madre, che per il momento può sussistere

      assolutamente solo nella correlazione corporea con la madre, in un'unità

      fisica con essa, che tuttavia non elimina il suo essere altro e non

      permette di mettere in discussione il suo essere se stesso. Certamente,

      questo essere se stesso è in modo radicale un essere dall'altro, mediante

      l'altro; viceversa, l'essere dell'altro - della madre - viene sospinto da

      questa correlazione verso un "essere per", che contraddice al proprio

      volere se stessi e viene così sperimentato come opposizione alla propria

      libertà. Dobbiamo ora aggiungere che il bambino, anche se viene partorito

      e cambia la forma esterna dell'"essere da" e dell'"essere con", nondimeno

      resta altrettanto dipendente, altrettanto legato a un "essere per". Certo,

      lo si può ora inviare in un asilo e metterlo in relazione con un altro

      "per", ma la figura antropologica è la stessa, rimane quella della

      dipendenza, che esige un "per", un'accettazione dei limiti della mia

      libertà, o piuttosto un vivere la mia libertà non in prospettiva di

      concorrenza, ma di reciproco sostegno. Se apriamo gli occhi, vediamo che a

      sua volta questo non vale solo per il bambino, che piuttosto nel bambino

      entro il seno materno l'essenza dell'esistenza umana nel suo insieme si dà

      semplicemente a conoscere in modo ben visibile: vale anche per l'adulto,

      che può essere solo insieme con l'altro e a partire da lui, talché egli è

      sempre dipendente da quell'"essere per" che intendeva proprio escludere.

      Diciamolo in modo ancora più preciso: in realtà l'uomo presuppone come del

      tutto ovvio l'"essere per" degli altri, così come oggi si è venuto

      configurando nella rete del sistema dei servizi; ma, da parte sua,

      desidererebbe non essere coinvolto nei vincoli di un tale "da" e "per",

      bensì divenire del tutto indipendente, potendo fare o non fare ciò che

      egli semplicemente vuole. Il desiderio di libertà radicale, che si è

      manifestato sempre più chiaramente nel cammino dell'illuminismo,

      soprattutto nella linea aperta da Rousseau, e che determina oggi

      largamente la coscienza comune, aspirerebbe a essere né "da" né "verso",

      "di" né "per", ma del tutto libero. Ciò significa: esso considera la

      stessa figura reale fondamentale dell'esistenza umana come attentato alla

      libertà soggiacente a ogni singola vita e azione; vorrebbe essere liberato

      proprio dalla sua specifica essenza umana per divenire l'"uomo nuovo":

      nella nuova società queste condizioni che limitano l'io e questo "dover

      donare se stessi" potrebbero non esistere più.

      In fondo, dietro il radicale desiderio di libertà dell'evo moderno sta ben

      chiaramente la promessa: diventerete come Dio. Anche se Ernst Topitsch

      credeva di poter affermare che oggi nessun uomo ragionevole voglia più

      essere simile a Dio o come Dio, nondimeno a un più attento esame si deve

      affermare esattamente il contrario: il fine implicito di tutti i movimenti

      di liberazione moderni è di essere finalmente come un Dio, non dipendenti

      da nulla e da nessuno, non limitati nella propria libertà da alcuna

      libertà estranea. Se si considera una volta per tutte questo nascosto

      nucleo teologico della volontà radicale di libertà, allora diviene anche

      visibile l'errore fondamentale, che si ripercuote pure là dove tali

      radicalismi non sono direttamente voluti, anzi sono respinti. Essere

      totalmente liberi, senza la concorrenza di altre libertà, senza un "da" e

      un "per": si nasconde qui non un'immagine di Dio, ma di un idolo.

