DONUM VERITATIS

      

      

      INTRODUZIONE

      l. La verità che rende liberi è un dono di Gesù Cristo (cfr. Gv 8,32). La

      ricerca della verità è insita nella natura dell'uomo, mentre l'ignoranza

      lo mantiene in una condizione di schiavitù. L'uomo infatti non può essere

      veramente libero se non riceve luce sulle questioni centrali della sua

      esistenza, e in particolare su quella di sapere da dove venga e dove vada.

      Egli diventa libero quando Dio si dona a lui come un amico, secondo la

      parola del Signore: "Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa

      quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò

      che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi" (Gv 15,15). La

      liberazione dall'alienazione del peccato e della morte si realizza per

      l'uomo quando il Cristo, che è la Verità, diventa per lui la "via" (cfr.

      Gv 14,6).

      Nella fede cristiana conoscenza e vita, verità ed esistenza sono

      intrinsecamente connesse. La verità donata nella rivelazione di Dio

      sorpassa evidentemente le capacità di conoscenza dell'uomo, ma non si

      oppone alla ragione umana. Essa piuttosto la penetra, la eleva e fa

      appello alla responsabilità di ciascuno (Cfr. l Pt 3,15). Per questo, fin

      dall'inizio della chiesa la "regola della dottrina" (Rm 6,17) è stata

      legata, con il battesimo, all'ingresso del mistero di Cristo. Il servizio

      alla dottrina, che implica la ricerca credente dell'intelligenza della

      fede e cioè la teologia, è pertanto un'esigenza alla quale la chiesa non

      può rinunciare.

      In ogni epoca la teologia è importante perché la chiesa possa rispondere

      al disegno di Dio, il quale vuole "che tutti gli uomini siano salvati e

      arrivino alla conoscenza della verità" (1Tm 2,4). In tempi di grandi

      mutamenti spirituali e culturali essa è ancora più importante, ma è anche

      esposta a rischi, dovendosi sforzare di "rimanere" nella verità (cfr. Gv

      8,31) e tener conto nel medesimo tempo dei nuovi problemi che si pongono

      allo spirito umano. Nel nostro secolo, in particolare durante la

      preparazione e la realizzazione del concilio Vaticano II, la teologia ha

      contribuito molto a una più profonda "comprensione delle realtà e delle

      parole trasmesse" [Cost. dogm. Dei verbum (DV), n. 8: EV 1/883] ma ha

      anche conosciuto e conosce ancora dei momenti di crisi e di tensione.

      La Congregazione per la dottrina della fede ritiene pertanto opportuno

      rivolgere ai vescovi della chiesa cattolica, e tramite loro ai teologi, la

      presente istruzione che si propone di illuminare la missione della

      teologia nella chiesa. Dopo aver preso in considerazione la verità come

      dono di Dio al suo popolo (I), essa descriverà la funzione dei teologi

      (II), si soffermerà quindi sulla missione particolare dei pastori (III), e

      proporrà infine alcune indicazioni sul giusto rapporto fra gli uni e gli

      altri (IV). Essa intende così servire la crescita nella conoscenza della

      verità (cfr. Col 1,10), che ci introduce in quella libertà per

      conquistarci la quale Cristo è morto e risuscitato (cfr. Gal 5,1).

 

      I. LA VERITÀ, DONO DI DIO AL SUO POPOLO

      2. Mosso da un amore senza misura, Dio ha voluto farsi vicino all'uomo che

      ricerca la propria identità e camminare con lui (cfr. Lc 24,15). Egli lo

      ha anche liberato dalle insidie del "padre della menzogna" (cfr. Gv 8,44)

      e gli ha dato accesso alla sua intimità perché vi trovi, in

      sovrabbondanza, la verità piena e la vera libertà. Questo disegno d'amore

      concepito dal "Padre della luce" (Gc 1,17; cfr. 1 Pt 2,9; l Gv 1,5)

      realizzato dal Figlio vincitore della morte (cfr. Gv 8,36) è reso

      continuamente attuale dallo Spirito che guida "alla verità tutta intera"

      (Gv 16,13).

      3. La verità ha in sé una forza unificante: libera gli uomini

      dall'isolamento e dalle opposizioni nelle quali sono rinchiusi

      dall'ignoranza della verità e aprendo loro la via verso Dio, li unisce gli

      uni agli altri. Il Cristo ha distrutto il muro di separazione che aveva

      reso gli uomini estranei alla promessa di Dio e alla comunione

      dell'alleanza (cfr. Ef 2,12?14). Egli invia nel cuore dei credenti il suo

      Spirito, per mezzo del quale noi tutti in lui siamo "uno solo" (cfr. Rm

      5,5; Gal 3,28). Così grazie alla nuova nascita e all'unzione dello Spirito

      Santo (cfr. Gv 3,5: 1Gv 2,20.27), diventiamo l'unico e nuovo popolo di Dio

      che, con vocazioni e carismi diversi, ha la missione di conservare e

      trasmettere il dono della verità. Infatti la chiesa tutta, come "sale

      della terra" e "luce del mondo" (cfr. Mt 5,13s), deve rendere

      testimonianza alla verità di Cristo che rende liberi.

      4. A questa chiamata il popolo di Dio risponde "soprattutto per mezzo di

      una vita di fede e di carità, e offrendo a Dio un sacrificio di lode". Per

      quello che riguarda più specificatamente la "vita di fede", il Concilio

      Vaticano II precisa che "la totalità dei fedeli che hanno ricevuto

      l'unzione dello Spirito Santo (cfr. Gv 2,20) non può sbagliarsi nel

      credere, e manifesta questa proprietà peculiare mediante il senso

      soprannaturale della fede di tutto il popolo, quando "dai vescovi fino

      agli ultimi fedeli laici" esprime l'universale suo consenso in materia di

      fede e di costumi" [Cost. dogm. Lumen gentium (LG), n. 12; EV 1/316].

      5. Per esercitare la sua funzione profetica nel mondo, il popolo di Dio

      deve continuamente risvegliare o "ravvivare" la propria vita di fede (cfr.

      2 Tm 1,6), in particolare per mezzo di una riflessione sempre più

      approfondita, guidata dallo Spirito Santo, sul contenuto della fede stessa

      tramite l'impegno di dimostrarne la ragionevolezza a coloro che gliene

      chiedono i motivi (cfr. 1 Pt 3,15). In vista di questa missione lo Spirito

      di verità dispensa, fra i fedeli di ogni ordine, grazie speciali date "per

      l'utilità comune" (l Cor 12,7?11).

 

      II. LA VOCAZIONE DEL TEOLOGO

      6. Fra le vocazioni suscitate dallo Spirito nella chiesa si distingue

      quella del teologo, che in modo particolare ha la funzione di acquisire,

      in comunione con il magistero, un'intelligenza sempre più profonda della

      parola di Dio contenuta nella Scrittura ispirata e trasmessa dalla

      tradizione viva della chiesa.

