Cristianesimo: La vittoria dell'intelligenza sul mondo delle religioni

      di J. Ratzinger

      

      Tratto da 30GIORNI Gennaio 2000

      Al termine del secondo millennio, il cristianesimo si trova, proprio nel

      luogo della sua originaria diffusione, in Europa, in una crisi profonda,

      basata sulla crisi della sua pretesa alla verità. Questa crisi ha una

      doppia dimensione: innanzitutto ci si domanda con sempre maggiore

      insistenza se è giusto, in fondo, applicare la nozione di verità alla

      religione; in altri termini se è dato all'uomo conoscere la verità

      propriamente detta su Dio e le cose divine. L'uomo contemporaneo si

      ritrova molto meglio nella parabola buddista dell'elefante e dei ciechi:

      una volta, un re dell'India del Nord riunì in un posto tutti gli abitanti

      ciechi della città. Poi davanti agli astanti fece passare un elefante.

      Lasciò che gli uni toccassero la testa, e disse: «Un elefante è così».

      Altri poterono toccare l'orecchio o la zanna, la proboscide, il dorso, la

      zampa, il didietro, i peli della coda. Dopo di che il re chiese a

      ciascuno: «Com'è un elefante?». E, secondo la parte che avevano toccato,

      rispondevano: «È come un cesto intrecciato...», «è come un vaso...», «è

      come l'asta di un aratro...», «è come un magazzino...», «è come un

      pilastro...», «è come un mortaio...», «è come una scopa...». Allora -

      continua la parabola - si misero a discutere, urlando: «L'elefante è

      così», «no, è così», si scagliarono gli uni sugli altri e si presero a

      pugni, con gran divertimento del re. La disputa tra religioni sembra agli

      uomini di oggi come questa disputa tra ciechi nati. Perché di fronte al

      mistero di Dio siamo nati ciechi, sembra. Per il pensiero contemporaneo il

      cristianesimo non si trova assolutamente in una situazione più favorevole

      rispetto alle altre, anzi: con la sua pretesa alla verità, sembra essere

      particolarmente cieco di fronte al limite di ogni nostra conoscenza del

      divino, caratterizzato da un fanatismo particolarmente insensato, che

      incorreggibilmente scambia per il tutto la porzione toccata nella sua

      propria esperienza.

      Questo scetticismo generalizzato nei confronti della pretesa alla verità

      in materia religiosa è ulteriormente sorretto dalle questioni che la

      scienza moderna ha sollevato riguardo alle origini e ai contenuti del

      cristianesimo. La teoria evoluzionistica sembra aver superato la dottrina

      della creazione, le conoscenze che concernono l'origine dell'uomo sembrano

      aver superato la dottrina del peccato originale; la critica esegetica

      relativizza la figura di Gesù e mette punti interrogativi sulla sua

      coscienza filiale; l'origine della Chiesa in Gesù appare dubbia, e così

      via. La "fine della metafisica" ha reso problematico il fondamenÈo

      filosofico del cristianesimo, i metodi storici moderni hanno posto le sue

      basi storiche in una luce ambigua. Così è facile ridurre i contenuti

      cristiani a simboli, non attribuire loro nessuna verità maggiore di quella

      dei miti della storia delle religioni, considerarli come una modalità di

      esperienza religiosa che dovrebbe collocarsi umilmente a fianco di altre.

      In questo senso si può ancora - a quanto pare - continuare a rimanere

      cristiani; ci si serve sempre delle forme espressive del cristianesimo, la

      cui pretesa però è radicalmente trasformata: quella verità che era stata

      per l'uomo una forza obbligante e una promessa affidabile diventa ormai

      un'espressione culturale della sensibilità religiosa generale, espressione

      che sarebbe ovvia per noi a causa della nostra origine europea.

      Ernst Troeltsch, all'inizio di questo secolo, ha formulato filosoficamente

      e teologicamente questo ritirarsi del cristianesimo dalla sua pretesa

      originariamente universale, che poteva fondarsi solo sulla pretesa alla

      verità. Egli era arrivato alla convinzione che le culture sono

      insuperabili e che la religione è legata alle culture. Il cristianesimo è

      quindi solo il lato del volto di Dio rivolto verso l'Europa. Le

      «particolari caratteristiche legate alla cultura e alle razze» e «le

      caratteristiche delle sue grandi formazioni religiose che abbracciano un

      contesto più ampio» assurgono al rango di ultima istanza: «Chi si

      azzarderebbe a formulare dei giudizi di valore davvero categorici a

      proposito? È una cosa che potrebbe fare solo Dio stesso, lui che è

      all'origine di queste differenze». Un cieco nato sa che non è nato per

      essere cieco e di conseguenza non smetterà di interrogarsi sul perché

      della sua cecità e su come uscirne. Solo in apparenza l'uomo si è

      rassegnato al verdetto di essere nato cieco davanti a quel che gli

      appartiene, alla sola realtà che in ultima istanza conta nella nostra

      vita. Il titanico tentativo di prendere possesso del mondo intero, di

      trarre dalla nostra vita e per la nostra vita tutto il possibile, mostra,

      così come le esplosioni di un culto dell'estasi, della trasgressione e

      della distruzione di sé, che l'uomo non si accontenta di un giudizio così.