      L'errore originario di tali radicalizzate volontà di libertà sta nell'idea

      di una divinità concepita in modo puramente egoistico. Il Dio cosi inteso

      non è un Dio, ma un idolo, anzi l'immagine di colui che la tradizione

      cristiana chiamerebbe il diavolo - l'antidio -, poiché in esso si rinviene

      proprio l'opposto radicale del vero Dio: il vero Dio è per sua essenza

      totalmente "essere per" (Padre), "essere da" (Figlio) ed "essere con"

      (Spirito Santo). L'essere umano, tuttavia, è immagine di Dio proprio per

      il fatto che il "da", il "con" e il "per" costituiscono la figura

      antropologica fondamentale. Laddove si cerca di liberarsene, non ci si

      avvicina alla divinità, ma alla disumanizzazione, alla distruzione

      dell'essere attraverso la distruzione della verità. La variante giacobina

      dell'idea di liberazione (chiamiamo una buona volta così i radicalismi

      moderni) è ribellione contro lo stesso essere uomini, ribellione contro la

      verità, e pertanto conduce l'uomo - come Sartre acutamente ha visto - a

      un'esistenza di autocontraddizione che chiamiamo inferno.

      In questo modo è emerso molto chiaramente che la libertà è legata a un

      criterio, al criterio della realtà, alla verità. Libertà di

      autodistruzione o di distruzione dell'altro non è libertà, ma la sua

      diabolica parodia. La libertà dell'uomo è libertà condivisa, libertà

      nell'essere insieme di libertà che si limitano reciprocamente e in tal

      modo si sostengono l'un l'altra: la libertà deve commisurarsi a quello che

      io sono, a quello che noi siamo, altrimenti si sopprime da se medesima. Ma

      con ciò arriviamo ora a una correzione essenziale del superficiale

      concetto di libertà oggi largamente dominante: se la libertà dell'essere

      umano può consistere solo nell'ordinato essere insieme di libertà, allora

      ciò significa che ordine, diritto, non sono concetti opposti alla libertà,

      ma la sua condizione; anzi, un elemento costitutivo della libertà stessa.

      Il diritto non è una limitazione della libertà, ma la costituisce.

      L'assenza di diritto è assenza di libertà.

      Libertà & responsabilità

 

      Certamente con questa affermazione nasce subito anche una nuova domanda:

      che cosa è un diritto conforme a libertà? Come dev'essere strutturato un

      diritto, perché esso costituisca un diritto di libertà? Esiste infatti

      senz'altro un diritto apparente che costituisce un diritto da schiavi e

      pertanto non è un diritto, ma una forma regolamentata di ingiustizia. La

      nostra critica non può essere rivolta contro il diritto stesso, che

      appartiene all'essenza della libertà; essa deve smascherare come tale

      l'apparente diritto e mettersi al servizio dell'affermazione del vero

      diritto, di quel diritto che è secondo la verità e pertanto secondo la

      libertà.

      Ma come lo si trova? È questa la grande questione, la questione finalmente

      posta in modo giusto della vera storia della liberazione. Procediamo anche

      qui, come già prima, non con astratte considerazioni filosofiche, ma

      cercando di avvicinarci progressivamente a una risposta a partire dalle

      presenti realtà della storia. Se cominciamo da una piccola comunità ben

      delimitata, è facilmente possibile scandagliare in una qualche misura - a

      partire dalle sue possibilità e limiti - quale ordine favorisca meglio la

      convivenza di tutti, così che dal loro essere insieme nasca una figura

      comune di libertà. Ma nessuna piccola comunità è isolata in se medesima;

      essa è inclusa e nella sua specifica essenza condeterminata dalle

      istituzioni più grandi, alle quali appartiene. Nell'epoca degli Stati

      nazionali si muoveva dal presupposto che la propria nazione fosse l'unità

      di misura, che il suo bene comune costituisse anche il criterio giusto

      della libertà comune. Lo sviluppo del nostro secolo ha chiarito che questo

      punto di vista non è sufficiente. Agostino aveva detto al riguardo che uno

      Stato, il quale si riferisse solo agli interessi comuni propri e non alla

      giustizia in sé, alla vera giustizia, non sarebbe strutturalmente

      differente da una ben ordinata banda di predoni. Peculiare caratteristica

      di essa è infatti quella di assumere come criterio il bene della banda

      indipendentemente dal bene degli altri. Guardando indietro all'epoca

      coloniale e ai danni che essa ha lasciato nel mondo, vediamo oggi che

      Stati molto ben organizzati e civilizzati si avvicinavano in qualche modo

      all'essenza della banda di predoni, poiché essi pensavano muovendo solo

      dal proprio bene e non dal bene in sé. Una libertà così garantita ha

      dunque in sé qualcosa della libertà dei predoni. Non è la vera, autentica

      libertà umana. Nella ricerca del criterio giusto tutta quanta l'umanità

      deve stare davanti agli occhi e - come vediamo sempre più chiaramente -

      una volta ancora non solo l'umanità di oggi, ma anche quella di domani.