      Di sua natura la fede fa appello all'intelligenza, perché svela all'uomo

      la verità sul suo destino e la via per raggiungerlo. Anche se la verità

      rivelata è superiore a ogni nostro dire e i nostri concetti sono

      imperfetti di fronte alla grandezza ultimamente insondabile (cfr. Ef

      3,19), essa invita tuttavia la ragione ? dono di Dio fatto per cogliere la

      verità ? a entrare nella sua luce, diventando così capace di comprendere

      in una certa misura ciò che ha creduto. La scienza teologica, che

      rispondendo all'invito della voce della verità cerca l'intelligenza della

      fede, aiuta il popolo di Dio, secondo il comandamento dell'apostolo (cfr.

      l Pt 3,15), a rendere conto della sua speranza a coloro che lo richiedono.

      7. Il lavoro del teologo risponde così al dinamismo insito nella fede

      stessa: di sua natura la Verità vuole comunicarsi, perché l'uomo è stato

      creato per percepire la verità, e desidera nel più profondo di se stesso

      conoscerla per ritrovarsi in essa e trovarvi la sua salvezza (cfr. l Tm

      2,4). Per questo il Signore ha inviato i suoi apostoli perché facciano

      "discepole" tutte le nazioni e le ammaestrino (cfr. Mt 28,19s). La

      teologia, che ricerca la "ragione della fede" e a coloro che cercano offre

      questa ragione come una risposta, costituisce parte integrante

      dell'obbedienza a questo comandamento, perché gli uomini non possono

      diventare discepoli se la verità contenuta nella parola della fede non

      viene loro presentata (cfr. Rm 10,14s).

      La teologia offre dunque il suo contributo perché la fede divenga

      comunicabile, e l'intelligenza di coloro che non conoscono ancora il

      Cristo possa ricercarla e trovarla. La teologia, che obbedisce all'impulso

      della verità che tende a comunicarsi, nasce anche dall'amore e dal suo

      dinamismo: nell'atto di fede l'uomo conosce la bontà di Dio e comincia ad

      amarlo, ma l'amore desidera conoscere sempre meglio colui che ama [cfr.

      Bonaventura, Prooem. in I Sent., q. 2, ad 6: "Quando fides non assentit

      propter rationem, sed propter amorem eius cui assentit, desiderat habere

      rationes"]. Da questa duplice origine della teologia, iscritta nella vita

      interna del popolo di Dio e nella sua vocazione missionaria, consegue il

      modo con cui essa deve essere elaborata per soddisfare alle esigenze della

      sua natura.

      8. Poiché oggetto della teologia è la Verità, il Dio vivo e il suo disegno

      di salvezza rivelato in Gesù Cristo, il teologo è chiamato a intensificare

      la sua vita di fede e a unire sempre ricerca scientifica e preghiera [cfr.

      Giovanni Paolo II, Discorso in occasione della consegna del premio

      internazionale Paolo VI a Hans Urs von Balthasar, 23.6.1984; in

      Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VII, 1 1984, pp. 1911?1917]. Sarà così

      più aperto al "senso soprannaturale della fede" da cui dipende e che gli

      apparirà come una sicura regola per guidare la sua riflessione e misurare

      la correttezza delle sue conclusioni.

      9. Nel corso dei secoli la teologia si è progressivamente costituita in

      vero e proprio sapere scientifico. E' quindi necessario che il teologo sia

      attento alle esigenze epistemologiche della sua disciplina, alle esigenze

      di rigore critico, e quindi al controllo razionale di ogni tappa della sua

      ricerca. Ma l'esigenza critica non va identificata con lo spirito critico,

      che nasce piuttosto da motivazioni di carattere affettivo o da

      pregiudizio. Il teologo deve discernere in se stesso l'origine e le

      motivazioni del suo atteggiamento critico e lasciare che il suo sguardo

      sia purificato dalla fede. L'impegno teologico esige uno sforzo spirituale

      di rettitudine e di santificazione.

      10. Pur trascendendo la ragione umana, la verità rivelata è in profonda

      armonia con essa. Ciò suppone che la ragione sia per sua natura ordinata

      alla verità in modo che, illuminata dalla fede, essa possa penetrare il

      significato della rivelazione. Contrariamente alle affermazioni di molte

      correnti filosofiche, ma conformemente a un retto modo di pensare che

      trova conferma nella Scrittura, si deve riconoscere la capacità della

      ragione umana di raggiungere la verità, così come la sua capacità

      metafisica di conoscere Dio a partire dal creato [Cfr. Concilio Vaticano

      I, cost. dogm. De fide catholica, De revelatione, can. 1: DS 3026].

      Il compito proprio alla teologia di comprendere il senso della rivelazione

      esige pertanto l'utilizzo di acquisizioni filosofiche che forniscano "una

      solida e armonica conoscenza dell'uomo, del mondo e di Dio" [Decr. Optatam

      totius (OT), n. 15: EV 1/802], e possano essere assunte nella riflessione

      sulla dottrina rivelata. Le scienze storiche sono egualmente necessarie

      agli studi del teologo, a motivo innanzitutto del carattere storico della

      rivelazione stessa, che ci è stata comunicata in una "storia di salvezza".

      Si deve infine fare ricorso anche alle "scienze umane", per meglio

      comprendere la verità rivelata sull'uomo e sulle norme morali del suo

      agire, mettendo in rapporto con essa i risultati validi di queste scienze.

      In questa prospettiva è compito del teologo assumere dalla cultura del suo

      ambiente elementi che gli permettano di mettere meglio in luce l'uno o

      l'altro aspetto dei misteri della fede. Un tale compito è certamente arduo

      e comporta dei rischi, ma è in se stesso legittimo e deve essere

      incoraggiato.

      A questo proposito è importante sottolineare che l'utilizzazione da parte

      della teologia di elementi e strumenti concettuali provenienti dalla

      filosofia o da altre discipline esige un discernimento che ha il suo

      principio normativo ultimo nella dottrina rivelata. E' essa che deve

      fornire i criteri per il discernimento di questi elementi e strumenti

      concettuali e non viceversa.

      11. Il teologo, non dimenticando mai di essere anch'egli membro del popolo

      di Dio, deve nutrire rispetto nei suoi confronti e impegnarsi nel

      dispensargli un insegnamento che non leda in alcun modo la dottrina della

      fede.

      La libertà propria alla ricerca teologica si esercita all'interno della

      fede della chiesa. L'audacia pertanto che si impone spesso alla coscienza

      del teologo non può portare frutti ed "edificare" se non si accompagna

      alla pazienza della maturazione. Le nuove proposte avanzate

      dall'intelligenza della fede "non sono che un'offerta fatta a tutta la

      chiesa. Occorrono molte correzioni e ampliamenti di prospettiva in un

      dialogo fraterno, prima di giungere al momento in cui tutta la chiesa

      possa accettarle". Di conseguenza la teologia, in quanto "servizio molto

      disinteressato alla comunità dei credenti, comporta essenzialmente un

      dibattito oggettivo, un dialogo fraterno, un'apertura e una disponibilità

      a modificare le proprie opinioni" [Giovanni Paolo II, Discorso ai teologi

      ad Altotting, 18.11.1980; AAS 73(1981), 104; cfr. anche Paolo VI, Discorso

      ai membri della Commissione teologica internazionale, 11.10.1972: AAS

      64(1972), 682s; Giovanni Paolo II, Discorso ai membri della Commissione

      teologica internazionale, 26.10.1979: AAS 71(1979), 1428?1433].