      Perché se non sa da dove viene e perché esiste, non è forse in tutto il

      suo essere una creatura mancata? L'addio apparentemente indifferente alla

      verità su Dio e sull'essenza del nostro io, l'apparente soddisfazione per

      non doversi più occupare di tutto questo, ingannano. L'uomo non può

      rassegnarsi a essere e restare, quanto a ciò che è essenziale, un cieco

      nato. L'addio alla verità non può mai essere definitivo.

      Stando così le cose, è necessario riproporre la domanda fuori moda della

      verità del cristianesimo, per quanto a molti possa apparire superflua e

      insolubile. Ma come? Di sicuro, la teologia cristiana dovrà esaminare

      attentamente, senza timore di esporsi, le diverse istanze che sono state

      sollevate contro la pretesa del cristianesimo alla verità nel campo della

      filosofia, delle scienze naturali, della storia naturale. Ma d'altra parte

      occorre anche che essa cerchi di acquisire una visione di insieme del

      problema concernente l'essenza autentica del cristianesimo, la sua

      collocazione nella storia delle religioni e il suo posto nell'esistenza

      umana. Vorrei fare un passo in questa direzione, mettendo in luce come,

      alle sue origini nel Kosmos delle religioni, il cristianesimo stesso ha

      visto questa sua pretesa.

      Che io sappia non esiste alcun testo del cristianesimo antico che getti

      sulla questione tanta luce quanto la discussione di Agostino con la

      filosofia religiosa del «più erudito tra i romani», Marco Terenzio Varrone

      (127-16 a. C.). Varrone condivideva l'immagine stoica di Dio e del mondo;

      definì Dio come animam motu ac ratione mundum gubernantem (come «l'anima

      che regge il mondo tramite il movimento e la ragione»), in altri termini:

      come l'anima del mondo che i Greci chiamano kosmos: hunc ipsum mundum esse

      deum. Questa anima del mondo, tuttavia, non riceve culto. Non è oggetto di

      religio. In altri termini: verità e religione, conoscenza razionale e

      ordine cultuale sono situati su due piani totalmente diversi. L'ordine

      cultuale, il mondo concreto della religione, non appartiene all'ordine

      della res, della realtà come tale, ma a quello dei mores - dei costumi.

      Non sono gli dei che hanno creato lo Stato, è lo Stato che ha istituito

      gli dei, la cui venerazione è essenziale per l'ordine dello Stato e per il

      buon comportamento dei cittadini. La religione è nella sua essenza un

      fenomeno politico. Varrone distingue così tre tipi di "teologia",

      intendendo per teologia la ratio, quae de diis explicatur - la

      comprensione e la spiegazione del divino, potremmo tradurre. Tali sono la

      theologia mythica, la theologia civilis e la theologia naturalis. Tramite

      quattro definizioni egli spiega poi cosa si debba intendere per queste

      "teologie". La prima definizione fa riferimento ai tre teologi associati a

      queste tre teologie: i teologi della teologia mitica sono i poeti, perché

      hanno composto canti sugli dei e sono così cantori della divinità. I

      teologi della teologia fisica (naturale) sono i filosofi, cioè gli

      eruditi, i pensatori, che, andando al di là delle abitudini, si

      interrogano sulla realtà, sulla verità; i teologi della teologia civile

      sono i "popoli", che hanno scelto di non allearsi ai filosofi (alla

      verità), ma ai poeti, alle loro visioni poetiche, alle loro immagini e

      alle loro figure.

      La seconda definizione riguarda i luoghi a cui nella realtà sono associate

      le singole teologie. Alla teologia mitica corrisponde il teatro, che aveva

      di fatto un rango religioso, cultuale; secondo l'opinione comune, gli

      spettacoli erano stati istituiti a Roma per ordine degli dei. Alla

      teologia politica corrisponde la urbs. Lo spazio della teologia naturale

      sarebbe il kosmos.