      Il criterio per il vero diritto, che possa definirsi autenticamente come

      diritto e quindi come diritto di libertà, può essere pertanto solo il bene

      del tutto, il bene in sé. A partire da questa intuizione Hans Jonas ha

      proposto il concetto di responsabilità come concetto etico centrale [H.

      JONAS, Das Prinzip Verantwortung, Frankfurt a.M. 1979; tr. it. Il

      principio responsabilità. Un'etica per la civiltà tecnologica, Torino

      1993]. Ciò significa che, per essere intesa correttamente, la libertà deve

      sempre essere pensata insieme con la responsabilità. La storia della

      liberazione può quindi darsi sempre e soltanto come storia di una

      crescente responsabilità. La crescita della libertà non può più consistere

      semplicemente nel sempre maggiore ampliamento dei diritti individuali, ciò

      che conduce all'assurdo e alla distruzione anche delle stesse libertà

      individuali. Crescita della libertà deve essere crescita della

      responsabilità. Vi appartiene anche l'accettazione dei legami sempre più

      grandi richiesti dalle esigenze di coesistenza dell'umanità, dalla

      necessità di adeguarsi a quanto è essenziale dell'uomo. Se responsabilità

      è rispondere alla verità dell'essere uomo, possiamo allora dire:

      appartiene alla vera storia della liberazione la continua purificazione

      verso la verità. Nella purificazione del singolo e delle istituzioni per

      mezzo di questa verità consiste la vera storia della libertà.

      Il principio responsabilità costituisce una cornice che ha bisogno di

      essere riempita di contenuti. È in questo contesto che va considerata la

      proposta dell'elaborazione di un ethos mondiale, per il quale si è

      impegnato con passione anzitutto Hans Küng. Indubbiamente ha senso, anzi,

      nella nostra attuale situazione è necessario cercare gli elementi di fondo

      delle tradizioni etiche nelle diverse religioni e culture; in questo senso

      una tale impresa è certamente importante e opportuna. Per altro verso i

      limiti di un tentativo siffatto sono evidenti, e su di essi ha richiamato

      l'attenzione per esempio Joachim Fest in un'analisi certamente benevola,

      ma anche molto pessimistica, la quale si avvicina nell'orientamento allo

      scetticismo di Szizypiorski [J. FEST, Die schwierige Freiheit, Berlin

      1993, soprattutto pp. 47-81; l'autore, riassumendo, così commenta l'"ethos

      mondiale" di Küng: "Quanto più si spingono avanti le concordanze non

      raggiungibili senza concessioni, tanto più elastiche e di conseguenza

      impotenti devono necessariamente divenire anche le norme etiche, fino a

      che il progetto non sfoci in mera convalida di quella moralità che non

      impegna e che non costituisce propriamente il fine, bensì il problema" (p.

      80)]. A un tale minimo etico distillato dalle diverse religioni manca

      innanzitutto il carattere vincolante, l'autorità interna, di cui l'ethos

      ha bisogno. Gli manca anche l'evidenza razionale sufficiente, che secondo

      il parere degli autori ben potrebbe e dovrebbe sostituire l'autorità; gli

      manca inoltre la concretezza, che solo rende l'ethos efficace.

      Un'idea mi sembra giusta, certamente presente in questo tentativo: la

      ragione deve mettersi in ascolto delle grandi tradizioni religiose, se non

      vuole divenire sorda, muta e cieca proprio in riferimento all'essenziale

      dell'esistenza umana. Non esiste nessuna grande filosofia che non viva

      dell'ascolto e dell'accoglienza di una tradizione religiosa. Laddove

      questa relazione viene interrotta, il pensiero filosofico si inaridisce e

      diventa un vuoto gioco di concetti [Vi insiste J. PIEPER, Schriften zum

      Philosophiebegriff, Opere, vol. 3 (a cura di B. WALD), Hamburg 1995, pp.

      300-323 nonché pp. 15-70; in particolare, pp. 59 ss.].