      12. La libertà di ricerca, che giustamente sta a cuore alla comunità degli

      uomini di scienza come uno dei suoi beni più preziosi, significa

      disponibilità ad accogliere la verità così come essa si presenta, al

      termine di una ricerca, nella quale non sia intervenuto alcun elemento

      estraneo alle esigenze di un metodo che corrisponda all'oggetto studiato.

      In teologia questa libertà di ricerca si iscrive all'interno di un sapere

      razionale il cui oggetto è dato dalla rivelazione, trasmessa e

      interpretata nella chiesa sotto l'autorità del magistero, e accolta dalla

      fede. Trascurare questi dati, che hanno un valore di principio,

      equivarrebbe a smettere di fare teologia. Per ben precisare le modalità di

      questo rapporto con il magistero, è ora opportuno riflettere sul ruolo di

      quest'ultimo nella chiesa.

 

      III. IL MAGISTERO DEI PASTORI

      13. "Dio, con somma benignità, dispose che quanto egli aveva rivelato, per

      la salvezza di tutte le genti, rimanesse sempre integro e venisse

      trasmesso a tutte le generazioni" [DV 7; EV 1/880]. Egli ha dato alla sua

      chiesa, mediante il dono dello Spirito Santo, una partecipazione alla

      propria infallibilità [cfr. Congregazione per la Dottrina della Fede,

      dich. Mysterium ecclesiae (ME), n. 2: AAS 65(1973), 398s; EV 4/2567]. Il

      popolo di Dio, grazie al "senso soprannaturale della fede", gode di questa

      prerogativa, sotto la guida del magistero vivo della chiesa, che, per

      l'autorità esercitata nel nome di Cristo, è il solo interprete autentico

      della parola di Dio, scritta o trasmessa [Cfr. DV 10: EV 1/887].

      14. Come successori degli apostoli, i pastori della chiesa "ricevono dal

      Signore... la missione di insegnare a tutte le genti e di predicare il

      Vangelo a ogni creatura, affinché tutti gli uomini... ottengano la

      salvezza" [LG 24: EV 1/342]. Ad essi è quindi affidato il compito di

      conservare, esporre e diffondere la parola di Dio, della quale sono

      servitori [DV 10: EV 1/887].

      La missione del magistero è quella di affermare, coerentemente con la

      natura "escatologica" propria dell'evento di Gesù Cristo, il carattere

      definitivo dell'alleanza instaurata da Dio per mezzo di Cristo con il suo

      popolo, tutelando quest'ultimo da deviazioni e smarrimenti, e

      garantendogli la possibilità obiettiva di professare senza errori la fede

      autentica, in ogni tempo e nelle diverse situazioni. Ne consegue che il

      significato del magistero e il suo valore sono comprensibili solo in

      relazione alla verità della dottrina cristiana e alla predicazione della

      Parola vera. La funzione del magistero non è quindi qualcosa di estrinseco

      alla verità cristiana né di sovrapposto alla fede; essa emerge

      direttamente dall'economia della fede stessa, in quanto il magistero è,

      nel suo servizio alla parola di Dio, un'istituzione voluta positivamente

      da Cristo come elemento costitutivo della chiesa. Il servizio alla verità

      cristiana reso dal magistero è perciò a favore di tutto il popolo di Dio,

      chiamato a entrare in quella libertà della verità che Dio ha rivelato in

      Cristo.

      15. Perché possano adempiere pienamente il compito loro affidato di

      insegnare il Vangelo e di interpretare autenticamente la rivelazione, Gesù

      Cristo ha promesso ai pastori della chiesa l'assistenza dello Spirito

      Santo. Egli li ha dotati in particolare del carisma di infallibilità per

      quanto concerne materie di fede e di costumi. L'esercizio di questo

      carisma può avere diverse modalità. Si esercita in particolare quando i

      vescovi, in unione con il loro capo visibile, mediante un atto collegiale,

      come nel caso dei concili ecumenici, proclamano una dottrina, o quando il

      pontefice romano, esercitando la sua missione di pastore e dottore supremo

      di tutti i cristiani, proclama una dottrina "ex cathedra" [cfr. LG 25: EV

      1/344ss; ME 3: AAS 65(1973), 400s; EV 4/2571].

      16. Il compito di custodire santamente e di esporre fedelmente il deposito

      della divina rivelazione implica, di sua natura, che il magistero possa

      proporre "in modo definitivo" [cfr. Professio fidei et Iusiurandum

      fidelitatis; AAS 81(1989), 104s: "omnia et singula quae circa doctrinam de

      fide vel moribus ab eadem definitive proponuntur"; cfr. Regno?doc.

      7(1989), 200] enunciati che, anche se non sono contenuti nelle verità di

      fede, sono a esse tuttavia intimamente connessi, così che il carattere

      definitivo di tali affermazioni deriva, in ultima analisi, dalla

      rivelazione stessa [cfr. LG 25: EV 1/347; ME 3?5: AAS 65(1973), 400?404;

      EV 4/2570ss; Professio fidei et Iusiurandum fidelitatis; AAS 81(1989),

      104s].

      Ciò che concerne la morale può essere oggetto di magistero autentico,

      perché il Vangelo, che è parola di vita, ispira e dirige tutto l'ambito

      dell'agire umano. Il magistero ha dunque il compito di discernere,

      mediante giudizi normativi per la coscienza dei fedeli, gli atti che sono

      in se stessi conformi alle esigenze della fede e ne promuovono

      l'espressione nella vita, e quelli che al contrario, per la loro malizia

      intrinseca, sono incompatibili con queste esigenze. A motivo del legame

      che esiste fra l'ordine della creazione e l'ordine della redenzione, e a

      motivo della necessità di conoscere e osservare tutta la legge morale in

      vista della salvezza, la competenza del magistero si estende anche a ciò

      che riguarda la legge naturale [cfr. Paolo VI, encicl. Humanae vitae, n.

      4: AAS 60(1968), 483; EV 3/590].

      D'altra parte la rivelazione contiene insegnamenti morali che di per sé

      potrebbero essere conosciuti dalla ragione naturale, ma a cui la

      condizione dell'uomo peccatore rende difficile l'accesso. E' dottrina di

      fede che queste norme morali possono essere infallibilmente insegnate dal

      magistero [cfr. Concilio Vaticano I, cost. dogm. Dei Filius, e. 2: DS

      3005].