      La terza definizione designa il contenuto delle tre teologie: la teologia

      mitica avrebbe per contenuto le favole sugli dei, create dai poeti; la

      teologia di Stato il culto; la teologia naturale risponderebbe alla

      domanda su chi sono gli dei. Vale la pena ora di prestare maggiore

      attenzione: «Se - come in Eraclito - essi [gli dei] sono fatti di fuoco o

      - come in Pitagora - di numeri, o - come in Epicuro - di atomi, e altre

      cose ancora che le orecchie possono sopportare più facilmente all'interno

      delle mura scolastiche piuttosto che fuori, sulla pubblica piazza», ne

      deriva con assoluta chiarezza che questa teologia naturale è una

      demitologizzazione, o meglio una razionalità, che guarda criticamente cosa

      c'è dietro l'apparenza mitica e la dissolve attraverso la conoscenza

      scientifico-naturale. Culto e conoscenza risultano separati l'uno

      dall'altra. Il culto resta necessario fintanto che è una questione di

      utilità politica; la conoscenza ha un effetto distruttore sulla religione

      e non dovrebbe quindi essere messa sulla pubblica piazza.

      Infine c'è la quarta definizione. Il contenuto delle diverse teologie da

      che tipo di realtà è costituito? La risposta di Varrone è questa: la

      teologia naturale si occupa della "natura degli dei" (che di fatto non

      esistono), le altre due teologie trattano dei divina instituta hominum -

      delle istituzioni divine degli uomini. Ne consegue che tutta la differenza

      si riduce a quella che c'è tra la fisica nel suo significato antico e la

      religione cultuale dall'altra parte. «La teologia civile non ha in ultima

      analisi alcun dio, soltanto la "religione"; la "teologia naturale" non ha

      religione, ma solo una divinità». Certo, non può avere nessuna religione,

      perché al suo dio (fuoco, numeri, atomi) non può essere rivolta la parola

      in termini religiosi. Così religio (termine che designa essenzialmente il

      culto) e realtà, la conoscenza razionale del reale, si configurano come

      due sfere separate, l'una accanto all'altra. La religio non trae la sua

      giustificazione dalla realtà del divino, ma dalla sua funzione politica. È

      un'istituzione di cui lo Stato ha bisogno per la sua esistenza.

      Indubbiamente ci troviamo qui di fronte ad una fase tardiva della

      religione, nella quale è infranta l'ingenuità dell'atteggiamento religioso

      ed è quindi innescata la sua dissoluzione. Ma il legame essenziale della

      religione con la compagine statale penetra decisamente molto più in

      profondità. Il culto è in ultima istanza un ordine positivo che come tale

      non può essere commisurato al problema della verità. Mentre Varrone, nel

      suo tempo, in cui la funzione politica della religione era ancora

      sufficientemente forte, per giustificarla come tale poteva ancora

      difendere una concezione piuttosto cruda della razionalità e dell'assenza

      di verità del culto motivato politicamente, il neoplatonismo cercherà

      presto un'altra via di uscita dalla crisi, su cui l'imperatore Giuliano

      basò poi il suo sforzo per ristabilire la religione romana di Stato.

      Quello che i poeti dicono sono immagini che non si devono intendere

      fisicamente; ma sono comunque immagini che esprimono l'inesprimibile per

      tutti quegli uomini ai quali la via maestra dell'unione mistica è

      sbarrata. Benché non siano vere come tali, le immagini sono giustificate

      come approcci a qualcosa che sempre deve restare inesprimibile.

      Con ciò abbiamo anticipato qualcosa di quel che diremo. La posizione

      neoplatonica, infatti, da parte sua è già una reazione contro la presa di

      posizione cristiana sul problema della fondazione cristiana del culto e

      del posto della fede che ne è alla base, nella tipologia delle religioni.

