VITA SECONDA DI SAN FRANCESCO D'ASSISI 1

PARTE PRIMA. 3

PARTE SECONDA. 18

LEGGENDA MAGGIORE. 207

PROLOGO. 207

Incomincia la vita del beato Francesco. 210

ALCUNI MIRACOLI DA LUI OPERATI DOPO LA MORTE. 289

I FIORETTI DI SAN FRANCESCO. 322

DELLE SACRE SANTE ISTIMATE DI SANTO FRANCESCO E DELLE LORO CONSIDERAZIONI 408

LA LEGGENDA di Santa Chiara vergine, 442

Introduzione. 442

Lettera di introduzione. 443

Incomincia la Leggenda  di Santa Chiara Vergine. 446

 

VITA SECONDA DI SAN FRANCESCO D'ASSISI

 

di Tommaso da Celano

 

 

PROLOGO

 

                                                                 

Nel nome del Signore nostro Gesù Cristo. Amen

 

Al ministro generale

dell'Ordine dei frati minori

 

578    1. La venerata assemblea dell'ultimo Capitolo generale e vostra Paternità reverendissima,  assistiti da Dio, hanno creduto bene di ordinare a noi, per quanto incapaci, di scrivere i fatti e persino le parole del glorioso nostro padre Francesco, a conforto dei presenti ed a memoria dei posteri. Noi l'abbiamo potuto conoscere meglio degli altri per lunga esperienza, frutto di assidua comunione di vita e di scambievole familiarità. Perciò ci siamo affrettati ad obbedire con umile devozione, perché non possiamo in alcun modo trasgredire questi ordini santi.

 

579  Ma, ad un esame più attento delle nostre deboli forze, abbiamo giusto timore che una materia di tanta importanza, se non viene esposta come merita, per colpa nostra, possa dispiacere agli altri. Temiamo infatti che questo cibo gustosissimo diventi insipido per l'incapacità di chi lo prepara, e che il nostro tentativo possa essere imputato più a presunzione che ad obbedienza.

         Se fosse soltanto la vostra benevolenza, o beato padre, a giudicare il frutto di un così notevole impegno, e non fosse destinato al pubblico, accoglieremmo con animo gratissimo ogni suggerimento di rettifica oppure la gioia dell'approvazione. Infatti, chi in tanta varietà di parole e di fatti potrebbe soppesare ogni cosa con bilancia di precisione, in modo che risultino tutti concordi sui singoli punti quanti ne vengono a conoscenza?

 

580    Ma, poiché desideriamo sinceramente il bene di tutti e di ciascuno, preghiamo i lettori a voler giudicare con benevolenza, e a compatire o a supplire la semplicità di chi riferisce i fatti, in modo che la stima dovuta alla persona di cui parliamo rimanga sempre intatta.

         La nostra memoria di persone incolte, resa labile dal correre del tempo, non è in grado di ritrarre esattamente i voli di parole sublimi né le meraviglie delle sue azioni: a fatica le potrebbe afferrare una mente pronta ed esercitata, anche se accadessero in quel momento. Pertanto l'autorità di chi ce lo ha ordinato ripetutamente, valga a scusare presso tutti i difetti dovuti alla nostra incapacità.

 

581    2. Questo libro contiene anzitutto alcuni episodi meravigliosi relativi alla conversione di Francesco, che non sono stati inseriti nelle Vite già composte, perché non erano stati portati a conoscenza dell'autore.

 

582     Vogliamo inoltre esporre e mettere in luce, con attenzione e precisione, ciò che il santissimo padre Francesco ha voluto per sé ed i suoi--il suo ideale generoso, amabile, perfetto--in ogni esercizio della scienza celeste, e alla ricerca amorosa della più alta perfezione: ciò che fu sempre oggetto delle sue effusioni sante davanti a Dio e dei suoi esempi davanti agli uomini. Abbiamo inserito, qua e là, alcuni miracoli secondo l'opportunità. Infine,  scriviamo quanto ci riporta la memoria con stile semplice e dimesso, desiderosi di andare incontro a chi è meno agile di mente, ed anche, se possibile, di piacere ai dotti.

         Vi preghiamo dunque, benignissimo padre, di volere consacrare con la vostra benedizione questi doni, piccoli ma non indifferenti, del nostro lavoro, frutto di non poche e laboriose ricerche; come pure di correggere gli errori e togliere il superfluo, in modo che quanto, a vostro autorevole giudizio, sarà riconosciuto esatto, col vostro nome, veramente Crescenzio, cresca ovunque e si moltiplichi in Cristo. Amen.

 

 

Qui finisce il prologo

 

 

 

 

PARTE PRIMA

 

 

Incomincia il

« Memoriale nel desiderio dell'anima »

delle azioni e delle parole

del santissimo nostro padre Francesco

 

 

LA SUA CONVERSIONE

 

 

CAPITOLO I

 

PRIMA VIENE CHIAMATO GIOVANNI, POI FRANCESCO.

PROFEZIE DELLA MADRE E PREDIZIONI

DI LUI STESSO A SUO RIGUARDO.

SUA PAZIENZA NELLA PRIGIONIA

 

 

 

583    3. Il servo e amico dell'Altissimo, Francesco, ebbe questo nome dalla divina Provvidenza, affinché per la sua originalità e novità si diffondesse più facilmente in tutto il mondo la fama della sua missione. La madre lo aveva chiamato Giovanni, quando rinascendo dall'acqua e dallo Spirito Santo, da figlio d'ira era divenuto figlio della grazia.

         Specchio di rettitudine, quella donna presentava nella sua condotta, per così dire, un segno visibile della sua virtù. Infatti, fu resa partecipe, come privilegio, di una certa somiglianza con l'antica santa Elisabetta, sia per il nome imposto al figlio, sia anche per lo spirito profetico. Quando i vicini manifestavano la loro ammirazione per la generosità d'animo e l'integrità morale di Francesco, ripeteva, quasi divinamente ispirata: « Cosa pensate che diverrà, questo mio figlio? Sappiate, che per i suoi meriti diverrà figlio di Dio ».

         In realtà, era questa l'opinione anche di altri, che apprezzavano Francesco, già grandicello, per alcune sue inclinazioni molto buone. Allontanava da sé tutto ciò che potesse suonare offesa a qualcuno e, crescendo con animo gentile, non sembrava figlio di quelli che erano detti suoi genitori.

         Perciò il nome di Giovanni conviene alla missione che poi svolse, quello invece di Francesco alla sua fama, che ben presto si diffuse ovunque, dopo la sua piena conversione a Dio. Al di sopra della festa di ogni altro santo, riteneva solennissima quella di Giovanni Battista, il cui nome insigne gli aveva impresso nell'animo un segno di arcana potenza.

         Tra i nati di donna non sorse alcuno maggiore di quello, e nessuno più perfetto di questo tra i fondatori di Ordini religiosi. È una coincidenza degna di essere sottolineata.

 

584    4. Giovanni profetò chiuso ancora nel segreto dell'utero materno, Francesco predisse il futuro da un carcere terreno, ignaro  ancora del piano divino.

         Si combatteva tra Perugia ed Assisi. In uno scontro sanguinoso Francesco fu fatto prigioniero assieme a molti altri e, incatenato, fu gettato con loro nello squallore del carcere. Ma, mentre i compagni muoiono dalla tristezza e maledicono la loro prigionia, Francesco esulta nel Signore, disprezza e irride le catene. Afflitti come sono, lo rimproverano di essere pieno di gioia anche nel carcere, e lo giudicano svanito e pazzo. Ma Francesco risponde con tono profetico: «Di cosa pensate che io gioisca? Ben altro è il mio pensiero: un giorno sarò venerato come santo in tutto il mondo». In realtà è così: si è avverato completamente ciò che ha predetto.

         Vi era tra i compagni di prigionia un cavaliere superbo, un caratteraccio insopportabile. Tutti cercano di emarginarlo, ma la pazienza di Francesco non si spezza: a furia di sopportare quell'intrattabile, ristabilisce la pace fra tutti. Era un animo capace di ogni grazia e, fino da allora, come vaso eletto di virtù, esalava attorno i suoi carismi.

 

 

 

CAPITOLO II

 

RIVESTE UN CAVALIERE POVERO, ED ANCORA SECOLARE

HA UNA VISIONE RELATIVA ALLA SUA VOCAZIONE

 

 

585    5. Fu liberato dalla prigione poco tempo dopo e divenne più compassionevole con i bisognosi. Propose anzi di non respingere nessun povero, chiunque fosse e gli chiedesse per amor di Dio.

         Un giorno incontrò un cavaliere povero e quasi nudo: mosso a compassione, gli cedette generosamente, per amor di Cristo, le proprie vesti ben curate, che indossava.

         È stato, forse, da meno il suo gesto di quello del santissimo Martino? Eguali sono stati il fatto e la generosità, solo il modo è diverso: Francesco dona le vesti prima del resto quello invece le dà alla fine, dopo aver rinunciato a tutto. Ambedue sono vissuti poveri ed umili in questo mondo e sono entrati ricchi in cielo. Quello, cavaliere ma povero, rivestì un povero con parte della sua veste, questi, non cavaliere ma ricco, rivestì un cavaliere povero con la sua veste intera. Ambedue, per aver adempiuto il comando di Cristo, hanno meritato di essere, in visione, visitati da Cristo, che lodò l'uno per la perfezione raggiunta e invitò l'altro, con grandissima bontà, a compiere in se stesso quanto ancora gli mancava.

 

586    6. Infatti, subito dopo, gli appare in visione uno splendido palazzo, in cui scorge armi di ogni specie ed una bellissima sposa. Nel sonno, Francesco si sente chiamare per nome e lusingare con la promessa di tutti quei beni. Allora, tenta di arruolarsi per la Puglia e fa ricchi preparativi nella speranza di essere presto insignito del grado di cavaliere. Il suo spirito mondano gli suggeriva una interpretazione mondana della visione, mentre ben più nobile era quella nascosta nei tesori della sapienza di Dio.

 

587    E infatti un'altra notte, mentre dorme, sente di nuovo  una voce, che gli chiede premurosa dove intenda recarsi. Francesco espone il suo proposito, e dice di volersi recare in Puglia per combattere. Ma la voce insiste e gli domanda chi ritiene possa essergli più utile, il servo o il padrone.

         « Il padrone », risponde Francesco.

         « E allora--riprende la voce--perché cerchi il servo in luogo del padrone? ».

         E Francesco: « Cosa vuoi che io faccia, o Signore? ».

         « Ritorna--gli risponde il Signore-- alla tua terra natale,  perché per opera mia si adempirà spiritualmente la tua visione ». Ritornò senza indugio, fatto ormai modello di obbedienza e trasformato col rinnegamento della sua volontà da Saulo in Paolo. Quello venne gettato a terra e sotto i duri colpi disse parole soavi, Francesco invece mutò le armi mondane in quelle spirituali, ed in luogo della gloria militare ricevette una investitura divina. Così a quanti--ed erano molti--si stupivano della sua letizia inconsueta, rispondeva che sarebbe divenuto un gran principe.

 

 

 

CAPITOLO III

 

UNA COMPAGNIA DI GIOVANI

LO ELEGGE SUO SIGNORE PER UN BANCHETTO.

SUA TRASFORMAZIONE

 

 

 

588    7. Cominciò a trasformarsi in uomo perfetto, del tutto  diverso da quello di prima. Ma, ritornato a casa, i figli di Babilonia ripresero a seguirlo, e sebbene contro sua volontà, lo trascinarono su una strada ben diversa da quella che egli intendeva percorrere. La compagnia dei giovani di Assisi, che un tempo lo avevano avuto guida della loro spensieratezza cominciò di nuovo a invitarlo ai banchetti, nei quali si indulge sempre alla licenza ed alla scurrilità. Lo elessero re della festa, perché sapevano per esperienza che, nella sua generosità, avrebbe saldato le spese per tutti. Si fecero suoi sudditi per sfamarsi ed accettarono di ubbidire, pur di saziarsi. Francesco non rifiutò l'onore offertogli, per non essere bollato come avaro, e pur continuando nelle sue devote meditazioni, non dimenticò la cortesia. Preparò un sontuoso banchetto con abbondanza di cibi squisiti: quando furono pieni sino al vomito, si riversarono nelle piazze della città insudiciandole con le loro canzoni da ubriachi.

         Francesco li seguiva, tenendo in mano come signore lo scettro. Ma poiché da tempo con tutto l'animo si era reso completamente sordo a quelle voci e cantava in cuor suo al Signore, se ne distaccò a poco a poco anche col corpo. Allora, come riferì egli stesso, fu inondato di tanta dolcezza divina, da non potersi assolutamente muovere né parlare. Lo pervase un tale sentimento interiore che trascinava il suo spirito alle cose invisibili, facendogli giudicare di nessuna importanza, assolutamente frivola ogni cosa terrena.

         Veramente stupenda è la bontà del Signore, che elargisce magnifici doni a chi compie le più umili azioni; che salva e fa progredire, anche nei gorghi dell'inondazione, ciò che gli appartiene. Cristo infatti nutrì con pani e pesci le folle, non rifiutò ai peccatori la sua mensa. Quando lo richiesero come re, fuggì e salì sul monte a pregare.

         Sono misteri di Dio questi, che Francesco asseconda ed anche a sua insaputa è portato alla sapienza perfetta.

 

 

 

CAPITOLO IV

 

VESTITO DA POVERO, MANGIA CON I POVERI

DAVANTI ALLA CHIESA DI SAN PIETRO

E LA SUA OFFERTA

 

 

 

589    8. Fino da allora dimostrava di amare intensamente i poveri e questi inizi lodevoli lasciavano prevedere cosa sarebbe stato, una volta giunto a perfezione. Spesso si spogliava per rivestire i poveri, ai quali cercava di rendersi simile, se non ancora a fatti almeno con tutto l'animo. Si recò una volta in pellegrinaggio a Roma, e, deposti, per amore di povertà, i suoi abiti fini, si ricoprì con gli stracci di un povero. Si sedette quindi pieno di gioia tra i  poveri, che sostavano numerosi nell'atrio, davanti alla chiesa di San Pietro e, ritenendosi uno di essi, mangiò con loro avidamente. Avrebbe ripetuto più e più volte azioni simili, se non gli avessero incusso vergogna i conoscenti. Si accostò poi all'altare del Principe degli Apostoli e, stupito delle misere offerte dei pellegrini, gettò là denaro a piene mani. Voleva, con questo gesto, indicare che tutti devono onorare in particolare modo colui che Dio stesso ha onorato al di sopra degli altri.

 

590    Spesso, anche ai sacerdoti poverelli donava arredi sacri e rendeva a tutti, pur di infimo grado, il debito onore. Ed è chiaro: aderendo in modo totale alla fede cattolica e destinato ad assumere la missione apostolica, fu, sin dal principio, pieno di riverenza per i ministeri sacri e i ministri di Dio.

 

 

CAPITOLO V

 

MENTRE È IN PREGHIERA,

IL DEMONIO GLI MOSTRA UNA DONNA

E QUALE FU LA RISPOSTA DEL SIGNORE.

IL SUO COMPORTAMENTO CON I LEBBROSI

 

 

 

591    9. Così facendo, Francesco, benché ancora in abito secolare, aveva già un animo religioso. Lasciava i luoghi pubblici e frequentati, desideroso della solitudine, e qui, spessissimo era ammaestrato dalla visita dello Spirito Santo. Era infatti strappato via e attratto da quella sovrana dolcezza che lo pervase fin da principio in un modo così pieno, da non lasciarlo più finché visse.

         Ma, mentre frequentava luoghi appartati, ritenendoli adatti alla preghiera, il diavolo tentò di allontanarlo con una astuzia maligna. Gli raffigurò nel cuore una donna, sua concittadina, mostruosamente gibbosa: aveva un tale aspetto da suscitare orrore a tutti. E lo minacciò di renderlo uguale se non la piantava coi suoi propositi. Ma, confortato dal Signore, ebbe la gioia di una risposta piena di grazia e di salvezza: «Francesco,--gli disse Dio in spirito--lascia ormai i piaceri mondani e vani per quelli spirituali, preferisci le cose amare alle dolci e disprezza te stesso, se vuoi conoscermi. Perché gusterai ciò che ti dico, anche se l'ordine è capovolto». Subito, si sentì come indotto a seguire il comando del Signore e spinto a farne la prova.

 

592    Fra tutti gli orrori della miseria umana, Francesco sentiva ripugnanza istintiva per i lebbrosi. Ma, ecco, un giorno ne incontrò proprio uno, mentre era a cavallo nei pressi di Assisi. Ne provò grande fastidio e ribrezzo; ma per non venire meno alla fedeltà promessa, come trasgredendo un ordine ricevuto, balzò da cavallo e corse a baciarlo. E il lebbroso, che gli aveva steso la mano, come per ricevere qualcosa, ne ebbe contemporaneamente denaro e un bacio. Subito risalì a cavallo, guardò qua e là - la campagna era aperta e libera tutt'attorno da ostacoli - , ma non vide più il lebbroso. Pieno di gioia e di ammirazione, poco tempo dopo volle ripetere quel gesto: andò al lebbrosario e, dopo aver dato a ciascun malato del denaro, ne baciò la mano e la bocca.

         Così preferiva le cose amare alle dolci, e si preparava  virilmente a mantenere gli altri propositi.

 

 

 

CAPITOLO VI

 

UNA IMMAGINE DEL CROCIFISSO GLI PARLA

ED EGLI LE RENDE ONORE

 

 

593    10. Era già del tutto mutato nel cuore e prossimo a divenirlo anche nel corpo, quando, un giorno, passò accanto alla chiesa di San Damiano, quasi in rovina e abbandonata da tutti. Condotto dallo Spirito, entra a pregare, si prostra supplice e devoto davanti al Crocifisso e, toccato in modo straordinario dalla grazia divina, si ritrova totalmente cambiato. Mentre egli è così profondamente commosso, all'improvviso--cosa da sempre inaudita!--l'immagine di Cristo crocifisso, dal dipinto gli parla, movendo le labbra, « Francesco, - gli dice chiamandolo per nome - va', ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina ». Francesco è tremante e pieno di stupore, e quasi perde i sensi a queste parole. Ma subito si dispone ad obbedire e si concentra tutto su questo invito. Ma, a dir vero, poiché neppure lui riuscì mai ad esprimere la ineffabile trasformazione che percepì in se stesso, conviene anche a noi coprirla con un velo di silenzio.

 

594    Da quel momento si fissò nella sua anima santa la compassione del Crocifisso e, come si può piamente ritenere, le venerande stimmate della Passione, quantunque non ancora nella carne, gli si impressero profondamente nel cuore.

 

         11. Cosa meravigliosa, mai udita! chi non è colpito da meraviglia? E chi, o quando mai ha udito qualcosa di simile? Nessuno potrà dubitare che Francesco, prossimo a tornare alla sua patria, sia apparso realmente crocifisso, visto che con nuovo e incredibile miracolo Cristo gli ha parlato dal legno della Croce, quando--almeno all'esterno--non aveva ancora del tutto rinunciato al mondo! Da quel momento, appena gli giunsero le parole del Diletto il suo animo venne meno. Più tardi, l'amore del cuore si rese palese mediante le piaghe del corpo.

         Inoltre, da allora, non riesce più a trattenere le lacrime e piange anche ad alta voce la passione di Cristo, che gli sta sempre davanti agli occhi. Riempie di gemiti le vie, rifiutando di essere consolato al ricordo delle piaghe di Cristo. Incontrò un giorno, un suo intimo amico, ed avendogli manifestato la causa del dolore, subito anche questi proruppe in lacrime amare.

 

595    Intanto si prese cura di quella immagine, e si accinse, con ogni diligenza, ad eseguirne il comando. Subito offrì denaro ad un sacerdote, perché provvedesse una lampada e l'olio, e la sacra immagine non rimanesse priva, neppure per un istante, dell'onore, doveroso, di un lume. Poi, si dedicò con impegno al resto, lavorando con intenso zelo a riparare la chiesa. Perché, quantunque il comando del Signore si riferisse alla Chiesa acquistata da Cristo col proprio sangue, non volle di colpo giungere alla perfezione dell'opera, ma passare a grado a grado dalla carne allo spirito.

 

 

 

 

CAPITOLO VII

 

LA PERSECUZIONE DEL PADRE E DEL FRATELLO

 

 

 

596    12. Quando il padre lo vide perseverare nelle opere di bontà, cominciò a perseguitarlo ed a straziarlo, ovunque lo incontrasse, con maledizioni. Allora il servo di Dio chiamò un uomo di umile condizione e semplice assai, e lo pregò che, facendo le veci del padre, quando questi moltiplicava le sue maledizioni egli di rimando lo benedicesse. Così tradusse in pratica e dimostrò con i fatti cosa significhi la parola del Salmista: Essi malediranno e tu benedirai.

 

597    Dietro consiglio del vescovo della città, uomo molto pio che non riteneva giusto utilizzare per usi sacri denaro di male acquisto, I'uomo di Dio restituì al padre la somma, che voleva spendere per il restauro della chiesa. E davanti a molti che si erano lì riuniti e in  ascolto: « D'ora in poi, --esclamò--potrò dire liberamente: Padre nostro, che sei  nei cieli, non padre Pietro di Bernardone. Ecco, non solo gli restituisco il denaro, ma gli rendo pure tutte le vesti. Così, andrò nudo incontro al Signore ».

         O anima nobile di un uomo, al quale ormai basta solo Cristo! Si accorsero allora che l'uomo di Dio, sotto le vesti portava il cilizio, gioioso non tanto di apparire quanto di essere virtuoso.

 

598    Anche il fratello, seguendo l'esempio del padre, lo investiva con parole velenose. Un mattino, d'inverno, vide Francesco intento a pregare, coperto di poveri cenci e tutto tremante di freddo. E rivolto, quel perverso, ad un concittadino, gli disse: « Di' a Francesco che ti venda un soldo di sudore ». «Lo venderò sì, io, a ben caro prezzo al mio Signore », rispose molto allegro e sorridente l'uomo di Dio, che l'aveva udito.

          Niente di più vero! Perché ha guadagnato in questo mondo non solo cento, ma mille volte tanto, e nell'altro ha ottenuto per sé e per molti la vita eterna.

 

 

 

CAPITOLO VIII

 

SUPERA LA VERGOGNA E PROFETIZZA

A RIGUARDO DELLE POVERE VERGINI

 

 

599    13. Da allora si adopera a trasformare il suo tenore di vita, rendendolo, da raffinato austero e a riportare alla bontà naturale il suo corpo un po' infrollito.

         Un giorno andava per le vie d'Assisi mendicando olio per le lampade di San Damiano, la chiesa che stava allora riparando. Sul punto di entrare in una casa, vedendo davanti alla porta un gruppo di amici che giocava, rosso di vergogna, si ritirò. Ma, volgendo il suo nobile spirito al cielo si rinfacciò tanta viltà e divenne giudice severo di se stesso. All'istante, ritorna alla casa e, dopo aver esposto con voce sicura a tutti il motivo della sua vergogna, quasi inebriato di spirito, chiede in lingua francese l'olio di cui ha bisogno e l'ottiene..

         Animava tutti, con grande zelo, a restaurare quella chiesa, e sempre parlando in francese predisse chiaramente, davanti a tutti, che lì accanto sarebbe sorto un monastero di vergini consacrate a Cristo. Del resto, ogni volta che era pieno dell'ardore dello Spirito Santo, parlava in lingua francese per esprimere il calore esuberante del suo cuore, quasi prevedendo che sarebbe stato venerato da quel popolo con particolare onore e devozione.

 

 

 

CAPITOLO IX

 

CERCA Dl PORTA IN PORTA LA CARITA'

 

 

 

600    14. Da quando iniziò a servire al Signore di tutti, amò sempre di fare le cose comuni, evitando ovunque la singolarità, sentina di tutti i vizi. Mentre attendeva con grande impegno a riparare la chiesa, come Cristo gli aveva ordinato, era passato da una vita contrassegnata dalla delicatezza ad una di sacrificio e dedita al lavoro. Il sacerdote, che curava la chiesa, vedendolo stremato dall'assidua fatica, commosso, cominciò a passargli ogni giorno qualcosa del suo vitto, anche se non molto saporito, perché era povero. Ma Francesco, pur comprendendo ed apprezzando la delicata bontà del sacerdote disse a se stesso: «Non troverai sempre questo sacerdote che ti somministri tali cibi. Né è bene assuefarti a questo tenore di vita: ritorneresti gradatamente a ciò che hai disprezzato, per finire di nuovo nella mollezza. Levati dunque, presto, e chiedi  di porta in porta un po' di companatico». Così, se ne andò per Assisi, chiedendo di porta in porta qualche cibo cotto. Quando vide la scodella piena dei più diversi rimasugli, da prima sentì un brivido di orrore; ma, poi, ricordatosi del Signore, vinse se stesso e mangiò quel guazzabuglio con gaudio dello spirito. Tutto lenisce l'amore e rende assolutamente dolce ciò che è amaro.

 

 

 

CAPITOLO X

FRATE BERNARDO RINUNCIA AI SUOI BENI

 

 

 

601     15. Bernardo, un cittadino di Assisi, che poi divenne figlio di perfezione, volendo seguire il servo di Dio nel disprezzo totale del mondo, lo scongiurò umilmente di dargli il suo consiglio. Gli espose dunque il suo caso: «Padre, se uno dopo avere a lungo goduto dei beni di qualche signore, non li volesse più tenere, cosa dovrebbe farne, per agire nel modo più perfetto?». Rispose l'uomo di Dio: «Deve restituirli tutti al padrone, da cui li ha ricevuti». E Bernardo: «So che quanto possiedo mi è stato dato da Dio e, se tu me lo consigli, sono pronto a restituirgli tutto». Replicò il Santo: «Se vuoi comprovare coi fatti quanto dici, appena sarà giorno, entriamo in chiesa prendiamo il libro del Vangelo e chiediamo consiglio a Cristo».

         Venuto il mattino, entrano in una chiesa e, dopo aver pregato devotamente, aprono il libro del Vangelo, disposti ad attuare il primo consiglio che si offra loro. Aprono il libro, e il suo consiglio Cristo lo manifesta con queste parole: Se vuoi essere perfetto, va', vendi quanto possiedi e dallo ai poveri. Ripetono il gesto, e si presenta il passo: Non prendete nulla per il viaggio. Ancora una terza volta, e leggono: Chi vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso. Senza indugio Bernardo eseguì tutto e non tralasciò neppure un iota. Molti altri, in breve tempo, si liberarono dalle mordacissime cure del mondo e, sotto la guida di Francesco, ritornarono all'infinito bene nella patria vera. Ma sarebbe  troppo lungo dire come ciascuno abbia raggiunto il premio della chiamata divina.

 

 

 

CAPITOLO XI

 

LA PARABOLA CHE EGLI RACCONTÒ AL SIGNOR PAPA

 

 

 

602    16. Quando si presentò con i compagni a papa Innocenzo per chiedergli l'approvazione della sua regola di vita, questi giudicò l'ideale che si era prefisso superiore alle forze umane. Ma, da uomo prudentissimo com'era, gli disse: «Prega, figlio mio, Cristo perché ci manifesti, per mezzo tuo, la sua volontà e, una volta conosciutala, possiamo acconsentire con più sicurezza ai tuoi pii desideri».

         Il Santo obbedì al comando del sommo Pastore e ricorse con tutta fiducia a Cristo. Pregò con insistenza ed esortò pure i compagni a supplicare devotamente Dio. In breve, mentre pregava ottenne la risposta e comunicò ai figli novità salutari. Vennero così a sapere che Cristo gli aveva detto familiarmente, in parabola: «Francesco, dirai al Papa così:--Viveva in un deserto una donna povera, ma molto bella. Un re se ne innamorò per il suo incantevole aspetto, strinse relazione con lei gioiosamente e ne ebbe figli bellissimi. Una volta adulti ed educati nobilmente, la madre disse loro: "Non vergognatevi, o miei diletti, per il fatto di essere poveri, perché siete tutti figli di quel grande re. Andate dunque gioiosi alla sua corte e chiedetegli quanto vi occorre". Meravigliati e lieti a quelle parole, animati dall'assicurazione di essere di stirpe reale e futuri eredi,  stimarono ricchezza la loro estrema povertà, e si presentarono al re con fiducia e senza paura, perché nel volto riproducevano il suo volto. Vedendo che gli rassomigliavano, il re chiese, meravigliato di chi fossero figli. Ed avendogli risposto che erano figli di quella donna povera e sola nel deserto, li abbracciò: "Siete figli miei ed eredi; non abbiate timore; perché, se alla mia mensa si nutrono estranei, è certamente più giusto che si nutrano quelli che hanno diritto a tutta l'eredità". Ordinò poi alla donna di mandare alla sua corte tutti i figli generati da lui, perché vi fossero allevati». Il Santo, traboccante di gioia a motivo della parabola, riferì subito al Papa il solenne oracolo.

 

603          17. La.donna simboleggia Francesco, non per la mollezza della condotta, ma per i numerosi suoi figli. Il deserto è il mondo, allora incolto e sterile di virtù. L'abbondante e splendida figliolanza è il copioso numero di frati,  ricchi di ogni virtù. Il re: il Figlio di Dio e a lui corrispondono nell'aspetto, somiglianti per la santa povertà, quelli, che, messo da parte ogni rossore, si sfamano alla mensa del re: contenti della imitazione di Cristo, vivendo di elemosina, pur attraverso il disprezzo del mondo, sanno che un giorno saranno felici.

         Il Papa ascoltò con meraviglia la parabola e riconobbe senza incertezze che Cristo aveva parlato in quell'uomo. Si ricordò di un sogno fatto pochi giorni prima e illuminato dallo Spirito Santo, affermò che si sarebbe realizzato proprio in lui. Aveva sognato infatti che la Basilica del Laterano stava per crollare e che un religioso, piccolo e spregevole, la puntellava con le sue spalle, perché non cadesse. «Ecco, pensò: questi è colui che con l'azione e la parola sosterrà la Chiesa di Cristo».

         È questo il motivo, per cui il signor Papa assecondò con tanta facilità la sua domanda e, da quel momento, anima veramente piena di Dio, amò sempre il servo di Cristo con particolare benevolenza. Esaudì subito le richieste, e promise amabilmente che avrebbe aggiunto più importanti concessioni.

         Francesco, allora, usando della facoltà concessagli, cominciò a spargere semi di virtù, predicando con maggior  fervore tutt'attorno, per città e villaggi.

 

 

 

 

SANTA MARIA DELLA PORZIUNCOLA

 

 

CAPITOLO XII

 

L'AMORE DEL SANTO

E DELLA BEATA VERGINE PER QUESTO LUOGO.

COME I FRATI Vl ABITAVANO

 

 

 

604    18. Il servo di Dio, Francesco, piccolo di statura, umile di spirito e minore di professione, mentre viveva qui sulla terra scelse per sé e per i suoi una piccola porzione di mondo: altrimenti, senza usare nulla di questo mondo, non avrebbe potuto servire Cristo. E furono di certo ispirati da Dio quelli che, anticamente, chiamarono Porziuncola il luogo che toccò in sorte a coloro che non volevano assolutamente possedere nulla su questa terra.

         Sorgeva in questo luogo una chiesa dedicata alla Vergine Madre, che, per la sua particolare umiltà,. meritò, dopo il Figlio, di essere Sovrana di tutti i Santi. Qui ebbe inizio l'Ordine dei minori, e s'innalzò ampia e armoniosa, come poggiata su fondamento solido, la loro nobile costruzione Il Santo amò questo luogo più di ogni altro, e comandò ai frati di venerarlo con particolare devozione. Volle che fosse sempre custodito come specchio dell'Ordine in umiltà e altissima povertà, riservandone ad altri la proprietà e ritenendone  per sé ed i suoi soltanto l'uso.

 

605    19. Vi era osservata in tutto una rigidissima disciplina: nel silenzio e nel lavoro, come pure in tutti gli altri ordinamenti della vita regolare. Nessun frate poteva entrarvi liberamente, se non quelli espressamente incaricati: raccolti qui da ogni parte, il Santo li voleva esempio di devozione a Dio e perfetti in tutto. Era assolutamente vietato l'accesso ad ogni secolare. Non voleva che i frati che qui abitavano--in numero ristretto--fossero solleticati dal prurito di notizie mondane e, interrompendo la contemplazione dei beni celesti, fossero trascinati dai cicaloni ad occuparsi delle cose terrene. Non era permesso ad alcuno dire, in questo luogo, parole oziose, né riferire quelle dette da altri. Se uno, a volte, mancava in questo, veniva messo in guardia a non ripeterlo mai più da un castigo salutare. I frati che vi dimoravano, erano impegnati giorno e notte nelle lodi divine, e conducevano una vita angelica, fragrante di soave odore.

         E giustamente. Perché il luogo, a detta degli antichi abitanti, era chiamato, con altro nome, Santa Maria degli Angeli. Il Padre diceva di sapere per divina rivelazione che la beata Vergine, fra tutte le chiese innalzate a suo onore, amava quella con particolare predilezione; e perciò il Santo la preferiva a tutte le altre.

 

 

 

CAPITOLO XIII

 

 

UNA VISIONE

 

 

606    20. Un santo frate, prima della sua conversione, aveva  avuto, a proposito di Santa Maria degli Angeli una visione degna di essere riferita. Stava osservando innumerevoli uomini, che con gli occhi dolorosamente spenti e la faccia rivolta al cielo, erano inginocchiati attorno alla detta chiesa. Tutti, con voce di pianto e le mani protese in alto, gridavano a Dio, chiedendo luce e misericordia. Ed ecco, scese dal cielo uno splendore, che irradiandosi su tutti, donò a ciascuno la luce e la salvezza desiderata.

 

 

 

 

TENORE DI VITA DI SAN FRANCESCO E DEI FRATI

 

 

CAPITOLO XIV

 

IL RIGORE DELLA DISCIPLINA

 

 

 

607    21. Il coraggioso soldato di Cristo non aveva mai alcun riguardo per il suo corpo e lo esponeva, come non suo, a tutte le asprezze sia di fatti che di parole. Chi volesse enumerare ciò che ha patito, supererebbe l'elenco dello scritto apostolico, nel quale vengono narrate le sofferenze dei Santi. E, allo stesso modo, anche i suoi primi discepoli, senza eccezione, si sottoponevano a tutti i disagi, cosi da ritenere addirittura peccato l'aspirare ad altro che alle consolazioni spirituali. Indossavano, come fosse un vestito, corsaletti e cinture di ferro, e sarebbero venuti meno, spossati dalle veglie e dai lunghi digiuni, se non avessero attenuato tanto rigore dietro assiduo ammonimento dell'accorto pastore.

 

 

 

CAPITOLO XV

 

DISCREZIONE DI SAN FRANCESCO

 

 

 

608    22. Una notte, una di quelle pecorelle, mentre le altre dormivano, si mise a gridare: «Muoio, fratelli, ecco, muoio di fame!». Il saggio pastore si alzò immediatamente e si affrettò a portare l'aiuto opportuno alla pecorella infermiccia. Ordinò di  preparare la mensa, anche se con cibi alla buona, dove l'acqua, come il più delle volte, suppliva alla mancanza di vino. Proprio lui cominciò a mangiare per primo ed invitò a quel dovere di carità gli altri frati, perché il poverino non avesse ad arrossire.

         Preso il cibo col timore del Signore, affinché fosse completo l'atto di carità, il Padre tenne ai figli un lungo discorso sulla virtù della discrezione. Prescrisse di offrire sempre a Dio un sacrificio condito di prudenza, ammonendoli accortamente di tener conto, nel servizio divino, delle proprie forze. Perché, diceva, è come peccare il sottrarre senza discrezione al corpo il necessario, come pure dargli il superfluo, sotto la spinta della gola. Poi soggiunse: «Carissimi, ciò che ho fatto mangiando, sappiate che è stato fatto non per bramosia, ma per doverosa attenzione e perché me lo ha imposto la carità fraterna. La carità vi sia di esempio, non il cibo, perché questo soddisfa la gola, quella invece lo spirito».

 

 

 

CAPITOLO XVI

 

LA SUA CONOSCENZA DEL FUTURO

E COME AFFIDÒ L' ORDINE ALLA CHIESA ROMANA.

UNA VISIONE

 

 

 

609    23. Il padre santo progrediva continuamente in meriti e virtù. E poiché la sua prole cresceva ovunque in numero e grazia ed estendeva sino ai confini della terra i suoi tralci, ricchi a meraviglia di frutti ubertosi, cominciò a riflettere sempre più spesso, preoccupato come la giovane pianta potesse conservarsi e crescere stretta nel vincolo della unità.

         Vedeva, già allora, che molti, come lupi, infierivano contro il piccolo gregge,--vecchi incalliti nel male--, spinti a nuocere unicamente dalla novità.