      17. L'assistenza divina è data inoltre ai successori degli apostoli, che

      insegnano in comunione con il successore di Pietro, e, in una maniera

      particolare, al romano pontefice, pastore di tutta la chiesa, quando,

      senza giungere a una definizione infallibile e senza pronunciarsi in un

      "modo definitivo", nell'esercizio del loro magistero ordinario propongono

      un insegnamento, che conduce a una migliore comprensione della rivelazione

      in materia di fede e di costumi, e direttive morali derivanti da questo

      insegnamento.

      Si deve dunque tener conto del carattere proprio di ciascuno degli

      interventi del magistero e della misura in cui la sua autorità è

      coinvolta, ma anche dal fatto che essi derivano tutti dalla stessa fonte e

      cioè da Cristo che vuole che il suo popolo cammini nella verità tutta

      intera. Per lo stesso motivo le decisioni magisteriali in materia di

      disciplina, anche se non sono garantite dal carisma dell'infallibilità,

      non sono sprovviste dell'assistenza divina, e richiedono l'adesione dei

      fedeli.

      18. Il pontefice romano adempie la sua missione universale con l'aiuto

      degli organismi della Curia romana e in particolare della Congregazione

      per la dottrina della fede per ciò che riguarda la dottrina sulla fede e

      sulla morale. Ne consegue che i documenti di questa congregazione

      approvati espressamente dal papa partecipano al magistero ordinario del

      successore di Pietro [cfr. CIC cann. 360?361; Paolo VI, cost. apost.

      Regimini ecclesiae universae, 15.8.1967, nn. 29?40: AAS 59(1967), 897?899;

      EV 2/1569ss; Giovanni Paolo II, cost. apost. Pastor bonus, 28.6.1988,

      artt. 48?55: AAS 80(1988), 873?874; Regno?doc. 15(1988), 458s.].

      19. Nelle chiese particolari spetta al vescovo custodire e interpretare la

      parola di Dio e giudicare con autorità ciò che le è conforme o meno.

      L'insegnamento di ogni vescovo, preso singolarmente, si esercita in

      comunione con quello del pontefice romano, pastore della chiesa

      universale, e con gli altri vescovi dispersi per il mondo o riuniti in

      concilio ecumenico. Questa comunione è condizione della sua autenticità.

      Membro del collegio episcopale in forza della sua ordinazione sacramentale

      e della comunione gerarchica, il vescovo rappresenta la sua chiesa, così

      come tutti i vescovi in unione con il papa rappresentano la chiesa

      universale nel vincolo della pace, dell'amore, dell'unità e della verità.

      Convergendo nell'unità, le chiese locali, con il loro proprio patrimonio,

      manifestano la cattolicità della chiesa. Da parte loro, le conferenze

      episcopali contribuiscono alla realizzazione concreta dello spirito

      ("affectus") collegiale [cfr. LG 22?23: EV 1/336ss. Come è noto, a seguito

      della seconda Assemblea generale straordinaria del sinodo dei vescovi, il

      santo padre ha affidato alla Congregazione per i vescovi l'incarico di

      approfondire lo "status teologico ? giuridico delle conferenze

      episcopali"].

      20. Il compito pastorale del magistero, che ha lo scopo di vigilare perché

      il popolo di Dio rimanga nella verità che libera, è dunque una realtà

      complessa e diversificata. Il teologo, nel suo impegno al servizio della

      verità, dovrà, per restare fedele alla sua funzione, tener conto della

      missione propria al magistero e collaborare con esso. Come si deve

      intendere questa collaborazione? Come si realizza concretamente e quali

      ostacoli può incontrare? E' ciò che occorre adesso esaminare più da

vicino.

 

      IV. MAGISTERO E TEOLOGIA

      A. I rapporti di collaborazione

      21. Il magistero vivo della chiesa e la teologia, pur avendo doni e

      funzioni diverse, hanno ultimamente il medesimo fine: conservare il popolo

      di Dio nella verità che libera e farne così la "luce delle nazioni".

      Questo servizio alla comunità ecclesiale mette in relazione reciproca il

      teologo con il magistero. Quest'ultimo insegna autenticamente la dottrina

      degli apostoli e, traendo vantaggio dal lavoro teologico, respinge le

      obiezioni e le deformazioni della fede, proponendo inoltre con l'autorità

      ricevuta da Gesù Cristo nuovi approfondimenti, esplicitazioni e

      applicazioni della dottrina rivelata. La teologia invece acquisisce, in

      modo riflesso, un'intelligenza sempre più profonda della parola di Dio,

      contenuta nella Scrittura e trasmessa fedelmente dalla tradizione viva

      della chiesa sotto la guida del magistero, cerca di chiarire

      l'insegnamento della rivelazione di fronte alle istanze della ragione, e

      infine gli dà una forma organica e sistematica [cfr. Paolo VI, Discorso ai

      partecipanti al Congresso internazionale sulla teologia del concilio

      Vaticano II, 1.10.1966: AAS 58(1966), 892s].

      22. La collaborazione fra il teologo e il magistero si realizza in modo

      speciale quando il teologo riceve la missione canonica o il mandato di

      insegnare. Essa diventa allora, in un certo senso, una partecipazione

      all'opera del magistero al quale la collega un vincolo giuridico. Le

      regole di deontologia che derivano per se stesse e con evidenza dal

      servizio alla parola di Dio vengono corroborate dall'impegno assunto dal

      teologo accettando il suo ufficio ed emettendo la Professione di fede e il

      Giuramento di fedeltà [cfr. CIC can. 833; Professio fidei et Iusiurandum

      fidelitatis; AAS 81 (1989), 104s].

      Da quel momento egli è investito ufficialmente del compito di presentare e

      illustrare, con tutta esattezza e nella sua integralità, la dottrina della

      fede.

      23. Quando il magistero della chiesa si pronuncia infallibilmente

      dichiarando solennemente che una dottrina è contenuta nella rivelazione,

      l'adesione richiesta è quella della fede teologale. Questa adesione si

      estende all'insegnamento del magistero ordinario e universale quando

      propone a credere una dottrina di fede come divinamente rivelata.

      Quando esso propone "in modo definitivo" delle verità riguardanti la fede

      e i costumi, che, anche se non divinamente rivelate, sono tuttavia

      strettamente e intimamente connesse con la rivelazione, queste devono

      essere fermamente accettate e ritenute [il testo della nuova Professione

      di fede (cfr. nota 15) precisa l'adesione a questi insegnamenti in questi

      termini: "Firmiter etiam amplector et retineo ... "].

      Quando il magistero, anche senza l'intenzione di porre un atto

      "definitivo", insegna una dottrina per aiutare a un'intelligenza

      più profonda della rivelazione e di ciò che ne esplicita il contenuto,

      ovvero per richiamare la conformità di una dottrina con le verità di fede,

      o infine per mettere in guardia contro concezioni incompatibili con queste

      stesse verità, è richiesto un religioso ossequio della volontà e

      dell'intelligenza [cfr. LG 25: EV 11344; CIC can. 752, 14]. Questo non può

      essere puramente esteriore e disciplinare, ma deve collocarsi nella logica

      e sotto la spinta dell'obbedienza della fede.