      Torniamo dunque ad Agostino. Dov'è che egli situa il cristianesimo nella

      triade varroniana delle religioni? Quello che stupisce è che senza la

      minima esitazione Agostino attribuisce al cristianesimo il suo posto

      nell'ambito della "teologia fisica", nell'ambito della razionalità

      filosofica. Si trova così in perfetta continuità con i primi teologi del

      cristianesimo, gli Apologisti del II secolo, e anche con la posizione che

      Paolo assegna al cristianesimo nel primo capitolo della Lettera ai Romani

      che, da parte sua, si basa sulla teologia veterotestamentaria della

      Sapienza e risale, al di là di essa, fino ai Salmi che scherniscono gli

      dei. Il cristianesimo ha, in questa prospettiva, i suoi precursori e la

      sua preparazione nella razionalità filosofica, non nelle religioni. Il

      cristianesimo non è affatto basato, secondo Agostino e la tradizione

      biblica, che per lui è normativa, su immagini e presentimenti mitici, la

      cui giustificazione si trova ultimamente nella loro utilità politica, ma

      si richiama invece a quel divino che può essere percepito dall'analisi

      razionale della realtà. In altri termini: Agostino identifica il

      monoteismo biblico con le vedute filosofiche sulla fondazione del mondo

      che si sono formate, secondo diverse varianti, nella filosofia antica. È

      questo che si intende quando il cristianesimo, a partire dal discorso

      paolino dell'Areopago in poi, si presenta con la pretesa di essere la

      religio vera. Il che significa: la fede cristiana non si basa sulla poesia

      e la politica, queste due grandi fonti della religione; si basa sulla

      conoscenza. Venera quell'Essere che sta a fondamento di tutto ciò che

      esiste, il "vero Dio". Nel cristianesimo, la razionalità è diventata

      religione e non più il suo avversario. Perché ciò avvenisse, perché il

      cristianesimo si comprendesse come la vittoria della demitologizzazione,

      la vittoria della conoscenza e con essa della verità, doveva

      necessariamente considerarsi come universale ed essere portato a tutti i

      popoli: non come una religione specifica che ne reprime altre in forza di

      una specie di imperialismo religioso, ma come la verità che rende

      superflua l'apparenza. Ed è proprio questo che nella vasta tolleranza dei

      politeismi doveva necessariamente apparire come intollerabile, addirittura

      come nemico della religione, come "ateismo". Non si fondava sulla

      relatività e sulla convertibilità delle immagini, disturbava perciò

      soprattutto l'utilità politica delle religioni, e metteva così in pericolo

      i fondamenti dello Stato, nel quale non voleva essere una religione tra le

      altre, ma la vittoria dell'intelligenza sul mondo delle religioni.

      D'altra parte, a questa posizione del cristianesimo nel kosmos di

      religione e filosofia risale anche la forza di penetrazione del

      cristianesimo. Già prima dell'inizio della missione cristiana, alcuni

      circoli colti dell'antichità avevano cercato nella figura del "timorato di

      Dio" il nesso con la fede giudaica, che appariva loro come una figura

      religiosa del monoteismo filosofico corrispondente alle esigenze della

      ragione e allo stesso tempo al bisogno religioso dell'uomo. Bisogno questo

      a cui la filosofia da sola non poteva rispondere: non si prega un dio solo

      pensato. Là dove invece il Dio trovato dal pensiero si lascia incontrare

      nel cuore della religione come un Dio che parla e agisce, il pensiero e la

      fede sono riconciliati.

      In quel nesso con la sinagoga, c'era ancora qualcosa che non soddisfaceva:

      il non ebreo infatti rimaneva sempre un estraneo, non poteva mai arrivare

      ad una totale appartenenza. Questo nodo è sciolto nel cristianesimo dalla

      figura di Cristo, così come la interpretò Paolo. Solo allora il monoteismo

      religioso del giudaismo era divenuto universale, e quindi l'unità tra

      pensiero e fede, la religio vera, era divenuta accessibile a tutti.

      Giustino il filosofo, Giustino il martire (+167) può servire da figura

      sintomatica di questo accesso al cristianesimo: aveva studiato tutte le

      filosofie e alla fine aveva riconosciuto nel cristianesimo la vera

      philosophia. Era convinto che diventando cristiano non aveva rinnegato la

      filosofia, ma che solo allora era diventato davvero filosofo. La

      convinzione che il cristianesimo sia una filosofia, la filosofia perfetta,

      quella che è potuta penetrare fino alla verità, resterà in vigore ancora a

      lungo dopo l'epoca patristica. È ancora assolutamente attuale nel XIV

      secolo nella teologia bizantina di Nicolas Cabasilas. Certo, non si

      intendeva la filosofia come una disciplina accademica di natura puramente

      teoretica, ma anche e soprattutto, su un piano pratico, come l'arte del

      ben vivere e del ben morire, che tuttavia può riuscire solo alla luce

      della verità.

      L'unione della razionalità e della fede, che si realizzò nello sviluppo

      della missione cristiana e nella costruzione della teologia cristiana,

      portò però correttivi decisivi all'immagine filosofica di Dio, di cui due

      soprattutto devono essere menzionati. Il primo consiste nel fatto che il

      Dio al quale i cristiani credono e che venerano, a differenza degli dei

      mitici e politici, è davvero natura Deus; in ciò soddisfa le esigenze

      della razionalità filosofica. Ma nello stesso tempo vale l'altro aspetto:

      non tamen omnis natura est Deus; non tutto ciò che è natura è Dio. Dio è

      Dio per sua natura, ma la natura come tale non è Dio. Si crea una

      separazione tra la natura universale e l'Essere che la fonda, che le dà la

      sua origine. Solo allora la fisica e la metafisica giungono a una chiara

      distinzione l'una dall'altra. Solo il vero Dio che possiamo riconoscere,

      tramite il pensiero, nella natura è oggetto di preghiera. Ma è di più che

      la natura. La precede, essa è la sua creatura. A questa separazione tra la

      natura e Dio si aggiunge una seconda scoperta, ancora più decisiva: il

      dio, la natura, l'anima del mondo o qualsiasi cosa fosse non si poteva

      pregare; non era un "dio religioso", avevamo constatato. Adesso, ed è

      quello che già dice la fede dell'Antico Testamento e più ancora quella del

      Nuovo Testamento, quel Dio che precede la natura si è volto verso gli

      uomini. Non è un Dio silenzioso proprio perché non è solo natura. È

      entrato nella storia, è venuto incontro all'uomo, e così adesso l'uomo può

      incontrarlo. Può legarsi a Dio perché Dio si è legato all'uomo. Le due

      dimensioni della religione, che erano sempre separate l'una dall'altra, la

      natura eternamente dominatrice e il bisogno di salvezza dell'uomo che

      soffre e lotta sono legati l'una all'altro. La razionalità può diventare

      religione, perché il Dio della razionalità è egli stesso entrato nella

      religione. L'elemento che la fede rivendica come proprio, la Parola

      storica di Dio, è infatti il presupposto perché la religione possa ormai

      volgersi verso il dio filosofico, che non è più un Dio puramente

      filosofico e che nemmeno ripugna alla conoscenza della filosofia, ma

      l'assume. Qui si manifesta una cosa stupefacente: i due princìpi

      fondamentali del cristianesimo apparentemente in contrasto, il legame alla

      metafisica e il legame alla storia, si condizionano e si rapportano l'uno

      all'altro; costituiscono insieme l'apologia del cristianesimo in quanto

      religio vera.

      Se dunque si può dire che la vittoria del cristianesimo sulle religioni

      pagane fu resa possibile non da ultimo dalla sua pretesa di

      ragionevolezza, occorre aggiungere che a questo è legato un secondo motivo

      della stessa importanza. Consiste innanzitutto, per dirlo in modo

      assolutamente generale, nella serietà morale del cristianesimo,

      caratteristica che, del resto, Paolo aveva già allo stesso modo messo in

      rapporto con la ragionevolezza della fede cristiana: ciò a cui in fondo

      tende la legge, le esigenze essenziali messe in luce dalla fede cristiana,

      di un Dio unico per la vita dell'uomo, corrisponde a quel che l'uomo, ogni

      uomo porta scritto nel cuore, cosicché quando gli si presenta, lo

      riconosce come Bene. Corrisponde a ciò che «è buono per natura» (Rm 2,

      14s). L'allusione alla morale stoica, alla sua interpretazione etica della

      natura, è qui manifesta tanto quanto in altri testi paolini, per esempio

      nella Lettera ai Filippesi (Fil 4, 8: «Tutto quello che è vero, nobile,

      giusto, puro, amabile, onorato, quello che è virtù e merita lode, tutto

      questo sia oggetto dei vostri pensieri»).

      Così la fondamentale (benché critica) unità con la razionalità filosofica,

      presente nella nozione di Dio, si conferma e si concretizza ora

      nell'unità, critica anch'essa, con la morale filosofica. Come nel campo

      del religioso il cristianesimo superava i limiti di una scuola di saggezza

      filosofica proprio per il fatto che il Dio pensato si lasciava incontrare

      come un Dio vivente, così qui ci fu un superamento della teoria etica in

      una praxis morale, comunitariamente vissuta e resa concreta, nella quale

      la prospettiva filosofica era trascesa e trasposta nell'azione reale, in

      particolare grazie al concentrare tutta la morale nel duplice comandamento

      dell'amore di Dio e del prossimo. Il cristianesimo, si potrebbe dire

      semplificando, convinceva grazie al legame della fede con la ragione e

      grazie all'orientamento dell'azione verso la caritas, la cura amorevole

      dei sofferenti, dei poveri e dei deboli, al di là di ogni differenza di

      condizione. Che fosse questa l'intima forza del cristianesimo lo si può

      sicuramente e chiaramente vedere nel modo in cui l'imperatore Giuliano

      cercò di ristabilire il paganesimo in una forma rinnovata. Lui, il

      pontifex maximus della ristabilita religione degli antichi dei, si mise ad

      istituire, cosa che non era mai esistita prima, una gerarchia pagana,

      fatta di sacerdoti e metropoliti. I sacerdoti dovevano essere esempi di

      moralità; dovevano dedicarsi all'amore di dio (la divinità suprema tra gli

      dei) e del prossimo. Erano obbligati a compiere atti di carità verso i

      poveri, non era più permesso loro di leggere le commedie licenziose e i

      romanzi erotici, e dovevano predicare nei giorni di festa su un argomento

      filosofico per istruire e formare il popolo. Teresio Bosco dice

      giustamente, a questo riguardo, che l'imperatore in questo modo cercava,

      in realtà, non di ristabilire il paganesimo ma di cristianizzarlo in una

      sintesi limitata al culto degli dei, di razionalità e religione.

      Rivolgendo lo sguardo indietro, possiamo dire che la forza che ha

      trasformato il cristianesimo in una religione mondiale è consistita nella

      sua sintesi fra ragione, fede, vita; è precisamente questa sintesi che è

      sintetizzata nell'espressione religio vera. E a maggior ragione si impone

      allora la domanda: perché questa sintesi non convince più oggi? Perché la

      razionalità e il cristianesimo sono, al contrario, considerati oggi come

      contraddittori e addirittura reciprocamente esclusivi? Che cosa è cambiato

      nella razionalità? Che cosa è cambiato nel cristianesimo?