         Prevedeva pure che tra gli stessi figli potevano sorgere difficoltà a danno della pace e dell'unità, e lo turbava il pensiero che, come spesso avviene tra gli eletti, vi sarebbero stati alcuni inorgogliti nella loro mentalità carnale, pronti alle contese e facili allo scandalo.

 

610    24. Mentre rivolgeva questi e simili pensieri nella sua  mente, una notte, nel sonno, ebbe questa visione. Vide una gallina piccola e nera, simile ad una colomba domestica, con zampe e piedi rivestiti di piume. Aveva moltissimi pulcini, che per quanto si aggirassero attorno a lei, non riuscivano a raccogliersi tutti sotto le sue ali. Quando si svegliò, l'uomo di Dio, e riprese i suoi pensieri, spiegò personalmente la visione. « La gallina, commentò, sono io, piccolo di statura e di carnagione scura, e debbo unire alla innocenza della vita una semplicità di colomba: virtù, che quanto è più rara nel mondo, tanto più speditamente si alza al cielo. I pulcini sono i frati, cresciuti in numero e grazia, che la forza di Francesco non riesce a proteggere  dal turbamento degli uomini e dagli attacchi delle lingue maligne ».

 

611    «Andrò dunque, e li raccomanderò alla santa  Chiesa Romana: in tale modo i malevoli saranno colpiti dalla verga della sua potenza e i figli di Dio, ovunque, godranno di piena libertà, a maggior beneficio della salvezza eterna. Da questo i figli riconosceranno le tenere premure della madre e ne seguiranno, con particolare devozione, le orme venerande.. La sua protezione difenderà l'Ordine dagli attacchi dei maligni, e il figlio di Belial   non passerà impunemente per la vigna del Signore. Persino lei, che è santa, emulerà la gloria della nostra povertà e non permetterà che il torbido della superbia possa offuscare i grandi pregi dell'umiltà. Conserverà illesi tra di noi i vincoli della carità e della pace,  colpendo con rigore e severità chi è causa di discordia.

         Alla sua presenza fiorirà sempre la santa osservanza della purezza evangelica e non consentirà che svanisca neppure per un istante il buon odore della vita».

         Fu questa la vera e unica intenzione che ebbe il Santo nel volere tale raccomandazione, e questi gli argomenti santissimi della prescienza dell'uomo di Dio riguardo alla necessità di affidarsi alla Chiesa per il tempo futuro.

 

 

 

CAPITOLO XVII

 

CHIEDE IL SIGNORE D' OSTIA

COME SOSTITUTO DEL PAPA

 

 

 

612    25. Si portò dunque a Roma, dove il signor papa Onorio e tutti i Cardinali lo accolsero con grande devozione. Ed a ragione, perché si ripercuoteva visibilmente nella sua vita e nelle parole il profumo della sua fama, e non era quindi possibile non venerarlo. Predicò davanti al Papa ed ai Cardinali con animo franco e pieno di ardore, attingendo dalla pienezza del cuore, come gli suggeriva lo Spirito. Alla sua parola si commossero quelle altezze e, traendo profondi sospiri dall'intimo, lavarono con lacrime l'uomo interiore.

         Terminato il discorso e dopo qualche istante di cordiale colloquio col Papa, alla fine così espose la sua richiesta: «Non è facile, Signore, come sapete, per gente povera e umile avere accesso a così grande maestà. Avete nelle mani il mondo e gli impegni molto importanti non permettono di dedicarsi alle minuzie. Per questo, Signore,--continuò --chiedo al tenerissimo affetto di vostra Santità di concederci come papa il Signore d'Ostia, qui presente; così, rimanendo sempre intatta la dignità della vostra preminenza, i frati potranno rivolgersi a lui in tempo di necessità, ed essere, con vantaggio, difesi e governati».

         Il Papa gradì una richiesta tanto santa, e subito prepose all'Ordine, secondo la domanda dell'uomo di Dio, il Signor Ugolino, allora vescovo d'Ostia. Il santo cardinale accettò con amore il gregge, che gli era stato affidato, lo allevò premurosamente, e ne fu insieme pastore ed alunno sino alla beata fine.

         È a questa particolare sottomissione che si deve la prerogativa di amore e la sollecitudine, che, da sempre, la Chiesa Romana non cessa di testimoniare all'Ordine dei minori.

 

 Fine della Parte  prima

 

 

 

 

 

PARTE SECONDA

 

 

 

Introduzione

 

 

 

613    26.Tramandare le azioni gloriose degli antenati è segno d'onore verso di loro, ma è anche una prova di amore per i figli, che non li hanno conosciuti personalmente. Dal ricordo delle loro gesta sono indotti al bene e convinti a migliorarsi, mentre testimonianze indimenticabili rendono vivi ai loro occhi i padri ormai lontani nel tempo. Ne possiamo trarre anzitutto--frutto certamente non piccolo--la coscienza della nostra pochezza, quando mettiamo a confronto l'abbondanza dei loro meriti e la nostra miseria.

         Ora io ritengo che Francesco sia stato come uno specchio santissimo della santità del Signore e immagine della sua perfezione. Tutte le sue parole ed azioni hanno per così dire, un profumo divino. Chi le esamina con diligenza e le segue umilmente, raggiunge ben presto a questa scuola di saggezza la sua altissima sapienza. Per  questo motivo, dopo avere premesso, anche se con stile dimesso e quasi di corsa, alcuni episodi riguardanti la sua persona, ritengo non superfluo aggiungere fra tanti qualche altro cenno, per esaltare il Santo e risvegliare il nostro amore intorpidito.

 

 

 

 LO SPIRITO DI PROFEZIA DEL BEATO FRANCESCO

 

CAPITOLO I

 

 

614    27. Il beato padre, come elevato al di sopra delle cose terrene, aveva assoggettato con potere meraviglioso tutto quanto esiste nel mondo. Tenendo fisso sempre l'occhio della intelligenza in quella somma luce, non solo conosceva per divina rivelazione ciò che doveva fare, ma prevedeva profeticamente molti fatti, penetrava i segreti dei cuori, conosceva ciò che avveniva lontano, prevedeva e narrava in anticipo il futuro. Alcuni esempi comprovano quanto affermiamo.

 

 

 

CAPITOLO II

 

SMASCHERA UN FRATE RITENUTO SANTO

 

 

 

615    28. Vi era un frate, all'apparenza di grande santità e di vita integerrima però molto singolare. Si dedicava continuamente alla preghiera, ed osservava con tanto rigore il silenzio che di solito si confessava non a voce, ma con gesti. Si infiammava alle parole della Scrittura e, dopo l'ascolto, dava segni di una meravigliosa dolcezza interiore. In breve, era stimato da tutti tre volte santo. Or avvenne che il beato padre un giorno si recò in quel luogo, vide il fratello e ascoltò quelli che lo proclamavano santo. E mentre tutti lo magnificavano ed esaltavano: «Basta, fratelli! -- esclamò --. Non state a lodarmi delle finzioni diaboliche. Sappiate con certezza che è tentazione del demonio e perfido inganno. Ne sono certo e la prova più sicura è che non vuole confessarsi ».

         I frati rimasero costernati e particolarmente il vicario del Santo. « E come, andavano ripetendo, può essere che sotto tanti segni di perfezione vi sia una tale mistificazione?». E il Padre di rimando: «Comandategli di confessarsi due o almeno una volta la settimana: se non lo farà, sappiate che ho detto il vero».

         Il vicario lo prese in disparte, dapprima scambiò con lui cordiali e liete parole e finalmente gli ordinò di confessarsi. Ma quegli rifiutò con sdegno, e ponendosi un dito sulla bocca fece capire col cenno del capo che in nessun modo si sarebbe confessato. I frati ammutolirono, temendo lo scandalo del falso santo. Poco tempo dopo uscì spontaneamente dall'Ordine, ritornò alla vita mondana ed al suo vomito, e infine, dopo innumerevoli peccati, morì senza pentimento.

         Si deve sempre evitare la singolarità: non è altro che un bel precipizio. Lo dimostra chiaramente il caso di tanti, amanti della singolarità, che si innalzano al cielo e scendono in fondo all'abisso. Considera inoltre il valore di una confessione sincera, che non solo è fonte ma anche espressione di santità.

 

 

 

CAPITOLO III

 

CASO SIMILE CONTRO LA SINGOLARITÀ

 

 

 

616    29. Un fatto simile avvenne ad un altro frate, Tommaso da Spoleto. Tutti credevano fermamente e giuravano che fosse santo, ma il santo padre lo riteneva un uomo perverso; l'apostasia dimostrò alla fine la verità del suo giudizio. Non durò a lungo, perché non resiste molto una virtù basata sulla frode. Uscì dall'Ordine ed è morto fuori di esso: ora si è accorto della sua riprovevole  condotta.

 

 

 

CAPITOLO IV

 

PREVEDE LA DISFATTA DEI CRISTIANI

PRESSO DAMIATA

 

 

 

617    30. Al tempo in cui l'esercito cristiano stringeva d'assedio Damiata, era presente anche il Santo con alcuni compagni: avevano attraversato il mare desiderosi del martirio.

         Un giorno avuta notizia che i nostri si disponevano a battaglia, si addolorò fortemente e rivolto al compagno disse: «Il Signore mi ha mostrato che, se avverrà oggi lo scontro, andrà male per i cristiani. Ma se dico questo, sarò creduto pazzo; se taccio, mi rimorde la coscienza. Cosa ne pensi? ». «Padre,--rispose il compagno--, non dare importanza al giudizio degli uomini; del resto non sarebbe la prima volta oggi che sei giudicato pazzo. Libera la tua coscienza e abbi timore di Dio piuttosto che degli uomini».

         Allora il Santo balza fuori e per il loro bene scongiura i cristiani a non dar battaglia, e minaccia la disfatta. Ma essi presero a scherzo ciò che era verità, indurirono il loro cuore e rifiutarono ogni avvertimento. Si avanza, si attacca, si combatte e si passa al contrattacco da parte dei nemici. Durante la battaglia il Santo con l'animo sospeso invita il compagno ad alzarsi e ad osservare; e poiché non vede nulla una prima ed una seconda volta, glielo ordina per la terza volta. Ed ecco: tutto l'esercito cristiano è in fuga, mettendo fine alla guerra non col trionfo, ma con la vergogna. I nostri subirono tale disfatta da perdere seimila uomini tra morti e prigionieri.

         Il Santo era vinto dalla compassione, né minore era il loro pentimento per l'accaduto. Soprattutto compiangeva gli Spagnoli, che vedeva ridotti a ben pochi a causa del loro maggiore slancio nel combattere.

         Riflettano bene a ciò tutti i principi di questo mondo e sappiano che non è facile combattere contro Dio, cioè contro la volontà divina. L'ostinazione di solito porta a funesta rovina, perché confidando nelle proprie forze non merita l'aiuto celeste. Se infatti si deve sperare la vittoria dall'alto bisogna pure attaccare battaglia solo dietro ispirazione divina.

 

 

 

CAPITOLO V

 

SCOPRE I PENSIERI SEGRETI Dl UN FRATE

 

 

 

618    31. Il Santo ritornava dai paesi d'Oltremare con un compagno, Leonardo d'Assisi. Sentendosi stanco morto dal viaggio, montò momentaneamente su un asino. Il compagno che seguiva a piedi e non era meno stanco, cominciò a borbottare tra sé, preso da un certo risentimento umano: «Non giocavano certo a pari e caffo  i genitori di costui ed i miei. Ecco, lui va a cavallo ed io, a piedi, gli guido l'asino».

         Mentre rimuginava questi pensieri, il Santo balzò da cavallo: «No, non è giusto, fratello--gli dice--che io vada a cavallo e tu a piedi, perché nel mondo sei stato più nobile e importante di me ».

         Il frate rimase di stucco e arrossì sentendosi scoperto dal Santo. Cadde ai suoi piedi: tra lacrime abbondanti gli espose tutto il suo pensiero e chiese perdono.

 

 

 

CAPITOLO VI

 

VEDE UN DIAVOLO SULLA SCHIENA Dl UN FRATE.

 

 SUO ATTEGGIAMENTO CONTRO CHI SI ALLONTANA

DALL'' UNITÀ DEI FRATELLI

 

 

 

619    32. Vi era un altro frate assai stimato dagli uomini, ma ancora più ricco di grazia presso Dio. Invidioso dei suoi meriti, il padre di ogni invidia pensò di tagliare alle radici l'albero, che sembrava ormai toccare il cielo e strappargli  di mano la corona. Gli gira attorno, lo turba, scuote e vaglia le sue attitudini per trovare un inciampo adatto al frate. Gli immette così nell'animo il desiderio di isolarsi sotto pretesto di maggiore perfezione, affinché cada più facilmente quando gli piomberà addosso, e trovandosi solo non  abbia chi lo sollevi nella caduta.

         In breve, si stacca dalla vita religiosa dei fratelli, e se ne va per il mondo forestiero e pellegrino. Dall'abito che portava ricavò una piccola tonaca, col cappuccio non cucito, e così se ne andava errabondo, disprezzando in tutto se stesso. Ma mentre andava vagando in questo modo, presto vennero meno le consolazioni divine, ed egli si trovò agitato da tentazioni tempestose: le acque gli arrivavano sino al collo e, desolato nello spirito e nel corpo, era come un uccello che si precipita nella rete. Già come sull'orlo di una voragine, stava per precipitare nel baratro, quando la Provvidenza paternamente ebbe compassione di lui e rivolse il suo sguardo amoroso all'infelice. Ammaestrato dalla tribolazione, rientrò finalmente in se stesso e disse: «Ritorna, o misero, alla tua vita religiosa, perché lì è la tua salvezza ». E senza indugiare un istante, si alzò e si avviò in fretta al grembo materno.

 

         33. Quando giunse a Siena, tra quei frati c'era anche Francesco. Ma --cosa incredibile! --appena il Santo lo scorse, si allontanò per rinchiudersi con passo frettoloso nella sua cella. I frati si domandavano turbati il motivo di tale comportamento. E il Santo disse loro: «Perché vi meravigliate della mia fuga, se non ne comprendete il motivo? Io ho fatto ricorso alla preghiera per salvare il fratello smarrito. Ho visto nel mio figlio qualcosa che molto giustamente mi dispiacque. Ma ormai per grazia del mio Cristo ogni inganno è svanito».

         Il frate si inginocchiò e con rossore confessò la sua colpa. Gli disse il Santo: «Ti perdoni il Signore; ma in futuro guardati di non separarti mai più, col pretesto della santificazione, dal tuo Ordine e dai fratelli». Da quel giorno il frate prese ad amare l'Istituto e la fraternità, preferendo soprattutto quelle comunità in cui era in vigore maggiormente la regolare osservanza.

         Oh, quali meraviglie compie il Signore nel consesso e nella comunità dei giusti! In essa chi è tentato trova aiuto chi cade viene rialzato, il tiepido viene stimolato. In essa il ferro si aguzza col ferro ed il fratello, con l'aiuto del fratello diviene saldo come una roccaforte. Inoltre, se è vero che la folla del mondo è di ostacolo a vedere Gesù, è anche certo che non lo impedisce affatto il coro celeste degli angeli. Soltanto non fuggire: sii fedele sino alla morte e riceverai la corona della vita.

 

 

     ALTRO CASO SIMILE

 

 

 

620    34. Qualche tempo dopo avvenne un fatto non molto diverso. Un altro frate non voleva ubbidire al vicario del Santo, ma seguiva come suo superiore un confratello. Il Santo, che era presente, lo ammonì per mezzo di una terza persona, ed egli si gettò ai piedi del vicario e, lasciato il maestro che si era scelto, promise obbedienza a colui che il Santo gli assegnò come superiore. Francesco trasse un profondo  sospiro, e rivolto al compagno, che aveva mandato per avvisarlo: «Ho visto, fratello--gli disse--sul dorso del frate disobbediente un diavolo che lo stringeva al collo. Sottomesso e tenuto a briglia da un tale cavaliere, dopo aver scosso il morso dell'obbedienza, si lasciava guidare dalla sua volontà e capriccio. Ma quando ho pregato il Signore per lui, subito il demonio si è allontanato confuso».

         Tanto penetrante era lo sguardo di questo uomo, che pur avendo occhi deboli per le cose materiali, li aveva perspicaci per quanto riguarda lo spirito.

         E quale meraviglia che venga oppresso da una ignobile soma chi rifiuta di portare il Signore della gloria? Non c'è, dico, altra scelta: o portare un peso leggero, dal quale piuttosto tu stesso sarai portato, oppure essere schiavo della iniquità, che ti aderisce al collo come una macina da asino, più pesante di una massa di piombo.

 

 

 

CAPITOLO VII

 

LIBERA GLI ABITANTI DI GRECCIO DAI LUPI

E DALLA GRANDINE

 

 

 

621    35. Il Santo si fermava volentieri nell'eremo di Greccio, sia perché lo vedeva ricco di povertà, sia perché da una celletta appartata, costruita sulla roccia prominente, poteva dedicarsi più liberamente alla contemplazione delle cose celesti. È proprio questo il luogo, dove qualche tempo prima aveva celebrato il Natale del Bambino di Betlemme, facendosi bambino col Bambino.

         Ora, gli abitanti del luogo erano colpiti da diversi mali: torme di lupi rapaci attaccavano bestiame e uomini, e inoltre, la grandine stroncava ogni anno messi e viti. Un giorno Francesco, mentre predicava, disse: «A gloria e lode di Dio Onnipotente, ascoltate la verità che vi annunzio. Se ciascuno di voi confesserà i suoi peccati e farà degni frutti di penitenza, vi do la mia parola che questo flagello si allontanerà definitivamente ed il Signore, guardando a voi con amore, vi arricchirà di beni temporali. Ma -- continuò -- ascoltate anche questo: vi avverto pure che se, ingrati dei benefici, ritornerete al vomito, si risveglierà la piaga, raddoppierà la pena e la sua ira infierirà su di voi più crudelmente di prima ».

 

         36 Da quel momento, per i meriti e le preghiere del padre santo, cessarono le calamità, svanirono i pericoli, e i lupi e la tempesta non recarono più molestia. Anzi, ciò che più meraviglia, quando la grandine batteva i campi dei vicini e si appressava al loro confine, o cessava lì o si dirigeva altrove.

         Ma nella tranquillità crebbero di numero e si arricchirono troppo di beni materiali. Ed il benessere portò le conseguenze solite: affondarono il volto nel grasso e furono accecati dalla pinguedine o meglio dallo sterco della ricchezza. E così, ricaduti in colpe maggiori, si dimenticarono di Dio che li aveva salvati. Ma non impunemente, perché il giusto castigo del Signore colpisce meno severamente chi cade nel peccato una volta di chi è recidivo. Si risvegliò contro di essi il furore di Dio ed ai flagelli di prima si aggiunse la guerra e venne dal cielo una epidemia che fece innumerevoli vittime. Da ultimo, un incendio vendicatore distrusse tutto il borgo.

         È ben giusto che chi volge la schiena ai benefici, vada in perdizione.

 

 

 

CAPITOLO VIII

 

MENTRE PREDICA AGLI ABITANTI Dl PERUGIA,

 

 PREDICE LA GUERRA CIVILE. LODE DELLA CONCORDIA

 

 

622    37. Alcuni giorni dopo il Padre scese dalla cella suddetta e rivolto ai frati presenti disse con voce di pianto: «I Perugini hanno arrecato molto danno ai loro vicini ed il loro cuore si è insuperbito, ma per loro ignominia. Perché si avvicina la vendetta di Dio e questi ha già in pugno la spada». Attese alcuni giorni, poi in fervore di spirito si diresse verso Perugia. I frati poterono dedurre con tutta sicurezza che aveva avuto in cella una visione. Giunto a Perugia, cominciò a parlare al popolo che si era dato convegno. E poiché i cavalieri impedivano l'ascolto della parola di Dio, giostrando, secondo l'uso ed esibendosi in spettacoli d'arme, il Santo, molto addolorato, li apostrofò: «O uomini miseri e stolti, che non riflettete e non temete la punizione di Dio! Ma ascoltate ciò che il Signore vi annunzia per mezzo di questo poverello. Il Signore vi ha innalzati al di sopra di quanti abitano attorno, e per questo dovreste essere più benevoli verso il prossimo e più riconoscenti a Dio. E invece, ingrati per tanto beneficio, assalite con le armi in pugno i vicini, li uccidete e li saccheggiate. Ebbene, vi dico: non la passerete liscia! Il Signore a vostra maggiore punizione vi porterà a rovina con una guerra fratricida, che vedrà sollevarsi gli uni contro gli altri. Sarete istruiti dallo sdegno giacché nulla avete imparato dalla benevolenza».

         Poco tempo dopo scoppia la contesa: si impugnano le armi contro i vicini di casa, i popolani infieriscono contro i cavalieri e questi, a loro volta, contro il popolo: furono tali l'atrocità e la strage, che ne provarono compassione anche i confinanti, che pure erano stati danneggiati.

         Castigo ben meritato! Si erano allontanati da Dio Uno e Sommo: era inevitabile che neppure tra loro rimanesse l'unità. Non vi può essere per uno Stato un legame più forte di un amore convinto a Dio, unito ad una fede sincera e senza ipocrisie.

 

 

 

CAPITOLO IX

 

PREDICE AD UNA DONNA LA CONVERSIONE DEL MARITO

 

 

 

623    38. Mentre il servo di Dio si recava alle Celle di Cortona, una nobildonna di Volusiano gli andò incontro in tutta fretta. Dopo lungo cammino, finalmente lo raggiunse ansimante, perché era persona molto delicata e gracile. Quando il padre santissimo la vide così sfinita e trafelata, ne ebbe compassione e le chiese: « Cosa desideri, donna? ». « Padre, che tu mi benedica ». E il Santo: « Sei sposata o no? ».

         «Padre,--rispose--ho un marito molto crudele, che mi è di ostacolo nel servire Gesù Cristo. È questo il mio vero tormento: a causa sua non posso mantenere i buoni propositi che il Signore mi ispira. Perciò ti chiedo, o Santo di pregare per lui, affinché Dio nella sua misericordia gli muti il cuore ».

         Il Padre rimase ammirato della donna dotata di un animo virile e così piena di senno pur essendo di giovane età. E le rispose molto commosso: «Va, figlia benedetta, e sappi che tuo marito in futuro ti sarà di consolazione ». E aggiunse: « Gli dirai da parte di Dio e mia, che ora è tempo di salvezza, ma più tardi di giustizia ». E la benedisse. La donna se ne tornò a casa ed incontrato il marito riferì quanto le era stato ordinato. Lo Spirito Santo scese improvvisamente su di lui, e trasformatolo da vecchio in uomo nuovo, lo indusse a rispondere con tutta dolcezza: «Donna, serviamo il Signore e salviamo le nostre anime qui nella nostra casa ».

         «A me pare--soggiunse la moglie--che dovremmo porre come fondamento, per così dire, nella nostra anima la continenza, e poi edificarvi sopra le altre virtù ».

         « Sì, piace anche a me, come precisamente a te », concluse il marito.

         Vissero molti anni in castità, e poi passarono da questa vita beatamente nello stesso giorno, uno come olocausto del mattino e l'altro sacrificio della sera.

         Donna invidiabile, che ha piegato così il marito alla vera vita! Si avvera in lei il detto dell'Apostolo: il marito non credente si salva per mezzo della moglie credente. Ma queste donne, come dice un proverbio assai comune, oggi si possono contare sulle dita.

 

 

 

CAPITOLO X

 

IL SANTO CONOSCE IN SPIRITO

CHE UN FRATE HA SCANDALIZZATO UN CONFRATELLO

E NE PREDICE L' USCITA DALL'' ORDINE

 

 

624 39. Una volta giunsero due frati dalla Terra di Lavoro ed il più anziano era stato spesso di scandalo all'altro. Non era, veramente, un compagno ma un tiranno Il più giovane però sopportava tutto con mirabile silenzio per amor di Dio.

         Giunti ad Assisi, il più giovane si recò da Francesco, perché gli era familiare. Il Santo, tra l'altro, gli chiese: «Come si è comportato verso di te il tuo compagno in questo viaggio?». «Abbastanza bene in tutto, rispose il frate ». E il Santo di rimando: « Guardati, fratello, dal mentire sotto pretesto di umiltà. Perché so come si è comportato verso di te; ma aspetta un poco e vedrai».

         Il frate si meravigliò moltissimo che in spirito fosse venuto a conoscere fatti accaduti a tanta distanza. Non molto tempo dopo, il frate che aveva dato scandalo al compagno, lasciò la vita religiosa e se ne uscì.

         Senza dubbio è segno di animo perverso e chiaro indizio di poco buon senso viaggiare assieme ad un buon compagno e non essere dello stesso sentimento.

 

 

 

CAPITOLO XI

 

CONOSCE CHE UN GIOVANE

CHIEDE Dl ENTRARE NELL' ORDINE

SENZA VOCAZIONE DIVINA

 

 

 

625    40. Nello stesso tempo venne ad Assisi un giovane della nobiltà di Lucca desideroso di entrare nell'Ordine. Presentato a Francesco, in ginocchio implorava a calde lacrime che lo accettasse. Ma, osservandolo attentamente, l'uomo di Dio conobbe per illuminazione del Signore che non era mosso dallo spirito: «Uomo miserabile e carnale, -- gli disse il Santo--, perché pensi di poter mentire allo Spirito Santo e a me? Tu piangi lacrime carnali e il tuo cuore non è con Dio. Vai pure, perché non c'è niente di spirituale in te ».

         Aveva appena terminato queste parole, quando annunziarono che alla porta stavano i suoi genitori, giunti per riprendere il figlio e riportarlo a casa. Ed egli, uscito loro incontro, se ne ritornò volontariamente. I frati rimasero meravigliati e glorificavano Dio nel suo servo.

 

 

 

CAPITOLO XII

 

PREDICE AD UN ECCLESIASTICO DA LUI GUARITO

CASTIGHI PEGGIORI SE RICADRÀ NEL PECCATO

 

 

 

626     41. Nel tempo in cui il santo padre giaceva ammalato nel palazzo del vescovo di Rieti, era pure costretto in un letto, perché infermo e attanagliato dai dolori, un canonico, di nome Gedeone, uomo sensuale e mondano. Fattosi portare da Francesco, lo scongiurò con lacrime a voler fare su di lui il segno della croce.

         Rispose il Santo: «Come posso benedirti se da gran tempo sei vissuto secondo i desideri della carne e senza timore del giudizio di Dio?». E continuò: «Ecco, io ti segno nel nome di Cristo. Ma tu ricordati che subirai pene maggiori se, una volta guarito, ritornerai al tuo vomito». E concluse: «Il peccato della ingratitudine riceve sempre castighi più gravi ».

         Tracciato su di lui un segno di croce, subito l'ammalato, che giaceva fino a quel momento rattrappito, si alzò sano, ed esclamò esultante: « Eccomi guarito! ». Molti sono testimoni che le ossa della sua schiena scricchiolarono, come i legni secchi quando sono spezzati a mano. Ma passato poco tempo, dimenticatosi di Dio, si abbandonò di nuovo alla sensualità. Una sera si trovava a cena da un canonico suo collega e si fermò quella notte a casa di lui. All'improvviso crollò su tutti il tetto della casa; ma, mentre gli altri scamparono alla morte, lui solo, lo sventurato, fu schiacciato sotto il peso delle macerie e morì.

         E non è meraviglia se, come aveva predetto il Santo, fu colpito da un castigo più grave del primo: perché si deve essere grati per il perdono ricevuto, e offende doppiamente la ricaduta nel peccato.

 

 

 

CAPITOLO XIII

 

LA TENTAZIONE DI UN FRATE

 

 

 

627    42. Durante la permanenza del Santo nello stesso luogo, un frate della custodia della Marsica--uomo di spirito--, era provato da gravi tentazioni. « Oh--pensò in cuor suo--se avessi con me qualcosa di Francesco, anche solo un pezzettino delle sue unghie, credo che di certo svanirebbe tutta questa burrasca di tentazioni e ritornerebbe, con l'aiuto di Dio, il sereno ».

         Ottenuto il permesso, si reca al luogo ove era Francesco ed espone il motivo ad uno dei compagni del Padre. «Non credo--gli risponde--che mi sarà possibile darti un ritaglio delle sue unghie, perché quando gliele tagliamo, comanda di buttarle via e di non conservare nulla». Proprio in quel momento chiamano il frate e gli dicono di recarsi dal Santo, che lo desiderava: « Figlio mio,--gli dice -- cerca le forbici per tagliarmi subito le unghie ». Quello presentò lo strumento che teneva già in mano a questo scopo e, raccogliendo i ritagli avanzati, li consegnò al frate, che li aveva chiesti. Questi li prese con devozione, li conservò ancor più devotamente, e subito fu liberato da ogni tentazione.

 

 

 

CAPITOLO XIV

 

UN UOMO OFFRE LA STOFFA

CHE IL SANTO AVEVA CHIESTO

AL SUO GUARDIANO IN PRECEDENZA

 

 

 

628    43. Trovandosi nello stesso luogo, vestito di una tonachetta consunta, il Padre dei poveri disse ad uno dei compagni, che aveva scelto come suo guardiano: «Vorrei, fratello, se ti fosse possibile, che tu mi trovassi la stoffa sufficiente per una tonaca».

         A questa domanda, il frate ripensò più volte come provvedere la stoffa tanto necessaria e chiesta così umilmente. Il mattino dopo, sul fare dell'alba, si avvia alla porta diretto alla città per  comperare la stoffa, ed ecco un uomo seduto sulla soglia e che fa cenno di parlargli e gli dice: «Accetta da me per amore di Dio questa stoffa per sei tonache: una tienila per te, e distribuisci le altre come meglio ti piace, per la salvezza dell'anima mia ». Tutto contento il frate ritornò da Francesco e gli parlò di quell'offerta venuta dal cielo. «Accetta pure le tonache, -- rispose il Padre -- perché è stato inviato proprio a questo scopo, per soccorrere in tale modo la mia necessità ». E concluse: «Sia ringraziato Colui che non sembra pensare ad altri che a noi ».

 

 

 

CAPITOLO XV

 

INVITA IL SUO MEDICO A PRANZO

MENTRE I FRATI SONO SPROVVISTI DI TUTTO

E IL SIGNORE PROVVEDE ABBONDANTEMENTE AL NECESSARIO.

LA PROVVIDENZA DI DIO VERSO I SUOI

 

 

 

629    44. Trovandosi Francesco in un eremo presso Rieti , era visitato ogni giorno dal medico per la cura degli occhi.

         Una volta il Santo disse ai compagni: « Invitate il medico e preparategli un buon pranzo ».

         «Padre,--rispose il guardiano--te lo diciamo con rossore, ci vergogniamo ad invitarlo, tanto siamo poveri in questo momento».

 

«Volete forse che ve lo ripeta? » insistette il Santo.

         Il medico era presente e intervenne: «Io, fratelli carissimi, stimerò delizia la vostra penuria ».

         I frati in tutta fretta dispongono sulla tavola quanto c'è in dispensa: un po' di pane, non molto vino e per rendere più sontuoso il pranzo, la cucina manda un po' di legumi. Ma la mensa del Signore nel frattempo si muove a compassione della mensa dei servi. Bussano alla porta e corrono ad aprire: c'è una donna che porge un canestro pieno zeppo di bel pane, di pesci e di pasticci di gamberi, e sopra abbondanza di miele ed uva.

         A tale vista i poveri commensali sfavillarono di gioia, e messa da parte per il giorno dopo quella miseria, mangiarono di quei cibi prelibati. Il medico commosso esclamò: « Né noi secolari e neppure voi frati conoscete veramente la santità di questo uomo». E si sarebbero di certo pienamente sfamati, ma più che il cibo li aveva saziati il miracolo.

         Così l'occhio amoroso del Padre non disprezza mai i suoi, anzi assiste con più generosa provvidenza chi è più bisognoso. Il povero si pasce ad una mensa più ricca di quella del re, quanto Dio supera in generosità l'uomo.

 

 

LIBERA FRATE RICCERIO DA UNA TENTAZIONE

 

 

 

630    44a. Un frate di nome Riccerio, nobile di costumi quanto di nascita, aveva tanta stima dei meriti di Francesco da credere che uno avrebbe meritato la grazia divina, se avesse goduto della benevolenza del Santo, in caso contrario, sarebbe andato incontro all'ira di Dio. Per questo aspirava ardentemente ad acquistarsi la sua amicizia, ma temeva grandemente che il Santo trovasse in lui qualcosa di vizioso, anche se nascosto, e che ciò lo allontanasse ancor più dalla sua grazia. Questo timore lo torturava di continuo né riusciva a manifestarlo ad alcuno. Ma un giorno, turbato come sempre, si avvicinò alla cella nella quale Francesco stava in preghiera. Conoscendo nello stesso tempo il suo arrivo ed il suo stato d'animo, l'uomo di Dio lo chiamò a sé e gli disse con benevolenza: « Nessun timore, nessuna tentazione ti turbi mai più, figlio mio, perché mi  sei carissimo. E fra quanti mi sono più cari, ti amo di un amore particolare. Vieni a me senza timore, quando ti piace, e da me riparti con tutta libertà a tuo piacimento».

 

         Il frate restò pieno di meraviglia e di gioia alle parole del Santo e da allora in poi sicuro del suo affetto, crebbe anche, come era suo convincimento, nella grazia del Salvatore.

 

 

 

CAPITOLO XVI

 

ESCE DALLA CELLA PER BENEDIRE DUE FRATI

AVENDONE CONOSCIUTO IL DESIDERIO

PER DIVINA ISPIRAZIONE

 

 

 

631    45. San Francesco era solito passare l'intera giornata in una cella isolata e non ritornava tra i frati se non quando urgeva la necessità del mangiare. Non andava però nemmeno allora ad ore fisse, perché il desiderio prepotente della contemplazione lo assorbiva assai spesso completamente.

         Un giorno arrivarono da lontano all'eremo di Greccio due frati di vita santa e gradita a Dio: volevano unicamente vedere il Santo e riceverne la benedizione lungamente desiderata. Essendo giunti e non trovandolo, perché si era già ritirato dal luogo comune nella sua cella, furono presi da grande tristezza. E poiché si prevedeva una lunga attesa non sapendo con certezza quando sarebbe uscito, presero la via del ritorno afflitti, attribuendo ciò alle loro colpe. I compagni del Santo li accompagnavano, cercando di alleviare la loro tristezza. Quando furono lontani un tiro di sasso, all'improvviso si udi alle loro spalle il Santo che chiamava ad alta voce, e poi disse ad uno dei compagni: « Di' ai miei frati che sono venuti qui, di guardare verso di me ». I frati si voltarono verso di lui, ed egli tracciando un segno di croce li benedisse con grandissimo affetto.

         Ed essi tanto più contenti quanto più vantaggiosamente avevano raggiunto l'intento per mezzo di un miracolo, ritornarono a casa lodando e benedicendo il Signore.

 

 

 

CAPITOLO XVII

 

CON LA PREGHIERA

FA SCATURIRE ACQUA DA UNA ROCCIA

PER DISSETARE UN CONTADINO

 

 

 

632    46. Francesco voleva un giorno recarsi ad un eremo per dedicarsi più liberamente alla contemplazione; ma, poiché era assai debole, ottenne da un povero contadino di poter usare del suo asino.

         Si era d'estate, ed il campagnolo che seguiva il Santo arrampicandosi per sentieri di montagna, era stanco morto per l'asprezza e la lunghezza del viaggio. Ad un tratto, prima di giungere all'eremo, si sentì venir meno riarso dalla sete. Si mise a gridare dietro al Santo, supplicandolo di avere misericordia di lui, perché senza il conforto di un po' d'acqua sarebbe certamente morto.

         Il Santo, sempre compassionevole verso gli afflitti, balzò dall'asino, e inginocchiato a terra alzò le mani al cielo e non cessò di pregare fino a quando si sentì esaudito. «Su, in fretta--gridò al contadino--là troverai acqua viva, che Cristo misericordioso ha fatto scaturire ora dalla roccia per dissetarti ».

         Mirabile compiacenza di Dio, che si piega così facilmente ai suoi servi! L'uomo bevve l'acqua scaturita dalla roccia per merito di chi pregava e si dissetò alla durissima selce. Non vi era mai stato in quel luogo un corso d'acqua, né si trovò dopo, per quante ricerche siano state fatte.

         Quale meraviglia, se un uomo ripieno di Spirito Santo riunisce  in sé le opere mirabili di tutti i giusti? Non è certo cosa straordinaria, se ripete azioni simili a quelle di altri Santi chi ha il dono di essere unito a Cristo per una grazia particolare.