      24. Infine il magistero, allo scopo di servire nel miglior modo possibile

      il popolo di Dio, e in particolare per metterlo in guardia nei confronti

      di opinioni pericolose che possono portare all'errore, può intervenire su

      questioni dibattute nelle quali sono implicati, insieme ai principi fermi,

      elementi congetturali e contingenti. E spesso è solo a distanza di un

      certo tempo che diviene possibile operare una distinzione fra ciò che è

      necessario e ciò che è contingente.

      La volontà di ossequio leale a questo insegnamento del magistero in

      materia per sé non irreformabile deve essere la regola. Può tuttavia

      accadere che il teologo si ponga degli interrogativi concernenti, a

      seconda dei casi, l'opportunità, la forma o anche il contenuto di un

      intervento. Il che lo spingerà innanzitutto a verificare accuratamente

      quale è l'autorevolezza di questi interventi, così come essa risulta dalla

      natura dei documenti, dall'insistenza nel riproporre una dottrina e dal

      modo stesso di esprimersi [Cfr. LG 25 § 1: EV 1/344].

      In questo ambito degli interventi di ordine prudenziale, è accaduto che

      dei documenti magisteriali non fossero privi di carenze. I pastori non

      hanno sempre colto subito tutti gli aspetti o tutta la complessità di una

      questione. Ma sarebbe contrario alla verità se, a partire da alcuni

      determinati casi, si concludesse che il magistero della chiesa possa

      ingannarsi abitualmente nei suoi giudizi prudenziali, o non goda

      dell'assistenza divina nell'esercizio integrale della sua missione. Di

      fatto il teologo, che non può esercitare bene la sua disciplina senza una

      certa competenza storica, è cosciente della decantazione che si opera con

      il tempo. Ciò non deve essere inteso nel senso di una relativizzazione

      degli enunciati della fede. Egli sa che alcuni giudizi del magistero

      potevano essere giustificati al tempo in cui furono pronunciati, perché le

      affermazioni prese in considerazione contenevano in modo inestricabile

      asserzioni vere e altre che non erano sicure. Soltanto il tempo ha

      permesso di compiere un discernimento e, a seguito di studi approfonditi,

      di giungere a un vero progresso dottrinale.

      25. Anche quando la collaborazione si svolge nelle condizioni migliori,

      non è escluso che nascano tra il teologo e il magistero delle tensioni. Il

      significato che a queste si conferisce e lo spirito con il quale le si

      affronta non sono indifferenti: se le tensioni non nascono da un

      sentimento di ostilità e di opposizione, possono rappresentare da un

      fattore di dinamismo e uno stimolo che sospinge il magistero e i teologi

      ad adempiere le loro rispettive funzioni praticando il dialogo.

      26. Nel dialogo deve dominare una duplice regola: là ove la comunione di

      fede è in causa vale il principio dell'"unitas veritatis"; là ove

      rimangono delle divergenze che non mettono in causa questa comunione, si

      salvaguarderà l'"unitas caritatis".

      27. Anche se la dottrina della fede non è in causa, il teologo non

      presenterà le sue opinioni o le sue ipotesi divergenti come se si

      trattasse di conclusioni indiscutibili. Questa discrezione è esigita dal

      rispetto della verità così come dal rispetto per il popolo di Dio (cfr. Rm

      14,1?15; 1Cor 8; 10; 23?33). Per gli stessi motivi egli rinuncerà a una

      loro espressione pubblica intempestiva.

      28. Ciò che precede ha un'applicazione particolare nel caso del teologo

      che trovasse serie difficoltà, per ragioni che gli paiono fondate, ad

      accogliere un insegnamento magisteriale non irreformabile.

      Un tale disaccordo non potrebbe essere giustificato se si fondasse

      solamente sul fatto che la validità dell'insegnamento dato non è evidente

      o sull'opinione che la posizione contraria sia più probabile. Così pure

      non sarebbe sufficiente il giudizio della coscienza soggettiva del

      teologo, perché questa non costituisce un'istanza autonoma ed esclusiva

      per giudicare della verità di una dottrina.

      29. In ogni caso non potrà mai venir meno un atteggiamento di fondo di

      disponibilità ad accogliere lealmente l'insegnamento del magistero, come

      si conviene a ogni credente nel nome dell'obbedienza della fede. Il

      teologo si sforzerà pertanto di comprendere questo insegnamento nel suo

      contenuto, nelle sue ragioni e nei suoi motivi. A ciò egli consacrerà una

      riflessione approfondita e paziente, pronto a rivedere le sue proprie

      opinioni e a esaminare le obiezioni che gli fossero fatte dai suoi

      colleghi.

      30. Se, malgrado un leale sforzo, le difficoltà persistono, è dovere del

      teologo far conoscere alle autorità magisteriali i problemi suscitati

      dall'insegnamento in se stesso, nelle giustificazioni che ne sono proposte

      o ancora nella maniera con cui è presentato. Egli lo farà in uno spirito

      evangelico, con il profondo desiderio di risolvere le difficoltà. Le sue

      obiezioni potranno allora contribuire a un reale progresso, stimolando il

      magistero a proporre l'insegnamento della chiesa in modo più approfondito

      e meglio argomentato.

      In questi casi il teologo eviterà di ricorrere ai "mass?media" invece di

      rivolgersi all'autorità responsabile, perché non è esercitando in tal modo

      una pressione sull'opinione pubblica che si può contribuire alla

      chiarificazione dei problemi dottrinali e servire la verità.

      31. Può anche accadere che al termine di un esame dell'insegnamento del

      magistero serio e condotto con volontà di ascolto senza reticenze, la

      difficoltà rimanga, perché gli argomenti in senso opposto sembrano al

      teologo prevalere. Davanti a un'affermazione, alla quale non sente di

      poter dare la sua adesione intellettuale, il suo dovere è di restare

      disponibile per un esame più approfondito della questione.

      Per uno spirito leale e animato dall'amore per la chiesa, una tale

      situazione può certamente rappresentare una prova difficile. Può essere un

      invito a soffrire nel silenzio e nella preghiera, con la certezza che se

      la verità è veramente in causa, essa finirà necessariamente per imporsi.

      B. Il problema dei dissenso

      32. A più riprese il magistero ha attirato l'attenzione sui gravi

      inconvenienti arrecati alla comunione della chiesa da quegli atteggiamenti

      di opposizione sistematica, che giungono perfino a costituirsi in gruppi

      organizzati [cfr. Paolo VI, esort. apost. Paterna cum benevolentia (PcB),

      8.12.1974; AAS 67(1975), 5?23; EV 5/815ss. Si veda anche ME: AAS 65

      (1973), 396?408; EV 4/2564ss]. Nell'esortazione apostolica Paterna cum

      benevolentia Paolo VI ha proposto una diagnosi che conserva ancora tutta

      la sua pertinenza. In particolare qui si intende parlare di

      quell'atteggiamento pubblico di opposizione al magistero della chiesa,

      chiamato anche "dissenso", e che occorre ben distinguere dalla situazione

      di difficoltà personale, di cui si è trattato più sopra. Il fenomeno del

      dissenso può avere diverse forme, e le sue cause remote o prossime sono

      molteplici.