      Un tempo il neoplatonismo, in particolare Porfirio, aveva opposto alla

      sintesi cristiana un'altra interpretazione del rapporto tra filosofia e

      religione, una interpretazione che intendeva essere una rifondazione

      filosofica della religione politeista. Oggi è proprio questo modo di

      armonizzare la religione e la razionalità che sembra imporsi come la forma

      di religiosità adatta alla coscienza moderna.

      Porfirio formula così la sua prima idea fondamentale: Latet omne verum -

      la verità è nascosta. Ricordiamoci della parabola dell'elefante,

      contrassegnata proprio da quella concezione in cui buddismo e

      neoplatonismo si incontrano. In base alla quale non c'è alcuna certezza

      sulla verità, su Dio, ma solo opinioni. Nella crisi di Roma del tardo IV

      secolo, il senatore Simmaco - immagine speculare di Varrone e della sua

      teoria della religione - ha riportato la concezione neoplatonica a alcune

      formule semplici e pragmatiche, che possiamo trovare nel discorso tenuto

      nel 384 davanti all'imperatore Valentiniano II, in difesa del paganesimo e

      in favore della ricollocazione della dea Vittoria nel Senato di Roma. Cito

      solo la frase decisiva divenuta celebre: «È la medesima cosa quella che

      noi tutti veneriamo, una sola quella che pensiamo, contempliamo le stesse

      stelle, uno solo è il cielo che sta sopra di noi, è lo stesso il mondo che

      ci circonda; che cosa importano i diversi tipi di saggezza attraverso i

      quali ciascuno cerca la verità? Non si può arrivare a un mistero tanto

      grande attraverso un'unica via».

      È esattamente ciò che sostiene oggi la razionalità: la verità in quanto

      tale non la conosciamo; nelle immagini più diverse, in fondo, miriamo alla

      medesima cosa. Mistero così grande, il divino non può essere ridotto a una

      sola figura che esclude tutte le altre, a un'unica via che vincolerebbe

      tutti. Ci sono molte vie, ci sono molte immagini, tutte riflettono qualche

      cosa del tutto e nessuna di loro il tutto. L'ethos della tolleranza

      appartiene a chi riconosce in ciascuna di esse una parte di verità, a chi

      non pone la sua più in alto delle altre e si inserisce tranquillamente

      nella sinfonia polimorfa dell'eterno Inaccessibile. Esso in realtà si vela

      dietro a simboli, ma questi simboli sembrano non di meno l'unica nostra

      possibilità di arrivare in una certa maniera alla divinità.

      La pretesa del cristianesimo di essere la religio vera sarebbe dunque

      superata dal progresso della razionalità? È dunque costretto ad abbassare

      le sue pretese e a inserirsi nella visione neoplatonica o buddista o indù

      della verità e del simbolo, a contentarsi, come aveva proposto Ernst

      Troeltsch, di mostrare della faccia di Dio la parte rivolta verso

      l'Europa? Si deve forse fare un passo in più di Troeltsch, che considerava

      ancora il cristianesimo la religione adatta all'Europa, tenendo conto del

      fatto che oggi l'Europa stessa dubita che sia adatta? Questa è la vera

      domanda alla quale oggi la Chiesa e la teologia devono far fronte. Tutte

      le crisi all'interno del cristianesimo che osserviamo ai giorni nostri si

      basano di fatto solo secondariamente su problemi istituzionali.

      I problemi delle istituzioni così come delle persone nella Chiesa derivano

      ultimamente da questa questione, e dall'enorme peso che essa ha. Nessuno

      si aspetterà, alla fine del secondo millennio cristiano, che questa

      provocazione fondamentale trovi, anche solo lontanamente, risposta

      definitiva in una conferenza. Non può assolutamente trovare risposte

      puramente teoriche, così come la religione, in quanto attitudine ultima

      dell'uomo, non è mai solo teoria. Esige quella combinazione di conoscenza

      e di azione, su cui era fondata la forza persuasiva del cristianesimo dei

      Padri.

      Ciò non significa in nessun modo che ci si possa sottrarre all'urgenza che

      il problema ha dal punto di vista intellettuale, rinviando alla necessità

      della prassi. Cercherò, per finire, solo di aprire una prospettiva che

      potrebbe indicare la direzione. Abbiamo visto che l'originaria unità

      relazionale, tuttavia mai completamente acquisita, tra razionalità e fede,

      alla quale infine Tommaso d'Aquino dette una forma sistematica, è stata

      lacerata meno dallo sviluppo della fede che dai nuovi progressi della

      razionalità. Come tappe di questa mutua separazione si potrebbero citare

      Descartes, Spinoza, Kant. La nuova sintesi inglobante che Hegel tenta non

      restituisce alla fede il suo posto filosofico, ma tende a convertirla in

      ragione ed eliminarla come fede. A questa assolutizzazione dello spirito,

      Marx oppone l'unicità della materia; la filosofia deve allora essere

      completamente ricondotta alla scienza esatta. Solo l'esatta conoscenza

      scientifica è conoscenza. Con ciò è congedata l'idea del divino.