 

 

 

CAPITOLO XVIII

IL SANTO NUTRE ALCUNI UCCELLINI

ED UNO DI ESSI MUORE PER LA SUA INGORDIGIA

 

 

 

633    47. Un giorno Francesco era seduto a mensa con i frati, quando entrarono due uccellini, maschio e femmina, che poi ritornarono ogni giorno per beccare a piacimento le briciole dalla tavola del Santo, preoccupati di nutrire i loro piccoli. Il Santo ne è lieto, li accarezza come sempre e dà loro a bella posta la razione di cibo quotidiano. Ma un giorno, padre e madre presentano i loro figlioletti ai frati, essendo come stati allevati a loro spese e, affidandoli alle loro cure, non si fanno più vedere. I piccoli familiarizzano con i frati, si posano sulle loro mani e si aggirano in casa non come ospiti, ma di famiglia. Evitano le persone secolari, perché si sentono allievi solamente dei frati. Il Santo osserva stupito ed invita i frati a gioirne: «Vedete--dice-- cosa hanno fatto i nostri fratelli pettirossi, come se fossero intelligenti? Ci hanno detto:--Ecco, frati, vi presentiamo i nostri piccoli, cresciuti con le vostre briciole. Disponete di loro come vi piace: noi andiamo ad altro focolare--».

         Così avendo presa piena dimestichezza coi frati, prendevano tutti insieme il cibo. Ma l'ingordigia ruppe la concordia, perché il maggiore cominciò con superbia a perseguitare i più piccoli. Si saziava egli a volontà e poi scacciava gli altri dal cibo. «Guardate--disse il Padre--questo ingordo: pieno e sazio lui, è invidioso degli altri fratelli affamati. Avrà di certo una brutta morte». La sua parola fu seguita ben presto dalla punizione: salì quel perturbatore della pace fraterna su un vaso d'acqua per bere, e subito vi morì annegato. Non si trovò gatto o bestia, che osasse toccare il volatile maledetto dal Santo.

         È veramente un male che desta orrore l'egoismo degli uomini, se persino negli uccelli viene punito in questo modo. Ed è pure da temersi la condanna dei Santi, poiché le tiene dietro con tanta facilità il castigo.

 

 

 

CAPITOLO XIX

 

SI REALIZZA COMPLETAMENTE

QUANTO AVEVA PREDETTO DI FRATE BERNARDO

 

 

 

634    48. In altra occasione fece questa predizione di frate  Bernardo, che era stato il secondo ad entrare nell'Ordine: «Vi dico che per mettere alla prova frate Bernardo sono stati designati demoni molto scaltri e peggiori degli altri spiriti. Ma quantunque cerchino in tutti i modi di fare precipitare l' astro dal cielo, ben diversa sarà la conclusione. Subirà certo tribolazione, tentazioni ed afflizioni, ma alla fine riporterà vittoria di tutto». Aggiunse ancora: «Presso a morire, svanita ogni burrasca e vinta ormai ogni tentazione, fruirà di una pace e di una tranquillità meravigliosa. E terminato il suo corso, passerà felicemente a Cristo ».

         In realtà avvenne così: vari miracoli resero celebre la sua morte e si avverò in pieno la parola del Santo. Per questo, i frati alla sua morte confessarono: «Davvero, noi non abbiamo conosciuto questo fratello, mentre viveva ».

         Ma lasciamo ad altri il compito di tessere le lodi di questo Bernardo.

 

 

 

CAPITOLO XX

 

UN FRATE TENTATO

 

DESIDERA UN AUTOGRAFO DEL SANTO

 

 

 

635    49. Mentre il Santo era sul monte della Verna, chiuso nella sua cella, un confratello desiderava ardentemente di avere a sua consolazione uno scritto contenente parole del Signore con brevi note scritte di proprio pugno da san Francesco. Era infatti convinto che avrebbe potuto superare o almeno sopportare più facilmente la grave tentazione, non della carne ma dello spirito, da cui si sentiva oppresso.

         Pur avendone un vivissimo desiderio, non osava confidarsi col Padre santissimo ma ciò che non gli disse la creatura, glielo rivelò lo Spirito.

         Un giorno Francesco lo chiama: « Portami--gli dice-- carta e calamaio, perché voglio scrivere le parole e le lodi del Signore, come le ho meditate nel mio cuore ».

         Subito gli portò quanto aveva chiesto, ed egli, di sua mano, scrisse le Lodi di Dio e le parole che aveva in animo. Alla fine aggiunse la benedizione del frate e gli disse: « Prenditi questa piccola carta e custodiscila con cura sino al giorno della tua morte ».

         Immediatamente fu libero da ogni tentazione, e lo scritto, conservato, ha operato in seguito cose meravigliose.

 

 

 

CAPITOLO XXI

 

DONA ALLO STESSO FRATE LA SUA TONACA

COME DESIDERAVA

 

 

 

636    50. Riguardo allo stesso frate è rimasto famoso un altro fatto mirabile del padre santo. Mentre infatti era ammalato nel palazzo episcopale di Assisi, detto frate pensò tra sé e sé: «Ecco che il Padre si avvicina alla morte, e come sarei contento se, una volta morto, potessi avere la tonaca del Padre mio!».

         Come se il desiderio del cuore si fosse espresso con la bocca, poco dopo Francesco lo chiama: «Ti do questa tonaca,--gli dice--prendila, da oggi è tua. Io la porterò finché vivo, ma alla mia morte deve passare a te ».

         Meravigliato di tanta intuizione del Padre, il frate accettò finalmente consolato la tonaca, che più tardi fu portata in Francia per devozione.

 

 

 

CAPITOLO XXII

 

DI NOTTE DIETRO SUA RICHIESTA

VIENE TROVATO UN PO' DI PREZZEMOLO

TRA ERBE SELVATICHE

 

 

 

637    51. Negli ultimi tempi della sua malattia, una notte  chiese umilmente di mangiare del prezzemolo, provandone vivo desiderio. Ma il cuoco, che era stato invitato a portargliene, rispose che a quell'ora non avrebbe trovato nulla nell'orto: «Nei giorni passati -- disse -- di continuo ho raccolto una quantità di prezzemolo e tanto ne ho tagliato che riesco a mala pena a trovarne un filo in piena luce del giorno. Tanto più non riuscirò a riconoscerlo tra le altre erbe ora in piena notte».

         «Vai fratello,--gli rispose il Santo--non ti dispiaccia, e portami le prime erbe che toccherai con la tua mano».

         Andò il frate nell'orto e portò in casa un mazzo di erbe che aveva strappato a caso senza nulla vedere. I frati osservano quelle erbe selvatiche, le passano in rassegna con molta attenzione, ed ecco in mezzo, prezzemolo tenero e ricco di foglie.

         Avendone mangiato un poco, il Santo provò molto conforto e rivolto ai frati: «Fratelli miei,--disse--obbedite al primo comando, senza aspettare che venga ripetuto. E non portate come pretesto la impossibilità, perché se da parte mia vi comandassi anche qualcosa al di sopra delle forze, l'obbedienza troverebbe la forza necessaria ».

         Ecco fino a qual punto lo spirito profetico faceva risaltare in lui il dono dello spirito!

 

 

 

CAPITOLO XXIII

 

PREDICE UNA CARESTIA

NEL TEMPO SUCCESSIVO ALLA SUA MORTE

 

 

 

638    52. Gli uomini santi a volte sono portati, per impulso dello Spirito Santo, a manifestare alcune cose che li riguardano, o perché la gloria di Dio esige che si riveli un colloquio o lo richiede il dovere della carità, a edificazione del prossimo.

         Per questo, un giorno il beato padre riferì ad un frate, che amava moltissimo, queste parole, che proprio allora aveva riportate dal suo incontro personale intimo con la Maestà Divina: « Ora--disse--vive sulla terra un servo di Dio, in vista del quale il Signore non permetterà che la fame infierisca sugli uomini, sino a quando vivrà».

         Non vi è nulla di vanità in questo, ma è il racconto santo che la carità ha suggerito a nostro bene con parole sante, modeste: quella carità, che non cerca il suo interesse.

         E non poteva essere taciuto con un silenzio inutile la prerogativa di un così grande amore di Cristo per il suo servo.

         Abbiamo infatti visto tutti coi nostri occhi come siano trascorsi nella pace e nella quiete i tempi, sino a quando è stato in vita il servo di Cristo e quale abbondanza vi sia stata di ogni bene. Non si pativa fame della parola di Dio, perché i predicatori erano allora soprattutto pieni di fervore ed i cuori di quanti ascoltavano erano graditi a Dio. Chi portava l'abito religioso rifulgeva per esempi di santità. L'ipocrisia dei sepolcri imbiancati non aveva ancora intaccato anime così sante, né quanti sanno mascherarsi avevano sparso col loro insegnamento tante novità e tante favole.

         Giustamente quindi abbondavano i beni materiali, poiché tutti amavano così sinceramente quelli eterni.

 

639    53. Ma con la sua morte, si invertì completamente l'ordine delle cose e tutto mutò: ovunque guerre e sommosse e molti Stati furono subito devastati dall'infuriare di epidemie diverse. Anche l'orrore della carestia si diffuse in lungo e in largo, causando con la sua crudeltà, che supera tutti gli altri mali, numerosissimi morti. La necessità infatti mutò in cibo tutto in quel momento e veniva triturato dal dente dell'uomo anche ciò che i bruti solitamente rifiutavano. Si preparava infatti il pane con gusci di noci e corteccia d'albero. Qualcuno ha chiaramente ammesso che l'amore paterno sotto la spinta della fame non era rimasto afflitto, per usare un eufemismo, per la morte del figlio.

         Ma affinché sia del tutto palese chi fosse quel servo fedele, per amore del quale la collera divina aveva trattenuto la sua mano, lo rivelò Francesco stesso. Pochi giorni dopo la sua morte, al frate al quale ancora in vita aveva predetto la calamità, manifestò in modo chiaro che era lui il servo di Dio.

         Infatti una notte il frate nel sonno si sentì chiamare ad alta voce: «Fratello, è imminente la carestia, che il Signore non ha  permesso che venisse sulla terra, finché io ero vivo». Il frate si svegliò a quella voce e riferì più tardi l'accaduto. Tre notti dopo il Santo gli apparve nuovamente e gli ripeté la stessa cosa.

 

 

 

CAPITOLO XXIV

 

LA CHIAROVEGGENZA DEL SANTO E LA NOSTRA IGNORANZA

 

 

 

640    54. Nessuno deve meravigliarsi se questo profeta del nostro tempo si distingueva per tali privilegi: il suo intelletto, libero dalla nebbia densa delle cose terrene e non più soggetto alle lusinghe della carne, saliva leggero alle altezze celesti e si immergeva puro nella luce. Irradiato in tal modo  dallo splendore della luce eterna, attingeva dalla Parola increata ciò che riecheggiava nelle parole. Oh, quanto siamo diversi oggi, noi che avvolti dalle tenebre ignoriamo anche  le cose necessarie!

         E quale la causa, se non perché siamo amici della carne ed anche noi ci imbrattiamo di mondanità? Se invece assieme alle mani, innalzassimo i nostri cuori al cielo, se stabilissimo la nostra dimora nei beni eterni, verremmo forse a conoscere ciò che ignoriamo: Dio e noi stessi.

         Chi vive nel fango, vede necessariamente solo fango; mentre non è possibile che l'occhio fisso al cielo non comprenda le realtà celesti.

 

 

LA POVERTÀ

 

CAPITOLO XXV

 

 

641             55. Mentre si trovava in questa valle di lacrime, il  beato padre disprezzava le povere ricchezze comuni ai figli degli uomini e aspirava di tutto cuore alla povertà, desiderando più alta gloria. E poiché osservava che la povertà, mentre era stata intima del Figlio di Dio, veniva pressoché rifiutata da tutto il mondo, bramò di sposarla con amore eterno. Perciò innamorato della sua bellezza, per aderire più fortemente alla sposa ed essere due in un solo spirito, non solo lasciò padre e madre, ma si distaccò da tutto. Da allora la strinse in casti amplessi e neppure per un istante accettò di non esserle sposo. Ripeteva ai suoi figli che questa è la via della perfezione, questo il pegno e la garanzia delle ricchezze eterne. Nessuno fu tanto avido di oro, quanto lui di povertà, né alcuno più preoccupato di custodire un tesoro, quanto  lui la gemma evangelica. Il suo sguardo in questo si sentiva particolarmente offeso, se nei frati--o in casa o fuori-- vedeva qualcosa di contrario alla povertà.

         E in realtà, dall'inizio della sua vita religiosa sino alla morte, ebbe come sua ricchezza una tonaca sola, cingolo e calzoni: non ebbe altro. Il suo aspetto povero indicava chiaramente dove accumulasse le sue ricchezze. Per questo, lieto, sicuro, agile alla corsa, godeva di aver scambiato con un bene che valeva cento volte le ricchezze destinate a perire.

 

 

 

LA POVERTA' DELLE CASE

 

 

CAPITOLO XXVI

 

 

 

642    56. Insegnava ai suoi a costruirsi piccole abitazioni e povere, di legno non di pietra, e cioè piccole capanne, di forma umile. Spesso, parlando della povertà, ricordava ai  frati il detto evangelico: «Le volpi hanno tane e gli uccelli del cielo nidi, ma il Figlio di Dio non ebbe dove posare il capo ».

 

 

 

CAPITOLO XXVII

 

 COMINCIA A DEMOLIRE UNA CASA

PRESSO LA PORZIUNCOLA

 

 

 

643    57. Una volta si doveva tenere il Capitolo presso Santa Maria della Porziuncola. Mentre era imminente il tempo fissato, il popolo di Assisi osservò che non vi era una abitazione adatta e, all'insaputa dell'uomo di Dio, assente in quel periodo, costruì una casa per il Capitolo, nel minor tempo possibile.

         Quando il Padre ritornò, guardò con meraviglia quella casa e ne fu molto amareggiato e addolorato. Subito, per primo, si accinse ad abbatterla. Salì sul tetto e con mano vigorosa rovesciò lastre e tegole. Pure ai frati comandò di salire e di togliere del tutto quel mostro contrario alla povertà. Perché, diceva, qualunque cosa troppo vistosa fosse stata tollerata in quel luogo, ben presto si sarebbe diffusa per l'Ordine e sarebbe stata presa come esempio da tutti.

         Ed avrebbe demolito dalle fondamenta la casa, se i soldati presenti non si fossero opposti al fervore del suo spirito, dichiarando che apparteneva non ai frati, ma al Comune.

 

 

CAPITOLO XXVIII

 

DA UNA CASA DI BOLOGNA

FA USCIRE ANCHE GLI INFERMI

 

 

 

644    58. Un'altra volta, stava tornando da Verona con l'intenzione di passare per Bologna, quando udi che vi era stata costruita una nuova casa dei frati. Poiché la voce diceva «casa dei frati», egli cambiò direzione e passò altrove non andando a Bologna. Mandò poi a dire ai frati di uscire subito da quella casa. Per questo motivo, lasciato il luogo non vi rimasero neppure i malati, ma furono fatti uscire assieme agli altri.

         Né fu dato permesso di ritornarvi sino a quando il Signor Ugolino, allora vescovo di Ostia e Legato in Lombardia, predicando proclamò davanti a tutti che la suddetta casa era sua. Ne è testimone e riferisce il fatto uno che trovandosi ammalato, fu in quella occasione allontanato dalla casa.

 

 

 

CAPITOLO XXIX

 

RIFIUTA DI ENTRARE IN UNA CELLA

CHIAMATA CON IL SUO NOME

 

 

 

645    59 Non voleva che i frati abitassero in alcun luogo  per quanto piccolo, se non constava con certezza chi ne fosse il proprietario. Infatti nei suoi figli pretese sempre la condizione di pellegrini, cioè che si raccogliessero sotto tetto altrui, passassero da un luogo all'altro pacificamente e sentissero nostalgia della patria.

         Avvenne che nell'eremo di Sarteano un frate chiedesse ad un confratello da dove venisse. «Dalla cella di frate Francesco», rispose. Come l'udi, il Santo disse: «Poiché hai dato alla cella il nome di Francesco, facendola mia proprietà, cerca un altro che vi abiti, perché io non vi rimarrò più». E continuò: « Il Signore, quando rimase nel deserto, dove pregò e digiunò per quaranta giorni, non si fece costruire una cella né casa alcuna, ma dimorò sotto una roccia del monte. Noi lo possiamo seguire, secondo la forma prescritta, non possedendo nulla di proprio, quantunque non ci sia possibile vivere senza l'uso di abitazioni ».

 

 

LA POVERTÀ NELL' ARREDAMENTO

 

 

CAPITOLO XXX

 

 

 

646    60. Questo uomo non solo aborriva il lusso delle case,  ma provava pure grande orrore per l'abbondanza e la ricercatezza delle suppellettili. Non vedeva di buon occhio nulla che sapesse di mondanità o nelle mense o nel vasellame. Tutto doveva proclamare quasi in canto il loro stato di esuli e di pellegrini.

 

 

 

CAPITOLO XXXI

 

LA MENSA PREPARATA A GRECCIO NEL GIORNO DI PASQUA:

FRANCESCO SI PRESENTA COME PELLEGRINO

SEGUENDO L' ESEMPIO DI CRISTO

 

 

 

647    61. Un giorno di Pasqua, nell'eremo di Greccio i frati avevano preparata la mensa in modo più accurato del solito, con tovaglie bianche e bicchieri di vetro. Anche il Padre scende dalla cella per mangiare e vede la mensa rialzata da terra e preparata con inutile ricercatezza. Ma se la mensa ride, egli non sorride affatto.

         Di nascosto e adagio adagio ritrae il passo, si pone in testa il cappello di un povero, presente in quel momento, e con un bastone in mano se ne esce fuori. E alla porta aspetta che i frati comincino a mangiare, perché erano soliti non aspettarlo quando non giungeva al segnale fissato.

         Hanno appena cominciato e quel vero povero si mette a gridare dalla porta: «Per amore del Signore Iddio, fate l'elemosina a questo pellegrino povero e ammalato».

         «Entra pure qui, tu, per amore di colui che hai invocato», gli rispondono i frati.

         Entra subito e si presenta ai commensali. Quale stupore dovette destare il pellegrino in quei comodi cittadini!

         Gli danno, a sua richiesta, una scodella ed egli, seduto solo per terra, la pone sulla cenere. «Ora sì,--esclama-- sto seduto come un frate minore!»   E rivolto ai frati: «Gli esempi della povertà del Figlio di Dio devono stimolare noi più degli altri religiosi. Ho visto una mensa preparata con ricercatezza ed ho pensato che non fosse quella di poveri che vanno di porta in porta ».

         Il seguito del fatto dimostra come Francesco fu simile a quel pellegrino, che nello stesso giorno era solo in Gerusalemme, e nondimeno con le sue parole rese ardente il cuore dei discepoli.

 

 

 

CAPITOLO XXXII

 

CONTRO IL DESIDERIO SMODATO DEI LIBRI

 

 

 

648    62. Insegnava a cercare nei libri la testimonianza del Signore, non il valore materiale; l'edificazione non la bellezza. In ogni caso voleva che se ne avessero pochi e fossero sempre a disposizione dei frati che ne avessero bisogno. Un ministro gli chiese licenza di tenere alcuni libri lussuosi e molto costosi. Si sentì rispondere: «Per i tuoi libri non voglio perdere il libro del Vangelo, che ho promesso di osservare. Tu farai come vorrai, ma non voglio che stendi un tranello con il mio permesso ».

 

 

 

LA POVERTA' NEI LETTI

 

 

CAPITOLO XXXIII

 

EPISODIO DEL SIGNORE D' OSTIA E SUA LODE

 

 

 

649    63. Nei giacigli e nei letti abbondava così ricca povertà che se uno poteva avere qualche povero panno consunto sulla paglia, lo considerava un letto nuziale.

         Mentre si teneva il Capitolo a Santa Maria della Porziuncola, il Signor di Ostia con largo seguito di cavalieri e di ecclesiastici si  recò là a fare visita ai frati. Al vedere come i frati dormivano per terra ed osservando i letti,--che avresti creduto covili di fiere--scoppiò in lacrime amare: « Ecco, dove dormono i frati! » esclamò di fronte a tutti, ed aggiunse: «Cosa sarà di noi miseri, che usiamo malamente di tante cose superflue?».

         Tutti i presenti, commossi sino alle lacrime, si allontanarono assai edificati.

         Questi era il Signore d'Ostia, che fatto poi porta massima della Chiesa, si oppose sempre ai nemici, fino a che rese al cielo, come ostia santa, I'anima beata.

         O cuore generoso, o viscere di carità! Posto in alto, si affliggeva di non avere alti meriti, mentre in realtà era più insigne per la virtù che per la dignità.

 

 

 

CAPITOLO XXXIV

 

COSA GLI ACCADDE UNA NOTTE

PER UN GUANCIALE DI PIUME

 

 

 

650    64. Poiché abbiamo fatto cenno ai letti, viene a mente un altro episodio forse utile a ricordarsi.

         Da quando convertito a Cristo aveva dimenticato volontariamente le cose terrene, il Santo non volle più coricarsi su un materasso, né avere sotto il capo un cuscino di piume. Né infermità né ospitalità offertagli da altri potevano infrangere questa barriera di severità.

         Gli capitò però nell'eremo di Greccio, che, essendo ammalato agli occhi più del solito, fu costretto controvoglia a servirsi di un modesto cuscino. Durante la prima notte sul far del giorno, il Santo chiama il compagno e gli dice « Fratello, non ho potuto dormire questa notte e neppure stare in piedi a pregare. Mi trema il capo, si piegano le ginocchia e mi sento scosso in tutto il corpo come se avessi mangiato pane di loglio. Credo--aggiunse--che vi sia il diavolo in questo cuscino che ho sotto il capo. Toglilo via, perché non voglio più avere il diavolo sotto la testa».

         Il frate cerca di consolare il Padre, che continua a lamentarsi sottovoce, e prende a volo il cuscino, che gli è stato gettato, per portarlo via. Sta per uscire, quando alI'improvviso perde la parola, ed è colto da tanto orrore e bloccato in tale modo che non riesce a muoversi dal luogo né ad articolare minimamente le braccia.

         Poco dopo fu chiamato dal Santo, che si era accorto del fatto: fu così liberato e, tornato indietro, raccontò quello che gli era accaduto. «Ieri sera--gli disse il Santo-- mentre recitavo compieta, ho capito con tutta chiarezza che il diavolo stava per venire alla mia cella». E aggiunse: «Il nostro nemico è molto astuto e di sottile ingegno: non potendo nuocere dentro all'anima, offre materia di malcontento almeno al corpo».

         Facciano bene attenzione quelli che dispongono cuscini da ogni lato, così da appoggiarsi sul soffice ovunque si rivoltino. Il diavolo segue volentieri la molta ricchezza, gode di stare vicino a letti di gran pregio, particolarmente quando non si è costretti da necessità e lo vieta l'ideale professato.

         E al contrario l'antico serpente rifugge dall'uomo spoglio d'ogni cosa, sia perché sdegna la compagnia del povero, sia perché teme l'altezza della povertà. Se il frate riflette che sotto le piume c'è il diavolo, il suo capo sarà contento della paglia.

 

 

 

ESEMPI DI AVVERSIONE AL DENARO

 

 

CAPITOLO XXXV

 

SEVERA CORREZIONE AD UN FRATE

CHE LO HA TOCCATO CON LE MANI

 

 

 

651    65. Francesco, sommamente innamorato di Dio, aveva un grande disprezzo per tutte le cose terrene, ma soprattutto detestava il denaro. Cominciò a disprezzarlo in modo tutto particolare fino dagli inizi della sua conversione e raccomandava ai seguaci di fuggirlo come il diavolo in persona. Aveva suggerito loro questo accorgimento, di fare lo stesso conto del denaro e dello sterco.

         Un giorno entrò a pregare in Santa Maria della Porziuncola un secolare e depose la sua offerta in denaro presso la croce. Appena questi uscì, un frate la prese semplicemente con la mano e la gettò sul muretto della finestra. La cosa fu riferita al Santo, ed il frate vedendosi scoperto in fallo, corse per averne il perdono e si prostrò a terra in attesa della punizione. Il Santo lo accusò e rimproverò aspramente per avere toccato il denaro e gli comandò di togliere con la bocca la moneta dalla finestra e di deporla sempre con la bocca fuori casa, su sterco d'asino. Il frate eseguì volentieri l'ordine ed i presenti furono pieni di timore. Tutti impararono a disprezzare ancor più il denaro, che era stato paragonato così allo sterco, e venivano animati a questo atteggiamento ogni giorno da nuovi esempi.

 

 

 

CAPITOLO XXXVI

 

CASTIGO Dl UN FRATE

CHE HA RACCOLTO DA TERRA DEL DENARO

 

 

 

652    66. Una volta due frati, camminando insieme giungono presso un ospedale dei lebbrosi. Sulla strada scorgono del denaro e si fermano discutendo cosa fare di quello sterco. Uno di essi, ridendosi degli scrupoli del fratello, vorrebbe raccoglierlo per offrirlo a quelli che servono, a pagamento, i lebbrosi. Ma glielo impedisce il compagno, col dirgli che è ingannato da falsa pietà. Ricorda pure al temerario la parola della Regola, dalla quale risulta abbastanza chiaro che il denaro trovato deve essere calpestato come polvere; ma quello, testardo di natura, rifiuta gli avvertimenti. Trascurando la Regola, si china e raccoglie la moneta. Ma non sfugge al castigo divino: sull'istante è reso muto, batte i denti e non riesce a dire una parola.

         A questo modo il castigo mise in luce la sua insania, e quel superbo punito imparò ad obbedire alla legge del padre. Infine, gettato via quel puzzo disgustoso, le sue labbra impure si purificarono alle acque della penitenza e si aprirono alla lode.

         Lo conferma il vecchio proverbio: Correggi lo stolto e ti sarà amico.

 

 

 

CAPITOLO XXXVII

 

RIMPROVERA UN FRATE

CHE VORREBBE METTERE DA PARTE DEL DENARO

CON IL PRETESTO DELLA NECESSITÀ

 

 

 

653    67. Il vicario del Santo, frate Pietro di Cattanio aveva osservato che a Santa Maria della Porziuncola arrivava un gran numero di frati forestieri e che le elemosine non erano così abbondanti da bastare alle necessità. Si rivolse allora a Francesco e gli disse: «Non so, fratello, cosa debba fare, perché non posso provvedere a sufficienza ai molti frati, che giungono qui a frotte da ogni parte. Permetti, ti prego, che si conservi parte dei beni dei novizi, che vengono all'Ordine, per farvi ricorso e spenderli al momento opportuno ».

         «Fratello carissimo,--rispose il Santo--Dio ci liberi da una tale pietà, che per un uomo, chiunque sia, ci comportiamo in modo empio verso la Regola».

         E quello: « Allora, cosa debbo fare? ».

         «Spoglia--rispose--l'altare della Vergine e portane via i vari arredi, se non potrai soddisfare diversamente le esigenze di chi ha bisogno. Credimi, le sarà più caro che sia osservato il Vangelo del Figlio suo e nudo il suo altare piuttosto che vedere l'altare ornato e disprezzato il Figlio. Il Signore manderà poi chi possa restituire alla Madre quanto ci ha dato in prestito».

 

 

 

CAPITOLO XXXVIII

 

DENARO MUTATO IN SERPENTE

 

 

 

654    68. Passava una volta l'uomo di Dio con un compagno attraverso la Puglia e, presso Bari, s'imbatté sulla strada in una gran borsa, chiamata fonda dai commercianti, gonfia di monete. Il compagno richiama l'attenzione del Santo e con insistenza vorrebbe indurlo a prendere da terra la borsa, per darne il denaro ai poveri. Esalta la pietà per i poveri e loda l'opera di misericordia che si compirebbe elargendo quella somma.

         Il Santo si rifiuta assolutamente e afferma che è una astuzia del diavolo. «Non si deve, figlio,--dice--portare via ciò che è di altri. Donare la roba altrui non merita gloria, ma va punito perché è peccato».

         Si allontanano poi presi dalla fretta di terminare il viaggio iniziato. Ma il compagno, deluso nella sua pietà poco illuminata, non è contento e insiste nel proporre la trasgressione.

         Il Santo accetta di ritornare sul luogo, non per fare quanto il frate desidera, ma per mostrare a quello stolto  il mistero di Dio. Chiama un giovane, che era seduto sull'orlo di un pozzo lungo la strada, affinché sulla parola di due o tre testimoni si manifesti il segreto della Trinità. E ritornati tutti e tre alla fonda, la vedono rigonfia di denaro.

         Il Santo ordina che nessuno si avvicini, per poter manifestare con la preghiera l'astuzia del demonio e, portatosi  a un tiro di sasso, si immerge in devota preghiera. Poi ritornato ordina al compagno di sollevare la borsa, che in seguito al suo pregare racchiudeva un serpente in vece del denaro.

         Il frate trema sconcertato, e preso non so da quale presentimento, rivolge nell'animo pensieri ben diversi da prima. Ma infine, allontanando ogni dubbiosità del cuore per rispetto alla santa obbedienza, afferra la borsa. Ed ecco, un grosso serpente sguscia dalla borsa e rende palese al frate l'inganno diabolico. Concluse il Santo: «Il denaro, o fratello, per i servi di Dio non è altro che il diavolo ed un serpente velenoso».

 

 

 

LA POVERTA' DEI VESTITI

 

 

CAPITOLO XXXIX

 

IL SANTO RIMPROVERA CON LA PAROLA E L' ESEMPIO

CHI SI VESTE CON RAFFINATA DELICATEZZA

 

 

 

 

655    69. Rivestito di virtù dall'alto, Francesco era interiormente caldo di fuoco divino, più di quanto lo fosse all'esterno per il vestito del corpo. Detestava chi nell'Ordine indossava molte vesti  ed usava senza necessità indumenti delicati. Asseriva inoltre che dà segno di spirito estinto colui che accampa la necessità, mosso non dalla ragione ma dai sensi.

         «Quando lo spirito -- diceva -- si intiepidisce e si raffredda gradatamente, è inevitabile che la carne ed il  sangue cerchino ciò che è loro proprio. Cosa rimane infatti quando l'anima non trova più i suoi piaceri, se non che la carne si rivolga ai suoi? Allora l'istinto naturale maschera il momento della necessità e la mentalità carnale forma la coscienza».

         E aggiungeva: « Ammettiamo pure che un mio frate si trovi in vera necessità, che lo colpisca un qualsiasi bisogno: quale ricompensa ne avrà, se cerca in tutta fretta di soddisfarli e di allontanarli da sé? Gli è capitata un'occasione di merito, ma ha dimostrato bellamente di non gradirla ». Con queste e simili parole inchiodava quelli che erano intolleranti delle ristrettezze, perché il non sopportarle pazientemente non vuole dire altro che desiderare nuovamente l'Egitto.

         Inoltre non voleva che per alcun motivo i frati avessero più di due tonache, che tuttavia permetteva di rinforzare cucendovi pezze.

         Comandava di avere in orrore gli indumenti delicati e rimproverava in modo durissimo, davanti a tutti, quanti venivano meno. E per confondere questi tali col suo esempio, cucì del sacco ruvido sulla propria tonaca; anche in morte chiese che la tonaca per le esequie fosse ricoperta di sacco grossolano.

         Tuttavia ai frati stretti da malattia o altra necessità, permetteva che portassero sotto, aderente alla pelle, una tonaca morbida, in modo però che all'esterno l'abito si conservasse sempre ruvido e vile.

         Diceva infatti: «Tanto si mitigherà il rigore e trionferà la tiepidezza, che i figli di un padre povero non si vergogneranno di portare abiti di scarlatto, mutandone solo il colore». Ne deriva che non è a te, o Padre, che mentiamo noi figli degeneri, ma la nostra iniquità mente piuttosto a se stessa. Ecco infatti, che diventa più chiara della luce e cresce ogni giorno più.

 

 

 

CAPITOLO XL

 

CHI SI ALLONTANA DALLA POVERTA',

SARÀ PUNITO DALLA MISERIA

 

 

 

656    70. A volte il Santo era solito anche ripetere: «Quanto i frati si allontaneranno dalla povertà, altrettanto il mondo si allontanerà da loro, e cercheranno, ma non troveranno. Ma se rimarranno abbracciati alla mia signora povertà, il mondo li nutrirà, perché sono stati dati al mondo per la sua salvezza».

         E ancora: «Vi è un patto tra il mondo ed i frati: i frati si obbligano a dare al mondo il buon esempio, ed il mondo a provvedere alle loro necessità. Se, rompendo i patti, i frati ritireranno da parte loro il buon esempio, il mondo per giusto castigo ritrarrà la mano».

 

657    Per riguardo alla povertà, l'uomo di Dio aveva paura del  gran numero di frati, perché se non in realtà, almeno in apparenza anche ciò è segno di ricchezza. Perciò diceva: «Oh, potesse venire, dico, venga il giorno in cui il mondo vedendo i frati minori assai di raro, ne abbia stima per il loro piccolo numero!».

         Stretto da un legame indissolubile a madonna Povertà, non mirava alla sua dote presente, ma a quella futura.

658    Cantava pure con più fervido affetto e gaudio più lieto i salmi che magnificano la povertà, come quello che dice: La speranza dei poveri non sarà delusa in eterno, e l'altro: Vedano i poveri e si rallegrino.

 

 

 

DEL CHIEDERE L'ELEMOSINA

 

 

CAPITOLO XLI

 

ELOGIO DEL CHIEDERE L' ELEMOSINA

 

 

 

659    71.     Il Padre usava molto più volentieri delle elemosine raccolte di porta in porta che di quelle fatte spontaneamente. Diceva che vergognarsi di mendicare è contrario alla salvezza, mentre ribadiva, nel mendicare è santa la vergogna che non ritrae il piede. Per lui era meritevole di lode il rossore, che spunta su un volto sensibile, ma non altrettanto l'imbarazzo che confonde. A volte esortando i suoi a domandare la carità, usava queste parole: «Andate, perché in questo ultimo tempo i frati minori sono stati dati al mondo, affinché gli eletti compiano verso di essi azioni degne di essere premiate dal Giudice: Ciò che avete fatto ad uno di questi miei fratelli minori l'avete fatto a me. Per questo diceva che il suo ordine aveva ricevuto un singolare privilegio dal Grande Profeta, che ne aveva indicato così chiaramente il nome.

         E pertanto voleva che i frati abitassero non solo nelle città, ma anche negli eremi, affinché tutti vi trovassero occasione di merito e fosse tolta ai malvagi ogni apparenza di scusa.

 

 

 

CAPITOLO XLII

 

ESEMPIO DEL SANTO NEL CHIEDERE L' ELEMOSINA

 

 

 

660    72. Per non offendere neppure una volta quella santa sposa, il servo del Dio altissimo si comportava solitamente così: se, invitato da persone facoltose, prevedeva di essere onorato con mense piuttosto copiose, prima andava elemosinando alle case vicine tozzi di pane e poi, così ricco di povertà, correva a sedersi a tavola.

         A chi gli chiedeva perché facesse così, rispondeva che per un feudo di un'ora, non voleva lasciare una eredità stabile. « È la povertà--diceva--che ci ha fatti eredi e re del regno dei cieli, non le vostre false ricchezze ».

 

 

 

CAPITOLO XLIII

 

COME SI COMPORTÒ IN CASA DEL SIGNOR D' OSTIA

E SUA RISPOSTA AL VESCOVO

 

 

 

661    73. Un giorno Francesco fece visita al papa Gregorio, di veneranda memoria, quando era ancora di dignità inferiore. Avvicinandosi l'ora del pranzo, andò ad elemosinare e, di ritorno, dispose sulla tavola del vescovo frustoli di pane nero.

         Il vescovo, quando li vide, sentì piuttosto vergogna, soprattutto a causa dei nuovi invitati. Il Padre con volto lieto distribuì ai cavalieri e ai cappellani commensali i tozzi di pane: tutti li accettarono con particolare devozione, e alcuni di essi ne mangiarono, altri li conservarono per riverenza. Finito il pranzo, alzatosi, il vescovo chiamò nella sua stanza l'uomo di Dio, e protendendo le braccia, lo strinse amorosamente: «Fratello mio,--gli disse--perché nella casa che è tua e dei tuoi fratelli, mi hai fatto il torto di andare per l'elemosina?».

         «Anzi,--rispose il Santo--vi ho reso onore, onorando un Signore più grande. Perché Dio si compiace della povertà, e soprattutto della mendicità volontaria. Da parte mia ritengo dignità regale e insigne nobilità seguire quel Signore, che pur essendo ricco si è fatto povero per noi ». E aggiunse: «Trovo maggiori delizie in una mensa povera preparata con piccole elemosine, che in una ricca dove a mala pena si conta il numero delle portate».

         Il vescovo ne rimase moltissimo edificato e disse al Santo: «Figlio, fa pure ciò che ti sembra bene, perché il Signore è con te ».