      Tra i fattori che possono esercitare la loro influenza in maniera remota o

      indiretta, occorre ricordare l'ideologia del liberalismo filosofico che

      impregna anche la mentalità della nostra epoca. Di qui proviene la

      tendenza a considerare che un giudizio ha tanto più valore quanto più

      procede dall'individuo che si appoggia sulle proprie forze. Così si oppone

      la libertà di pensiero all'autorità della tradizione, considerata causa di

      schiavitù. Una dottrina trasmessa e generalmente recepita è a priori

      sospetta e il suo valore veritativo contestato. Al limite, la libertà di

      giudizio così intesa è più importante della verità stessa. Si tratta

      quindi di tutt'altro che dell'esigenza legittima della libertà, nel senso

      di assenza di costrizione, come condizione richiesta per la ricerca leale

      della verità. In virtù di questa esigenza la chiesa ha sempre sostenuto

      che "nessuno può essere costretto ad abbracciare la fede contro la sua

      volontà" [Dich. Dignitatis humanae (DH), n. 10: EV 1/1070].

      Il peso di un'opinione pubblica artificiosamente orientata e dei suoi

      conformismi esercita anche la sua influenza. Sovente i modelli sociali

      diffusi dai "mass?media" tendono ad assumere un valore normativo; si

      diffonde in particolare il convincimento che la chiesa non dovrebbe

      pronunciarsi che sui problemi ritenuti importanti dall'opinione pubblica e

      nel senso che a questa conviene. Il magistero, per esempio, potrebbe

      intervenire nelle questioni economiche e sociali, ma dovrebbe lasciare al

      giudizio individuale quelle che riguardano la morale coniugale e

familiare.

      Infine anche la pluralità delle culture e delle lingue, che è in se stessa

      un ricchezza, può indirettamente portare a dei malintesi, motivo di

      successivi disaccordi.

      In questo contesto un discernimento critico ben ponderato e una vera

      padronanza dei problemi sono richiesti dal teologo, se vuole adempiere la

      sua missione ecclesiale e non perdere, conformandosi al mondo presente

      (cfr. Rm 12,2; Ef 4,23), l'indipendenza del giudizio che deve essere

      quella dei discepoli di Cristo.

      33. Il dissenso può rivestire diversi aspetti. Nella sua forma più

      radicale esso ha di mira il cambiamento della chiesa, secondo un modello

      di contestazione ispirato da ciò che si fa nella società politica. Più

      frequentemente si ritiene che il teologo sarebbe obbligato ad aderire

      all'insegnamento infallibile del magistero, mentre invece, adottando la

      prospettiva di una specie di positivismo teologico, le dottrine proposte

      senza che intervenga il carisma dell'infallibilità non avrebbero nessun

      carattere obbligatorio, lasciando al singolo piena libertà di aderirvi o

      meno. Il teologo sarebbe quindi totalmente libero di mettere in dubbio o

      di rifiutare l'insegnamento non infallibile del magistero, in particolare

      in materia di norme morali particolari. Anzi con questa opposizione

      critica egli contribuirebbe al progresso della dottrina.

      34. La giustificazione del dissenso si appoggia in generale su diversi

      argomenti, due dei quali hanno un carattere più fondamentale. Il primo è

      di ordine ermeneutico: i documenti del magistero non sarebbero niente

      altro che il riflesso di una teologia opinabile. Il secondo invoca il

      pluralismo teologico, spinto talora fino a un relativismo che mette in

      causa l'integrità della fede: gli interventi magisteriali avrebbero la

      loro origine in una teologia fra molte altre, mentre nessuna teologia

      particolare può pretendere di imporsi universalmente. In opposizione e in

      concorrenza con il magistero autentico sorge così una specie di "magistero

      parallelo" dei teologi [L'idea di un "magistero parallelo" dei teologi in

      opposizione e in concorrenza con il magistero dei pastori si appoggia

      talvolta su alcuni testi in cui san Tommaso d'Aquino distingue tra

      "magisterium cathedrae pastoralis" e "magisteriurn cathedrae

      magisterialis" (Contra impugnantes, c. 2; Quodlib. III, q. 4, a. 1 (9); In

      IV Sent. 19, 2, 2, q. 3 sol: 2 ad 4). In realtà questi testi non offrono

      alcun fondamento a questa posizione, perché san Tommaso è assolutamente

      certo che il diritto di giudicare in materia di dottrina spetta solo

      all'"officium praelationis"].

      Uno dei compiti del teologo è certamente quello di interpretare

      correttamente i testi dei magistero, e allo scopo egli dispone di regole

      ermeneutiche, tra le quali figura il principio secondo cui l'insegnamento

      del magistero ? grazie all'assistenza divina ? vale al di là

      dell'argomentazione, talvolta desunta da una teologia particolare, di cui

      esso si serve. Quanto al pluralismo teologico, esso non è legittimo se non

      nella misura in cui è salvaguardata l'unità della fede nel suo significato

      obiettivo [cfr. PcB 4: AAS 67(1975), 14?15; EV 5/830ss]. I diversi livelli

      che sono l'unità della fede, l'unità?pluralità delle espressioni della

      fede e la pluralità delle teologie sono infatti essenzialmente legati fra

      loro. La ragione ultima della pluralità è l'insondabile mistero di Cristo

      che trascende ogni sistematizzazione oggettiva. Ciò non può significare

      che siano accettabili conclusioni che gli siano contrarie, e ciò non mette

      assolutamente in causa la verità di asserzioni per mezzo delle quali il

      magistero si è pronunciato [cfr. Paolo VI, Discorso ai membri della

      Commissione teologica internazionale, 11.10.1973: AAS 65(1973), 555?559].

      Quanto al "magistero parallelo", esso può causare grandi mali spirituali

      opponendosi a quello dei pastori. Quando infatti il dissenso riesce a

      estendere la sua influenza fino a ispirare un'opinione comune, tende a

      diventare regola di azione, e ciò non può non turbare gravemente il popolo

      di Dio e condurre ad una disistima della vera autorità [cfr. Giovanni

      Paolo II, encicl. Redemptor hominis (RH), n. 19: AAS 71(1979), 308; EV

      6/1248; Discorso ai fedeli di Managua, 4.3.1983, n. 7: AAS 75(1983), 723;

      Regno?doc. 7(1983), 215s; Discorso ai religiosi a Guatemala, 8.3.1983, n.

      3: AAS 75(1983), 746; Discorso ai vescovi a Lima, 2.2.1985, n. 5: AAS

      77(1985), 874; Regno?doc 5(1985), 137; Discorso alla Conferenza dei

      vescovi belgi a Malines, 18.5.1985, n. 5: Insegnamenti di Giovanni Paolo

      II, VIII, 1(1985), 1481; Regno?doc. 11(1985), 328; Discorso ad alcuni

      vescovi americani in visita "ad limina", 15.10.1988, n. 6: L'Osservatore

      romano, 16.10.1988, 4].