      La profezia di Auguste Comte, che disse che un giorno ci sarebbe stata una

      fisica dell'uomo e che le grandi domande finora lasciate alla metafisica

      in futuro sarebbero state trattate "positivamente" come tutto ciò che già

      oggi è scienza positiva, ha lasciato un'eco impressionante nel nostro

      secolo, nelle scienze umane. La separazione tra la fisica e la metafisica

      operata dal pensiero cristiano è sempre più abbandonata. Tutto deve

      ridiventare "fisica".

      La teoria evoluzionistica si è andata cristallizzando come la strada per

      far sparire definitivamente la metafisica, per rendere superflua

      l'«ipotesi di Dio» (Laplace) e formulare una spiegazione del mondo

      strettamente "scientifica". Una teoria evoluzionistica che spieghi in modo

      inglobante l'insieme di tutto il reale è diventata una specie di

      "filosofia prima" che rappresenta per così dire l'autentico fondamento

      della comprensione razionale del mondo. Ogni tentativo di fare entrare in

      gioco cause diverse da quelle che una teoria "positiva" elabora, ogni

      tentativo di "metafisica" appare necessariamente come una ricaduta al di

      qua della ragione, come un decadere dalla pretesa universale della

      scienza. Anche l'idea cristiana di Dio è necessariamente considerata come

      non scientifica. A quest'idea non corrisponde più nessuna theologia

      physica: l'unica theologia naturalis è, in questa visione, la dottrina

      evoluzionistica, ed essa non conosce proprio alcun Dio, né alcun Creatore

      nel senso del cristianesimo (del giudaismo e dell'islam), né alcuna anima

      del mondo o dinamismo interiore nel senso della Stoa. Eventualmente si

      potrebbe, in senso buddista, considerare il mondo intero come

      un'apparenza, e il nulla come l'autentica realtà, e giustificare in questo

      senso le forme mistiche di religione che almeno non sono in diretta

      concorrenza con la ragione.

      È così detta l'ultima parola? La ragione e il cristianesimo sono così

      definitivamente separati l'una dall'altro? Comunque stiano le cose, non

      viene discussa la portata della dottrina evoluzionistica come filosofia

      prima e l'esclusività del metodo positivo come unico tipo di scienza e di

      razionalità. Occorre che questa discussione venga iniziata da entrambe le

      parti con serenità e disponibilità ad ascoltare, cosa che finora è

      accaduta solo in modo debole. Nessuno potrebbe mettere seriamente in

      dubbio le prove scientifiche dei processi microevolutivi. Reinhard Junker

      e Sieghfried Scherer dicono a questo proposito nel loro Kritisches

      Lehrbuch sull'evoluzione: «Tali fenomeni [i processi microevolutivi] sono

      ben conosciuti a partire dai processi naturali di variazione e di

      formazione. Il loro esame per mezzo della biologia evolutiva portò a

      conoscenze significative a proposito della capacità strabiliante di

      adattamento dei sistemi viventi». Dicono in questo senso che si può a

      ragione caratterizzare la ricerca sull'origine come la disciplina regina

      della biologia. La domanda che un credente può porsi di fronte alla

      ragione moderna non è su questo, ma sull'estensione di una philosophia

      universalis che ambisce a diventare una spiegazione generale del reale e

      tende a non consentire più nessun altro livello di pensiero. Nella stessa

      dottrina evoluzionistica il problema si presenta quando si passa dalla

      micro alla macroevoluzione, passaggio a proposito del quale Szamarthy e

      Maynard Smith, entrambi sostenitori di una teoria evoluzionistica

      ricomprensiva, ammettono anche loro: «Non ci sono motivi teorici che

      lascino pensare che delle linee evolutive aumentino in complessità col

      tempo; non ci sono neanche prove empiriche che ciò avvenga».

      La domanda che ora bisogna porre va più in profondità: si tratta di sapere

      se la dottrina evoluzionistica può presentarsi come una teoria universale

      di tutto il reale, al di là della quale le ulteriori domande sull'origine

      e la natura delle cose non sono più lecite né necessarie, o se domande

      ultime del genere non superino il campo della pura ricerca

      scientifico-naturale. Vorrei porre la domanda in modo ancora più concreto.