 

 

 

CAPITOLO XLIV

 

ESORTA CON L' ESEMPIO E LA PAROLA

A CHIEDERE L' ELEMOSINA

 

 

 

662    74. Da principio, sia per allenare se stesso alla mortificazione sia per indulgenza verso la ritrosia dei frati, spesso andava per l'elemosina lui solo. Ma una volta, vedendo che molti non sentivano l'esigenza della loro vocazione, disse: «Carissimi fratelli, il Figlio di Dio era più nobile di noi, eppure per noi si è fatto povero in questo mondo. Per suo amore abbiamo scelto la via della povertà: non dobbiamo sentirci umiliati di andare per l'elemosina. Non è  mai decoroso per gli eredi del regno arrossire della caparra  della eredità celeste. Vi dico che molti nobili e sapienti si uniranno alla nostra congregazione e si sentiranno onorati di chiedere l'elemosina. Pertanto voi, che ne siete la primizia, gioite ed esultate, e non rifiutate di compiere ciò che trasmetterete da fare a quei santi.

 

 

 

CAPITOLO XLV

 

RIMPROVERO AD UN FRATE

CHE RIFIUTAVA DI MENDICARE

 

 

 

663    75. Francesco ripeteva spesso che il vero frate minore non dovrebbe lasciar passare molto tempo, senza andare per l'elemosina. «E quanto è più nobile--diceva--un mio figlio, tanto più sia pronto ad andare, perché in tale modo accumula meriti ».

         Vi era in un luogo un certo frate che non si prestava per la questua, ma valeva per quattro a tavola. Notando il Santo che era amico del ventre, partecipe del frutto, ma non della fatica, un giorno lo riprese così: «Va' per la tua strada, frate mosca, perché vuoi mangiare il sudore dei tuoi fratelli e rimanere ozioso nell'opera di Dio. Ti rassomigli a frate fuco, che lascia lavorare le api, ma vuole essere il primo a mangiare il miele ».

         Quell'uomo carnale, vedendosi scoperto nella sua voracità, ritornò al mondo, che non aveva ancora abbandonato. Uscì dalla Religione e chi non aveva contato niente per la questua, non contò più nulla come frate. Chi valeva molti a tavola, finì per essere un pluridemonio.

 

 

 

CAPITOLO XLVI

 

VA INCONTRO AD UN FRATE CHE PORTA L' ELEMOSINA

E GLI BACIA LA SPALLA

 

 

 

664    76. Un'altra volta un frate se ne tornava con l'elemosina da Assisi alla Porziuncola. Giunto nelle vicinanze del luogo, cominciò a cantare e a lodare Iddio ad alta voce. Appena lo udi il Santo balzò in piedi, corse fuori e, baciata la spalla dei frate, si caricò la bisaccia sulle proprie spalle, ed esclamò: «Sia benedetto il mio fratello, che va prontamente, questua con umiltà e ritorna pieno di gioia ».

 

 

 

CAPITOLO XLVII

 

INDUCE ALCUNI CAVALIERI A CHIEDERE L' ELEMOSINA

 

 

 

665    77. Mentre Francesco, pieno di malattie e quasi prossimo a  morire, si trovava nel luogo di Nocera, il popolo di Assisi mandò una solenne deputazione a prenderlo per non lasciare ad altri la gloria di possedere il corpo dell'uomo di Dio. I cavalieri, che lo trasportavano a cavallo con molta devozione raggiunsero la poverissima borgata di Satriano, proprio quando la fame e l'ora facevano sentire il bisogno di cibo. Ma per quanto cercassero, non trovarono nulla da comprare. Allora i cavalieri tornarono da Francesco e gli dissero: «È necessario che tu ci dia parte delle tue elemosine, perché qui non riusciamo a trovare nulla da comprare ».

         «Per questo motivo voi non trovate,--rispose il Santo --perché confidate più nelle vostre mosche che in Dio ». Chiamava evidentemente mosche i denari. « Ma -- continuò--ripassate dalle case dove siete già stati e chiedete umilmente l'elemosina, offrendo in luogo dei denari l'amore di Dio! Non vergognatevi, perché dopo il peccato viene concesso tutto in elemosina e quel grande Elemosiniere dona largamente e con bontà a tutti, degni e indegni».

         Deposta la vergogna, i cavalieri andarono subito a chiedere la carità, e trovarono da comprare assai più «per amore di Dio» che col denaro. Tutti offrirono a gara, con volto lieto, e non dominò più la fame, dove prevalse la ricca povertà.

 

 

 

CAPITOLO XLVIII

 

AD ALESSANDRIA UN PEZZO Dl CAPPONE

VIENE CAMBIATO IN PESCI

 

 

 

666    78. Nella questua cercava più il vantaggio delle anime di chi donava, che un aiuto materiale alla carne e voleva essere di esempio agli altri sia nel dare che nel ricevere.

         Mentre si recava a predicare ad Alessandria di Lombardia, fu ospitato devotamente da un uomo timorato di Dio e di lodevole fama, che lo pregò di mangiare, secondo quanto prescrive il Vangelo, di tutto quello che gli fosse  posto davanti. Ed egli acconsentì volentieri, vinto dalla gentilezza dell'ospite.

         Questi corre in tutta fretta e prepara con ogni cura all'uomo di Dio un cappone di sette anni. Mentre il patriarca dei poveri è seduto a mensa e tutta la famiglia è in festa, improvvisamente si presenta alla porta un figlio di Belial, che si fingeva mancante del necessario, ma era povero soprattutto della grazia. Nel chiedere l'elemosina, mette avanti l'amore di Dio e con voce pietosa domanda di essere aiutato in nome di Dio.

         Appena il Santo ode il nome benedetto al di sopra di tutte le cose e per lui dolce più del miele, prende molto volentieri una coscia del pollo che gli era stato servito e, messala su un pane, la manda al mendicante. Ma, per dirla in breve, quel disgraziato mette via ciò che gli è stato donato per poter screditare il Santo.

 

         79 Il giorno dopo il Santo, come era solito, predica la parola di Dio al popolo, che si è radunato. All'improvviso quello scellerato manda un grido, mentre cerca di mostrare a tutto il popolo il pezzo di cappone. « Ecco--strilla --che uomo è questo Francesco che vi predica e che voi onorate come santo: guardate la carne che mi ha data ieri sera, mentre mangiava ».

         Tutti danno sulla voce a quel briccone e lo insultano come indemoniato, perché in realtà sembrava a tutti essere pesce, ciò che lui sosteneva fosse invece una coscia di cappone. Infine anche quel miserabile, stupito del miracolo, fu costretto ad ammettere che avevano ragione. Il disgraziato ne sentì vergogna, e pentito espiò una colpa così palese: davanti a tutti chiese perdono al Santo, manifestando l'intenzione perversa avuta. Anche la carne riprese il suo aspetto, dopo che il falso accusatore si fu ricreduto.

 

 

 

QUELLI CHE RINUNZIANO AL MONDO

 

 

CAPITOLO XLIX

 

IL SANTO RIMPROVERA UN TALE

CHE HA DISTRIBUITO I SUOI BENI

NON Al POVERI MA Al PARENTI

 

 

 

667    80. A chi voleva entrare nell'Ordine il Santo insegnava a ripudiare anzitutto il mondo, offrendo a Dio prima i beni esterni, poi a fare il dono interiore di se stessi. Non ammetteva all'Ordine se non chi si era spogliato di ogni avere, senza ritenere nulla assolutamente, sia per la parola del santo Vangelo, sia perché non fosse di scandalo il peculio personale.

 

668    81. Un giorno, dopo una predica del Santo nella Marca di Ancona, si presentò uno, che gli chiese umilmente di entrare nell'Ordine. «Se ti vuoi unire ai poveri di Dio-- gli rispose Francesco--distribuisci prima i tuoi beni ai poveri del mondo». A queste parole quegli se ne andò e, guidato da amore carnale, distribuì i suoi averi ai parenti, niente ai poveri. Ritornato ed avendo riferito al Santo la sua generosa munificenza: «Va per la tua strada, frate mosca,--gli disse con ironia il Padre--perché non sei ancora uscito dalla tua casa e dalla tua parentela. Ai tuoi consanguinei hai dato i tuoi beni, ed hai defraudato i poveri: non sei degno dei poveri servi di Dio. Hai cominciato dalla carne ed hai posto un fondamento rovinoso per un edificio spirituale».

         Se ne ritornò quell'uomo carnale ai parenti e riprese i suoi beni, perché non avendo voluto lasciarli ai poveri, aveva ben presto abbandonato il suo proposito di perfezione.

         Quanti oggi si ingannano con questa messinscena della distribuzione dei loro beni e vogliono dare inizio ad una vita di perfezione con un comportamento così mondano!

         Infatti nessuno si consacra a Dio per arricchire i suoi parenti, ma per riscattare i suoi peccati col prezzo della misericordia, e così acquistare la vita eterna col frutto di opere buone.

         Inoltre insegnava spesso che «se i frati si trovavano in necessità » dovevano ricorrere ad estranei piuttosto che ai postulanti, anzitutto per l'esempio, poi per evitare ogni specie di turpe interesse.

 

 

 

CAPITOLO L

 

UNA VISIONE RELATIVA ALLA POVERTÀ

 

 

 

669    82. Piace qui riportare una visione del Santo, degna di essere ricordata.

         Una notte, terminata finalmente una lunga preghiera, si assopì a poco a poco e si addormentò.

         Quell'anima santa viene introdotta nel santuario di Dio, e vede in sogno, tra l'altro, una donna di questo aspetto: la testa sembrava d'oro, il petto e le braccia d'argento, il ventre di cristallo e le gambe di ferro. Era alta di statura, di complessione snella e armoniosa. Ma la donna, nonostante fosse di bella presenza, indossava uno squallido mantello.

         Al mattino, alzatosi, il Padre espose la visione a frate Pacifico, uomo santo, senza spiegarne il significato. Molti l'hanno interpretato a loro piacimento. Ma non credo che sia fuori luogo tenere l'interpretazione suggerita dallo Spirito Santo al predetto Pacifico, durante il racconto stesso.

         «Questa donna di bella presenza--spiegò--è l'anima bella di san Francesco. La testa d'oro significa la contemplazione e la conoscenza delle verità eterne; il petto e le braccia d'argento sono le parole del Signore che meditava nel suo cuore e concretizzava nelle opere. Il cristallo rigido e trasparente indica rispettivamente la sua sobrietà e castità; il ferro la sua tenace perseveranza. Infine il povero mantello significa lo spregevole e minuscolo corpo, che riveste la sua anima preziosa ».

         Tuttavia molti altri, che hanno lo spirito di Dio, per questa donna intendono la povertà, in quanto sposa del Padre  «Questa--affermano--l'ha resa d'oro il premio della gloria, d'argento la divulgazione della fama, cristallina la professione di vivere senza denaro in perfetta  coerenza dentro e fuori, di ferro la perseveranza finale. Ma a questa nobile donna hanno intessuto uno straccio di mantello gli uomini con la loro mentalità carnale ».

         Altri, in numero maggiore, applicano questa visione all'Ordine, seguendo la successione dei periodi secondo l'uso di Daniele.

         Ma che si riferisca al Padre è evidente soprattutto dal fatto che non volle assolutamente interpretarla, per non peccare di vanagloria. Mentre se andasse riferita all'Ordine, non l'avrebbe passata sotto silenzio.

 

 

 

LA COMPASSIONE DI SAN FRANCESCO VERSO I POVERI

 

 

CAPITOLO LI

 

PROVA COMPASSIONE PER I POVERI

E INVIDIA PER I PIÙ POVERI Dl LUI

 

 

 

670    83. Chi potrebbe esprimere la compassione di questo uomo verso i poveri? Era certamente di cuore buono per natura, ma lo divenne doppiamente per la carità che gli venne data dall'alto. Perciò l'animo di Francesco si struggeva davanti ai poveri, e quando non poteva porgere la mano, donava almeno il suo affetto.

         Qualunque fosse il bisogno e qualsivoglia necessità vedeva in altri, rivolgendo l'animo con rapida riflessione, li riferiva a Cristo. Così in tutti i poveri riconosceva il Figlio della Madonna povera e portava nudo nel cuore Colui, che lei aveva portato nudo tra le braccia.

         Anzi, mentre aveva allontanato da sé ogni invidia, non poté rimaner privo della sola invidia della povertà. Se vedeva qualcuno più povero di lui, ne provava subito un sentimento di gelosia, e cimentandosi in una gara di povertà, temeva di essere superato a suo confronto.

 

671    84. Una volta, mentre andava predicando, incontrò sulla strada un povero. Osservando la sua nudità, si rivolse addolorato al compagno: «La miseria di questo uomo ci fa grande vergogna e rimprovera sommamente la nostra povertà ».

         « Perché, fratello? » chiese il compagno.

         E il Santo con accento triste: «Ho scelto per mia ricchezza e mia donna la povertà; ma ecco che rifulge maggiormente in costui. Non sai tu che si è sparsa per tutto il mondo la fama che noi siamo i più poveri per amore di Cristo? Ma questo povero ci convince che le cose non stanno così».

         O invidia, quale non si è mai vista! O emulazione, che i figli dovrebbero emulare! Questa non è l'invidia che si affligge dei beni altrui o che si rabbuia ai raggi del sole. Non è quella che si contrappone alla pietà e si torce per il livore. O forse tu pensi che la povertà evangelica non abbia nulla che susciti invidia? Essa ha Cristo, e per mezzo di lui ha il tutto in tutte le cose. Perché allora  sei così avido di rendite, o ecclesiastico dei nostri giorni? Domani riconoscerai che Francesco è stato ricco, quando nella tua mano troverai le rendite dei tormenti.

 

 

 

CAPITOLO LII

 

CORREGGE UN FRATE CHE SPARLA Dl UN POVERO

 

 

 

672    85. Un altro giorno della sua predicazione, un poveretto, per di più infermo era al luogo dov'era Francesco. Questi sentendo compassione per la duplice disgrazia, cioè miseria e malattia, cominciò a parlare col compagno della povertà.

         Era già passato, nei riguardi del sofferente, dalla commiserazione all'affetto del cuore, quando il compagno lo interruppe: «Sì, fratello, è povero, ma forse in tutta la provincia non c'è nessuno più ricco di desideri».

         Il Santo lo rimproverò lì su due piedi e ingiunse al compagno che stava confessandogli la sua colpa: «Su, presto: togliti la tonaca, inginocchiati ai piedi del povero e accusa apertamente la tua colpa. E non soltanto gli chiederai perdono, ma in più insisterai che preghi per te!».

         Il frate obbedì e quando ritornò, dopo aver compiuto la sua penitenza, il Santo gli disse: «Quando vedi un povero, fratello, ti è messo innanzi lo specchio del Signore e della sua Madre povera. Allo stesso modo nei malati devi  considerare quali infermità si è addossato per noi! ».

         Veramente, Francesco portava sempre sul cuore quel mazzetto di mirra, sempre fissava il volto del suo Cristo, sempre rimaneva a contatto dell'Uomo dei dolori, che conosce tutte le sofferenze!

 

 

 

CAPITOLO LIII

 

REGALA

IL MANTELLO AD UNA VECCHIERELLA

PRESSO CELANO

 

 

 

673    86. Un inverno a Celano Francesco portava addosso. avvolto come un mantello, un panno che gli aveva prestato un amico dei frati, di Tivoli.

         Mentre alloggiava nel palazzo del vescovo dei Marsi, s'imbatté in una vecchierella, che chiedeva l'elemosina. Slacciò subito il pezzo di stoffa dal collo e, quantunque appartenesse ad altri, lo donò alla povera vecchierella, dicendo: «Va', fatti un vestito, ché ne hai veramente bisogno». La vecchietta, piena di stupore,--non so se per timore o per la grande gioia--prende dalle sue mani il panno e si allontana il più velocemente che può, lo taglia subito con le forbici per evitare, che ritardando, abbia a doverlo restituire. Ma, visto che il pezzo di stoffa, una volta tagliato, non basta a confezionare un vestito, fatta coraggiosa dalla benevolenza sperimentata poco prima, ritorna dal Santo e gli espone come la stoffa è insufficiente. Questi allora si rivolge al compagno, che ne ha indosso altrettanto, e gli dice: «Senti, fratello, quello che dice questa vecchierella? Sopportiamo il freddo per amore di Dio e dona a questa poveretta il tuo panno perché possa terminare il suo vestito». Come l'aveva dato lui, lo donò anche il compagno ed ambedue rimasero spogli, per rivestire la vecchietta.

 

 

 

CAPITOLO LIV

 

DONA IL MANTELLO AD UN ALTRO POVERO

 

 

 

674    87. In altra circostanza, mentre ritornava da Siena, si imbatté in un povero. Il Santo disse al compagno: «Fratello, dobbiamo  restituire il mantello a questo poveretto, perché è suo. Noi l'abbiamo avuto in prestito sino a quando non ci capitasse di incontrare uno più povero».

         Il compagno, che aveva in mente il bisogno del Padre caritatevole, opponeva forte resistenza perché non provvedesse all'altro trascurando se stesso.

         «Io non voglio essere ladro--rispose il Santo--e ci sarebbe imputato a furto, se non lo dessimo ad uno più bisognoso». L'altro cedette, ed egli donò il mantello.

 

 

 

CAPITOLO LV

 

ALTRO FATTO SIMILE

 

 

 

675    88. Un fatto simile accadde alle Celle di Cortona. Francesco aveva indosso un mantello nuovo, che i frati avevano procurato proprio per lui, quando giunse un povero, che piangeva la morte della moglie e la famiglia lasciata nella miseria.

         «Ti dò questo mantello per amore di Dio--gli disse il Santo--a condizione che non lo ceda a nessuno, se non te lo pagherà profumatamente ».

         Corsero immediatamente i frati per prendersi il mantello e impedire che fosse dato via. Ma il povero, reso ardito dallo sguardo del Santo, si mise a difenderlo con mani ed unghie come suo. Alla fine, i frati riscattarono il mantello ed il povero se ne andò con il prezzo ricevuto.

 

 

 

CAPITOLO LVI

 

REGALA IL MANTELLO AD UNO

PERCHÉ NON ABBIA PIÙ' IN ODIO IL SUO PADRONE

 

 

 

676    89. Una volta il Santo incontrò un povero a Colle, nella campagna di Perugia. L'aveva già conosciuto quando era ancora nel mondo, e gli disse: «Fratello, come stai?». Ma quello, con l'animo pieno di livore, si mise a scagliare maledizioni contro il suo padrone, che gli aveva tolti i suoi averi: «Sto proprio male, grazie al mio padrone: che il Signore Onnipotente lo maledica! ».

         Francesco sentì pietà più per la sua anima che per il suo corpo, perché mostrava di covare un odio mortale e gli disse: « Fratello, perdona per amore di Dio al tuo padrone: salverai la tua anima e può darsi che ti restituisca il maltolto. Altrimenti hai perduto i tuoi beni e perderai anche l'anima»

         «Non gli posso assolutamente perdonare, -- rispose l'altro -- se prima lui non mi restituisce quanto mi ha preso».

         Francesco aveva indosso un mantello. « Ecco,--gli propose--, ti dò questo mantello e ti prego di perdonare al tuo padrone, per amore del Signore Dio ». Raddolcito e mosso da quella bontà, prese il dono e perdonò i torti del padrone.

 

 

 

CAPITOLO LVII

 

REGALA AD UN POVERO UN LEMBO DELLA SUA VESTE

 

 

 

677    90. Un giorno un povero gli chiese l'elemosina ed egli,  non avendo niente per le mani, scucì un lembo della tonaca e lo regalò al povero.

         Altre volte, allo stesso fine, si tolse perfino i calzoni. Tanta era la tenera compassione che provava per i poveri e tanto l'affetto che lo spingeva a seguire le orme di Cristo povero.

 

 

CAPITOLO LVIII

 

 FA DARE ALLA MADRE DI DUE FRATI, PERCHÉ POVERA,

LA PRIMA COPIA DEL NUOVO TESTAMENTO

CHE EBBE L' ORDINE

 

 

 

678    91. Un'altra volta venne dal Santo la madre di due frati, a chiedere fiduciosamente l'elemosina. Provandone vivo dolore, il Padre si rivolse al suo vicario, frate Pietro di Cattanio: «Possiamo dare qualcosa in elemosina a nostra madre?». Perché chiamava madre sua e di tutti i frati la madre di qualsiasi religioso. Gli rispose frate Pietro: «In casa non c'è niente da poterle dare». «Abbiamo solo--aggiunse --un Nuovo Testamento, che ci serve per le letture a mattutino, essendo noi senza breviario».

         Gli rispose Francesco: « Dà alla nostra madre il Nuovo Testamento: lo venda secondo la sua necessità, perché è proprio lui che ci insegna ad aiutare i poveri. Ritengo per certo che sarà più gradito al Signore l'atto di carità che la lettura ».

         Così fu regalato il libro alla donna e fu alienato per questa santa carità il primo Testamento che ebbe l'Ordine.

 

 

 

CAPITOLO LIX

 

DONA IL MANTELLO AD UNA POVERA DONNA

MALATA D' OCCHI

 

 

 

679    92. Mentre san Francesco si trovava nel vescovado di Rieti per curarsi gli occhi, una povera donna di Machilone  venne dal medico, perché anche lei aveva una malattia simile a quella del Santo. Questi, parlando familiarmente al suo guardiano, cominciò a poco a poco a persuaderlo all'incirca così:«Frate guardiano, dobbiamo restituire ciò che è di altri ».

         «Certo, padre, se abbiamo qualcosa che non sia nostro ».

         «Restituiamo--continuò--questo mantello, che abbiamo ricevuto in prestito da quella poveretta, perché non ha nulla in borsa per le sue spese».

         « Ma -- obbiettò il guardiano -- questo mantello è mio e non lo ho avuto in prestito da nessuno. usalo finché vorrai, e quando non lo vuoi più usare, rendilo a me ». E in realtà il guardiano l'aveva comprato poco prima, perché era necessario a san Francesco.

         «Frate guardiano, -- continuò il Santo -- tu mi sei sempre stato cortese: ti prego, mostra ora la tua cortesia ».

         «Ebbene padre, --concluse il guardiano--fa come vuoi, come ti suggerisce lo Spirito».

         Francesco chiamò allora un secolare molto affezionato e gli disse: «Prendi questo mantello e dodici pani, va' da quella donna poverella e dille così: Il povero, al quale hai imprestato il mantello, ti ringrazia, ma ora riprendi ciò che  è tuo ».

         Quello andò e riferì come gli era stato ordinato. La donna pensò che si volesse deriderla e gli rispose arrossendo: «Lasciami in pace col tuo mantello! Non capisco di che cosa parli ».                                

         L'altro insistette e gli lasciò tutto nelle mani. E la donna convinta che non c'era inganno, per timore che le venisse tolta una fortuna così impensata, si alzò nottetempo e, senza pensare alla cura degli occhi, se ne ritornò a casa col mantello.

 

 

 

CAPITOLO LX

 

GLI APPAIONO TRE DONNE LUNGO LA STRADA

E SCOMPAIONO DOPO AVERLO SALUTATO

IN UN MODO NUOVO

 

 

680    93. Riferirò in breve un fatto mirabile, di interpretazione dubbia, ma quanto a verità certissimo.

         Francesco, il povero di Cristo, mentre da Rieti era diretto a Siena per la cura degli occhi stava attraversando la pianura presso Rocca Campiglia, in compagnia di un medico affezionato all'Ordine.

         Ed ecco apparire lungo la strada al passaggio del Santo tre povere donne. Erano tanto simili di statura, di età, di aspetto, che le avresti dette tre copie modellate su un unico stampo. Quando Francesco fu vicino, esse, chinando il capo con riverenza gli rivolsero questo singolare saluto: « Ben venga, signora povertà ». Il Santo si riempì subito di gaudio indicibile, perché non c'era per lui saluto più gradito di quello che esse gli avevano rivolto.

         Pensando dapprima che le donne fossero realmente povere, si rivolse al medico che l'accompagnava: «Ti prego, per amore di Dio, fa' in modo che possa dare qualcosa a quelle poverette». Quello prontissimo trasse fuori la borsa e, balzato di sella, diede a ciascuna alcune monete.

         Proseguirono quindi un poco per la strada intrapresa, quando tutto ad un tratto volgendo attorno lo sguardo, frate e medico, non videro ombra di donne in tutta la pianura. Altamente stupiti aggiunsero anche questo fatto alle meraviglie del Signore, perché evidentemente non potevano essere donne, quelle che erano volate via più rapide degli uccelli.

 

 

 

L'AMORE DI SAN FRANCESCO ALLA PREGHIERA

 

 

CAPITOLO LXI

 

IL TEMPO, IL LUOGO ED IL FERVORE

DELLA SUA PREGHIERA

 

 

 

681    94. Francesco, uomo di Dio, sentendosi pellegrino nel corpo lontano dal Signore, cercava di raggiungere con lo spirito il cielo e, fatto ormai concittadino degli Angeli, ne era separato unicamente dalla parete della carne. L'anima era tutta assetata del suo Cristo e a Lui si offriva interamente nel corpo e nello spirito.

         Delle meraviglie della sua preghiera diremo solo qualche tratto, per quanto abbiamo visto con i nostri occhi ed è possibile esporre ad orecchio umano, perché siano d'esempio ai posteri.

         Trascorreva tutto il suo tempo in santo raccoglimento, per imprimere nel cuore la sapienza; temeva di tornare indietro se non progrediva sempre. E se a volte urgevano visite di secolari o altre faccende, le troncava più che terminarle, per rifugiarsi di nuovo nella contemplazione. Perché a lui, che si cibava della dolcezza celeste, riusciva insipido il mondo, e le delizie divine lo avevano reso di gusto difficile per i cibi grossolani degli uomini.

         Cercava sempre un luogo appartato, dove potersi unire non solo con lo spirito, ma con le singole membra, al suo Dio. E se all'improvviso si sentiva visitato dal Signore,  per non rimanere senza cella, se ne faceva una piccola col mantello. E se a volte era privo di questo, ricopriva il volto con la manica, per non svelare la manna nascosta.

         Sempre frapponeva fra sé e gli astanti qualcosa, perché non si accorgessero del contatto dello sposo: così poteva  pregare non visto anche se stipato tra mille, come nel cantuccio di una nave. Infine, se non gli era possibile niente di tutto questo, faceva un tempio del suo petto.

         Assorto in Dio e dimentico di se stesso, non gemeva né tossiva, era senza affanno il suo respiro e scompariva ogni altro segno esteriore.

 

 682   95. Questo il suo comportamento in casa. Quando invece pregava nelle selve e in luoghi solitari, riempiva i boschi di gemiti, bagnava la terra di lacrime, si batteva con la mano il petto; e lì, quasi approfittando di un luogo più intimo e riservato, dialogava spesso ad alta voce col suo Signore: rendeva conto al Giudice, supplicava il Padre, parlava all'Amico, scherzava amabilmente con lo Sposo. E in realtà, per offrire a Dio in molteplice olocausto tutte le fibre del cuore, considerava sotto diversi aspetti Colui che è  sommamente Uno. Spesso senza muovere le labbra, meditava a lungo dentro di sé e, concentrando all'interno le potenze esteriori, si alzava con lo spirito al cielo. In tale modo dirigeva tutta la mente e l'affetto a quell'unica cosa che chiedeva a Dio: non era tanto un uomo che prega, quanto piuttosto egli stesso tutto trasformato in preghiera vivente.

         Ma di quanta dolcezza sarà stato inondato, abituato come era a questi trasporti? Soltanto lui lo sa, io non posso che ammirarlo. Solo chi ne ha esperienza, lo può sapere; ma è negato a chi non l'esperimenta. Quando il suo spirito era nel pieno del fervore, egli con tutto l'esteriore e con tutta l'anima completamente in deliquio si ritrovava già nella perfettissima patria del regno dei cieli.

         Il Padre era solito non trascurare negligentemente alcuna visita dello Spirito: quando gli si presentava, l'accoglieva e fruiva della dolcezza che gli era stata data, fino a quando il Signore lo permetteva. Così, se avvertiva gradatamente alcuni tocchi della grazia mentre era stretto da impegni o in viaggio, gustava quella dolcissima manna a varie e frequenti riprese. Anche per via si fermava, lasciando che i compagni andassero avanti, per godere della nuova visita dello Spirito e non ricevere invano la grazia.

 

 

 

CAPITOLO LXII

 

CELEBRAZIONE DEVOTA DELLE ORE CANONICHE

 

 

 

683    96. Recitava le ore canoniche con riverenza pari alla devozione. E quantunque fosse malato d'occhi, di stomaco, di milza e di fegato, non voleva appoggiarsi durante la salmeggiatura a muro o parete, ma assolveva l'obbligo delle ore sempre in piedi e senza cappuccio, senza guardare attorno e senza interruzioni.

         Quando camminava a piedi, si fermava sempre per recitare le ore; se era a cavallo, scendeva a terra.

         Un giorno ritornava da Roma sotto una pioggia incessante: discese dal cavallo per dire l'Ufficio e fermatosi ritto in piedi per lungo tempo, si bagnò tutto.

         Ripeteva: « Se il corpo mangia tranquillo il suo cibo, destinato ad essere con lui pasto di vermi, con quanta pace e tranquillità l'anima deve prendere il suo cibo, che è il suo Dio! ».

 

 

 

CAPITOLO LXIII

 

NELLA PREGHIERA ALLONTANA LE DISTRAZIONI

 

 

684    97. Credeva di peccare gravemente, se mentre pregava era turbato da vani fantasmi. Quando ciò capitava, ricorreva alla confessione per accusarsene subito. L'aveva resa così abituale questa premura, che molto raramente era tormentato da questo genere di mosche.

         Durante una quaresima, aveva fatto un piccolo vaso, per utilizzare i ritagli di tempo e non perderne neppure uno. Ma un giorno, mentre recitava devotamente Terza, gli capitò di fermare per caso gli occhi su quel vaso, e si accorse che l'uomo interiore era stato ostacolato nel fervore. Afflitto perché la voce del cuore diretta all'orecchio divino aveva subìto una interruzione, finita Terza, disse ai frati presenti: « Ah, lavoro inutile che ha avuto  tanto potere di me da deviare a sé il mio spirito! Lo sacrificherò al Signore, perché ha impedito il sacrificio diretto a lui ».

         Detto ciò, afferrò il vaso e lo gettò nel fuoco, dicendo: « Vergogniamoci di lasciarci distrarre da fantasie inutili quando nel tempo della preghiera parliamo col Gran Re ».

 

 

CAPITOLO LXIV

 

UN' ESTASI

 

 

 

685    98. Spesso rimaneva assorto preso da tanta dolcezza di contemplazione, che rapito fuori di sé, non faceva capire a nessuno ciò che esperimentava di sovrumano. Tuttavia anche da un solo fatto, che una volta avvenne in pubblico, possiamo dedurre con quale frequenza dovesse essere profondamente immerso nella dolcezza celeste.

         Un giorno doveva attraversare sul dorso di un asino Borgo San Sepolcro, e poiché aveva fissato di riposare in un lebbrosario, molti vennero a sapere del passaggio dell'uomo di Dio. Accorrono da ogni parte, uomini e donne, desiderosi di vederlo e di toccarlo con la devozione consueta. E che dire? Lo toccano e lo scuotono, gli tagliano pezzi dell'abito per conservarli. Ma Francesco sembra insensibile a tutto e niente avverte, come un morto, di ciò che avviene. Lo conducono finalmente al luogo fissato, e dopo aver lasciato alle spalle Borgo da un pezzo, come se provenisse da altro luogo, quel contemplatore delle cose celesti chiese preoccupato quando sarebbero giunti a Borgo.

 

 

 

CAPITOLO LXV

 

SUO CONTEGNO DOPO LA PREGHIERA

 

 

 

686    99. Quando ritornava dalle sue preghiere personali, durante le quali si trasformava quasi in un altro uomo, cercava di conformarsi quanto più poteva agli altri, per il timore che, se appariva col volto raggiante, il venticello dell'ammirazione non gli togliesse il merito guadagnato. Anzi spesso ripeteva ai suoi intimi: «Quando il servo di Dio nella preghiera è visitato dal Signore con qualche nuova consolazione, deve prima di terminare, alzare gli occhi al cielo e dire al Signore a mani giunte:--Tu, o Signore, hai mandato dal cielo questa dolce consolazione a me indegno peccatore: io te la restituisco, affinché tu me la metta in serbo, perché io sono un ladro del tuo tesoro--». E ancora: « Signore, toglimi il tuo bene in questo mondo, e conservamelo per il futuro».

         E continuava: « Così deve comportarsi, in modo che, quando esce dalla preghiera, si mostri agli altri così poverello e peccatore, come se non avesse conseguito nessuna nuova grazia ». E spiegava: «Per una mercede di poco valore capita di perdere un bene inestimabile e di provocare facilmente il nostro benefattore a non ridarlo più».

         Infine, era suo costume alzarsi a pregare così di nascosto e silenziosamente, che nessuno dei compagni poteva accorgersi che si alzava o pregava. Quando invece alla sera si metteva a letto, faceva rumore e quasi strepito, per far sentire a tutti che andava a coricarsi.

 

 

 

CAPITOLO LXVI

 

UN VESCOVO LO SORPRENDE IN PREGHIERA

E DIVENTA MUTO

 

 

 

687    100. Il vescovo di Assisi andò un giorno, com'era  sua consuetudine, per una visita amichevole da Francesco, che stava  pregando nel luogo della Porziuncola.

         Appena entrato, si dirige con poco riguardo, senza essere stato invitato, alla cella del Santo e, spinta la porticina, fa per entrare, quando, nello sporgere il capo, lo vede in preghiera: all'istante è scosso da tremore e mentre le membra si irrigidiscono perde anche la parola. Subito, per volontà di Dio, è respinto violentemente fuori e, sempre all'indietro, è trascinato lontano.

         A mio parere, o il vescovo era indegno di assistere a quel segreto misterioso, o Francesco meritava di godere più a lungo della grazia, che già pregustava. Pieno di stupore, il vescovo ritornò dai frati e, confessata la sua colpa con un cenno di parola, riacquistò la favella.

 

 

 

CAPITOLO LXVII

 

COME UN ABATE SPERIMENTÒ L' EFFICACIA

DELLA SUA PREGHIERA

 

 

 

688    101. L'abate del monastero di San Giustino, nella diocesi di Perugia, incontrò un giorno Francesco e, sceso velocemente da cavallo, si intrattenne brevemente con lui a parlare della salvezza della sua anima. Quando alla fine si allontanò, gli chiese umilmente di pregare per lui. «Pregherò, signore, volentieri», rispose Francesco.

         L'abate si era allontanato di poco, quando il Santo, rivolto al compagno, gli disse: «Aspetta un poco, perché voglio soddisfare il debito di ciò che ho promesso». Aveva infatti questa abitudine, di non gettare dietro le spalle la preghiera richiesta ma di adempiere quanto prima una tale promessa. Mentre il Santo supplicava il Signore, subito l'abate provò nello spirito un calore insolito ed una dolcezza sconosciuta fino a quel momento e, rapito fuori dai sensi, gli sembrò proprio di venire meno. Si fermò un istante, poi ritornato in se stesso, constatò la potenza della preghiera di san Francesco.

         Per questo provò un amore sempre più grande per l'Ordine e riferì a molti il fatto come un miracolo.

         Questi sono i piccoli doni che devono farsi tra loro i servi di Dio, tale lo scambio vicendevole che si addice loro riguardo al dare e al ricevere. Quel santo amore, che a volte è chiamato spirituale, è contento del frutto dell'orazione; la carità tiene poco conto dei poveri doni terreni. Credo sia proprio dell'amore santo aiutare ed essere aiutati nella lotta spirituale, raccomandare ed essere raccomandati davanti al  tribunale di Cristo.

         Ma a quale grado di preghiera pensi che dovesse salire chi ha potuto in tale modo innalzare un altro con i suoi meriti?

 

 

 

COMPRENSIONE DEL SANTO NELLA SACRA SCRITTURA

E POTENZA DELLE SUE PAROLE

 

 

CAPITOLO LXVIII

 

SUA SCIENZA E MEMORIA

 

 

 

689    102. Quantunque questo uomo beato non avesse ricevuta nessuna formazione di cultura umana, tuttavia, istruito dalla sapienza che discende da Dio e, irradiato dai fulgori della luce eterna, aveva una comprensione altissima delle Scritture. La sua intelligenza, pura da ogni macchia, penetrava le oscurità dei misteri, e ciò che rimane inaccessibile alla scienza dei maestri era aperto all'affetto dell'amante.