      35. Il dissenso fa appello anche talvolta a un'argomentazione sociologica,

      secondo la quale l'opinione di un gran numero di cristiani sarebbe

      un'espressione diretta e adeguata del "senso soprannaturale della fede".

      In realtà le opinioni dei fedeli non possono essere puramente e

      semplicemente identificate con il "sensus fidei" [cfr. Giovanni Paolo II,

      esort. apost. Familiaris consortio (FC), n. 5: AAS 74(1982), 85s; EV

      7/1538]. Quest'ultimo è una proprietà della fede teologale la quale,

      essendo un dono di Dio che fa aderire personalmente alla Verità, non può

      ingannarsi. Questa fede personale è anche fede della chiesa, poiché Dio ha

      affidato alla chiesa la custodia della Parola e, di conseguenza, ciò che

      il fedele crede è ciò che crede la chiesa. Il "sensus fidei" implica

      pertanto, di sua natura, l'accordo profondo dello spirito e del cuore con

      la chiesa, il "sentire cum ecclesia".

      Se quindi la fede teologale in quanto tale non può ingannarsi, il credente

      può invece avere delle opinioni erronee, perché tutti i suoi pensieri non

      procedono dalla fede [cfr. la formula del concilio di Trento, sess. VI, c.

      9: fides "cui non potest subesse falsum": DS 1534; cfr. Tommaso d'Aquino,

      Summa Theologiae, II?II, q. 1, a. 3, ad 3: "Possibile est enim hominem

      fidelem ex coniectura humana falsum aliquid aestimare. Sed quod ex fide

      falsum aestimet, hoc est impossibile"]. Le idee che circolano nel popolo

      di Dio non sono tutte in coerenza con la fede, tanto più che possono

      facilmente subire l'influenza di un'opinione pubblica veicolata da moderni

      mezzi di comunicazione. Non è senza motivo che il concilio Vaticano II

      sottolinei il rapporto indissolubile fra il "sensus fidei" e la guida del

      popolo di Dio da parte del magistero dei pastori: le due realtà non

      possono essere separate l'una dall'altra [cfr. LG 12: EV 1/316s]. Gli

      interventi del magistero servono a garantire l'unità della chiesa nella

      verità del Signore. Essi aiutano a "dimorare nella verità" di fronte al

      carattere arbitrario delle opinioni mutevoli, e sono l'espressione

      dell'obbedienza alla parola di Dio [cfr. DV 10: EV 1/886]. Anche quando

      può sembrare che essi limitino la libertà dei teologi, essi instaurano,

      per mezzo della fedeltà alla fede che è stata trasmessa, una libertà più

      profonda che non può venire se non dall'unità nella verità.

      36. La libertà dell'atto di fede non può giustificare il diritto al

      dissenso. In realtà essa non significa affatto la libertà nei confronti

      della verità, ma il libero auto?determinarsi della persona in conformità

      con il suo obbligo morale di accogliere la verità. L'atto di fede è un

      atto volontario, perché l'uomo, riscattato dal Cristo redentore e chiamato

      da lui all'adozione filiale (cfr. Rm 8,15; Gal 4,5; Ef 1,5; Gv 1,12), non

      può aderire a Dio se non a condizione che, "attirato dal Padre" (Gv 6,44),

      egli faccia a Dio l'omaggio ragionevole della sua fede (cfr. Rm 12,1).

      Come ha ricordato la dichiarazione Dignitatis humanae [cfr. DH 9?10: EV

      1/1069s], nessuna autorità umana ha il diritto di intervenire, con

      costrizioni o pressioni, in questa scelta che supera i limiti delle sue

      competenze. Il rispetto del diritto alla libertà religiosa è il fondamento

      del rispetto dell'insieme dei diritti dell'uomo.

      Non si può pertanto fare appello a questi diritti dell'uomo per opporsi

      agli interventi del magistero. Un tale comportamento misconosce la natura

      e la missione della chiesa, che ha ricevuto dal suo Signore il compito di

      annunciare a tutti gli uomini la verità della salvezza, e lo realizza

      camminando sulle tracce del Cristo, sapendo che "la verità non si impone

      che in forza della stessa verità, la quale penetra nelle menti soavemente

      e insieme con vigore" [DH 1: EV 1/1044].

      37. In forza del mandato divino che gli è stato dato nella chiesa, il

      magistero ha per missione di proporre l'insegnamento del vangelo, di

      vegliare sulla sua integrità e di proteggere così la fede del popolo di

      Dio. Per realizzare questo talvolta può essere condotto a prendere delle

      misure onerose, come per esempio quando ritira a un teologo che si

      discosta dalla dottrina della fede la missione canonica o il mandato

      dell'insegnamento che gli aveva affidato, ovvero dichiara che degli

      scritti non sono conformi a questa dottrina. Agendo così esso intende

      essere fedele alla sua missione, perché difende il diritto del popolo di

      Dio a ricevere il messaggio della chiesa nella sua purezza e nella sua

      integralità, e quindi a non essere turbato da un'opinione particolare

      pericolosa.

      Il giudizio espresso dal magistero in tali circostanze, al termine di un

      esame approfondito, condotto in conformità con procedure stabilite, e dopo

      che all'interessato è stata concessa la possibilità di dissipare eventuali

      malintesi sul suo pensiero, non tocca la persona del teologo, ma le sue

      posizioni intellettuali pubblicamente espresse. Il fatto che queste

      procedure possano essere perfezionate non significa che esse siano

      contrarie alla giustizia e al diritto. Parlare in questo caso di

      violazione dei diritti dell'uomo è fuori luogo, perché si misconoscerebbe

      l'esatta gerarchia di questi diritti, come anche la natura della comunità

      ecclesiale e del suo bene comune. Peraltro il teologo, che non è in

      sintonia con il "sentire cum ecclesia", si mette in contraddizione con

      l'impegno da lui assunto liberamente e consapevolmente di insegnare in

      nome della chiesa [cfr. Giovanni Paolo II, cost. apost. Sapientia

      christiana, 15.4.1979, art. 27 § 1: AAS 71(1979), 483; EV 6/1385; CIC can.

      812].

      38. Infine l'argomentazione che si rifà al dovere di seguire la propria

      coscienza non può legittimare il dissenso. Innanzitutto perché questo

      dovere si esercita quando la coscienza illumina il giudizio pratico in

      vista di una decisione da prendere, mentre qui si tratta della verità di

      un enunciato dottrinale. Inoltre perché se il teologo deve, come ogni

      credente, seguire la sua coscienza, egli è anche tenuto a formarla. La

      coscienza non è una facoltà indipendente e infallibile, essa è un atto di

      giudizio morale che riguarda una scelta responsabile. La coscienza retta è

      una coscienza debitamente illuminata dalla fede e dalla legge morale

      oggettiva, e suppone anche la rettitudine della volontà nel perseguimento

      del vero bene.