      Dice veramente tutto una risposta come quella che troviamo, per esempio,

      nella seguente formulazione di Popper: «La vita, come noi la conosciamo,

      consiste di "corpi" fisici (meglio: di processi e strutture) che risolvono

      problemi. Che le diverse specie hanno "imparato" tramite la selezione

      naturale, cioè tramite il metodo di riproduzione più variazione; metodo

      che, da parte sua, fu imparato secondo lo stesso metodo. È una

      regressione, ma non è infinita...»? Non credo proprio. In fin dei conti si

      tratta di un'alternativa che non si può più risolvere semplicemente né a

      livello delle scienze naturali e in fondo neanche della filosofia. Si

      tratta di sapere se la ragione, o il razionale, si trova o no al principio

      di tutte le cose e a loro fondamento. Si tratta di sapere se il reale è

      nato sulla base del caso e della necessità (o, con Popper, d'accordo con

      Butier del Luck and Cunning [caso felice e previsione]), e quindi da ciò

      che è senza ragione, se, in altri termini, la ragione è un casuale

      prodotto marginale dell'irrazionale, insignificante, alla fine,

      nell'oceano dell'irrazionale, o se resta vera quella che è la convinzione

      fondamentale della fede cristiana e della sua filosofia: In principio erat

      Verbum - al principio di tutte le cose c'è la forza creatrice della

      ragione. La fede cristiana è oggi come ieri l'opzione per la priorità

      della ragione e del razionale. Questa domanda ultima non può più, come già

      si è detto, essere risolta tramite argomenti tratti dalle scienze

      naturali, e il pensiero filosofico stesso qui si blocca. In questo senso

      non si può fornire alcuna prova ultima dell'opzione cristiana

      fondamentale. Ma la ragione può, ultimamente, senza rinnegare se stessa,

      rinunciare alla priorità del razionale sull'irrazionale, al Logos come

      principio primo? Il modello ermeneutico offerto da Popper, che rientra

      sotto diverse forme in altre presentazioni della "filosofia prima",

      dimostra che la ragione non può che pensare anche l'irrazionale secondo la

      sua misura, e quindi razionalmente (risolvere problemi, elaborare

      metodi!), ristabilendo così implicitamente proprio il primato contestato

      della ragione. Con la sua opzione a favore del primato della ragione, il

      cristianesimo resta ancora oggi "razionalità", e penso che una razionalità

      che si sbarazzi di questa opzione significherebbe per forza,

      contrariamente alle apparenze, non un'evoluzione ma un'involuzione della

      razionalità.

      Abbiamo visto in precedenza che nella concezione del primo cristianesimo

      le nozioni di natura, uomo, Dio, ethos e religione erano indissolubilmente

      connesse l'una all'altra e che quel nesso aveva proprio aiutato il

      cristianesimo a vederci chiaro nella crisi degli dei e nella crisi

      dell'antica razionalità. L'orientarsi della religione verso una visione

      razionale del reale, l'ethos come parte di questa visione e la sua

      applicazione concreta sotto il primato dell'amore, si associarono l'uno

      all'altro. Il primato del Logos e il primato dell'amore si rivelarono

      identici. Il Logos non apparve più solo come ragione matematica alla base

      di tutte le cose ma come amore creatore fino a diventare com-passione

      verso la creatura. La dimensione cosmica della religione che venera il

      Creatore nella potenza dell'essere, e la sua dimensione esistenziale, la

      questione della redenzione, si compenetrarono e divennero una cosa sola.

      Di fatto, una spiegazione del reale che non può in modo sensato e

      comprensivo fondare un ethos resta necessariamente insufficiente. Ora, è

      un fatto che la teoria evoluzionistica, là dove rischia di allargarsi in

      philosophia universalis, tenta di fondare un nuovo ethos sulla base

      dell'evoluzione. Ma questo ethos evoluzionistico, che trova

      ineluttabilmente la sua nozione chiave nel modello della selezione, e

      quindi nella lotta per la sopravvivenza, nella vittoria del più forte,

      nell'adattamento riuscito, ha poco di consolante da offrire. Anche là dove

      si cerchi di abbellirlo in vari modi, resta ultimamente un ethos crudele.

      Lo sforzo per distillare il razionale a partire da una realtà insensata in

      se stessa fallisce qui in modo lampante. Tutto ciò serve a ben poco per

      quello di cui abbiamo bisogno: un'etica della pace universale, dell'amore

      pratico del prossimo e del necessario andare oltre il particolare.

      Il tentativo di ridare, in questa crisi dell'umanità, un senso

      comprensibile alla nozione di cristianesimo come religio vera deve, per

      così dire, puntare ugualmente sull'ortoprassia e sull'ortodossia. Al

      livello più profondo il suo contenuto dovrà consistere, oggi - come

      sempre, in ultima analisi -, nel fatto che l'amore e la ragione coincidono

      in quanto veri e propri pilastri fondamentali del reale: la ragione vera è

      l'amore e l'amore è la ragione vera. Nella loro unità essi sono il vero

      fondamento e lo scopo di tutto il reale.