         Ogni tanto leggeva nei Libri Sacri, e scolpiva indelebilmente nel cuore ciò che anche una volta sola aveva immesso nell'animo. «Per lui, la memoria teneva il posto dei libri», perché il suo orecchio, anche in una volta sola, afferrava con sicurezza ciò che l'affetto andava  meditando con devozione. Affermava che questo metodo di apprendere e di leggere è il solo fruttuoso, non quello di consultare migliaia e migliaia di trattati. Riteneva vero filosofo colui che non antepone nulla al desiderio della vita eterna. Affermava ancora che perviene facilmente dalla scienza umana alla scienza di Dio, colui che, leggendo la Scrittura, la scruta più con l'umiltà che con la presunzione. Spesso scioglieva con una sola frase questioni dubbie e senza profusioni di parole dimostrava grande intelligenza e profonda penetrazione.

 

 

 

CAPITOLO LXIX

 

PREGATO DA UN FRATE PREDICATORE

ESPONE UN DETTO PROFETICO

 

 

 

690    103. Mentre dimorava presso Siena, vi capitò un frate dell'Ordine dei predicatori, uomo spirituale e dottore in sacra teologia. Venne dunque a far visita al beato Francesco e si trattennero a lungo insieme, lui e il Santo in dolcissima conversazione sulle parole del Signore. Poi il maestro lo interrogò su quel detto di Ezechiele: Se non manifesterai all'empio la sua empietà, domanderò conto a te della sua anima. Gli disse: «Io stesso, buon padre, conosco molti ai quali non sempre manifesto la loro empietà, pur sapendo che sono in peccato mortale. Forse che sarà chiesto conto a me delle loro anime?».

         E poiché Francesco si diceva ignorante e perciò degno più di essere da lui istruito, che di rispondere sopra una sentenza della Scrittura, il dottore aggiunse umilmente: «Fratello, anche se ho sentito alcuni dotti esporre questo passo, tuttavia volentieri gradirei a questo riguardo il tuo parere».

         «Se la frase va presa in senso generico,--rispose Francesco --io la intendo così: Il servo di Dio deve avere in se stesso tale ardore di santità di vita, da rimproverare tutti gli empi con la luce dell'esempio e l'eloquenza della sua condotta. Così, ripeto, lo splendore della sua vita ed il buon odore della sua fama, renderanno manifesta a tutti la loro iniquità ».

         Il dottore rimase molto edificato, per questa interpretazione, e mentre se ne partiva, disse ai compagni di Francesco: «Fratelli miei, la teologia di questo uomo, sorretta dalla purezza e dalla contemplazione, vola come aquila. La nostra scienza invece striscia terra terra ».

 

 

 

CAPITOLO LXX

 

DILUCIDAZIONI DATE ALLE DOMANDE DI UN CARDINALE

 

 

 

691    104. Un'altra volta, trovandosi a Roma in casa di un cardinale, fu interrogato su alcuni passi oscuri, ed espose con tanta chiarezza quei concetti profondi, da far pensare che fosse sempre vissuto in mezzo alle Scritture. Perciò il signor cardinale gli disse: «Io non ti interrogo come letterato, ma come uomo che ha lo spirito di Dio. E per questo accetto volentieri il senso della tua risposta, perché so che proviene da Dio solo».

 

 

CAPITOLO LXXI

 

ESORTATO ALLA LETTURA DELLA SCRITTURA,

ESPONE AD UN FRATE QUALE SIA LA SUA SCIENZA

 

 

 

692    105. Francesco era infermo e pieno di dolori da ogni parte. Vedendolo così, un giorno gli disse un suo compagno: «Padre, tu hai sempre trovato un rifugio nelle Scritture; sempre ti hanno offerto un rimedio ai tuoi dolori. Ti prego anche ora fatti leggere qualche cosa dai profeti: forse il tuo spirito esulterà nel Signore ». Rispose il  Santo: «E bene leggere le testimonianze della Scrittura, ed è bene cercare in esse il Signore nostro Dio. Ma, per quanto mi riguarda, mi sono già preso tanto dalle Scritture, da essere più che sufficiente alla mia meditazione e riflessione. Non ho bisogno di più, figlio: conosco Cristo povero e Crocifisso ».

 

 

 

CAPITOLO LXXII

 

FRATE PACIFICO VEDE ALCUNE SPADE SPLENDENTI

SULLA PERSONA DEL SANTO

 

 

 

693    106. Vi era nella Marca d'Ancona un secolare, che dimentico di sé e del tutto all'oscuro di Dio, si era completamente prostituito alla vanità. Era chiamato «il Re dei versi», perché era il più rinomato dei cantori frivoli ed egli stesso autore di canzoni mondane. In breve, la gloria del mondo lo aveva talmente reso famoso, che era stato incoronato dall'Imperatore nel modo più sfarzoso.       

         Mentre camminava così avvolto nelle tenebre e si tirava addosso il castigo avvinto nei lacci della vanità,  la pietà divina, mossa a compassione, pensò di richiamare ii misero, perché non perisse, lui che giaceva prostrato a terra. Per disposizione della Provvidenza divina, si incontrarono, lui e Francesco, presso un certo monastero di povere recluse.

         Il Padre vi si era recato per far visita alle figlie con i suoi compagni, mentre l'altro era venuto a casa di una sua parente con molti amici.

         La mano di Dio si posò su di lui, e vide proprio con i suoi occhi corporei Francesco segnato in forma di croce da due spade, messe a traverso, molto splendenti: l'una si stendeva dalla testa ai piedi, I'altra, trasversale, da una mano all'altra, all'altezza del petto. Personalmente non conosceva il beato Francesco; ma dopo un così notevole prodigio, subito lo riconobbe. Pieno di stupore, all'istante cominciò a proporsi una vita migliore, pur rinviandone l'adempimento al futuro. Ma il Padre, quando iniziò a predicare davanti a tutti, rivolse contro di lui la spada della parola di Dio. Poi, in disparte, lo ammonì con dolcezza intorno alla vanità e al disprezzo del mondo, e infine lo colpì al cuore minacciandogli il giudizio divino.

         L'altro, senza frapporre indugi, rispose: «Che bisogno c'è di aggiungere altro? Veniamo ai fatti. Toglimi dagli uomini, e rendimi al grande Imperatore!».

         Il giorno seguente, il Santo lo vestì dell'abito e lo chiamò frate Pacifico, per averlo ricondotto alla pace del Signore. E tanto più numerosi furono quelli che rimasero edificati dalla sua conversione, quanto maggiore era stata la turba dei compagni di vanità.

         Godendo della compagnia del Padre, frate Pacifico cominciò ad esperimentare dolcezze, che non aveva ancora provate. Infatti poté un'altra volta vedere ciò che rimaneva nascosto agli altri: poco dopo, scorse sulla fronte di Francesco un grande segno di Thau, che ornato di cerchietti multicolori, presentava la bellezza del pavone.

 

 

 

CAPITOLO LXXIII

 

L' EFFICACIA DEI SUOI DISCORSI

E TESTIMONIANZA Dl UN MEDICO

 

 

 

694    107. Il predicatore del Vangelo Francesco, quando predicava a persone incolte, usava espressioni semplici e materiali, ben sapendo che vi è più necessità di virtù che di parole. Tuttavia tra persone spirituali e più colte cavava dal cuore parole profonde, che davano vita. Con poco spiegava ciò che era inesprimibile, e unendovi movimenti e gesti di fuoco, trascinava tutti alle altezze celesti.

         Non si serviva del congegno delle distinzioni,  perché non dava ordine a discorsi, che non ideava da se stesso.  Alla sua parola dava voce di potenza Cristo, vera potenza e sapienza.

         Un medico, persona colta ed eloquente, disse una volta: «Mentre ritengo parola per parola le prediche degli altri, solo mi sfugge ciò che Francesco dice nella sua esuberanza. E, se cerco di ricordare alcune parole, non mi sembrano più quelle che prima hanno stillato le sue labbra ».

 

 

CAPITOLO LXXIV

 

CON LA POTENZA DELLA SUA PAROLA,

PER MEZZO Dl FRATE SILVESTRO SCACCIA I DEMONI

 

 

 

695    108. Le sue parole conservavano tutta la loro efficacia non solo se pronunciate direttamente, ma anche se trasmesse per mezzo di altri non ritornavano senza frutto.

         Arrivò un giorno ad Arezzo, mentre tutta la città era scossa dalla guerra civile e minacciava prossima la sua rovina. Il servo di Dio venne ospitato nel borgo fuori città, e  vide sopra di essa demoni esultanti, che rinfocolavano i cittadini a distruggersi fra di loro. Chiamò frate Silvestro, uomo di Dio e di ragguardevole semplicità, e gli comandò: «Va' alla porta della città, e da parte di Dio Onnipotente comanda ai demoni che quanto prima escano dalla città».

         Il frate pio e semplice si affrettò ad obbedire, e dopo essersi rivolto a Dio con inno di lode, grida davanti alla porta a gran voce: «Da parte di Dio e per ordine del nostro padre Francesco, andate lontano di qui, voi tutti demoni!». La città poco dopo ritrovò la pace e i cittadini rispettarono i vicendevoli diritti civili con grande tranquillità.

         Più tardi parlando loro, Francesco all'inizio della predicazione disse: « Parlo a voi come a persone un tempo soggiogate e schiave dei demoni. Però so che siete stati liberati per le preghiere di un povero ».

 

 

 

CAPITOLO LXXV

 

LA CONVERSIONE DEL MEDESIMO FRATE SILVESTRO.

UNA SUA VISIONE

 

 

 

696 109. Credo che non sia fuori luogo aggiungere qui la conversione del predetto Silvestro, come sia stato mosso dallo Spirito ad entrare nell'Ordine.

         Silvestro era un sacerdote secolare della città di Assisi, e da lui un tempo l'uomo di Dio aveva comprato pietre per riparare una chiesa. Quando vide, in quei giorni, frate Bernardo, che dopo il Santo fu la prima pianticella dell'Ordine, lasciare completamente i suoi beni e darli ai poveri, si sentì acceso da una cupidigia insaziabile e si lamentò col servo di Dio per le pietre, che un tempo gli aveva vendute, come se non gli fossero state pagate completamente. Francesco, osservando che l'animo del sacerdote era corroso dal veleno delI'avarizia, ebbe un sorriso di compassione. Ma, desiderando di portare in qualunque modo refrigerio a quella arsura maledetta, gli riempì le mani di denaro, senza contarlo.

         Prete Silvestro si rallegrò dei soldi ricevuti, ma più ancora ammirò la liberalità di chi donava. Ritornato a casa, ripensò più volte a quanto gli era accaduto, biasimandosi santamente e meravigliandosi di amare, pur essendo ormai vecchio, il mondo, mentre quel giovane disprezzava in tale modo tutte le cose. Quando poi fu pieno di buone disposizioni, Cristo gli aprì il seno della sua  misericordia, gli mostrò quanto valessero le opere di Francesco, quanto fossero preziose davanti a lui e come con il loro splendore riempissero tutta la terra.

         Vide infatti, in sogno, una croce d'oro, che usciva dalla bocca di Francesco: la sua cima arrivava  ai cieli, bracci protesi lateralmente cingevano tutto attorno il mondo.

         Il sacerdote, compunto a quella vista, scacciò ogni ritardo dannoso, lasciò il mondo e divenne perfetto imitatore dell'uomo di Dio. Cominciò a condurre nell'Ordine una vita perfetta e la terminò in modo perfettissimo con la grazia di Cristo.

         Ma, quale meraviglia che Francesco sia apparso crocifisso,  lui che ha amato tanto la croce? Non è certo sorprendente che, essendo così radicata nel suo cuore la croce, che opera cose mirabili, e venendo su da un terreno buono, abbia prodotto fiori, fronde e frutti meravigliosi! Nient'altro, di specie diversa, poteva nascere da questa terra, che la croce gloriosa fin da principio aveva presa in tale modo tutta per sé.

         Ma ritorniamo al nostro argomento.

 

 

 

CAPITOLO LXXVI

 

UN FRATE VIENE LIBERATO DAGLI ASSALTI DEL DEMONIO

 

 

 

697    110. Un frate era da lungo tempo gravemente molestato da una tentazione di spirito, la quale è più sottile e peggiore dello stimolo della carne. Finalmente, presentatosi a Francesco, si gettò umilmente ai suoi piedi. Ma, scoppiato in pianto dirotto e amarissimo, non era capace di dire parola, essendo impedito da forti singhiozzi. Il Padre ne sentì pietà, e comprendendo che era tormentato da istigazioni maligne: «Io vi ordino, o demoni,--esclamò--in virtù di Dio di non tormentare più d'ora avanti il mio fratello, come avete osato finora».

         Subito si dissipò quel buio tenebroso, il frate si alzò libero e non sentì più alcun tormento, come se ne fosse sempre stato esente.

 

 

 

CAPITOLO LXXVII

 

UNA SCROFA MALVAGIA UCCIDE A MORSI UN AGNELLO

 

 

 

698    111 Già da altre pagine risulta abbastanza chiaro che la sua parola era di una potenza sorprendente anche a riguardo degli animali. Tuttavia toccherò appena un episodio che ho alla mano.

         Il servo dell'Altissimo era stato ospitato una sera presso il monastero di San Verecondo, in diocesi di Gubbio, e nella notte una pecora partorì un agnellino. Vi era nel chiuso una scrofa quanto mai crudele, che, senza pietà per la vita dell'innocente, lo uccise con morso feroce.

         Al mattino, alzatisi, trovano l'agnellino morto e riconoscono con certezza che proprio la scrofa è colpevole di quel delitto. All'udire tutto questo, il pio padre si commuove, e ricordandosi di un altro Agnello, piange davanti a tutti l'agnellino morto: «Ohimé, frate agnellino, animale innocente, simbolo vivo sempre utile agli uomini! Sia maledetta quell'empia che ti ha ucciso e nessuno, uomo o bestia, mangi della sua carne!».

         Incredibile! La scrofa malvagia cominciò subito a star male, e dopo aver pagato il fio in tre giorni di sofferenze, alla fine subì una morte vendicatrice. Fu poi gettata nel fossato del monastero, dove rimase a lungo e, seccatasi come un legno, non servì di cibo a nessuno per quanto affamato.

 

 

 

CONTRO LE FAMILIARITÀ CON DONNE

 

 

CAPITOLO LXXVIII

 

SI DEVE EVITARE LA FAMILIARITÀ CON DONNE.

COME SI COMPORTAVA CON LORO

 

 

 

699    112. Comandava che fossero evitate del tutto le familiarità con donne, dolce veleno che corrompe anche gli uomini santi. Temeva infatti che l'animo fragile si spezzasse presto e quello forte si indebolisse. E ripeteva che, se non si tratta di una persona di virtù più che sperimentata, intrattenersi familiarmente con esse senza esserne contagiati è tanto facile, quanto, secondo la Scrittura, camminare sul fuoco senza scottarsi i piedi.

         Per mostrare con i fatti ciò che diceva, presentava in se stesso un modello perfetto di virtù. Le donne infatti gli erano così moleste, da far credere che si trattasse non di cautela o di esempio, ma di paura o di orrore.

         Quando la loro loquacità importuna dava origine a contesa, induceva al silenzio con un parlare breve ed umile e il volto a terra. Altre volte fissava gli occhi al cielo, quasi volesse ricavarne ciò che avrebbe risposto a quelle cicale mondane. Quelle invece, che avevano reso il loro animo dimora della sapienza con una santa e perseverante devozione, le istruiva con meravigliosi, ma brevi discorsi.

         Quando si intratteneva con una donna, parlava ad alta voce, in modo che tutti potessero udire. Una volta confidò ad un compagno: «Ti confesso la verità, carissimo: se le guardassi in faccia, ne riconoscerei solamente due. Dell'una e dell'altra mi è noto il volto, di altre no »..

         Benissimo, Padre, perché guardarle non santifica nessuno. Ottimamente, ripeto, perché la loro presenza non porta alcun vantaggio, ma moltissimo danno anche di tempo. Sono, queste cose, un impedimento a chi vuole affrontare un viaggio arduo e contemplare il volto pieno di ogni grazia.

 

 

 

CAPITOLO LXXIX

 

UNA PARABOLA CONTRO GLI SGUARDI RIVOLTI ALLE DONNE

 

 

 

700    113. Era solito colpire gli occhi non casti con questa parabola.

         Un re potentissimo inviò, in tempi successivi, due nunzi alla regina. Ritorna il primo e riferisce semplicemente la risposta al suo messaggio. Ritorna l'altro, e dopo aver riferito in breve la risposta, tesse una lunga storia della bellezza della sovrana. «A dir vero, Signore, ho proprio visto una donna bellissima. Felice chi può goderne!».

         «Servo malvagio,--lo investe il re--hai fissato i tuoi occhi impudichi sulla mia sposa? È chiaro che tu avresti voluto far tuo un oggetto che hai esaminato così attentamente!».

         Fa richiamare il primo e gli chiede: «Che ti sembra della regina?». «Molto bene di certo,--risponde il messo --perché ha ascoltato in silenzio ed ha risposto con saggezza ». «E non ti sembra bella?». «Guardare a questo tocca a te. Mio compito era di riferire le parole ».

         Il re pronuncia allora la sentenza: «Tu casto di occhi, più casto di corpo, rimani nel mio appartamento. Costui invece, fuori di casa, perché non violi il mio talamo! ».

         Ripeteva poi il Padre: «Quando si è troppo sicuri di sé, si è meno prudenti di fronte al nemico. Se il diavolo può far suo un capello in un uomo, ben presto lo fa diventare una trave. E non desiste anche se per lungo tempo non è riuscito a far crollare chi ha  tentato, purché alla fine gli si arrenda. Questo è il suo intento, e non si occupa di altro giorno e notte ».

 

 

 

CAPITOLO LXXX

 

ESEMPIO DEL SANTO CONTRO L' ECCESSIVA FAMILIARITÀ

 

 

701    114. Una volta Francesco era diretto a Bevagna,  ma indebolito dal digiuno non era in grado di arrivare al paese. Il compagno allora mandò a chiedere umilmente a una devota signora del pane e del vino per il Santo. Appena la donna conobbe la cosa, assieme ad una figlia, vergine consacrata a Dio, si avviò di corsa, per portare al Santo quanto era necessario. Ristorato e ripreso alquanto vigore, rifocillò a sua volta madre e figlia con la parola di Dio. Ma nel parlare ad esse, non le guardò mai in faccia.

         Mentre quelle ritornavano a casa, il compagno gli disse: «Perché fratello, non hai guardato la santa vergine, che è venuta a te con tanta devozione? ». E il Padre: «Chi non dovrebbe aver timore di guardare la sposa di Cristo? Se poi si predica anche con gli occhi ed il volto, essa da parte sua poteva ben guardarmi, ma non occorreva che la guardassi io»..

         Spesso parlando di queste cose, asseriva che è frivolo ogni colloquio con donne, fatta eccezione della sola confessione o, come capita, di qualche brevissimo consiglio. E commentava: «Di cosa dovrebbe trattare un frate minore con una donna, se non della santa penitenza o di un consiglio di vita più perfetta, quando gliene faccia religiosa richiesta? ».

 

 

 

LE TENTAZIONI CHE AFFRONTÒ IL SANTO

 

 

CAPITOLO LXXXI

 

LE TENTAZIONI DEL SANTO E COME NE SUPERÒ UNA

 

 

 

702    115. Mentre crescevano i meriti di Francesco, cresceva pure il disaccordo con l'antico serpente. Quanto maggiori erano i suoi carismi, tanto più sottili i tentativi e più violenti gli attacchi che quello gli moveva. E quantunque lo avesse spesso conosciuto per esperienza come valoroso guerriero, che non veniva meno neppure un istante nel combattimento, tuttavia tentava ancora di aggredirlo, pur risultando quegli sempre vincitore.

         Ad un certo momento della sua vita, il Padre subì una violentissima tentazione di spirito, sicuramente a vantaggio della sua corona.  Per questo, era angustiato e pieno di sofferenza, mortificava e macerava il corpo, pregava e piangeva nel modo più penoso. Questa lotta durò più anni. Un giorno, mentre pregava in Santa Maria della Porziuncola, udi in spirito una voce: «Francesco, se avrai fede quanto  un granello di senapa, dirai al monte che si sposti ed esso si muoverà ».

         «Signore, -- rispose il Santo ---qual è il monte, che io vorrei trasferire?».

         E la voce di nuovo: «Il monte è la tua tentazione ».

         «O Signore, --rispose il Santo in lacrime--avvenga  a me, come hai detto».

         Subito sparì ogni tentazione e si sentì libero e del tutto sereno nel più profondo del cuore.

 

 

 

 

CAPITOLO LXXXII

 

IL DIAVOLO LO CHIAMA PER TENTARLO Dl LUSSURIA,

MA IL SANTO LO VINCE

 

 

 

703    116. Nell'eremo dei frati di Sarteano il maligno, che sempre invidia il progresso spirituale dei figli di Dio, ebbe addirittura questa presunzione.

         Vedendo che il Santo attendeva continuamente alla sua santificazione, e non tralasciava il guadagno di oggi soddisfatto di quello del giorno precedente, una notte, mentre pregava nella sua celletta, lo chiamò per tre volte:

         «Francesco, Francesco, Francesco».

         «Cosa vuoi?».

         E quello: «Nel mondo non vi è nessun peccatore, che non ottenga la misericordia di Dio, se pentito. Ma chiunque causa la propria morte con una penitenza rigida non troverà misericordia in eterno ».

         Il Santo riconobbe subito, per rivelazione, l'astuzia del nemico, come cercava di indurlo alla tiepidezza. Ma, cosa crederesti? Il nemico non tralasciò di rinnovargli un altro assalto. Vedendo che in tale modo non era riuscito a nascondere il laccio, ne prepara un altro, cioè uno stimolo carnale. Ma inutilmente, perché non poteva essere ingannato dalla carne, chi aveva scoperto l'inganno dello spirito. Gli manda dunque il diavolo, una violentissima tentazione di lussuria.

         Appena il Padre la nota, si spoglia della veste e si flagella con estrema durezza con un pezzo di corda. «Orsù, frate asino,--esclama--così tu devi sottostare, così subire il flagello! La tonaca è dell'Ordine, non è lecito appropriarsene indebitamente. Se vuoi andare altrove, va' pure ».

        

117. Ma poiché vedeva che con i colpi della disciplina la tentazione non se ne andava, mentre tutte le membra erano arrossate di lividi, aprì la celletta e, uscito nell'orto, si immerse nudo nella neve alta. Prendendo poi la neve a piene mani la stringe e ne fa sette mucchi a forma di manichini, si colloca poi dinanzi ad essi e comincia a parlare così al corpo:

         «Ecco, questa più grande è tua moglie; questi quattro, due sono i figli e due le tue figlie; gli altri due sono il servo e la domestica, necessari al servizio. Fa' presto, occorre vestirli tutti, perché muoiono dal freddo. Se poi questa molteplice preoccupazione ti è di peso, servi con diligenza unicamente al Signore ».

         All'istante il diavolo confuso si allontanò, ed il Santo ritornò nella sua cella, glorificando Dio.

         Un frate di spirito, che allora attendeva alla preghiera, osservò tutto, perché splendeva la luna in cielo. Ma, quando più tardi il Santo si accorse che un frate l'aveva visto nella notte, molto spiaciuto, gli ordinò di non svelare l'accaduto a nessuno, fino a che fosse in vita.

 

 

 

CAPITOLO LXXXIII

 

LIBERA UN FRATE TENTATO.

VANTAGGI DELLA TENTAZIONE

 

 

 

704    118. Una volta un frate, che era tentato, sedeva tutto solo vicino al Santo e gli disse: «Prega per me, Padre buono: sono convinto che sarò subito liberato dalle mie tentazioni, se ti degnerai di pregare per me. Sono proprio afflitto oltre le mie forze, e so che anche tu lo hai capito».

         «Credimi figlio -- gli rispose Francesco--: proprio per questo ti ritengo ancor più servo di Dio, e sappi che più sei tentato e più mi sei caro ». E soggiunse: «Ti dico in verità che nessuno deve ritenersi servo di Dio, sino a quando non sia passato attraverso prove e tribolazioni. La tentazione superata è, in un certo senso,  l'anello, col quale il Signore sposa l'anima del suo servo.

         «Molti si lusingano per meriti accumulati in lunghi anni, e godono di non avere mai sostenuto prove. Ma sappiamo che il Signore ha tenuto in considerazione la loro debolezza di spirito, perché ancor prima dello scontro, il solo terrore li avrebbe schiacciati. Infatti i combattimenti difficili vengono riservati solo a chi ha un coraggio esemplare».

 

 

 

LOTTA COI DEMONI

 

 

CAPITOLO LXXXIV

 

I DEMONI LO PERCUOTONO. BISOGNA EVITARE LE CORTI

 

 

 

705    119. Questo uomo non soltanto veniva attaccato da  Satana con tentazioni, ma anche si azzuffava con lui corpo a corpo.

         Una volta il signor Leone, cardinale di Santa Croce,  lo pregò di rimanere un po' di tempo con lui a Roma. Francesco scelse una torre solitaria, che essendo all'interno fatta a volta, presentava nove vani simili alle stanzette di un eremo.

         La prima notte, dopo aver pregato Dio, si accingeva a riposare, quando fattisi vivi i demoni gli mossero una lotta spietata. Lo fustigarono per lunghissimo tempo e tanto duramente da lasciarlo alla fine quasi mezzomorto.

         Quando se ne andarono, ripreso finalmente il respiro il Santo chiama il compagno, che dormiva sotto un'altra volta: «Fratello,--gli dice appena arrivato--voglio che tu rimanga vicino a me, perché ho paura ad essere solo. Poco fa i demoni mi hanno percosso». Il Santo era preso da tremore e da agitazione in tutto il corpo, come uno in preda ad una violentissima febbre.

         120. Passarono così tutta la notte svegli, e Francesco disse al compagno: « I demoni sono i castaldi di nostro Signore, ed egli stesso li incarica di punire le nostre mancanze. È segno di grazia particolare, se non lascia nulla di impunito nel suo servo, finché è vivo in questo mondo.

         «Io, a dir vero, non mi ricordo di una colpa, che per misericordia di Dio non abbia espiata col pentimento, perché, nella sua paterna bontà, si è sempre degnato mostrarmi, mentre meditavo e pregavo, cosa gli piacesse e cosa l'offendesse. Ma forse ha permesso che mi assalissero i suoi castaldi, perché non do buon esempio agli altri col fermarmi nel palazzo dei nobili.

         «I miei frati, che dimorano in luoghi miseri, vedendo che me ne sto con i cardinali penseranno che io abbondi di delizie. Perciò, fratello, ritengo più giusto che rifugga dai palazzi chi è posto ad esempio degli altri, e renda forti quelli che soffrono ristrettezza, condividendo gli stessi disagi».

         Giunti così al mattino raccontarono tutto al cardinale e lo salutarono.

         Lo ricordino bene i frati che vivono a palazzo, e sappiano che sono figli abortivi, sottratti al seno della loro madre.  Non condanno l'obbedienza, ma biasimo l'ambizione, l'ozio, le delizie. Infine, anche a tutte le obbedienze possibili metto innanzi nel modo più assoluto Francesco.

         Almeno si tolga ciò che, essendo gradito agli uomini, dispiace a Dio.

 

 

 

CAPITOLO LXXXV

 

UN ESEMPIO RIGUARDO ALLO STESSO ARGOMENTO

 

 

 

706    121. Mi viene a mente un episodio, che, a mio parere, non si può tralasciare.

         Un frate, vedendo che alcuni religiosi si intrattenevano in una corte, sedotto da non so quale vanagloria, volle anche lui farsi «palatino» come loro. E mentre bruciava dal desiderio di quella vita principesca, una notte vide in sogno i predetti confratelli, fuori della abitazione dei frati e separati dalla loro comunità. Inoltre, chini su un truogolo da maiali, lurido e ripugnante, stavano mangiando dei ceci, mescolati a sterco umano.

         A tale vista, il frate stupì altamente e, alzatosi alla prima luce dell'alba, non si curò più della corte.

 

 

 

CAPITOLO LXXXVI

 

TENTAZIONI CHE Il SANTO SUBI' IN UN LUOGO SOLITARIO.

VISIONE DI UN FRATE

 

 

 

707    122. Il Santo giunse una volta con il compagno ad una chiesa, lontano dall'abitato. Desiderando pregare tutto solo, avvisò il compagno: «Fratello, vorrei rimanere qui da solo questa notte. Tu va all'ospedale  e torna da me per tempo domattina ».

         Rimasto dunque solo, rivolse a Dio lunghe e devotissime preghiere, e alla fine guardò attorno, dove potesse reclinare  il capo per dormire. Ma subito turbato nello spirito cominciò a sentirsi oppresso dallo spavento e dal tedio e a tremare in tutto il corpo. Sentiva chiaramente che il diavolo dirigeva contro di lui i suoi assalti, e udiva folle di demoni che scorazzavano con strepito sul tetto dell'edificio.

         Immediatamente si alzò e, uscito fuori, si fece il segno della croce, esclamando: «Da parte di Dio Onnipotente vi comando, demoni, che riversiate sul mio corpo tutto ciò che è in vostro potere. Lo sopporto volentieri, perché non ho un nemico peggiore del mio corpo: mi farete così giustizia del mio avversario e gli infliggerete la punizione in vece mia ».

         Quelli, che si erano riuniti per atterrire il suo animo, incontrando uno spirito più pronto anche se in una carne debole, subito si dileguarono confusi dalla vergogna.

 

         123. Fattosi giorno, ritorna il compagno, e trovando il Santo prostrato davanti all'altare, aspetta fuori del coro e anche lui nel frattempo si mette a pregare fervorosamente, davanti ad una croce. Rapito in estasi, vede fra tanti seggi in cielo uno più bello degli altri, ornato di pietre preziose e tutto raggiante di gloria. Ammira dentro di sé quel nobile trono, e va ripensando tacitamente a chi possa appartenere. Ma nel frattempo sente una voce che gli dice: «Questo trono appartenne ad un angelo che è precipitato, ed ora è riservato all'umile Francesco ».

         Rientrato in se stesso, il frate vede Francesco che ritorna dalla preghiera. Gli si prostra subito dinnanzi, con le braccia in forma di croce, e si rivolge a lui non come ad uno che viva sulla terra, ma quasi ad un essere che regni già in cielo: « Prega per me il Figlio di Dio, Padre, che non tenga conto dei miei peccati ».

         L'uomo di Dio gli tende la mano e lo rialza, sicuro che nella preghiera ha ricevuto una visione.

         Alla fine, mentre si allontanano dal luogo, il frate chiede a Francesco: « Padre, cosa ne pensi di te stesso? ». Ed egli rispose: « Mi sembra di essere il più grande peccatore, perché se Dio avesse usata tanta misericordia con qualche scellerato, sarebbe dieci volte migliore di me».

         A queste parole, subito lo Spirito disse interiormente al frate: «Conosci che è stata vera la tua visione da questo: perché questo uomo umilissimo sarà innalzato per la sua umiltà a quel trono che è  stato perduto per la superbia ».

 

 

 

CAPITOLO LXXXVII

 

UN FRATE LIBERATO DALLA TENTAZIONE

 

 

 

708    124. Un frate di spirito e che viveva da molti anni nell'Ordine, era afflitto da una forte tentazione della carne e sembrava quasi inghiottito nel vortice della disperazione. Ogni giorno gli si raddoppiava la pena, mentre la coscienza, più scrupolosa che delicata, lo spingeva a confessarsi di un nonnulla. Perché, a dir vero, non ci si dovrebbe confessare con tanta premura di avere una tentazione, ma se mai di aver ceduto, anche poco, alla tentazione. Egli poi provava tanta vergogna, che per timore di rivelare tutto ad un solo sacerdote-- tanto più che erano solo ombre-- divideva in più parti le sue ansie e ne confidava un po' agli uni e un po' agli altri.

         Ma mentre un giorno stava passeggiando con Francesco, gli dice il Santo: «Fratello, ti ordino di non confessare più a nessuno la tua tribolazione. E non aver paura, perché ciò che avviene attorno a te, senza il tuo consenso, ti sarà attribuito a merito, non a colpa. Ogni volta che sarai nell'angustia, dì con il mio permesso sette Pater Noster ».

         Meravigliato come il Santo avesse conosciuto tutto, fu ricolmo di gioia e poco dopo si trovò libero da ogni tormento.

 

 

 

LA VERA LETIZIA DELLO SPIRITO

 

 

CAPITOLO LXXXVIII

 

LA LETIZIA SPIRITUALE E SUA LODE.

IL MALE DELLA MALINCONIA

 

 

 

709    125. Questo Santo assicurava che la letizia spirituale è il rimedio più sicuro contro le mille insidie e astuzie del nemico. Diceva infatti: «Il diavolo esulta soprattutto, quando può rapire al servo di Dio il gaudio dello spirito. Egli porta della polvere, che cerca di gettare negli spiragli, per . quanto piccoli della coscienza e così insudiciare il candore della mente e la mondezza della vita. Ma--continuava-- se la letizia di spirito riempie il cuore, inutilmente il serpente tenta di iniettare il suo veleno mortale. I demoni non possono recare danno al servo di Cristo, quando lo vedono santamente giocondo. Se invece l'animo è malinconico, desolato e piangente, con tutta facilità o viene sopraffatto dalla tristezza o è trasportato alle gioie frivole ».

         Per questo il Santo cercava di rimanere sempre nel giubilo del cuore, di conservare l'unzione dello spirito e l'olio della letizia. Evitava con la massima cura la malinconia, il peggiore di tutti i mali, tanto che correva il più presto possibile all'orazione, appena ne sentiva qualche cenno nel cuore.

         «Il servo di Dio--spiegava--quando è turbato, come capita, da qualcosa, deve alzarsi subito per pregare, e perseverare davanti al Padre Sommo sino a che gli restituisca la gioia della sua salvezza. Perché, se permane nella tristezza, crescerà quel male babilonese e, alla fine, genererà nel cuore una ruggine indelebile, se non verrà tolta con le lacrime.

 

 

 

CAPITOLO LXXXIX

 

ASCOLTA UN ANGELO SUONARE LA CETRA

 

 

 

710    126. Al tempo in cui soggiornava a Rieti per la cura degli occhi, chiamò un compagno che, prima d'essere religioso, era stato suonatore di cetra, e gli disse: «Fratello, i figli di questo mondo  non comprendono i piani di Dio. Perché anche gli strumenti musicali, che un tempo erano riservati alle lodi di Dio, sono stati usati dalla sensualità umana per soddisfare gli orecchi. Io vorrei, fratello, che tu in segreto prendessi a prestito una cetra, e la portassi qui per dare a frate corpo, che è pieno di dolori, un po' di conforto con qualche bel verso». Gli rispose il frate: «Mi vergogno non poco, padre, per timore che pensino che io sono stato tentato da questa leggerezza».

         Il Santo allora tagliò corto: «Lasciamo andare allora, fratello. È bene tralasciare molte cose perché sia salvo il buon nome ».

         La notte seguente, mentre il Santo era sveglio e meditava su Dio, all'improvviso risuona una cetra con meravigliosa e soavissima melodia. Non si vedeva persona, ma proprio dal continuo variare del suono, vicino o lontano si capiva che il citaredo andava e ritornava. Con lo spirito rivolto a Dio, il Padre provò tanta soavità in quella melodia dolcissima, da credere di essere passato in un altro mondo.

         Al mattino alzatosi, il Santo chiamò il frate e dopo avergli raccontato tutto per ordine, aggiunse: «Il Signore che consola gli afflitti, non mi ha lasciato senza consolazione. Ed ecco che mentre non mi è stato possibile udire le cetre degli uomini, ne ho sentita una più soave ».

 

 

 

CAPITOLO XC

 

QUANDO IL SANTO ERA LIETO Dl SPIRITO,

CANTAVA IN FRANCESE

 

 

 

711    127. A volte si comportava così. Quando la dolcissima melodia dello spirito gli ferveva nel petto, si manifestava all'esterno con parole francesi, e la vena dell'ispirazione divina, che il suo orecchio percepiva furtivamente traboccava in giubilo alla maniera giullaresca.

         Talora--come ho visto con i miei occhi--raccoglieva un legno da terra, e mentre lo teneva sul braccio sinistro, con la destra prendeva un archetto tenuto curvo da un filo e ve lo passava sopra accompagnandosi con movimenti adatti come fosse una viella, e cantava in francese le lodi del Signore.

         Bene spesso tutta questa esultanza terminava in lacrime ed il giubilo si stemperava in compianto della passione del Signore. Poi il Santo, in preda a continui e prolungati sospiri ed a rinnovati gemiti, dimentico di ciò che aveva in mano, rimaneva proteso verso il cielo.

 

 

 

CAPITOLO XCI

 

RIPRENDE UN FRATE TRISTE E

GLI INSEGNA COME DEBBA COMPORTARSI

 

 

 

712    128. Un giorno vide un suo compagno con una faccia triste e melanconica. Sopportando la cosa a malincuore, gli disse: «Il servo di Dio non deve mostrarsi agli altri triste e rabbuiato, ma sempre sereno. Ai tuoi peccati, riflettici nella tua stanza e alla presenza di Dio piangi e gemi. Ma quando ritorni tra i frati, lascia la tristezza e conformati agli altri ». E poco dopo: «Gli avversari della salvezza umana hanno molta invidia di me e siccome non riescono a turbarmi direttamente, tentano sempre di farlo attraverso i miei compagni ».