      Proprio sul tema della responsabilità, cioè sulla questione

      dell'ancoraggio della libertà nella verità del bene, nella verità

      dell'uomo e del mondo, si rivela molto chiaramente la necessità di un

      simile ascolto. Infatti, per quanto sia valido nella sua impostazione il

      principio responsabilità, resta tuttavia la domanda: come dobbiamo

      individuare ciò che è buono per tutti e ciò che è buono non solo per oggi,

      ma anche per domani? Un duplice pericolo è qui in agguato: da una parte vi

      è il rischio di uno scivolamento nel consequenzialismo, che giustamente il

      Papa critica nella sua Enciclica sulla morale [Enc. Veritatis splendor,

      nn. 71-83]. L'uomo sopravvaluta altamente le sue forze quando ritiene di

      poter considerare tutte le conseguenze della propria azione e di poterle

      assumere come norma della sua libertà. Ben presto allora il presente viene

      sacrificato al futuro, ma nemmeno il futuro viene edificato.

      Per altro verso insorge la questione: chi decide allora che cosa la nostra

      responsabilità impone? Laddove la verità non è più ravvisata in un

      intelligente appropriarsi delle grandi tradizioni della fede, essa viene

      sostituita dal consenso. Ma di nuovo c'è da domandarsi: il consenso di

      chi? Si dice allora: il consenso di coloro che sono capaci di argomentare.

      E poiché non può sfuggire la pretenziosità elitaria di una simile

      dittatura intellettuale, si dice che coloro i quali sono capaci di

      argomentare dovrebbero farsi garanti anche per quelli che sarebbero

      inidonei all'argomentazione razionale. Tutto questo ha ben poca capacità

      di suscitare fiducia. Quanto fragili siano i consensi e quanto

      rapidamente, in un certo clima intellettuale, gruppi partitici possano

      imporsi come gli unici rappresentanti autorizzati del progresso e della

      responsabilità è davanti agli occhi di noi tutti. Con troppa facilità si

      rischia qui di cacciare il diavolo con Beelzebub; con troppa facilità,

      invece del demonio delle passate costellazioni culturali, sette nuovi e

      peggiori demoni possono occupare la nostra casa.

 

      La verità del nostro essere uomini.

      La questione di come responsabilità e libertà siano da porre nella giusta

      relazione non può essere decisa semplicemente mediante un calcolo degli

      effetti. Dobbiamo tornare all'idea precedente, secondo cui la libertà

      umana è una libertà nella coesistenza delle libertà; solo così essa è

      autentica, cioè conforme alla reale condizione dell'uomo. Ciò significa:

      io non ho affatto bisogno di muovere dall'esterno per cercare elementi di

      correzione alla libertà del singolo; in tal caso libertà e responsabilità,

      libertà e verità rimarrebbero sempre contrapposte, mentre in realtà non lo

      sono. La realtà del singolo rettamente intesa reca in se medesima il

      rinvio al tutto, all'altro. Diremo pertanto: in ogni uomo esiste la verità

      comune dell'unica essenza umana, che la tradizione designò come "natura"

      dell'uomo. Muovendo dalla fede nella creazione possiamo formulare questa

      realtà ancora più chiaramente: esiste l'unica creatura uomo così come

      concepita da Dio, e il nostro compito è quello di corrispondervi. In lui

      libertà e spirito comunitario, ordine e orientamento al futuro

      costituiscono una cosa sola.

      Responsabilità significherebbe allora: vivere l'essere come risposta, come

      risposta a ciò che siamo in verità. Quest'unica verità dell'uomo, nella

      quale il bene di tutti e la libertà sono inscindibilmente ordinati l'uno

      all'altra, è espressa nella tradizione biblica, fondamentalmente nel

      Decalogo, il quale, d'altronde, sotto molteplici aspetti coincide con le

      grandi tradizioni etiche delle altre religioni. Il Decalogo è nel medesimo

      tempo autopresentazione, autorappresentazione di Dio e spiegazione

      dell'essere umano, manifestazione della sua verità, che diviene visibile

      nello specchio dell'essenza divina, poiché solo a partire da Dio l'uomo

      può essere compreso rettamente. Vivere il Decalogo significa vivere la

      propria somiglianza con Dio, rispondere alla verità del nostro essere e

      fare così il bene. Detto in altro modo ancora: vivere il Decalogo

      significa vivere la dimensione divina dell'uomo. E questo appunto è

      libertà: una fusione del nostro essere con l'essere divino e l'armonia che

      ne consegue di tutti con tutti [Cfr Catechismo della Chiesa cattolica, nn.