      La coscienza retta del teologo cattolico suppone pertanto la fede nella

      parola di Dio di cui deve penetrare le ricchezze, ma anche l'amore alla

      chiesa da cui egli riceve la sua missione e il rispetto del magistero

      divinamente assistito. Opporre al magistero della chiesa un magistero

      supremo della coscienza è ammettere il principio del libero esame,

      incompatibile con l'economia della rivelazione e della sua trasmissione

      nella chiesa, così come con una concezione corretta della teologia e della

      funzione del teologo. Gli enunciati della fede non risultano da una

      ricerca puramente individuale e da una libera critica della parola di Dio,

      ma costituiscono un'eredità ecclesiale. Se si separa dai pastori che

      vegliano per mantenere viva la tradizione apostolica, è il legame con

      Cristo che si trova irreparabilmente compromesso [Cfr. PcB 4: AAS

      67(1975), 15; EV 5/833].

      39. La chiesa, traendo la sua origine dall'unità del Padre, del Figlio e

      dello Spirito Santo [Cfr. LG 4: EV 1/288], è un mistero di comunione,

      organizzata, secondo la volontà del suo fondatore, intorno a una gerarchia

      stabilita per il servizio del vangelo e del popolo di Dio che ne vive. A

      immagine dei membri della prima comunità, tutti i battezzati, con i

      carismi che sono loro propri, devono tendere con cuore sincero verso

      un'unità armoniosa di dottrina, di vita e di culto (cfr. At 2,42). E'

      questa una regola che scaturisce dall'essere stesso della chiesa. Non si

      possono pertanto applicare a quest'ultima, puramente e semplicemente, dei

      criteri di condotta che hanno la loro ragione d'essere nella società

      civile o nelle regole di funzionamento di una democrazia. Ancor meno, nei

      rapporti all'interno della chiesa, ci si può ispirare alla mentalità del

      mondo circostante (Rm 12,2). Chiedere all'opinione maggioritaria ciò che

      conviene pensare e fare, ricorrere contro il magistero a pressioni

      esercitate dall'opinione pubblica, addurre a pretesto un "consenso" dei

      teologi, sostenere che il teologo sia il portaparola profetico di una

      "base" o comunità autonoma che sarebbe così l'unica fonte della verità,

      tutto questo denota una grave perdita del senso della verità e del senso

      della chiesa.

      40. La chiesa è "come il sacramento, cioè il segno e lo strumento

      dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano" [LG 1;

      EV 1/284]. Di conseguenza ricercare la concordia e la comunione è

      aumentare la forza della sua testimonianza e la sua credibilità; cedere

      invece alla tentazione del dissenso è lasciare che si sviluppino "fermenti

      di infedeltà allo Spirito Santo" [cfr. PcB 2?3: AAS 67(1975), 10?11; EV

      5/824ss].

      Pur essendo la teologia e il magistero di natura diversa e pur avendo

      missioni diverse che non possono essere confuse, si tratta tuttavia di due

      funzioni vitali nella chiesa, che devono compenetrarsi e arricchirsi

      reciprocamente per il servizio del popolo di Dio.

      Spetta ai pastori, in forza dell'autorità che deriva loro da Cristo

      stesso, vigilare su questa unità e impedire che le tensioni che nascono

      dalla vita degenerino in divisioni. La loro autorità, andando al di là

      delle posizioni particolari e delle opposizioni, deve unificarle tutte

      nell'integrità del vangelo, che è "la parola della riconciliazione" (cfr.

      2Cor 5,18?20).

      Quanto ai teologi, in forza del loro proprio carisma, spetta anche a essi

      partecipare all'edificazione del corpo di Cristo nell'unità e nella

      verità, e il loro contributo è più che mai richiesto per

      un'evangelizzazione a scala mondiale, che esige gli sforzi di tutto quanto

      il popolo di Dio [cfr. Giovanni Paolo II, esort. apost. post?sinodale

      Christifideles laici, nn. 32?35: AAS 81(1989), 451?459; Regno?doc.

      5(1989), 145ss]. Se può a essi accadere di incontrare delle difficoltà a

      causa del carattere della loro ricerca, essi devono cercarne la soluzione

      in un dialogo fiducioso con i pastori, nello spirito di verità e di carità

      che è quello della comunione della chiesa.

      41. Gli uni e gli altri avranno sempre presente che il Cristo è la parola

      definitiva del Padre (cfr. Eb 1,2) nel quale, come osserva san Giovanni

      della Croce, "Dio ci ha detto tutto insieme e in una sola volta" [Giovanni

      della Croce, Salita al Monte Carmelo, II, 22, 3], e che, come tale, egli è

      la Verità che libera (cfr. Gv 8,36; 14,6). Gli atti di adesione e di

      ossequio alla Parola affidata alla chiesa sotto la guida del magistero si

      riferiscono in definitiva a lui e introducono nello spazio della vera

      libertà.

 

      CONCLUSIONE

      42. Madre e perfetta icona della chiesa, la vergine Maria è stata fin

      dagli inizi del Nuovo Testamento proclamata beata, a motivo della sua

      adesione di fede immediata e senza incertezze alla parola di Dio (cfr. Lc

      1,38.45), che continuamente conservava e meditava nel suo cuore (cfr. Lc

      2,19.51). Ella è così diventata, per tutto il popolo di Dio affidato alla

      sua materna sollecitudine, un modello e un sostegno. Ella mostra ad esso

      la via dell'accoglienza e del servizio della Parola, e insieme il fine

      ultimo da non perdere mai di vista: l'annuncio a tutti gli uomini e la

      realizzazione della salvezza portata al mondo dal suo Figlio Gesù Cristo.

      Concludendo questa istruzione, la Congregazione per la dottrina della fede

      invita caldamente i vescovi a mantenere e a sviluppare con i teologi

      relazioni fiduciose, nella condivisione di uno spirito di accoglienza e di

      servizio della Parola, e in una comunione di carità, nel cui contesto si

      potranno più facilmente superare alcuni ostacoli inerenti alla condizione

      umana sulla terra. In tal modo tutti potranno essere sempre di più

      servitori della Parola e servitori del popolo di Dio, perché questo,

      perseverando nella dottrina di verità e di libertà udita fin dall'inizio,

      rimanga anche nel Figlio e nel Padre, e ottenga la vita eterna,

      realizzazione della promessa (cfr. l Gv 2,24?25).

      Il sommo pontefice Giovanni Paolo II, nel corso dell'udienza concessa al

      sottoscritto cardinale prefetto, ha approvato la presente istruzione,

      decisa nella riunione ordinaria di questa congregazione, e ne ha ordinato

      la pubblicazione.

      Roma, dalla sede della Congregazione per la dottrina della fede, il 24

      maggio 1990, nella solennità dell'Ascensione del Signore.

      JOSEPH card. RATZINGER,

      -prefetto

      + ALBERTO BOVONE

      arcivescovo tit. di Cesarea di Numidia,

      segretario