         Amava poi tanto l'uomo pieno di letizia spirituale, che per ammonimento generale fece scrivere in un capitolo queste parole: « Si guardino i frati di non mostrarsi tristi di fuori e rannuvolati come degli ipocriti, ma si mostrino lieti nel Signore, ilari e  convenientemente graziosi »..

 

 

 

CAPITOLO XCII

 

COME SI DEVE TRATTARE IL CORPO

PERCHÉ NON MORMORI

 

 

 

713    129.   Il Santo disse pure una volta: «si deve provvedere a frate corpo con discrezione, perché non susciti una tempesta di malinconia. E affinché non gli sia di peso vegliare e perseverare devotamente nella preghiera, gli si tolga l'occasione di mormorare. Potrebbe infatti dire: -- Vengo meno dalla fame, non posso portare il peso del tuo esercizio--. Se poi, dopo aver consumato vitto sufficiente borbottasse, sappi che il giumento pigro ha bisogno degli sproni e l'asinello svogliato attende il pungolo».

         Fu questo l'unico insegnamento, nel quale la condotta del Padre non corrispose alle parole. Perché soggiogava il suo corpo, assolutamente innocente, con flagelli e privazioni e gli moltiplicava le percosse senza motivo. Infatti il calore dello spirito aveva talmente affinato il corpo, che come l'anima aveva sete di Dio, così ne era sitibonda in molteplici modi anche la sua carne santissima.

 

 

 

LA LETIZIA FATUA

 

 

CAPITOLO XCIII

 

CONTRO LA VANAGLORIA E L' IPOCRISIA

 

 

 

714      130. Mentre teneva in grande pregio la gioia spirituale, evitava con cura quella vana, convinto che si deve amare diligentemente ciò che aiuta a progredire, e allo stesso modo si deve evitare ciò che è dannoso. La vanagloria, la stroncava ancora in germe, non permettendo che rimanesse neppure un istante ciò che potesse   offendere gli occhi del suo Signore.  Spesso infatti quando si sentiva molto elogiare, se ne addolorava e gemeva assumendo subito un aspetto triste.

         Un inverno, il Santo aveva il povero corpo coperto di una sola tonaca, rafforzata con pezze molto grossolane. Il guardiano, che era anche suo compagno, comprò. una pelle di volpe e gliela portò dicendo: « Padre, tu soffri di milza e di stomaco: prego la tua carità nel Signore di permettere di cucire all'interno della tonaca questa pelle. Se non la vuoi tutta, almeno accettane una parte in corrispondenza dello stomaco ». Francesco rispose: «Se vuoi che porti sotto la tonaca questa pelliccia, fammene porre un'altra della stessa misura all'esterno. Cucita al di fuori sarà indizio della pelle nascosta sotto ».

         Il frate ascoltò, ma non era del parere, insistette, ma non ottenne di più. Alla fine il guardiano si arrese, e fece cucire una pelliccia sull'altra, perché Francesco non apparisse di fuori diverso da quello che era dentro.

         O esempio di coerenza, identico nella vita e nelle parole! Lo stesso dentro e fuori, da suddito e da superiore! Tu non desideravi alcuna gloria né esterna né privata, perché ti gloriavi solamente del Signore. Ma, per carità, non vorrei offendere chi usa pellicce, se oso dire che una pelle prende il posto dell'altra. Sappiamo infatti che sentirono bisogno di tuniche di pelle, perché si trovarono spogli dell'innocenza.

 

 

 

 

CAPITOLO XCIV

 

SI ACCUSA DI IPOCRISIA

 

 

715    131. Una volta, intorno a Natale, si era radunata molta folla per la predica presso l'eremo di Poggio.  Francesco esordi a questo modo: «Voi mi credete un uomo santo e perciò siete venuti qui con  devozione. Ebbene, ve lo confesso, in tutta questa quaresima, ho mangiato cibi conditi con lardo.

         E così più di una volta attribuì a gola, ciò che invece aveva concesso alla malattia.

 

 

 

CAPITOLO XCV

 

SI ACCUSA DI VANAGLORIA

 

 

 

716    132. Con eguale fervore subito svelava e confessava candidamente davanti a tutti il sentimento di vanagloria, che a volte si impossessava del suo spirito.

         Un giorno, una vecchierella gli andò incontro, mentre attraversava Assisi e gli chiese l'elemosina. Il Santo non aveva altro che il mantello e subito glielo donò generosamente. Ma, avvertendo che nell'animo stava infiltrandosi un sentimento di vano compiacimento, subito davanti a tutti confessò di averne provato vanagloria.

 

 

 

CAPITOLO XCVI

 

PAROLE DEL SANTO CONTRO I SUOI AMMIRATORI

 

 

717    133.   Cercava con ogni cura di nascondere nel segreto del suo cuore i doni del Signore, perché non voleva che, se gli erano occasione di gloria umana, gli fossero pure causa di rovina. E spesso quando molti lo proclamavano santo, rispondeva così: «Posso avere ancora figli e figlie: non lodatemi come fossi sicuro ! Non si deve lodare nessuno, fino a che è incerta la sua fine. Quando Colui che mi ha concesso il mutuo--così continuava--volesse ritirarlo, rimarrebbe solo il corpo e l'anima, come li hanno pure gli infedeli ». Questa era la risposta a chi lo lodava.

         Rivolto poi a sé diceva: « Se l'Altissimo avesse concesso grazie così grandi ad un ladrone, sarebbe più riconoscente di te, Francesco! ».

 

 

 

CAPITOLO XCVII

 

PAROLE DEL SANTO

CONTRO QUELLI CHE LODANO SE STESSI

 

 

 

718    134. Ripeteva spesso ai frati: « Nessuno deve lusingarsi con ingiusto vanto per quelle azioni, che anche il peccatore potrebbe compiere. Il peccatore--spiegava--può digiunare, pregare, piangere, macerare il proprio corpo. Ma una sola cosa non gli è possibile: rimanere fedele al suo Signore. Proprio di questo dobbiamo gloriarci, se diamo a Dio la gloria che gli spetta, se da servitori fedeli attribuiamo a lui tutto il bene che ci dona.

         «Il peggiore nemico dell'uomo è la sua carne: è del tutto incapace di ripensare al passato per pentirsene, niente sa prevedere per tutelarsi. Unica sua preoccupazione è approfittare senza scrupoli del tempo presente. E ciò che è peggio--aggiungeva--essa si usurpa e attribuisce a propria gloria quanto non è stato dato a lei, ma all'anima. La carne raccoglie lode dalle virtù e plauso, da parte della gente, dalle veglie e dalle preghiere. Niente lascia all'anima e anche dalle lacrime cerca profitto ».

 

 

 

 

OCCULTAMENTO DELLE STIMMATE

 

 

CAPITOLO XCVIII

 

RISPOSTA A CHI LO INTERROGAVA A QUESTO RIGUARDO

E CON QUANTA PREMURA LE COPRIVA

 

 

 

719    135. Non è possibile passare sotto silenzio con quanta premura ha coperto e nascosto i gloriosi segni del Crocifisso, degni di essere venerati anche dagli spiriti più grandi.

         Da principio, quando il vero amore di Cristo aveva già trasformato nella sua stessa immagine l'amante, cominciò a celare e ad occultare il tesoro con tanta cautela, da non farlo scoprire per lungo tempo neppure ai suoi intimi. Ma la divina Provvidenza non permise che rimanesse sempre nascosto e non giungesse agli occhi dei suoi cari. Anzi il fatto di trovarsi in punti delle membra visibili a tutti non permise che continuasse a rimanere occulto.

         Uno dei compagni una volta, vedendo le stimmate nei piedi, gli disse: «Cosa è ciò, buon fratello?».

« Pensa ai fatti tuoi », gli rispose.

 

720    136. Un'altra volta lo stesso frate gli chiese la tonaca per sbatterla. Vedendola macchiata di sangue, disse al Santo, dopo averla restituita: «Che sangue è quello, di cui sembra macchiata la tonaca?». Il Santo mettendosi un dito sull'occhio, rispose: «Domanda cosa sia questo, se non sai che è un occhio!».

         Per questo raramente si lavava tutte intiere le mani, ma bagnava soltanto le dita, per non manifestare la cosa ai presenti. Ancor più raramente si lavava i piedi, e quanto di raro altrettanto di nascosto. Se uno gli chiedeva di baciargli la mano, la presentava a metà: tendeva solo le dita e quel tanto indispensabile per porvi un bacio. Capitava anche che invece della mano porgesse la manica.

         Per non lasciare vedere i piedi, portava calzerotti di lana dopo aver posto sulle ferite una pelle per mitigarne la ruvidezza. E benché non potesse nascondere del tutto ai compagni le stimmate delle mani e dei piedi, sopportava però a malincuore che altri le osservasse. Per questo, anche gli stessi compagni con molta prudenza, quando per necessità il Santo scopriva le mani, volgevano altrove lo sguardo.

 

 

 

CAPITOLO XCIX

 

UN FRATE RIESCE A VEDERLE CON UN PIO INGANNO

 

 

 

721    137. Mentre Francesco si trovava a Siena, nell'inverno o nella primavera del 1226, giunse colà un frate da Brescia. Desiderava molto vedere le stimmate del Padre e scongiurò con insistenza frate Pacifico a ottenergli questa possibilità.

         Questi gli rispose: « Quando starai per ripartire di qui, gli chiederò che dia da baciare le mani. Appena le avrà date, io ti farò un cenno cogli occhi, e tu potrai vederle».

         Quando furono pronti per il ritorno, si recarono ambedue dal Santo. Inginocchiatisi, Pacifico dice a Francesco: «Ti preghiamo di benedirci, carissima madre, e dammi la tua mano da baciare!». Subito la bacia, mentre egli l'allunga con riluttanza, e fa cenno al compagno di guardarla. Poi chiede l'altra, la bacia e la mostra all'altro.

         Quando stavano allontanandosi, venne al Padre il sospetto che gli avessero teso un pio inganno, come era in realtà. E giudicando empia quella che era soltanto una pia curiosità, richiamò subito frate Pacifico: «Ti perdoni il Signore --gli disse --perché ogni tanto mi rechi grandi pene ».

         Pacifico si prostrò subito e gli chiese umilmente: «Quale pena ti ho recata, carissima madre?». Francesco non rispose e la cosa finì nel silenzio.

 

 

CAPITOLO C

 

UN FRATE VEDE LA FERITA DEL COSTATO

 

 

 

722    138. Le ferite delle mani e dei piedi erano note ad alcuni per la posizione stessa delle membra, accessibile alla vista di tutti. Nessuno invece fu degno di vedere, finché il Santo fu vivo, la ferita del costato, eccettuato uno solo e per una sola volta. Quando faceva sbattere la tonaca, si copriva col braccio destro la ferita del costato. Altre volte applicava al fianco trafitto la mano sinistra e così copriva quella santa ferita.

         Un suo compagno però mentre un giorno gli faceva un massaggio, lasciò scivolare la mano sulla ferita causandogli un grande dolore.

         Un altro frate  che cercava curiosamente di sapere ciò che era nascosto agli altri, disse al Santo: «Vuoi, Padre, che ti sbattiamo la tonaca?». «Ti ricompensi il Signore-- rispose Francesco--perché ne ho proprio bisogno».

         Mentre si spogliava, il frate osservando attentamente vide ben chiara la ferita sul costato. Costui è il solo che l'ha vista mentre era vivo; degli altri nessuno se non dopo morte.

 

 

 

CAPITOLO CI

 

LA VIRTU' DEVE RIMANERE NASCOSTA

 

 

 

723    139. In questo modo Francesco aveva rifiutato ogni  gloria che non sapesse di Cristo e aveva inflitto un ripudio radicale al plauso umano. Ben sapeva che il prezzo della fama diminuiva quello segreto della coscienza; e sapeva pure che non è minore perfezione custodire le virtù acquisite che acquistarne delle nuove.

         Ahimé! per noi invece la vanità è stimolo maggiore della carità ed il plauso del mondo prevale sull'amore di Cristo. Non distinguiamo gli affetti, non esaminiamo di che spirito siamo. Pensiamo che sia voluto dalla carità ciò che invece è frutto solo di vanagloria. Pertanto se abbiamo fatto anche solo un po' di bene, non siamo in grado di portarne il peso, ce ne liberiamo del tutto durante la vita e così lo perdiamo nel viaggio verso l'ultimo lido. Sopportiamo pazienti di non essere buoni, ma non ci rassegniamo a non sembrarlo né a non essere creduti tali. Così viviamo completamente nella ricerca della stima degli uomini, perché non siamo altro che uomini.

 

L'UMILTA'

 

 

 

CAPITOLO CII

 

UMILTA' Dl FRANCESCO NEL CONTEGNO, NEL SENTIRE

E NEI SUOI COSTUMI CONTRO L' AMOR PROPRIO

 

 

 

724    140. Di tutte le virtù è custode e decoro l'umiltà. Se questa non è messa come fondamento dell'edificio spirituale, quando esso sembra innalzarsi si avvia alla rovina.

         Francesco ne era provvisto con particolare abbondanza, affinché non mancasse nulla ad uno già ricco di tanti doni. Nella stima di sé non era altro che un peccatore, mentre in realtà era onore e splendore di ogni santità. Sulla virtù delI'umiltà cercò di edificare se stesso, per gettare un fondamento secondo l'insegnamento di Cristo. Dimentico dei meriti, aveva davanti agli occhi solo i difetti, mentre rifletteva che erano assai più le virtù che gli mancavano di quelle che aveva. Unica sua grande ambizione, diventare migliore in modo da aggiungere nuove virtù, non essendo soddisfatto di quelle già acquisite.

         Umile nel contegno, più umile nel sentimento, umilissimo nella propria stima. Da nulla si poteva distinguere che questo principe di Dio aveva la carica di superiore, se non da questa fulgidissima gemma, che cioè era il minimo tra i minori. Questa la virtù, questo  il titolo, questo il distintivo che lo indicava ministro generale. La sua bocca non conosceva alcuna alterigia, i suoi gesti nessuna pompa, i suoi atti nessuna ostentazione.

         Pur conoscendo per rivelazione divina la soluzione di molti problemi controversi, quando li esponeva metteva innanzi il parere degli altri. Credeva che il consiglio dei compagni fosse più sicuro ed il loro modo di vedere più saggio E affermava che non ha lasciato tutto per il Signore, chi mantiene il gruzzolo del proprio modo di pensare. Infine, per sé preferiva il biasimo alla lode, perché questa lo spingeva a cadere, la disapprovazione invece lo obbligava ad emendarsi.

 

 

 

 CAPITOLO CIII

 

SUA UMILTA' COL VESCOVO DI TERNI E CON UN CONTADINO

 

 

 

725    141. Aveva predicato una volta al popolo di Terni ed il vescovo della città, mentre alla fine della predicazione gli rivolgeva parole di elogio davanti a tutti, si espresse così: «In questa ultima ora Dio ha illuminato la sua Chiesa con questo uomo poverello e di nessun pregio, semplice e senza cultura. Perciò siamo tenuti a lodare sempre il Signore, ben sapendo che non ha fatto così con nessun altro popolo ».

         Udite queste parole, il Santo accettò con incredibile piacere che il vescovo lo avesse indicato spregevole con parole tanto chiare, ed entrati in chiesa, si gettò ai suoi piedi, dicendo: «In verità, signor vescovo, mi hai fatto grande onore, perché mentre altri me lo tolgono, tu solo hai lasciato intatto ciò che è mio. Hai separato, voglio dire, il prezioso dal vile, da uomo prudente come sei, dando lode a Dio e a me la mia miseria».

 

726    142. Non soltanto con i maggiori di lui si mostrava umile il servo di Dio, ma anche con i pari e gli inferiori, più disposto ad essere ammonito e corretto, che ad ammonire gli altri.

         Un giorno, montato su un asinello, perché debole e infermo non poteva andare a piedi, attraversava il campo di un contadino, che stava lavorando. Questi gli corse incontro e gli chiese premuroso se fosse frate Francesco. Avendogli risposto umilmente che era proprio lui quello che cercava: «Guarda --disse il contadino -- di essere tanto buono quanto tutti dicono che tu sia, perché molti hanno fiducia in te. Per questo ti esorto a non comportarti mai diversamente da quanto si spera ».

         Francesco, a queste parole, scese dall'asino e, prostratosi, davanti al contadino, più volte gli baciò i piedi umilmente  ringraziandolo che si era degnato di ammonirlo.

         In conclusione, aveva raggiunto tanta celebrità da essere ritenuto da moltissimi santo, eppure si riteneva vile davanti a Dio e agli uomini. Non insuperbiva né della fama né della santità, che lo distingueva, ma neppure dei così numerosi e santi frati e figli che gli erano stati dati come inizio della ricompensa per i suoi meriti.

 

 

 

CAPITOLO CIV

 

IN UN CAPITOLO RINUNCIA AL GOVERNO DELL' ORDINE

E SUA PREGHIERA

 

 

 

727    143. Per conservare la virtù della santa umiltà, pochi anni dopo la sua conversione, rinunciò in un Capitolo alla presenza di tutti, all'ufficio di governo dell'Ordine: «Da oggi avanti sono morto per voi. Ma ecco fra Pietro di Cattanio,  al quale io e voi tutti dobbiamo obbedire ».

         E inchinatosi subito davanti a lui, promise «obbedienza e riverenza». I frati piangevano, prorompendo per il dolore in alti  gemiti, vedendosi come divenuti orfani di tanto padre.

         Francesco si alzò, e con le mani giunte e gli occhi elevati al cielo: «O Signore,--pregò--ti raccomando la famiglia, che sino ad ora tu mi hai affidata. Ed ora, non potendo io averne cura per le infermità che tu sai, dolcissimo Signore l'affido ai ministri. Siano tenuti a renderne ragione a te o Signore, nel giorno del giudizio, se qualche frate o per loro negligenza o cattivo esempio oppure anche per una severità eccessiva, sarà perito ».

         Da quel momento rimase suddito sino alla morte, comportandosi più umilmente di qualsiasi altro frate.

 

 

CAPITOLO CV

 

RINUNCIA AI SUOI COMPAGNI

 

 

 

728    144. In altra circostanza rinunciò, mettendoli a disposizione del vicario, a tutti i suoi compagni con queste parole: «Non voglio sembrare singolare con questo privilegio di libertà, ma i frati mi accompagnino di luogo in luogo, come il Signore li ispirerà ». E aggiunse: « Ho visto tempo fa un cieco che aveva come guida di viaggio un cagnolino».

         Questa era appunto la sua gloria: mettere da parte ogni  apparenza di singolarità e ostentazione, perché abitasse in lui la virtù di Cristo.

 

 

 

CAPITOLO CVI

 

CONTRO QUELLI CHE AMBISCONO LE CARICHE.

DESCRIZIONE DEL FRATE MINORE

 

 

 

729    145. Vedeva che alcuni desideravano ardentemente le cariche dell'Ordine, delle quali si rendevano indegni, oltre al resto, anche per la sola ambizione di governare. E diceva che questi non erano frati minori, ma avevano dimenticato la loro vocazione ed erano decaduti dalla gloria. Confutava poi con abbondanza di argomenti alcuni miserabili, che sopportavano a malincuore di essere rimossi dai vari uffici, perché più che l'onere cercavano l'onore.

         Un giorno disse al suo compagno: « Non mi sembrerebbe di essere frate minore se non fossi nella disposizione che ti descriverò. Ecco--spiegò--essendo superiore dei frati vado al capitolo, predico, li ammonisco, e alla fine si grida contro di me: --Non è adatto per noi un uomo senza cultura e dappoco. Perciò non vogliamo che tu regni su di noi, perché non sei eloquente, sei semplice ed ignorante.  Alla fine sono scacciato con obbrobrio, vilipeso da tutti. Ti dico: se non ascolterò queste parole conservando lo stesso volto, la stessa letizia di animo, lo stesso proposito di santità, non sono per niente frate minore».

         E aggiungeva: « Il superiorato è occasione di caduta, la lode di precipizio. L'umiltà del suddito invece porta alla salvezza dell'anima. Perché allora volgiamo l'animo più ai pericoli che ai vantaggi, quando abbiamo la vita per acquistarci meriti?».

 

 

 

CAPITOLO CVII

 

VUOLE CHE I FRATI SIANO SOGGETTI AL CLERO

E NE SPIEGA IL MOTIVO

 

 

 

730    146. Francesco voleva che i suoi figli vivessero in pace con tutti e verso tutti senza eccezione si mostrassero piccoli.

         Ma insegnò con le parole e con l'esempio ad essere particolarmente umili coi sacerdoti secolari.

         «Noi - ripeteva - siamo stati mandati in aiuto del clero  per la salvezza delle anime, in modo da supplire le loro deficienze. Ognuno riceverà la mercede non secondo l'autorità, ma secondo il lavoro svolto. Sappiate - continuava - che il bene delle anime è graditissimo al Signore, e ciò si può raggiungere meglio se si è in pace che in discordia con il clero.

         «Se poi essi ostacolano la salvezza dei popoli, a Dio spetta la vendetta, ed egli darà a ciascuno la paga a suo tempo. Perciò siate sottomessi all'autorità, affinché, per quanto sta in voi, non sorga qualche gelosia. Se sarete figli della pace, guadagnerete al Signore clero e popolo. Questo è più gradito a Dio, che guadagnare solo la gente, con scandalo del clero».

         E concludeva: «Coprite i loro falli, supplite i vari difetti, e quando avrete fatto questo, siate più umili ancora ».

 

 

 

CAPITOLO CVIII

 

RISPETTO DIMOSTRATO AL VESCOVO DI IMOLA

 

 

 

731    147. Essendosi recato a Imola, città della Romagna,  si presentò al vescovo della diocesi per chiedergli il permesso di predicare.

         «Basto io--rispose il vescovo--a predicare al mio popolo». Francesco chinò il capo e uscì umilmente. Ma poco dopo, eccolo dentro di nuovo.

         «Che vuoi, frate? -- riprese il vescovo --. Cosa domandi ancora?».

         «Signore,--rispose Francesco--se un padre scaccia il figlio da una porta, deve necessariamente entrare da una altra ».

         Vinto dalla sua umiltà, il vescovo con volto lieto lo abbracciò, esclamando: «D'ora in poi tu e i tuoi frati predicate pure nella mia diocesi, con mio generale permesso, perché la tua santa umiltà lo ha meritato ».

 

 

 

CAPITOLO CIX

 

IL SUO CONTEGNO UMILE CON SAN DOMENICO E VICEVERSA.

IL LORO RECIPROCO AMORE

 

 

 

732    148. Si trovarono insieme a Roma, in casa del cardinale d'Ostia che poi fu Sommo Pontefice, le fulgide luci del mondo san Francesco e san Domenico.

         Sentendoli parlare fra loro del Signore con tanta dolcezza, alla fine il vescovo disse: « Nella Chiesa primitiva i pastori erano poveri e persone di carità, senza cupidigia. Perché--chiese-- tra i vostri frati quelli che emergono per dottrina e buon esempio, non li facciamo vescovi e prelati?».

         Fra i due Santi sorse una gara, non per precedersi nella risposta, ma perché l'uno proponeva all'altro l'onore ed anzi voleva costringerlo a parlare per primo. In realtà si superavano a vicenda nella venerazione che nutrivano reciprocamente.

         Alla fine vinse l'umiltà in Francesco, perché non si mise avanti e vinse pure in Domenico, perché ubbidì umilmente e rispose per primo.

         Disse dunque Domenico al vescovo: « Signore, i miei frati, se lo capiscono, sono già posti in alto grado, e per quanto sta in me non permetterò che ottengano altra dignità ». Dopo questa breve e convinta risposta, Francesco si inchinò al vescovo e disse a sua volta: « Signore, i miei frati proprio per questo sono stati chiamati Minori, perché  non presumano di diventare maggiori. Il nome stesso insegna loro a rimanere in basso ed a seguire le orme dell'umiltà di Cristo, per essere alla fine innalzati più degli altri al cospetto dei Santi. Se volete--continuò--che portino frutto nella Chiesa di Dio, manteneteli e conservateli nello stato della loro vocazione, e  riportateli in basso anche contro loro volontà. Per questo, Padre, ti prego: affinché non siano tanto più superbi quanto più poveri e non si mostrino arroganti verso gli altri, non permettere in nessun modo che ottengano cariche». Queste furono le risposte dei Santi.

 

733    149 Cosa ne dite, voi figli di santi?  La gelosia   e l'invidia provano che siete figli degeneri, e non meno l'ambizione degli onori dimostra che siete spuri. Vi mordete e divorate a vicenda. Ma la guerra e le liti non provengono che  dalle passioni. Voi dovete lottare contro le potenze delle tenebre, avete una dura battaglia contro gli eserciti dei demoni, e invece vi combattete a vicenda.

          I Padri si guardano con affetto, pieni di saggezza, con la faccia rivolta verso il propiziatorio. I figli invece trovano gravoso anche solo vedersi. Cosa farà il corpo, se ha il cuore diviso? Certamente, l'insegnamento della pietà cristiana porterebbe nel mondo intiero maggior frutto, se un più forte vincolo di carità unisse i ministri della parola di Dio. Perché a dir vero, ciò che diciamo o insegniamo è reso sospetto da questo soprattutto, che in noi segni evidenti rendono palese un certo lievito di odio. So pure che non sono in causa i giusti, che vi sono dall'una e dall'altra parte, ma i malvagi. E a buon diritto crederei che si dovrebbero estirpare perché non corrompano i Santi.

          Cosa dovrei poi dire di quelli che hanno grandi aspirazioni? I Padri hanno raggiunto il regno non per la via della grandezza, ma dell'umiltà. I figli invece si aggirano nel cerchio dell'ambizione e non cercano neppure la via della città loro dimora. Ma cosa ne deriva? Se non seguiamo la loro via, non ne conseguiremo neppure la gloria.

         Non sia mai, Signore! Fa` che siamo umili sotto le ali di umili maestri, fa' che si vogliano bene quelli che sono consanguinei di spirito, e possa tu vedere i figli dei tuoi figli, la pace in Israele.

 

 

 

CAPITOLO CX

 

I DUE SANTI SI RACCOMANDANO A VICENDA

 

 

 

734    150. Terminate le risposte dei servi di Dio, come abbiamo riferito, il Signor di Ostia rimase molto edificato del loro parere e ringraziò di cuore Dio.

         Al momento di separarsi, Domenico pregò Francesco che si degnasse di cedergli la corda di cui era cinto. Francesco si mostrava restio, rifiutando con umiltà pari alla carità con cui Domenico insisteva. Tuttavia vinse la santa perseveranza del richiedente, che cinse la corda sotto la tunica interiore con grandissima devozione. Poi si presero la mano e si raccomandarono caldamente a vicenda. E il Santo disse al Santo: «Frate Francesco vorrei che il mio e il tuo diventassero un solo Ordine e che noi vivessimo nella Chiesa con la stessa regola ».

         Da ultimo, quando si lasciarono, san Domenico disse ai molti che erano lì presenti: «In verità vi dico, che gli altri religiosi dovrebbero seguire questo santo uomo, Francesco, tanta è la perfezione della sua santità».

 

 

 

L'OBBEDIENZA

 

 

CAPITOLO CXI

 

PER PRATICARE LA VERA OBBEDIENZA

VUOLE AVERE SEMPRE UN GUARDIANO

 

 

735    151. Desiderando questo mercante astutissimo guadagnare in più  modi e ridurre a merito tutta la vita terrena, volle essere guidato dalle redini dell'obbedienza e sottomettersi al governo altrui. E così non solo rinunciò all'ufficio di generale, ma per una obbedienza più perfetta, chiese un guardiano personale da considerare suo speciale superiore.

         Disse infatti a frate Pietro di Cattanio, al quale aveva già promesso santa obbedienza: «Ti prego, per amore di Dio, di incaricare uno dei miei compagni a fare le tue veci a mio riguardo, in modo che gli obbedisca devotamente come a te. Conosco il frutto dell'obbedienza e so che non passa un momento di tempo senza frutto colui che ha sottomesso il proprio collo al giogo di un altro».

         La sua domanda fu accettata e, ovunque, rimase suddito fino alla morte, obbedendo sempre con riverenza al suo guardiano.

         Un giorno disse ai suoi compagni: «Tra le altre grazie, che la bontà divina si è degnata concedermi, mi ha dato anche questa, che obbedirei con la stessa diligenza ad un novizio di una sola ora, se mi fosse dato come guardiano, e ad uno che fosse molto vecchio di religione ed esperto». E concluse: «Il suddito deve considerare nel suo superiore non l'uomo, ma Colui per amore del quale si è reso suddito. Inoltre quanto più è insignificante chi comanda, tanto più è meritevole l'umiltà di chi obbedisce ».

 

 

 

CAPITOLO CXII

 

RITRATTO DEL VERO OBBEDIENTE.

LE TRE SPECIE Dl OBBEDIENZA

 

 

 

736    152     In altra circostanza, Francesco si trovava seduto in mezzo ai compagni, e disse sospirando: « A malapena c'è in tutto il mondo qualche religioso, che obbedisca perfettamente al suo superiore ». Sorpresi, i compagni gli chiesero: «Spiegaci, Padre, quale sia la perfetta e somma obbedienza ».

         Ed egli raffigurò il vero obbediente in un corpo morto: « Prendi un corpo esanime e ponilo dove ti piace: vedrai che non rifiuta se mosso, non mormora ovunque sia posto, non reclama se viene allontanato. Se lo poni sulla cattedra, non guarderà in alto ma in basso. Se viene collocato nella porpora, sembrerà doppiamente pallido. Questi--esclamò --è il vero obbediente: colui che non giudica perché sia rimosso, non si cura dove sia messo, non insiste per essere trasferito. Innalzato ad una carica, mantiene l'umiltà che gli è abituale. Più è onorato e più si reputa indegno ».

         Un'altra volta parlando dello stesso argomento, chiamò propriamente licenze quelle concesse dietro domanda, sacre ubbidienze quelle imposte e non richieste. L'una e l'altra --diceva--sono buone, ma la seconda è più sicura. Però la più perfetta di tutte, in cui non ha nessuna parte la carne e il sangue, riteneva fosse l'ubbidienza, per cui si va «per divina ispirazione tra gli infedeli», sia per la salvezza del prossimo, sia per desiderio del martirio. Chiedere questa, la giudicava cosa molto gradita a Dio.

 

 

 

CAPITOLO CXIII

 

NON SI DEVE COMANDARE

PER OBBEDIENZA CON LEGGEREZZA

 

 

 

737    153. Riteneva che si dovesse comandare in nome delI'obbedienza raramente, e non scagliare da principio il dardo, che dovrebbe essere l'ultima arma. «Non si deve--ripeteva--mettere subito mano alla spada». Ma chi non si affretta ad eseguire il precetto dell'obbedienza, non teme Dio e non tiene in nessun conto gli  uomini.

         Niente di più vero. Cos'è infatti l'autorità in mano ad un superiore temerario, se non una spada in mano ad un pazzo? E d'altra parte, c'è un caso più disperato di un religioso che disprezza l'obbedienza?

 

 

 

CAPITOLO CXIV

 

GETTA NEL FUOCO IL CAPPUCCIO Dl UN FRATE,

CHE ERA VENUTO SPINTO DA DEVOZIONE

MA SENZA PERMESSO

 

 

738    154. Una volta tolse il cappuccio ad un frate, che era  venuto da solo senza obbedienza e lo fece gettare in un gran fuoco. Nessuno si mosse per togliere il cappuccio, perché temevano il volto alquanto adirato del Padre. Allora il Santo ordinò di estrarlo dalle fiamme ed era perfettamente illeso.

         Forse questo è avvenuto per i meriti del Santo, ma probabilmente anche per il merito del frate, perché era stato avvinto dal devoto desiderio di vedere il padre santissimo. Gli era però mancata la discrezione, unica guida delle virtù.

 

 

 

IL BUONO E IL CATTIVO ESEMPIO

 

 

CAPITOLO CXV

 

 

IL BUON ESEMPIO DI UN FRATE E

IL COSTUME DEI PRIMI FRATI

 

 

 

739    155. Affermava che i frati minori sono stati mandati dal Signore in questo ultimo tempo per offrire esempi di  luce a chi è avvolto dal buio dei peccati. E ripeteva che all'udire le opere virtuose dei santi frati dispersi nel mondo, si sentiva come inebriato di soavissimo profumo e cosparso di unguento prezioso.

         Un frate di nome Barbaro  una volta offese con una parola ingiuriosa un confratello alla presenza di un nobile dell'isola di Cipro.  Ma appena si accorse che il confratello ne era rimasto piuttosto offeso, si accese di ira contro se stesso, e preso dello sterco d'asino se lo mise in bocca per masticarlo: «Mastichi sterco questa lingua, che ha sputato veleno di ira sul mio fratello».

         A tale vista, il cavaliere ne fu sbigottito, poi rimase molto edificato. Da quel momento mise se stesso ed i suoi beni a disposizione dei frati con grande generosità.

         Tutti i frati osservavano immancabilmente questa usanza: se per caso uno scagliava contro un altro una parola che fosse causa di turbamento, subito si prostrava per terra e accarezzava con santi baci i piedi dell'offeso, anche contro sua volontà.

         Il Santo gongolava di gioia nell'udire tali cose, perché vedeva che i suoi figli da soli praticavano esempi di santità e ricolmava delle più elette benedizioni quei frati, che con la parola e l'esempio inducevano i peccatori all'amore di Cristo. Traboccante com'era di zelo per le anime, voleva che anche i suoi figli gli rassomigliassero completamente.

 

 

 

CAPITOLO CXVI

 

 

MALEDIZIONE E PENA DEL SANTO

PER ALCUNI FRATI Dl CATTIVA CONDOTTA

 

 

 

740    156. La sua terribile sentenza di maledizione colpiva quelli che con opere inique e cattivi esempi violavano la santità dell'Ordine.

         Gli fu riferito un giorno che erano stati ricevuti dal vescovo di Fondi, due frati, i quali, sotto pretesto di un maggior disprezzo  di sé, coltivavano una barba più lunga del conveniente. Il vescovo li aveva apostrofati: «Badate bene di non deturpare con la presunzione di queste novità la bellezza dell'Ordine».

         Il Santo si alzò di scatto, e levando le mani al cielo, col volto inondato di lacrime, proruppe in queste parole di preghiera o piuttosto di maledizione: «Signore Gesù Cristo, tu che hai scelto i dodici Apostoli, dei quali anche se uno venne meno, gli altri però rimasero fedeli ed hanno predicato il santo Vangelo animati dall'unico Spirito, tu, o Signore, in questa ultima ora, memore della antica misericordia.

hai fondato l'Ordine dei frati a sostegno della tua fede e perché per loro mezzo si adempisse il mistero del tuo Vangelo. Chi dunque ti darà soddisfazione per loro, se quelli che hai mandato a questo scopo, non solo non mostrano a tutti esempi di luce, ma piuttosto le opere delle tenebre?

         «Da Te, o Signore santissimo, e da tutta la curia celeste e da me tuo piccolo siano maledetti quelli che col loro cattivo esempio confondono e distruggono ciò che un tempo tu hai edificato per mezzo dei santi frati di questo Ordine e non cessi di edificare!».

         Dove sono quelli che si dichiarano felici della sua benedizione e si vantano di essersi accaparrati a loro piacimento la sua amicizia? Se, Dio non voglia, si troverà che hanno mostrato le opere delle tenebre con pericolo del prossimo, senza pentirsene, guai a loro, guai di dannazione eterna!

 

741 157. « I frati più buoni--diceva--si sentono confusi per le opere dei frati cattivi, e anche se essi personalmente non hanno peccato, vengono giudicati dall'esempio dei malvagi. Proprio per questo mi trafiggono con una spada acuta e me la ripassano tutto il giorno per le viscere ». Era soprattutto per questo motivo che si sottraeva alla compagnia dei frati, perché non gli capitasse di udire riguardo all'uno o all'altro qualcosa di spiacevole, che gli rinnovasse il dolore.

         E continuava: «Verrà tempo, in cui questa diletta Religione di Dio sarà talmente infamata dai cattivi esempi, che si proverà vergogna a uscire in pubblico. Quelli che verranno in quelle circostanze all'Ordine, vi saranno condotti unicamente dall'azione dello Spirito Santo, non li contaminerà né la carne né il sangue e saranno veramente benedetti da Dio. Non compiranno azioni di grande merito, per il raffreddarsi della carità, la virtù che spinge i santi ad agire fervorosamente. Però sopraggiungeranno per loro tentazioni immense, e quanti allora avranno superato la prova, saranno migliori dei loro predecessori. Ma guai a quelli, che soddisfatti della sola apparenza di vita religiosa, intorpidiranno nell'ozio e non rimarranno saldi nelle tentazioni permesse per provare i giusti! Perché soltanto chi avrà superato la prova, dopo essere stato nel frattempo tribolato dalla malizia degli empi, riceverà la corona di vita ».