      2052-2082].

      Perché questa affermazione sia intesa rettamente occorre aggiungere ancora

      un'osservazione. Ogni grande parola umana conduce oltre ciò che

      nell'immediatezza viene detto coscientemente, a una più grande profondità;

      in quanto si dice è nascosto sempre un di più di non detto, che con il

      passare del tempo rende più dense di senso le parole. Se ciò vale per la

      parola umana, a maggior ragione vale per la parola che viene dalle

      profondità divine. Il Decalogo non è mai semplicemente compreso fino in

      fondo. Nelle situazioni di responsabilità storica che si susseguono e

      mutano esso si presenta in prospettive sempre diverse, si dischiudono

      dimensioni sempre nuove del suo significato. Si verifica quel venire

      introdotti nella verità tutta intera, in una verità il cui peso non

      potrebbe assolutamente essere portato in un solo momento della storia (cfr

      Gv 16, 12 s.). Per i cristiani significa quella spiegazione realizzatasi

      nelle parole, nella vita, nella passione e nella risurrezione di Cristo,

      l'istanza interpretativa decisiva, nella quale si dischiude una profondità

      prima imprevedibile.

      Proprio perché questa è la verità delle cose, l'umano ascolto del

      messaggio della fede non è un'accettazione passiva di informazioni

      peraltro sconosciute, ma il risveglio della nostra memoria sepolta e il

      dischiudersi delle forze della comprensione, che attendono in noi la luce

      della verità. Tale comprensione è così un processo estremamente attivo,

      nel quale soltanto tutta la ricerca razionale dei criteri della nostra

      responsabilità trova davvero la sua solidità. La ricerca razionale non

      viene soffocata, bensì liberata dal circolo senza esito all'interno di

      quanto non si riesce a comprendere e ricondotta sulla via. Se il Decalogo

      approfondito nella comprensione razionale è la risposta alle esigenze

      interiori della nostra natura, allora esso non è il polo che si oppone

      alla nostra libertà, ma la sua forma concreta. Allora esso è il fondamento

      per ogni diritto di libertà e la forza veramente liberante della storia

      umana.

      Sintesi dei risultati

      "Forse la vaporiera dell'illuminismo, andata a riposo dopo due secoli di

      utile lavoro, senza guasti, si è fermata davanti ai nostri occhi e con la

      nostra partecipazione. E il vapore soltanto sale nell'aria": è questa la

      pessimistica diagnosi di Szizypiorski, incontrata all'inizio come

      provocazione per la riflessione. Orbene, io direi: senza guasti il lavoro

      di questa macchina non è stato mai; pensiamo solo alle due guerre mondiali

      del nostro secolo e alle dittature che abbiamo sperimentato. Ma vorrei

      aggiungere: non abbiamo affatto bisogno di prendere congedo dalla eredità

      dell'illuminismo come tale e nel suo insieme, di parlare di vaporiera

      andata a riposo. Ciò di cui abbiamo certamente bisogno è di una correzione

      di percorso in tre punti essenziali, nei quali vorrei riassumere i

      risultati delle mie riflessioni.

      1. Una concezione della libertà, che voglia considerare come liberazione

      soltanto la dissoluzione sempre più ampia delle norme e l'ampliamento

      continuo delle libertà individuali fino alla totale liberazione da ogni

      ordinamento, è falsa. La libertà, se non intende portare alla menzogna e

      all'autodistruzione, deve orientarsi alla verità, ossia a ciò che

      veramente noi siamo e corrispondere a questo nostro essere. Poiché l'uomo

      è un'essenza nell'"essere da", nell'"essere con" e nell'"essere per", la

      libertà umana può consistere solo nell'ordinata concordia delle libertà.

      Il diritto non è pertanto il contrario delle libertà, ma la sua

      condizione, ne è anzi costitutivo. La liberazione non consiste nella

      progressiva abolizione del diritto e delle norme, ma nella purificazione

      di noi stessi e nella purificazione delle norme, così che esse rendano

      possibile la convivenza umana delle libertà.