 

 

 

CAPITOLO CXVII

 

DIO GLI RIVELA LO STATO DELL' ORDINE

E CHE NON VERRA'' MAI MENO

 

 

 

742    158. Il Santo trovava grandissima consolazione nelle visite del Signore e da esse veniva assicurato che le fondamenta del suo Ordine sarebbero rimaste sempre stabili. Riceveva anche la promessa che sicuramente nuovi eletti avrebbero preso il posto di chi si perdeva. Essendo turbato per i cattivi esempi, e avendo fatto ricorso un giorno, così amareggiato, alla preghiera, si sentì apostrofato a  questo modo dal Signore: «Perché tu, omiciattolo, ti turbi? Forse io ti ho stabilito pastore del mio Ordine in modo tale che tu dimenticassi che io ne rimango il patrono principale? Per questo io ho scelto te, uomo semplice, perché quelli che vorranno, seguano le opere che compirò in te e che devono essere imitate da tutti gli altri. Io vi ho chiamati: vi conserverò e pascolerò, supplirò con nuovi religiosi il vuoto lasciato dagli altri, al punto di farli nascere se non fossero già nati. Non turbarti dunque, ma attendi alla tua salvezza perché se l'Ordine si riducesse anche a soli tre frati, rimarrà il mio aiuto sempre stabile ».

         Da quel giorno era solito affermare che la virtù di un solo frate santo supera una quantità, sia pur grande, di imperfetti, come un solo raggio di luce dissipa le tenebre più fitte.

 

 

 

CONTRO L' OZIO E GLI OZIOSI

 

 

CAPITOLO CXVIII

 

DIO GLI RIVELA QUANDO È SUO SERVO

E QUANDO NON LO È

 

 

 

743    159. Dal momento in cui Francesco rigettò le cose caduche e cominciò ad aderire strettamente al Signore, non volle perdere nemmeno una particella di tempo. Aveva già accumulato abbondanza di meriti nei tesori del Signore, eppure era sempre come all'inizio, sempre più pronto ad ogni esercizio spirituale. Riteneva gran peccato non fare qualcosa di bene e giudicava un retrocedere il non progredire sempre.

         Mentre dimorava in una cella a Siena, una notte chiamò a sé i compagni che dormivano: «Ho invocato il Signore-- spiegò loro-- perché si degnasse indicarmi quando sono suo servo e quando no. Perché non vorrei essere altro che suo servo. E il Signore, nella sua immensa benevolenza e degnazione, mi ha risposto ora:--Riconosciti mio servo veramente, quando pensi, dici, agisci santamente--. Per questo vi ho chiamati, fratelli, perché voglio arrossire davanti a voi, se a volte avrò mancato in queste tre cose ».

 

 

 

CAPITOLO CXIX

 

PENITENZA PREVISTA ALLA PORZIUNCOLA

PER LE PAROLE OZIOSE

 

 

 

744    160. In altra circostanza, alla Porziuncola, considerando che il frutto dell'orazione svanisce quando è seguita da conversazioni inutili, prescrisse questo rimedio per evitare il difetto delle parole oziose: «Qualunque frate proferisca una parola oziosa o inutile  sia tenuto a dire subito la sua colpa e a recitare per ogni parola oziosa un Pater Noster. Voglio poi che, se il frate confesserà spontaneamente la colpa, dica il Pater Noster per la sua anima. se invece sarà prima redarguito da un altro, lo applichi per l'anima di chi lo ha richiamato ».

 

 

 

CAPITOLO CXX

 

LABORIOSITÀ DEL SANTO E DISGUSTO PER GLI OZIOSI

 

 

 

745    161. Quanto ai fannulloni, che non si applicano con impegno ad alcun lavoro, diceva che sono destinati ad essere rigettati dalla bocca del Signore. Nessun ozioso poteva  comparire alla sua presenza, senza essere da lui biasimato aspramente. In realtà egli, modello di ogni perfezione, faticava e lavorava con le sue mani, preoccupato di non perdere un attimo di quel dono preziosissimo che è il tempo.

         «Voglio--disse una volta--che tutti i miei frati lavorino e  stiano occupati, e chi non sa impari qualche mestiere». E eccone il motivo: «Affinché--continuava--siano meno di peso agli uomini, e nell'ozio la lingua o il cuore non vadano vagando tra cose illecite ».

         Il guadagno poi o la mercede del lavoro, non lo lasciava all'arbitrio di chi lavorava, ma del guardiano o della famiglia religiosa.

 

 

 

CAPITOLO CXXI

 

LAMENTO RIVOLTO AL SANTO

CONTRO GLI OZIOSI E I GOLOSI

 

 

 

746    162. Mi sia permesso, o padre santo, di elevare ora al cielo un lamento per quelli che si dicono tuoi. Molti hanno in odio gli esercizi delle virtù, e volendo riposare prima ancora di lavorare, dimostrano di essere figli non di Francesco, ma di Lucifero. Abbiamo più abbondanza di gente che si dà ammalata che di combattenti, mentre, essendo nati per il lavoro, dovrebbero ritenere la loro vita una milizia. Non amano rendersi utili con il lavoro, non son capaci con la contemplazione. Dopo che hanno causato turbamento in tutti con la loro vita singolare, lavorando più con le mascelle che con le mani, detestano chi li riprende apertamente  e non permettono di essere toccati neppure con la punta delle dita.

         Ma ancor più mi colpisce la loro impudenza, perché, al dire di san Francesco, a casa loro sarebbero vissuti solo a costo di molto sudore, ed ora senza faticare, si nutrono col sudore dei poveri.

         Prodigio di scaltrezza! Non fanno niente e ti sembrano sempre occupati. Conoscono bene gli orari della tavola, e se a volte li stuzzica troppo la fame, accusano il sole di essersi addormentato. Ed io, buon padre, dovrei credere degne della tua gloria le mostruosità di questi uomini? Ma non lo sono neppure della tua tonaca! Tu hai sempre insegnato ad accumulare in questo tempo malsicuro e fugace ricchezze di meriti, perché non capiti di dover mendicare nella vita futura. Questi invece, destinati a finire poi in esilio, non hanno neppure il vero gusto della patria. Questo morbo infierisce tra i sudditi, perché i superiori fingono di non vedere, come se fosse possibile sostenere i loro vizi e non condividerne il castigo.

 

 

 

I MINISTRI DELLA PAROLA DI DIO

 

 

CAPITOLO CXXII

 

QUALITÀ DEL PREDICATORE

 

 

 

747    163. Voleva che i ministri della parola di Dio attendessero agli studi sacri e non fossero impediti da nessun altro impegno. Diceva infatti che sono stati scelti da un gran re per bandire ai popoli gli editti che ascoltano dalla sua bocca.

         « Il predicatore--diceva--deve prima attingere nel segreto della preghiera ciò che poi riverserà nei discorsi. Prima deve riscaldarsi interiormente, per non proferire all'esterno fredde parole». È un ufficio, sottolineava, degno di riverenza, e tutti devono venerare quelli che lo esercitano: «Essi sono la vita del corpo,  gli avversari dei demoni, essi sono la lampada del mondo ».  

         Riteneva poi i dottori in sacra teologia degni di particolari onori. Per questo una volta fece scrivere come norma generale: «Dobbiamo onorare e venerare tutti i teologi e quanti ci dispensano la parola di Dio come quelli che ci somministrano spirito e vita».

 

748    E scrivendo una volta al beato Antonio, fece iniziare la lettera così: « A frate Antonio, mio vescovo ».

 

 

 

CAPITOLO CXXIII

 

CONTRO QUELLI CHE SONO AVIDI DI UNA LODE VANA.

SPIEGAZIONE DI UN PASSO PROFETICO

 

 

 

749    164. Però diceva che sono da compiangersi i predicatori, che vendono spesso il loro ministero per un soldo di vanagloria. E cercava a volte di guarire il loro gonfiore con questo rimedio: «Perché vi gloriate della conversione degli uomini, quando li hanno convertiti con le loro preghiere i miei frati semplici? ». Ed anzi commentava così il passo che dice: Perfino la sterile ha partorito numerosi figli: «La sterile è il mio frate poverello, che non ha il compito di generare figli nella Chiesa. Ma nel giudizio ne avrà dato alla luce moltissimi, perché in quel giorno il giudice ascriverà a sua gloria quelli, che ora converte con le sue preghiere personali. Quella invece che ne ha molti comparirà sterile perché il predicatore, che è fiero di molti figli come se li avesse generati lui, capirà allora che in essi non c'è niente di suo».

         Riguardo poi a quelli che ci tengono a sentirsi lodare più come retori che come predicatori, e che parlano con discorsi leccati ma senza animo, non li amava molto. E affermava che fanno una cattiva spartizione del tempo, perché danno tutto alla predicazione niente alla devozione. In altre parole, lodava quel predicatore che ogni tanto si preoccupa di se stesso e si nutre personalmente della sapienza.

 

 

 

LA CONTEMPLAZIONE DEL CREATORE NELLE CREATURE

 

 

CAPITOLO CXXIV

 

AMORE DEL SANTO PER LE CREATURE SENSIBILI

E INSENSIBILI

 

 

750    165. Desiderando questo felice viandante uscire presto  dal mondo, come da un esilio di passaggio, trovava non piccolo aiuto nelle cose che sono nel mondo stesso. Infatti  si serviva di esso come di un campo di battaglia contro le potenze delle tenebre, e nei riguardi di Dio come di uno specchio tersissimo della sua bontà.

         In ogni opera loda l'Artefice; tutto ciò che trova nelle creature lo riferisce al Creatore. Esulta di gioia in tutte le opere delle mani del Signore, e attraverso questa visione letificante intuisce la causa e la ragione che le vivifica. Nelle cose belle riconosce la Bellezza Somma, e da tutto ciò che per lui è buono sale un grido: « Chi ci ha creati è infinitamente buono ». Attraverso le orme impresse nella natura, segue ovunque il Diletto e si fa scala di ogni cosa per giungere al suo trono.

         Abbraccia tutti gli esseri creati con un amore e una devozione quale non si è mai udita, parlando loro del Signore ed esortandoli alla sua lode. Ha riguardo per le lucerne, lampade e candele, e non vuole spegnerne di sua mano lo splendore, simbolo della Luce eterna. Cammina con riverenza sulle pietre, per riguardo a colui, che è detto Pietra. E dovendo recitare il versetto, che dice: Sulla pietra mi hai innalzato, muta così le parole per maggiore rispetto: «Sotto i piedi della Pietra tu mi hai innalzato».

         Quando i frati tagliano legna,  proibisce loro di recidere del tutto l'albero, perché possa gettare nuovi germogli. E ordina che l'ortolano lasci incolti i confini attorno all'orto, affinché a suo tempo il verde delle erbe e lo splendore dei fiori cantino quanto è bello il Padre di tutto il creato. Vuole pure che nell'orto un’aiuola sia riservata alle erbe odorose e che producono fiori, perché richiamino a chi li osserva il ricordo della soavità eterna.

         Raccoglie perfino dalla strada i piccoli vermi, perché non siano calpestati, e alle api vuole che si somministri del miele e ottimo vino, affinché non muoiano di inedia nel rigore dell'inverno.

         Chiama col nome di fratello tutti gli animali, quantunque in ogni specie prediliga quelli mansueti.

         Ma chi potrebbe esporre ogni cosa? Quella Bontà « fontale », che un giorno sarà tutto in tutti, a questo Santo appariva chiaramente fin d'allora come il tutto in tutte le cose.

 

 

 

CAPITOLO CXXV

 

LE CREATURE GLI RICAMBIANO IL SUO AMORE.

IL FUOCO NON LO BRUCIA

 

 

751    166. Tutte le creature da parte loro si sforzano di contraccambiare l'amore del Santo e di ripagarlo con la loro gratitudine. Sorridono quando le accarezza, danno segni di consenso quando le interroga, obbediscono quando comanda. Sia sufficiente qualche esempio.

 

752    Al tempo della sua malattia d'occhi, trovandosi costretto  a permettere che lo si curasse, viene chiamato un chirurgo, che giunge portando con sé il ferro per cauterizzare. Ordina che sia messo nel fuoco, sino a che sia tutto arroventato. Il Padre, per confortare il corpo già scosso dal terrore, così parla al fuoco: «Frate mio fuoco, di bellezza invidiabile fra tutte le creature, l'Altissimo ti ha creato vigoroso, bello e utile. Sii propizio a me in quest'ora, sii cortese!, perché da gran tempo ti ho amato nel Signore. Prego il Signore grande che ti ha creato di temperare ora il tuo calore in modo che io possa sopportare, se mi bruci con dolcezza ».

         Terminata la preghiera, traccia un segno di croce sul fuoco e poi aspetta intrepido. Il medico prende in mano il ferro incandescente e torrido, mentre i frati fuggono vinti dalla compassione. Il Santo invece si offre pronto e sorridente al ferro.

         Il cautere affonda crepitando nella carne viva, e la bruciatura si estende a poco a poco dall'orecchio al sopracciglio. Quanto dolore gli abbia procurato il fuoco, ce lo testimoniano le parole del Santo, che lo sapeva meglio di tutti. Infatti, quando ritornarono i frati che erano fuggiti, il Padre disse sorridendo: «Pusillanimi e di poco coraggio, perché siete fuggiti? In verità vi dico, non ho provato né l'ardore del fuoco né alcun dolore della carne». E rivolto al medico: «Se la carne non è bene cauterizzata, brucia di nuovo», gli disse.

         Il medico, che conosceva ben diverse reazioni in casi simili, magnificò il fatto come un miracolo di Dio: «Vi dico, frati, che oggi ho visto cose mirabili ».

         A mio giudizio, il Santo era ritornato alla innocenza primitiva, e quando lo voleva, diventavano con lui miti anche gli elementi crudeli.

 

 

 

CAPITOLO CXXVI

 

UN UCCELLINO Sl POSA NELLE SUE MANI

 

 

753    167. Francesco stava attraversando su una piccola barca il lago di Rieti, diretto all'eremo di Greccio e un pescatore gli fece omaggio di un uccellino acquatico, perché se ne rallegrasse nel Signore.

         Il Padre lo prese con piacere e, aprendo le mani, lo invitò con bontà a volersene andare liberamente. Ma l'uccellino rifiutò, accovacciandosi nelle sue mani come dentro a un nido. Il Santo rimase con gli occhi alzati in preghiera e poi, dopo lungo tempo, ritornato  in se stesso come da lontano, gli ordinò di riprendere senza timore la libertà di prima.

         E l'uccellino, avuto il permesso con la benedizione, se ne volò via, dando col movimento del corpo segni di gioia.

 

 

 

CAPITOLO CXXVII

 

IL FALCO

 

 

754    168. Mentre Francesco, rifuggendo come era sua abitudine dalla vista e dalla compagnia degli uomini, si trovava in un eremo, un falco che aveva lì il suo nido strinse con lui un solenne patto di amicizia. Ogni notte col canto e col rumore preannunciava l'ora in cui il Santo era solito svegliarsi per le lodi divine. Cosa graditissima, perché con la grande premura che dimostrava nei suoi riguardi, riusciva a scuotere da lui ogni ritardo di pigrizia.

         Quando poi il Santo era indebolito più dei solito da qualche malattia, il falco si mostrava riguardoso e non dava così presto il segnale del risveglio Ma come fosse istruito da Dio, solo verso il mattino faceva risuonare con tocco leggero la campana della sua voce.

         Non è meraviglia se le altre creature veneravano chi più di tutti amava il Signore

 

 

 

CAPITOLO CXXVIII

 

LE API

 

 

755    169. Era stata un tempo costruita una celletta su un  monte, e qui il servo di Dio passò quaranta giorni in durissima penitenza. Quando, trascorso il periodo di tempo, se ne partì, la cella rimase vuota senza che altri prendesse il suo posto, essendo il luogo isolato. E rimase pure lì il vasetto di terra, che gli serviva per bere.

         Un giorno vi si recarono alcune persone per devozione al Santo: il vaso era pieno di api, che con arte mirabile vi stavano formando le cellette dei favi. Certamente volevano indicare la dolcezza della contemplazione, di cui si era inebriato in quel luogo il Santo di Dio.

 

 

 

CAPITOLO CXXIX

 

IL FAGIANO

 

 

 

756    170. Un nobile della terra di Siena mandò in regalo a Francesco ammalato un fagiano. Il Santo lo accettò con piacere, non per desiderio di mangiarlo, ma perché, come avveniva sempre in questi casi, ne provava gioia per l'amore che aveva al Creatore. E gli disse: « Sia lodato il nostro Creatore, frate fagiano! ». Poi rivolto ai frati continuò: « Proviamo ora se frate fagiano vuole rimanere con noi o se preferisce ritornare ai luoghi abituali e più adatti a lui ».

         Un frate, per ordine del Santo, lo portò lontano in una vigna, ma egli se ne ritornò rapidamente alla .cella del Padre. Lo fece porre una seconda volta ancora più lontano, ma ritornò con la più grande celerità alla porta della cella e, quasi facendo violenza si introdusse sotto le tonache dei frati, che erano lì sulla soglia.  Allora il Santo ordinò che fosse nutrito con cura, mentre lo abbracciava e lo vezzeggiava con dolci parole.

         Vedendo ciò un medico assai devoto di Francesco lo chiese ai  frati, non per mangiarlo ma voleva mantenerlo per venerazione verso il Santo.  In breve, se lo portò a casa. ma il fagiano, come se fosse rimasto offeso per essere stato separato dal Santo, non volle assolutamente toccare cibo fino a che rimase lontano. Stupito il medico glielo riportò subito e gli raccontò tutto l'accaduto. Appena ii fagiano, deposto a terra, scorse il Padre suo, abbandonò ogni tristezza e comincio a mangiare gioiosamente.

 

 

 

CAPITOLO CXXX

 

LA CICALA

 

 

 

757    171. Alla Porziuncola, su un fico posto accanto alla cella del Santo stava una cicala, che cantava frequentemente con la soavità consueta. Un giorno il Padre, allungando verso di lei la mano, la invitò dolcemente: «Sorella mia cicala, vieni a me! ». Come se comprendesse, subito gli volò sulle mani, e Francesco le disse: «Canta, sorella mia cicala, e loda con gioia il Signore tuo creatore! ».

Essa obbedì senza indugio. Cominciò a cantare e non cessò fino a quando l'uomo di Dio unì la propria lode al suo canto, e le ordinò di ritornare al suo posto. Qui rimase di continuo per otto giorni, come se vi fosse legata. Quando il Padre scendeva dalla cella, l'accarezzava sempre con le mani e le ordinava di cantare. Ed essa era sempre pronta ad obbedire al suo comando.

« Diamo ormai licenza alla nostra sorella cicala--disse un giorno Francesco ai suoi compagni--. Ci ha rallegrati abbastanza fino ad ora con la sua lode: la nostra carne non deve trovarvi un motivo di vanagloria ». E subito avuta la sua licenza, si allontanò e non si rivide più in quel luogo.

         Davanti a questi fatti, i frati rimanevano grandemente ammirati..

 

 

 

LA CARITÀ

 

 

CAPITOLO CXXXI

 

LA CARITÀ DEL SANTO. PER LA SALVEZZA DELLE ANIME

SI DIMOSTRA ESEMPIO DI PERFEZIONE

 

 

 

758    172. La forza dell'amore aveva reso Francesco fratello di tutte le altre creature; non è quindi meraviglia se la carità di Cristo lo rendeva ancora più fratello di quanti sono insigniti della immagine del Creatore.

         Diceva infatti che niente è più importante della salvezza delle anime, e lo provava molto spesso col fatto che l'Unigenito di Dio si è degnato di essere appeso alla croce per le anime. Da qui derivava il suo impegno nella preghiera, il suo trasferirsi da un luogo all'altro per predicare, la sua grande preoccupazione di dare buon esempio.

         Non si riteneva amico di Cristo, se non amava le anime che Egli ha amato. Ed era appunto questo il principale motivo per cui venerava i dottori di sacra Teologia, perché come collaboratori di Cristo esercitavano con lui lo stesso ufficio.

         Ma al di sopra di ogni misura, amava di un amore particolarmente intimo, con tutto l'affetto del cuore, i frati, come familiari di una fede speciale e uniti dalla partecipazione alla eredità eterna.

 

759    173. Quando gli facevano notare il rigore della sua vita, rispondeva di essere stato dato come modello all'Ordine, per incoraggiare come aquila i suoi piccoli al volo. Perciò, quantunque la sua carne innocente, che già spontaneamente si assoggettava allo spirito, non avesse bisogno di castigo per colpe commesse, tuttavia  moltiplicava le sue penitenze per dare l'esempio, e batteva vie difficili solo per incoraggiare gli altri.

         E ben a ragione. Perché si guarda più ai fatti che alle parole dei superiori. Con i fatti, Padre, tu convincevi più soavemente, persuadevi con più facilità ed anche presentavi la prova più convincente.

         Se i superiori parlassero anche la lingua degli uomini e degli angeli, ma non accompagnano le parole con esempi di carità, a me giovano poco, a se stessi niente. In realtà, quando chi corregge non è temuto in nessun modo e il capriccio tiene luogo della ragione, bastano forse i sigilli alla salvezza?

         Tuttavia si deve mettere in pratica ciò che essi dicono autorevolmente, affinché la corrente d'acqua giunga alle aiuole, anche se i canali rimangono aridi. E di tanto in tanto si raccolga la rosa dalle spine, in modo che il maggiore serva al minore.

 

 

 

CAPITOLO CXXXII

 

LA SUA PREMURA PER I SUDDITI

 

 

 

760    174. E inoltre chi possiede la stessa premura di Francesco per i sudditi? Egli alzava sempre le mani al cielo in  favore dei veri Israeliti, e a volte, dimentico di sé, provvedeva prima alla salvezza dei fratelli. Si prostrava ai piedi della Maestà divina, offriva un sacrificio spirituale per i suoi figli, e pregava Dio a beneficarli. Vegliava con trepido amore sul piccolo gregge, che si era condotto dietro, perché non gli capitasse che, dopo aver lasciato questo mondo, perdesse anche il cielo. Ed era convinto che un giorno sarebbe rimasto senza gloria, se nello stesso tempo non ne avesse reso meritevoli e partecipi quanti gli erano stati affidati, e che il suo spirito dava alla luce con dolore maggiore di quello provato dalle viscere materne.

 

 

 

CAPITOLO CXXXIII

 

LA SUA COMPASSIONE PER GLI INFERMI

 

 

 

761    175. Dimostrava una grande compassione per gli infermi e una tenera sollecitudine per le loro necessità. Se a volte la bontà dei secolari gli mandava qualche corroborante per la sua salute, lo regalava agli altri ammalati, mentre ne aveva bisogno più di tutti. Faceva proprie le loro sofferenze e li consolava con parole di compassione, quando non poteva recare loro soccorso.                                                        Mangiava perfino nei giorni di digiuno, perché gli infermi non provassero rossore, e non si vergognava nei luoghi pubblici della città di questuare carne per un frate ammalato . Tuttavia ammoniva i sofferenti a sopportare pazientemente le privazioni e a non gridare allo scandalo, se non erano soddisfatti in tutto. Per cui in una Regola fece scrivere così: « Prego tutti i miei frati infermi, che nelle loro infermità non si adirino né si turbino contro Dio o contro i fratelli. Non chiedano con insistenza le medicine, né desiderino troppo di risanare il corpo, che è nemico dell'anima e destinato a morire presto. Di ogni cosa sappiano rendere grazie a Dio, in modo da essere quali li vuole il Signore. Perché quelli che Dio ha preordinati alla vita eterna, li ammaestra col pungolo dei flagelli e delle malattie. Ha detto infatti:--lo correggo e castigo quelli che amo--».

 

762          176. Una volta venne a conoscenza che un frate ammalato aveva desiderio di mangiare un po' d'uva. Lo accompagnò in una vigna, e sedutosi sotto una vite, per infondergli coraggio, cominciò egli stesso a mangiarne per primo.

 

 

 

CAPITOLO CXXXIV

 

LA SUA COMPASSIONE PER GLI INFERMI DI SPIRITO.

Dl QUELLI CHE AGISCONO DIVERSAMENTE

 

 

 

763         177. Amava con maggiore bontà e sopportava con pazienza quelli che sapeva turbati da tentazioni e deboli di spirito, come bambini fluttuanti. Per cui, evitando le correzioni aspre, dove non vedeva un pericolo, risparmiava la verga per riguardo alla loro anima. E soleva dire che è dovere del superiore, padre e non tiranno, prevenire l'occasione della colpa e non permettere che cada chi poi difficilmente potrebbe rialzarsi, una volta caduto.

         Oh, quanto è degna di compassione la nostra stoltezza! Non soltanto non rialziamo o sosteniamo i deboli, ma a volte li spingiamo a cadere. Giudichiamo di nessuna importanza sottrarre al Sommo Pastore una pecorella, per la quale sulla croce gettò un forte grido con lacrime. Ma ben diversamente tu, padre santo, preferivi emendare gli erranti e non perderli !.

         Sappiamo tuttavia che i mali della propria volontà sono in alcuni talmente radicati da richiedere il cauterio, non l'unguento. Infatti è chiaro che per molti è più utile l'essere stritolati con verga di ferro, che essere accarezzati con le mani. Ma l'olio ed il vino, la verga e il bastone, lo zelo e l'indulgenza, la bruciatura e l'unzione, il carcere ed il grembo materno, ogni cosa ha il suo tempo. Tutto ciò richiede il Dio delle vendette e il Padre delle misericordie: però preferisce la misericordia al sacrificio.

 

 

 

 CAPITOLO CXXXV

 

I FRATI SPAGNUOLI

 

 

 

764    178. Questo uomo santissimo era meravigliosamente rapito in Dio e traboccava di gioia, quando giungeva sino a lui il buon odore dei suoi figli.

         Avvenne che un ecclesiastico spagnuolo, persona pia, ebbe la fortuna di incontrarsi e di parlare con san Francesco. Tra le altre cose che riferì riguardo ai frati che si trovavano in Spagna, rese felice il Santo con questa notizia:

«I tuoi frati nel nostro paese vivono in un povero eremo, e si sono dati questo regime di vita: metà attendono ai lavori domestici e metà alla contemplazione. Ogni settimana, il gruppo degli attivi passa alla contemplazione e quello dei contemplativi all'esercizio del lavoro.

         «Un giorno era già stata preparata la tavola, e, dato il segnale per chiamare gli assenti, arrivano tutti, eccetto uno, del gruppo contemplativo. Dopo un po' vanno alla sua cella per chiamarlo a tavola, ma egli già si nutriva alla mensa ben più lauta del Signore.

         «Era prostrato con la faccia a terra, le braccia aperte in forma di croce e non dava segno di vita né col respiro né con altro movimento. Due candelabri accesi, uno al capo e l'altro ai piedi, illuminavano la cella con una luce sfolgorante, in modo meraviglioso.

         «Lo lasciano in pace per non turbare l'estasi e non svegliare la diletta, sino a che non voglia. Però i frati cercano di osservare attraverso le fessure della cella, stando dietro il muro e spiando per le inferriate. Per essere brevi, mentre ivi, gli amici sono intenti ad ascoltare colei che se ne stava nel giardino, all'improvviso scompare tutto quel bagliore ed il frate ritorna in se stesso. Subito si alza e, recatosi a tavola, si accusa di essere giunto in ritardo.

         «Ecco--concluse l'ecclesiastico spagnuolo--quanto è accaduto nella nostra terra!».

         Francesco non stava in sé dalla gioia, inebriato com'era dal profumo dei suoi figli. Subito si mise a lodare il Signore e come se il sentire parlare bene dei frati fosse l'unica sua gloria, esclamò dal più profondo del cuore: «Ti ringrazio, Signore, che santifichi e guidi i poveri, perché mi hai riempito di gioia con queste notizie! Benedici, ti prego, con la più ampia benedizione e santifica con una grazia particolare tutti quelli che rendono odorosa di buoni esempi la loro professione religiosa! ».

 

 

 

CAPITOLO CXXXVI

 

CONTRO QUELLI CHE VIVONO MALAMENTE NEGLI EREMI.

TUTTO DEVE ESSERE IN COMUNE

 

 

765    179. Abbiamo conosciuto da questi fatti la carità del Santo, virtù che porta a godere dei successi delle persone care. Però siamo convinti che nello stesso tempo siano stati rimproverati assai quelli che negli eremitori vivono in modo diverso.

         Molti infatti trasformano il luogo della contemplazione in ozio e il modo di vivere eremitico, istituito per consentire alle anime la perfezione, lo riducono ad un luogo di piacere.. Questa è oggi la norma dei nostri anacoreti: vivere ciascuno secondo il proprio capriccio.

         Certo questo rimprovero non è per tutti. Sappiamo che vi sono dei santi ancora viventi nella carne, che nell'eremo seguono ottime leggi. Sappiamo pure che i padri che li hanno preceduti sono stati fiori di rara bellezza. Voglia il cielo che gli eremiti del nostro tempo non tralignino da quello splendore primitivo, che per la sua santità merita una lode eterna!

 

766    180. Inoltre, quando Francesco esortava tutti alla carità, li invitava a dimostrare affabilità e cortese dimestichezza.  Voglio – diceva - che i miei frati si dimostrino figli della stessa madre, e che si prestino a vicenda generosamente la tonaca, la corda o ciò che uno avrà chiesto all'altro. Mettano in comune libri e tutto ciò che può essere gradito ed anzi, direi di più; li costringano ad accettarli ».

         Ed anche a questo riguardo era il primo a darne l'esempio, per non dire cosa alcuna che prima non adempisse in lui il Cristo.

 

 

 

CAPITOLO CXXVII

 

CEDE LA TONACA A DUE FRATI DELLA FRANCIA

 

 

767    181. Capitò a due frati della Francia, uomini di grande santità, di incontrare Francesco; ne provarono una gioia incredibile, tanto più che da lungo tempo erano tormentati da questo desiderio. Dopo tenere effusioni di affetto ed uno scambio soave di parole, furono spinti dalla loro ardente devozione a chiedere a Francesco la tonaca. Il Santo se ne spogliò subito, rimanendo seminudo e gliela diede devotissimamente; poi indossò con pio scambio quella più povera di uno di loro.

         Era pronto a dare non soltanto simili cose, ma a dare tutto se stesso, e quando gli veniva chiesto, lo donava con la massima gioia.

 

 

 

LA DETRAZIONE

 

 

CAPITOLO CXXXVIII

 

PUNIZIONE DEI DETRATTORI

 

 

 

768    182. Infine, come ogni animo ripieno di carità, così anche Francesco detestava chi era odioso a Dio. Ma fra  tutti gli altri viziosi, aborriva con vero orrore i detrattori e diceva che portano sotto la lingua il veleno, col quale intaccano il prossimo. Perciò evitava i maldicenti e le pulci mordaci, quando li sentiva parlare, e rivolgeva altrove l'orecchio, come abbiamo visto noi stessi, perché non si macchiasse con le loro chiacchiere.

 

769    Un giorno udi un frate che denigrava il buon nome di un altro, e rivoltosi al suo vicario frate Pietro di Cattanio, proferì queste terribili parole: «Incombono gravi pericoli all'Ordine, se non si rimedia ai detrattori. Ben presto il  soavissimo odore di molti si cambierà in puzzo disgustoso, se non si chiudono le bocche di questi fetidi. Coraggio. muoviti, esamina diligentemente e, se troverai innocente un frate che sia stato accusato, punisci l'accusatore con un severo ed esemplare castigo! Consegnalo nelle mani del pugile di Firenze, se tu personalmente non sei in grado di punirlo! » (chiamava pugile fr. Giovanni di Firenze, uomo di alta statura e dotato di grande forza).

         «Voglio--diceva ancora--che con la massima diligenza abbia cura, tu e tutti i ministri, che non si diffonda maggiormente questo morbo pestifero».

         A volte, addirittura, riteneva giusto che si spogliasse della tonaca chi aveva spogliato suo fratello della gloria del buon nome, e che non dovesse alzare gli occhi a Dio, se prima non restituiva ciò che aveva portato via.

         Da qui ne era derivato che i frati di quel tempo, quasi rifiutassero in modo particolare questo vizio, avevano stabilito fra di loro il patto di evitare attentamente tutto ciò potesse nuocere o suonasse offesa all'onore degli altri.

         Cosa giusta e veramente ottima! Cos'è infatti il detrattore se non il fiele degli uomini, fermento di malvagità, disonore del mondo? Cos'è l'uomo doppio di lingua, se non lo scandalo dell'Ordine, il veleno del chiostro religioso, la disgregazione dell'unità?

         Ahimè, la terra abbonda di animali velenosi ed è impossibile che una persona onesta sfugga i morsi degli invidiosi! Si promettono premi ai delatori e, distrutta l'innocenza, si dà a volte la palma alla falsità. Ecco, quando uno non riesce a vivere della sua onestà, guadagna vitto e vesti devastando l'onestà altrui.

 

770    183. A questo riguardo ripeteva spesso Francesco: «Il detrattore dice così:--Mi manca la perfezione della vita, non ho il prestigio della scienza, né doni particolari: perciò non trovo posto né presso Dio né presso gli uomini. So io cosa fare: getterò fango sugli eletti e mi acquisterò il favore dei grandi. So che il mio superiore è un uomo e alle volte fa uso del mio stesso metodo, cioè sradicare i cedri perché nella selva grandeggi unicamente il pruno. Miserabile!, nutriti pure di carne umana e rodi le viscere dei fratelli, giacché non puoi vivere diversamente! ».

         Costoro si preoccupano di apparire buoni, non di diventarlo, accusano i vizi altrui ma non depongono i propri. Sanno soltanto adulare quelli, dalla cui autorità desiderano di essere protetti, e diventano muti quando pensano che le lodi non raggiungano l'interessato. Vendono a prezzo di lodi funeste il pallore della loro faccia emaciata, per sembrare spirituali, in modo da giudicare tutto e non essere giudicati da nessuno. Godono della fama di essere santi, senza averne le opere, del nome di angeli ma non ne hanno la virtù.

 

 

 

RITRATTO DEL MINISTRO GENERALE

E DEGLI ALTRI MINISTRI

 

 

CAPITOLO CXXXIX

 

 

COME DEBBA COMPORTARSI CON I COMPAGNI

 

 

 

771 184. Quando Francesco stava per giungere al traguardo della sua chiamata al Signore, un frate sempre premuroso delle cose divine, mosso da affetto per l'Ordine gli domandò: «Padre, tu passerai da questa vita, e la famiglia che ti ha seguito rimane abbandonata in questa valle di lacrime. Indica uno, se conosci che esista nell'Ordine, che soddisfi il tuo spirito e al quale si possa addossare con tranquillità il peso di ministro generale ». Francesco, accompagnando le singole parole con sospiri rispose: «Non conosco alcuno capace di essere guida di un esercito così vario e pastore di un gregge tanto numeroso. Ma voglio dipingervi e, come si dice, modellare la figura, nella quale si veda chiaramente quale deve essere il padre di questa famiglia».

 

772    185. «Deve essere -- proseguì --un uomo di vita quanto mai austera, di grande discrezione e lodevole fama. Un uomo che non conosca simpatie particolari, perché, mentre predilige una parte, non generi scandalo in tutta la comunità. Si applichi con zelo alla preghiera e sappia distribuire determinate ore alla sua anima e altre al gregge che gli è affidato. Così, di primo mattino deve premettere il sacrificio della Messa e raccomandare con lunga preghiera se stesso ed il suo gregge alla protezione divina. Dopo l'orazione poi, Si metta a disposizione dei religiosi, disposto a lasciarsi importunare da tutti, pronto a rispondere e a provvedere a tutti con affabilità. Deve essere una persona, che non presenti alcun angolo oscuro di turpe favoritismo e che abbia per i piccoli ed i semplici la stessa premura che ha per i maggiori e i dotti Anche ammettendo che emerga per cultura, tuttavia ancor più nella sua condotta sia il ritratto della virtuosa semplicità e coltivi la virtù. Deve avere in orrore il denaro, principale rovina della nostra vita religiosa e della perfezione e, come capo di un Ordine povero, presentandosi modello agli altri, non abusi mai di alcuna somma di denaro».