      2. Dalla verità della nostra essenza consegue un ulteriore elemento: in

      questa nostra storia umana non vi sarà mai la situazione assolutamente

      ideale, né mai verrà eretto un ordinamento di libertà definitivo. L'essere

      umano è sempre in cammino e sempre limitato. Davanti alla manifesta

      ingiustizia della società socialista e a tutti i problemi dell'ordine

      liberale Szizypiorski aveva posto il dubbioso interrogativo: esiste

      effettivamente un diritto? A questo proposito dobbiamo dire: in verità,

      l'ordine assolutamente ideale delle cose, il diritto perfetto, non

      esisteranno mai [Cfr la Costituzione conciliare Gaudium et spes, n. 78:

      "... la pace non è stata mai stabilmente raggiunta"]. Laddove è avanzata

      tale pretesa, non si dice la verità. La fede nel progresso non è

      totalmente falsa. Falso è però il mito del futuro mondo liberato, nel

      quale tutto sarà diverso e tutto sarà buono. Noi possiamo erigere sempre e

      solo ordinamenti relativi; solo relativamente essi possono avere ragione

      ed essere giusti. Ma dobbiamo impegnarci proprio in questo avvicinamento,

      il più adeguato possibile, al diritto autentico. Tutto il resto, ogni

      escatologia intrastorica, non libera, ma inganna e dunque asservisce.

      Occorre perciò smitizzare anche il fulgore mitico che si è attribuito a

      concetti come cambiamento e rivoluzione. Il cambiamento non è un bene in

      sé. Se è buono o cattivo dipende dai suoi contenuti concreti e dai punti

      di riferimento. L'idea che nella lotta per la libertà il compito

      essenziale sia il cambiamento del mondo è, ripeto, un mito. Nella storia

      ci saranno sempre un progredire e un retrocedere. In rapporto

      all'autentica natura morale dell'uomo essa non si svolge linearmente, ma

      con ripetizioni. Nostro compito è lottare di volta in volta nel presente

      per quella strutturazione relativamente migliore della convivenza umana e

      custodire il bene così raggiunto, vincere il male esistente e difendersi

      dall'assalto delle potenze distruttive.

 

      3. Dobbiamo anche prendere congedo dal sogno dell'assoluta autonomia della

      ragione e della sua autosufficienza. La ragione umana ha bisogno del

      sostegno delle grandi tradizioni religiose dell'umanità. Essa certamente

      esaminerà in modo critico le singole tradizioni religiose. La patologia

      della religione è la malattia più pericolosa dello spirito umano. Essa si

      nelle religioni, ma esiste propriamente anche là dove la religione è

      respinta come tale e viene attribuito un ruolo assoluto a beni relativi: i

      sistemi ateistici dell'epoca moderna sono gli esempi più spaventosi di una

      passione religiosa alienata dalla sua essenza, il che significa comunque

      una malattia mortale dello spirito umano. Laddove Dio è negato, non si

      costruisce la libertà, ma le viene sottratto il suo fondamento e pertanto

      essa risulta stravolta ["Nessuno degli appelli che concernono l'uomo sa

      dire come egli possa vivere senza aldilà e senza timore dell'ultimo

      giorno, e tuttavia riesca di volta in volta ad agire contro i propri

      interessi e i propri desideri" (J. FEST, loc. cit., p. 79). Cfr anche L.

      KOLAKOWSKI, Falls es keinen Gott gibt, München 1982]. Laddove le più pure

      e profonde tradizioni religiose vengono totalmente abbandonate, l'uomo si

      separa dalla sua verità, vive contro di essa e perde la libertà. Anche

      l'etica filosofica non può essere semplicemente autonoma. Essa non può

      rinunciare all'idea di Dio così come non può rinunciare all'idea di una

      verità dell'essere, che ha carattere etico [Cfr J. PIEPER, loc. cit.; v.

      nota 10]. Se non c'è nessuna verità dell'uomo, egli non ha neppure nessuna

      libertà. Solo la verità rende liberi.

 

 Tratto da Studi Cattolici, 430, dicembre 1996