         E continuò: «Gli deve bastare personalmente l'abito ed un registro, per i frati invece un portapenne ed il sigillo, Non sia collezionista di libri, né molto dedito alla lettura, per non sottrarre all'ufficio il tempo che dedica allo studio. Consoli gli afflitti, essendo l'ultimo rifugio per i tribolati, perché non avvenga che, non trovando presso di lui rimedi salutari, gli infermi si sentano sopraffatti dal morbo della disperazione. Umíli se stesso, per piegare i protervi alla mitezza, e lasci cadere parte del suo diritto, per conquistare un'anima a Cristo. Quanto ai disertori dell'Ordine, come a pecorelle smarrite, non chiuda loro le viscere della sua misericordia, ben sapendo che sono violentissime le tentazioni, che possono spingere a tanto.

 

772    186. «Vorrei che tutti l'onorassero come rappresentante di Cristo, e si provvedesse a tutte le sue necessità con ogni benevolenza. Da parte sua non dovrebbe lasciarsi solleticare dagli onori, né provare più gusto dei favori che delle ingiurie. Se a volte, perché debole o stanco, avesse bisogno di un cibo più abbondante, sarebbe opportuno lo prendesse non di nascosto, ma in luogo pubblico per togliere ad altri il rossore di dovere provvedere alla propria debolezza fisica.

         «È suo compito soprattutto indagare nel segreto delle coscienze  per estrarre la verità dalle vene più occulte, ma non presti orecchio a chi fa pettegolezzi. Infine, deve essere tale da non macchiare in nessun modo l'aspetto virile della giustizia per la smania di mantenere la carica, e che senta più un peso che un onore sì alto ufficio. Guardi tuttavia che l'eccessiva bontà non generi rilassamento, né la condiscendenza colpevole il dissolvimento della disciplina, in modo da essere amato da tutti, ma anche non meno temuto da quanti operano il male.

         «Vorrei anche che avesse come collaboratori persone fornite di onestà e che si presentino, come lui, esempio di ogni virtù: rigidi contro le attrattive mondane, forti contro le difficoltà, e tanto convenientemente affabili, da accogliere con santa affabilità quanti ricorrono a loro.

         «Ecco--concluse--come dovrebbe essere il ministro generale dell'Ordine».

 

 

 

CAPITOLO CXL

 

I MINISTRI PROVINCIALI

 

 

 

773    187. Il beato padre pretendeva tutti questi requisiti anche nei ministri provinciali, quantunque nel ministro generale le singole qualità debbano eccellere in modo particolare. Li voleva affabili verso gli inferiori, e tanto benigni e sereni che i colpevoli non avessero timore di affidarsi al loro affetto. Come pure, che fossero moderati nei comandi, benevoli nelle mancanze, più facili a sopportare che a ritorcere le offese, nemici dichiarati dei vizi e medici per i peccatori. In una parola, esigeva in essi una condotta tale che la loro vita fosse specchio di disciplina per tutti gli altri. Però voleva anche che fossero circondati di ogni onore ed affetto, come coloro da portano il peso delle preoccupazioni e delle fatiche.

         E diceva che sono degni di grandissimi premi davanti a Dio quelli che con tale animo e tale norma governano le anime loro affidate.

 

 

 

CAPITOLO CXLI

 

RISPOSTA DEL SANTO

A UNA DOMANDA RIGUARDO Al MINISTRI

 

 

 

774    188. Fu interrogato una volta da un frate perché avesse rinunciato alla cura di tutti i frati e li avesse affidati a mani altrui, come se non gli appartenessero in nessun modo. «Figlio,-- rispose--io amo i frati come posso. Ma se seguissero le mie orme, li amerei certamente di più e non mi renderei estraneo a loro. Vi sono alcuni tra i prelati, che li trascinano per altre strade, proponendo loro gli esempi degli antichi e facendo poco conto dei miei ammonimenti. Ma si vedrà alla fine cosa fanno ».

         E poco dopo, mentre era molto ammalato, nella veemenza dello spirito, si drizzò sul lettuccio: «Chi sono--esclamò--questi che mi hanno strappato dalle mani l'Ordine mio e dei frati? Se andrò al Capitolo generale, mostrerò loro qual'è la mia volontà ».

         Insisté il frate: «Non cambierai forse anche quei ministri provinciali, che così a lungo hanno abusato della libertà?». Il Padre gemendo diede questa terribile risposta: «Vivano pure come a loro piace, perché la perdizione di pochi è di minor danno che quella di molti!».

         Non si riferiva a tutti, ma ad alcuni che per l'eccessiva lunghezza di superiorato sembravano pretenderlo come eredità.

         A qualunque categoria poi di superiori regolari, raccomandava questo soprattutto: di non mutare le usanze se non in meglio, di non  mendicare né cattivarsi favori; di non esercitare un potere, ma compiere un dovere.

 

 

 

 

LA SANTA SEMPLICITÀ

 

 

CAPITOLO CXLII

 

IN CHE CONSISTA LA VERA SEMPLICITÀ

 

 

 

775   189. Il Santo praticava personalmente con cura particolare e amava negli altri la santa semplicità, figlia della grazia, vera sorella della sapienza, madre della giustizia. Non che approvasse ogni tipo di semplicità, ma quella soltanto che, contenta del suo Dio, disprezza tutto il resto.

         E' quella che pone la sua gloria nel timore del Signore,  e che non sa dire né fare il male. La semplicità che esamina se stessa e non condanna nel suo giudizio nessuno, che non desidera per sé alcuna carica, ma la ritiene dovuta e la attribuisce al migliore. Quella che non stimando un gran che le glorie della Grecia, preferisce l'agire all'imparare o all'insegnare. È la semplicità che in tutte le leggi divine lascia le tortuosità delle parole, gli ornamenti e gli orpelli, come pure le ostentazioni e le curiosità a chi vuole perdersi, e cerca non la scorza ma il midollo, non il guscio ma il nòcciolo, non molte cose ma il molto, il sommo e stabile Bene.

         È questa la semplicità che il Padre esigeva nei frati letterati e in quelli senza cultura, perché non la riteneva contraria alla sapienza, ma giustamente sua sorella germana, quantunque ritenesse che più facilmente possono acquistarla e praticarla coloro che sono poveri di scienza. Per questo, nelle Lodi che compose riguardo alle virtù, dice: «Ave, o regina sapienza. Il Signore ti salvi con la tua sorella, la pura santa semplicità».

 

 

CAPITOLO CXLIII

 

FRATE GIOVANNI IL SEMPLICE

 

 

 

776    190. Mentre Francesco passava accanto ad un borgo nelle vicinanze di Assisi, gli andò incontro un certo Giovanni, uomo semplicissimo che stava arando nel campo, e gli disse «Voglio che tu mi faccia frate, perché da molto tempo desidero servire Dio». Il Santo ne provò gioia, considerando la sua semplicità, e rispose secondo il suo desiderio: «Se vuoi, fratello, diventare nostro compagno, dà ai poveri ciò che possiedi e ti accoglierò dopo che ti sarai espropriato di tutto».

         Immediatamente scioglie i buoi e ne offre uno a Francesco. «Questo bue--dice --diamolo ai poveri! Perché questa è la parte che ho diritto di ricevere dai beni di mio padre». Il Santo sorrise e approvò la sua grande semplicità.

         Appena i genitori e i fratelli più piccoli seppero la cosa, accorsero in lacrime, addolorati più di rimanere privi del bue che del congiunto. «Coraggio,--rispose loro il Santo--ecco, vi restituisco il bue e mi prendo il frate». Lo condusse con sé, e dopo averlo vestito dell'abito religioso, lo prese come compagno particolare in grazia della sua semplicità.

         Quando Francesco stava in qualche luogo a meditare, il semplice Giovanni ripeteva in sé e imitava subito tutti i gesti o i movimenti che egli faceva. Se sputava, sputava; se tossiva, tossiva; univa i sospiri ai sospiri ed il pianto al  pianto. Se il Santo levava le mani al cielo, le alzava egli pure, fissandolo con diligenza come un modello e facendo sua ogni mossa.

         Il Santo se ne accorse e gli chiese una volta, perché facesse così. «Ho promesso--rispose--di fare tutto ciò che fai tu. Sarebbe  pericoloso per me trascurare qualche cosa». Francesco si rallegrò di quella schietta semplicità, ma gli proibì con dolcezza di fare più così in futuro.

         Dopo non molto tempo in questa purità passò con semplicità al Signore. E quando Francesco proponeva alla imitazione la sua vita--ciò che avveniva di frequente-, lo chiamava con grande piacevolezza non frate Giovanni, ma san Giovanni.

         Osserva ora che è segno distintivo della pia semplicità vivere secondo le leggi dei maggiori, seguire sempre gli esempi e gli insegnamenti dei Santi. Chi concederà ai saggi di questo mondo di imitare con tanto trasporto Francesco, ora che egli è glorificato in cielo, quanto ne ebbe questo frate semplice nell'imitarlo mentre era sulla terra ? E in realtà, dopo aver seguito il Santo da vivo, lo ha preceduto nella eterna vita.

 

 

 

CAPITOLO CXLIV

 

SUA PREMURA PER L' UNIONE TRA I FIGLI.

UNA PARABOLA A QUESTO RIGUARDO

 

 

 

777    191. Fu suo desiderio costante e vigile premura mantenere tra i figli il vincolo dell'unità, in modo che vivessero concordi nel grembo di una sola madre quelli che erano stati attratti dallo stesso spirito e generati dallo stesso padre. Voleva che si fondessero maggiori e minori, che i dotti si legassero con affetto fraterno ai semplici, che i religiosi pur lontani tra loro si sentissero uniti dal cemento dell'amore.

 

778    Una volta raccontò loro questa parabola ricca di significato. « Ecco, supponiamo che si faccia un Capitolo generale di tutti i religiosi che sono nella Chiesa ! Poiché vi sono dotti e ignoranti, sapienti ed altri che sanno piacere a Dio, pur essendo senza cultura, viene incaricato a parlare uno dei sapienti e uno dei semplici».

         Il sapiente riflette--non per niente è dotto!--e pensa tra sé: « Non è questo il luogo di fare sfoggio di dottrina, perché vi sono qui luminari di scienza, e neppure farmi notare per ricercatezza nell'esporre cose sottili fra persone di ingegno sottilissimo. Forse sarà più fruttuoso parlare con semplicità».

          Arriva il giorno fissato e si radunano insieme tutte le comunità dei santi assetate di udire il discorso. Avanza il sapiente vestito di sacco,  la testa cosparsa di cenere e, con  meraviglia di tutti, predicando più con l'atteggiamento, dice brevemente: « Abbiamo promesso grandi cose, maggiori sono promesse a noi; osserviamo quelle ed aspiriamo a queste. Il piacere è breve, la pena eterna, piccola la sofferenza, infinita la gloria. Molti i chiamati, pochi gli eletti, ma tutti avranno la retribuzione!».

         Scoppiano in lacrime gli ascoltatori col cuore compunto e venerano come santo quel vero sapiente.

         «Ecco--esclama in cuor suo il semplice--questo sapiente mi ha portato via tutto ciò che avevo stabilito di fare e di dire. Ma so io cosa fare. Conosco alcuni versetti dei salmi. Farò io la parte del sapiente, giacché lui ha fatto quella del semplice ». Giunge la sessione del giorno dopo, il frate semplice si alza a parlare e propone come tema un salmo. E, infervorato dallo Spirito di Dio, parla con tanto calore, acume e dolcezza, seguendo il dono dell'ispirazione celeste, che tutti sono pieni di stupore ed esclamano giustamente: «Con i semplici parla il Signore ».

 

         192. Dopo aver esposto la parabola, l'uomo di Dio la commentava così: «La grande assemblea è il nostro Ordine, quasi un sinodo generale che si raccoglie da ogni parte del mondo sotto una sola  norma di vita. In questo i sapienti traggono a loro vantaggio le qualità proprie dei semplici, perché vedono persone senza cultura cercare con ardore le cose celesti e, pur senza istruzione umana, raggiungere per mezzo dello Spirito la conoscenza delle realtà spirituali.

         «In questo Ordine anche i semplici traggono profitto da ciò che  è proprio dei sapienti, quando vedono umiliarsi con loro allo stesso modo uomini illustri, che potrebbero vivere carichi di onori in questo mondo. Da qui -- concluse -- risalta la bellezza di questa beata famiglia, che per le sue molteplici qualità forma la gioia del padre di famiglia».

 

 

 

CAPITOLO CXLV

 

COME IL SANTO VOLEVA LA TONSURA

 

 

 

779    193. Quando Francesco si faceva la tonsura, spesso ripeteva a chi gli tagliava i capelli: «Bada di non farmi una corona troppo larga! Perché voglio che i miei frati semplici abbiano parte nel mio capo».

         Voleva appunto che l'Ordine fosse aperto allo stesso modo ai poveri e illetterati, e non soltanto ai ricchi e sapienti. «Presso Dio--diceva--non vi è preferenza di persone, e lo Spirito Santo, ministro generale dell'Ordine, si posa egualmente sul povero ed il semplice».

         Avrebbe voluto inserire proprio questa frase nella Regola, ma non fu possibile perché era già stata confermata con bolla.

 

 

 

CAPITOLO CXLVI

 

QUALE GENERE Dl ESPROPRIAZIONE RICHIEDEVA

DALLE PERSONE DOTTE

CHE VOLEVANO ENTRARE NELL' ORDINE

 

 

 

780    194. Una volta disse che un uomo di grande cultura, se vuole entrare nell'Ordine, deve rinunciare in qualche modo anche alla scienza, per offrirsi nudo alle braccia del Crocifisso, dopo essersi espropriato di questa forma di possesso.

         «La scienza-- spiegò--rende numerose persone restie alla perfezione, perché dona loro una certa rigidità, che non si piega agli insegnamenti umili. Per questo vorrei che un uomo letterato mi facesse prima questa preghiera:" Ecco, fratello, ho vissuto a lungo nel mondo e non ho conosciuto veramente il mio Dio. Ti prego, concedimi un luogo lontano dallo strepito degli uomini, dove possa ripensare nel dolore ai miei anni e dove, raccogliendo le dissipazioni del mio cuore, possa riformare in meglio lo spirito". Secondo voi--continuò--quale diverrebbe uno che incominciasse così? Certamente ne uscirebbe come un leone libero dalle catene, pronto a tutto, e la linfa- spirituale assorbita in principio aumenterebbe in lui con un progresso continuo. Alla fine, gli si potrebbe affidare con sicurezza il ministero della parola, certi che riverserebbe sugli altri il fervore che lo brucia».

          Insegnamento veramente santo! Cosa ci può essere di più necessario per chi proviene da un ambiente così diverso, che rimuovere e togliere del tutto con la pratica dell'umiltà gli affetti mondani da lungo tempo consolidati e impressi nell'animo? Ben presto diverrebbe perfetto chi entrasse nella scuola della perfezione.

 

 

 

CAPITOLO CXLVII

 

 COME I DOTTI DEVONO DEDICARSI ALLO STUDIO.

IL SANTO APPARE AD UN COMPAGNO

CHE Sl DEDICAVA ALLA PREDICAZIONE

 

 

781    195. Provava vivo dolore se uno si dedicava alla scienza trascurando la virtù, soprattutto se non rimaneva stabile nella vocazione in cui era quando da principio fu chiamato «I miei frati--diceva--che si lasciano attrarre dalla curiosità della scienza, si troveranno le mani vuote nel giorno della retribuzione. Preferirei che si irrobustissero maggiormente con le virtù in modo da avere con loro il Signore nell'angustia, una volta giunta l'ora della tribolazione. Perché --continuò--sta per giungere una tribolazione tale che i libri, buoni a nulla, saranno abbandonati negli armadi  e nei ripostigli ».

         Non diceva questo perché gli dispiacessero gli studi della Scrittura, ma per distogliere tutti da una premura eccessiva di imparare, e perché preferiva che fossero tutti buoni per carità piuttosto che saputelli per curiosità.

         Presentiva anche che sarebbe venuto presto il tempo, in cui la scienza sarebbe stata occasione di rovina, e al contrario sostegno dello spirito l'aver atteso alla vita spirituale.

 

782    Un frate laico desiderava aver un salterio e ne chiese licenza a Francesco. Ma egli invece del salterio gli presentò della cenere.

 

783    Ad uno dei suoi compagni che si dedicava un tempo alla predicazione, apparve in visione dopo morte e glielo proibì, ordinandogli di seguire la via della semplicità. E Dio è testimone che, dopo questa visione, il frate provò tanta dolcezza, che per numerosi giorni ebbe l'impressione che gli risuonassero direttamente all'orecchio le parole stillanti rugiada del Padre.

 

 

 

LE DEVOZIONI PARTICOLARI DEL SANTO

 

 

CAPITOLO CXLVIII

 

SUA COMMOZIONE NEL SENTIRE NOMINARE L' AMORE Dl DlO

 

 

 

784    196. Penso che non sia inutile né indegno toccare di passaggio e in breve le devozioni particolari di san Francesco. Questo uomo praticava tutte le devozioni, perché godeva dell'unzione dello Spirito, tuttavia provava uno speciale affetto verso alcune forme particolari di pietà.

         Fra le altre parole, che ricorrevano spesso nel parlare, non poteva udire l'espressione « amore di Dio » senza provare una certa commozione. Subito infatti, al suono di questa espressione «amore di Dio» si eccitava, si commoveva e si infiammava, come se venisse toccata col plettro della voce la corda interiore del cuore.

         È una prodigalità da nobili, ripeteva, offrire questa ricchezza in cambio dell'elemosina e sono quanto mai stolti quelli che l'apprezzano meno del denaro. Da parte sua, osservò infallibilmente sino alla morte il proposito, che aveva fatto quando era ancora nel mondo, di non respingere alcun povero che gli chiedesse per amore di Dio.

         Una volta un povero gli chiese la carità per amore di Dio. Siccome non aveva nulla, il Santo prese di nascosto le forbici e si preparò a spartire la sua misera tonaca. E l'avrebbe certamente fatto se non fosse stato scoperto dai frati, ai quali però ordinò di provvedere con altro compenso al povero.

         Diceva: « Dobbiamo amare molto l'amore di Colui che ci ha amati molto ».

 

 

 

CAPITOLO CXLIX

 

LA SUA DEVOZIONE AGLI ANGELI.

COSA FACEVA PER AMORE Dl SAN MICHELE

 

 

785    197. Venerava col più grande affetto gli angeli, che sono con noi sul campo di battaglia e con noi camminano in mezzo all'ombra della morte. Dobbiamo venerare, diceva questi compagni che ci seguono ovunque e allo stesso modo invocarli come custodi. Insegnava che non si deve offendere il loro sguardo, né osare alla loro presenza ciò che non si farebbe davanti agli uomini. E proprio perché in coro si salmeggia davanti agli angeli, voleva che tutti quelli che potevano si radunassero nell'oratorio  e lì salmeggiassero con devozione.

         Ripeteva spesso che si deve onorare in modo più solenne il beato Michele, perché ha il compito di presentare le anime a Dio.  Perciò ad onore di san Michele, tra la festa dell'Assunzione e la sua, digiunava con la massima devozione per quaranta giorni. E diceva: «Ciascuno ad onore di così glorioso principe dovrebbe offrire a Dio un omaggio di lode o qualche altro dono particolare».

 

 

 

CAPITOLO CL

 

SUA DEVOZIONE ALLA NOSTRA SIGNORA

ALLA QUALE AFFIDÒ IN MODO PARTICOLARE L'ORDINE

 

 

 

 786   198. Circondava di un amore indicibile la Madre di Gesù, perché aveva reso nostro fratello il Signore della  maestà. A suo onore cantava lodi particolari, innalzava preghiere, offriva affetti tanti e tali che lingua umana non potrebbe esprimere, Ma ciò che maggiormente riempie di gioia, la costituì Avvocata dell'Ordine e pose sotto le sue ali i figli, che egli stava per lasciare, perché vi trovassero calore e protezione sino alla fine.

         Orsù, Avvocata dei poveri! Adempi verso di noi il tuo ufficio di Protettrice fino al tempo prestabilito dal Padre.

 

 

 

CAPITOLO CLI

 

 

LA SUA DEVOZIONE AL NATALE DEL SIGNORE

E COME VOLEVA CHE IN TALE GIORNO

Sl PORTASSE SOCCORSO A TUTTI

 

 

 

787    199. Al di sopra di tutte le altre solennità celebrava con. ineffabile premura il Natale del Bambino Gesù, e chiamava festa delle feste il giorno in cui Dio, fatto piccolo infante, aveva succhiato ad un seno umano. Baciava con animo avido le immagini di quelle membra infantili, e la compassione del Bambino, riversandosi nel cuore, gli faceva anche balbettare parole di dolcezza alla maniera dei bambini. Questo nome era per lui dolce come un favo di miele in bocca.

         Un giorno i frati discutevano assieme se rimaneva l'obbligo di non mangiare carne, dato che il Natale quell'anno cadeva in venerdì. Francesco rispose a frate Morico: «Tu pecchi, fratello, a chiamare venerdì il giorno in cui è nato per noi il Bambino. Voglio che in un giorno come questo anche i muri mangino carne, e se questo non è possibile, almeno ne siano spalmati all'esterno.

 

788    200. Voleva che in questo giorno i poveri ed i mendicanti fossero saziati dai ricchi, e che i buoi e gli asini ricevessero una razione di cibo e di fieno più abbondante del solito. «Se potrò parlare all'imperatore -- diceva -- lo supplicherò di emanare un editto generale, per cui tutti quelli che ne hanno possibilità, debbano spargere per le vie frumento e granaglie, affinché in un giorno di tanta solennità gli uccellini e particolarmente le sorelle  allodole ne abbiano in abbondanza».

         Non poteva ripensare senza piangere in quanta penuria si era trovata in quel giorno la Vergine poverella. Una volta, mentre era seduto a pranzo, un frate gli ricordò la povertà della beata Vergine e l'indigenza di Cristo suo Figlio. Subito si alzò da mensa, scoppiò in singhiozzi di dolore, e col volto bagnato di lacrime mangiò il resto del pane sulla nuda terra.

         Per questo chiamava la povertà virtù regale, perché rifulse con tanto splendore nel Re e nella Regina.

         Infatti ai frati, che adunati a Capitolo gli avevano chiesto quale virtù rendesse una persona più amica a Cristo: « Sappiate--rispose, quasi aprendo il segreto del suo cuore--che la povertà è una via particolare di salvezza. Il suo frutto è molteplice, ma solo da pochi è ben conosciuto ».

 

 

 

CAPITOLO CLII

 

LA SUA DEVOZIONE AL CORPO DEL SIGNORE

 

 

 

789    201. Ardeva di amore in tutte le fibre del suo essere verso il sacramento del Corpo del Signore, preso da stupore oltre ogni misura per tanta benevola degnazione e generosissima carità. Riteneva grave segno di disprezzo non ascoltare ogni giorno la Messa, anche se unica, se il tempo lo permetteva. Si comunicava spesso e con tanta devozione da rendere devoti anche gli altri. Infatti, essendo colmo di reverenza per questo venerando sacramento, offriva il sacrificio dl tutte le sue membra, e, quando riceveva l'agnello immolato, immolava lo spirito in quel fuoco, che ardeva sempre sull'altare del suo cuore.

         Per questo amava la Francia, perché era devota del Corpo del Signore, e desiderava morire in essa per la venerazione che aveva dei sacri misteri.

         Un giorno volle mandare i frati per il mondo con pissidi preziose, perché riponessero in luogo il più degno possibile il prezzo della redenzione, ovunque lo vedessero conservato con poco decoro. ).

 

790    Voleva che si dimostrasse grande rispetto alle mani del sacerdote, perché ad esse è stato conferito il divino potere di consacrare questo sacramento. «Se mi capitasse - diceva spesso - di incontrare insieme un santo che viene dal cielo ed un sacerdote poverello, saluterei prima il prete e correrei a baciargli le mani. Direi infatti: Ohi! Aspetta,  san Lorenzo, perché le mani di costui toccano il Verbo di vita e possiedono un potere sovrumano!»

 

 

 

CAPITOLO CLIII

 

LA SUA DEVOZIONE ALLE RELIQUIE DEI SANTI

 

 

         202. Zelantissimo com'era del culto divino, questo uomo non trascurava di onorare debitamente nulla di ciò che si riferisce a Dio.

 

791    Mentre si trovava a Monte Casale, in territorio di Massa, comandò ai frati di trasportare con la massima riverenza le sante reliquie da una chiesa completamente abbandonata alla loro casa. Sentiva pena che già da troppo tempo fossero rimaste senza venerazione. Ma, essendo egli partito di lì per urgente motivo, i figli dimenticarono l'ordine del Padre e non tennero in gran conto il  merito dell'obbedienza.

         Un giorno, mentre i frati si preparavano a celebrare la Messa, tolsero, come d'uso, la coperta dell'altare: trovarono ossa bellissime, che spandevano un soave profumo, e rimasero assai stupiti a quello spettacolo mai visto.

         Ritornato poco dopo il Santo, si informò diligentemente se avevano eseguito il suo comando. Ma i frati confessarono umilmente la loro colpa, di aver trascurata l'obbedienza, e con la penitenza ottennero anche il perdono. Il  Santo esclamò: «Sia benedetto il Signore mio Dio, che ha compiuto lui stesso ciò che avreste dovuto fare voi!».

         Considera ora attentamente quanto sia stato devoto  Francesco, osserva quale sia la premura di Dio per la nostra polvere e intona un canto di lode alla santa obbedienza. Perché se alla voce del Santo non si è piegato l'uomo, alle sue preghiere ha obbedito Dio.

 

 

 

CAPITOLO CLIV

 

LA SUA DEVOZIONE ALLA CROCE E UN SEGRETO MISTERIOSO

 

 

 

792    203. Infine, chi potrebbe spiegare o chi potrebbe capire come la sua unica gloria sia stata nella croce del Signore? Solo lo può sapere chi, unico, ha avuto la grazia di provarlo.

         Certo, anche se ne avessimo qualche leggera esperienza, le nostre parole, insudiciate come sono dall'uso di cose comuni e senza valore, non sarebbero in grado di esprimere così grandi meraviglie. E forse, proprio per questo si è dovuto manifestare nella carne, perché sarebbe stato impossibile esprimerlo a parole.

         Parli dunque il silenzio, dove vien meno la parola, perché dove non soccorre l'espressione, anche la cosa segnata grida da sé. Solo questo ascolti l'orecchio umano, che non è ancora in tutto chiaro per qual motivo sia apparso  nel Santo questo mistero; infatti quel tanto che è stato da lui rivelato non si può comprendere che in funzione del futuro. Sarà veritiero e degno di fede, colui al quale saranno testimoni natura, legge e grazia.

 

 

 

LE POVERE DAME

 

 

CAPITOLO CLV

 

COME VOLEVA CHE I FRATI SI COMPORTASSERO CON LORO

 

 

 

793    204. Non è giusto tralasciare il ricordo dell'edificio spirituale, molto più nobile di quello materiale, che il Padre dopo la riparazione della chiesa, innalzò in quel luogo sotto la guida dello Spirito Santo, per accrescere la città celeste.

         E non si può credere che Cristo gli abbia parlato dal legno della Croce in un modo così stupendo da incutere timore e dolore in chi ne sente parlare, solo per riparare un'opera cadente, destinata a perire. Ma, come un tempo aveva predetto lo Spirito Santo, lì doveva sorgere un Ordine di sante vergini, destinato ad essere trasferito a suo tempo, come massa scelta di pietre vive, per restaurare la casa celeste.

         Veramente, dopo che le vergini di Cristo cominciarono a raccogliersi in quel luogo provenendo da varie parti del mondo e vi fecero professione di somma perfezione osservando una povertà altissima, nello splendore di ogni virtù, il Padre sottrasse loro a poco a poco la sua presenza fisica. Tuttavia intensificò la sua premura amandole ancor più nello Spirito Santo.

         Infatti, quando il Padre, dalle numerose prove di altissima perfezione che avevano date, le conobbe pronte a sostenere per Cristo ogni danno terreno ed ogni sacrificio e decise a non deviare mai  dalle sante norme ricevute, promise fermamente a loro ed alle altre, che avrebbero professata la povertà nella stessa forma di vita, che avrebbe dato il suo aiuto e consiglio e quello dei suoi frati in perpetuo. Finché visse, mantenne sempre scrupolosamente queste promesse e, prossimo a morire, comandò con premura che si continuasse sempre: perché, diceva, un solo e medesimo spirito ha fatto uscire i frati e quelle donne poverelle da questo mondo malvagio.

 

 

794    205. E poiché i frati un giorno mostravano meraviglia, perché non visitasse più spesso personalmente quelle ancelle di Cristo, così sante, rispose: «Non crediate, carissimi, che io non le ami pienamente. Se infatti fosse una colpa prendersi cura di loro in Cristo, non sarebbe ancora più grave l'averle sposate a Cristo? Non averle chiamate, certo, non sarebbe stata colpa, ma non averne cura dopo averle chiamate, sarebbe enorme crudeltà. Ma vi do l'esempio perché anche voi facciate come io ho fatto. Non voglio che alcuno si offra spontaneamente a fare loro visita, ma ordino che siano incaricati del loro servizio quelli che lo fanno contro voglia e sono maggiormente riluttanti, e soltanto persone di spirito, provati da una degna e lunga vita religiosa».

 

 

 

CAPITOLO CLVI

 

RIPRENDE ALCUNI

CHE ANDAVANO VOLENTIERI Al MONASTERI

 

 

 

795    206. Un frate aveva in monastero due figlie di perfetta condotta religiosa. Un giorno si offrì volentieri per portare là un piccolo e povero dono da parte del Santo, ma questi lo riprese con estrema durezza, con parole che qui non posso riferire. E così, il dono fu inviato per mezzo di un altro, che non voleva saperne, ma poi accondiscese.

         Un altro frate d'inverno, mosso da compassione, si recò ad un altro monastero, non tenendo conto della proibizione del Santo, così tassativa. Quando Francesco lo venne a sapere, lo fece camminare senza tonaca per parecchie miglia, nel freddo intensissimo della neve.

 

 

CAPITOLO CLVII

 

LA PREDICA FATTA PIÙ CON L' ESEMPIO

CHE CON LA PAROLA

 

 

 

796    207. Mentre si trovava presso San Damiano, il Padre fu supplicato più volte dal suo vicario di esporre alle sue figlie la parola di Dio e, alla fine, vinto da tanta insistenza, accettò.

         Quando furono riunite come di consueto per ascoltare la parola del Signore, ma anche per vedere il Padre, Francesco alzò gli occhi al cielo, dove sempre aveva il cuore e cominciò a pregare Cristo. Poi ordinò che gli fosse portata della cenere, ne fece un cerchio sul pavimento tutto attorno alla sua persona, ed il resto se lo pose sul capo.

         Le religiose aspettavano e, al vedere il Padre immobile e in silenzio dentro al cerchio di cenere, sentivano l'animo invaso dallo stupore. Quando, ad un tratto, il Santo si alzò e nella sorpresa generale in luogo del discorso recitò  il salmo Miserere. E appena finito, se ne andò rapidamente fuori.

         Per questo comportamento carico di significato, le serve del Signore provarono tanta contrizione, che scoppiarono in un profluvio di lacrime e a stento si trattennero dal punirsi con le loro stesse mani.

         Col fatto aveva insegnato loro a stimarsi cenere, e inoltre che il suo cuore non provava altro sentimento a loro riguardo che non fosse conforme a questo pensiero.

         Questa era la sua condotta con le religiose, queste le sue visite utilissime, rare però e giustificate da necessità. Questa la sua volontà per tutti i frati: essi dovevano servirle per amore di Cristo, di cui sono serve, ma in modo da guardarsi sempre, come uccelli, dai lacci tesi davanti a loro.

 

 

 

ELOGIO DELLA REGOLA DEI FRATI

 

 

CAPITOLO CLVIII

 

PAROLE Dl ELOGIO PER LA REGOLA

E COME UN FRATE LA PORTAVA CON

 

 

 

797    208. Francesco era zelantissimo per la vita comune e la  Regola, e lasciò una particolare benedizione a quanti ne zelavano l'osservanza.

         Questa, ripeteva, è il libro della vita, speranza di salvezza, midollo del Vangelo, via della perfezione, chiave del Paradiso, patto di eterna alleanza. Voleva che tutti ne avessero il testo e la conoscessero molto bene, e ne facessero sempre oggetto di meditazione con l'uomo interiore, come  sprone contro l'indolenza ed a memoria delle promesse giurate. Insegnò ad averla sempre davanti agli occhi, come richiamo alla propria condotta, e, ciò che più importa, a morire con essa.

 

798    Si ricordò di questo insegnamento un frate laico, che a nostro avviso è da venerare nel numero dei martiri, e conseguì la palma di una gloriosa vittoria. Mentre era trascinato al martirio dai Saraceni, si inginocchiò e tenendo con la estremità delle mani la Regola, disse al compagno: «Fratello carissimo, mi accuso davanti alla Maestà Divina e davanti a te di tutte le colpe che ho commesso contro questa santa Regola».

         Alla breve confessione tenne dietro la spada e così terminò la vita col martirio. Più tardi si rese celebre con miracoli e prodigi.

         Era entrato nell'Ordine così giovinetto, che a stento poteva sopportare il digiuno prescritto dalla Regola. Eppure così fanciullo portava sulla nuda carne il cilizio ! Giovane felice, che ha cominciato santamente, per concludere ancora più felicemente la sua vita!

 

 

 

CAPITOLO CLIX

 

UNA VISIONE CHE GLORIFICA LA REGOLA

 

 

 

799 209. Una volta il padre santissimo ebbe dal cielo una visione, che si riferisce alla Regola.

         Al tempo in cui i frati tenevano adunanze per discutere la conferma della Regola, il Santo, che era molto preoccupato della cosa, fece questo sogno. Gli sembrava di aver raccolto da terra sottilissime briciole di pane e di doverle distribuire a molti frati affamati, che gli stavano attorno. E siccome esitava temendo che briciole così fini, come piccoli granelli di polvere, gli sfuggissero dalle mani, si udi una voce che gli gridava dall'alto: «Francesco, con tutte le briciole forma una sola ostia e dàlla da mangiare a chi vuole». Egli obbedì e quelli che non la ricevevano con devozione, o disprezzavano il dono ricevuto, subito apparivano chiaramente colpiti dalla lebbra.

         Al mattino il Santo raccontò tutto ai compagni, dolente di non  capire il significato misterioso della visione. Ma poco dopo, mentre vegliava in preghiera, gli giunse dal cielo questa voce: «Francesco, le briciole della notte scorsa sono le parole del Vangelo, l'ostia è la Regola, la lebbra l'iniquità ».

         Per quanto riguarda la fedeltà che avevano giurata, i frati di quel tempo non la ritenevano dura o gravosa, ma erano prontissimi a fare in tutto più del dovere. Del resto, è chiaro che non vi può essere tiepidezza o pigrizia dove lo stimolo dell'amore sprona sempre più in alto.

 

 

LE MALATTIE Dl SAN FRANCESCO

 

 

CAPITOLO CLX

 

COLLOQUIO CON UN FRATE

RIGUARDO AL DOVERE DI CURARE IL CORPO

 

 

800    210. Francesco, araldo di Dio, si incamminò sulle vie  di Cristo attraverso numerose pene e gravi malattie, e non ritrasse il piede sino a quando coronò il buon inizio con una fine ancora più santa.

         Infatti, sebbene privo di forze e con il corpo tutto rovinato, mai ebbe una pausa nella corsa verso la perfezione, mai permise che si addolcisse il rigore della disciplina. Tanto è vero, che anche quando il corpo era sfinito, non si sentiva di usargli qualche riguardo senza rimorso di coscienza.

         Un giorno dovendo lenire, sia pure contro volontà, le sofferenze del corpo con vari medicinali, perché i dolori erano superiori alle sue forze, si rivolse con fiducia ad un frate, perché sapeva che gli avrebbe dato un consiglio saggio.

         «Cosa ne pensi, figlio carissimo, del fatto che la mia coscienza mi rimprovera spesso della cura che ho per il corpo? Forse teme che io gli sia troppo indulgente perché è ammalato, e cerchi di soccorrerlo con medicamenti rari. Non già che il corpo provi diletto in qualche cosa, perché rovinato com'è da lunga malattia ha perduto ogni gusto».

 

         211. Il figlio rispose al Padre con grande accortezza, conoscendo che il Signore gli suggeriva le parole: « Dimmi, Padre, se credi: non è stato pronto il tuo corpo ad obbedire ai tuoi ordini?».

         «Gli rendo testimonianza, figlio, che fu obbediente in tutto, in nulla si è risparmiato, ma si precipitava quasi di corsa ad ogni comando. Non ha sfuggito nessuna fatica, non ha rifiutato nessun sacrificio, purché gli fosse possibile obbedire. In questo, io e lui, siamo stati perfettamente d'accordo, di servire senza riserva alcuna Cristo Signore ».

         E il frate: « Dov'è dunque, Padre, la tua generosità, dov'è la pietà e la tua somma discrezione? È questa la riconoscenza che si dimostra agli amici fedeli, ricevere da loro un beneficio e non ricambiarlo nel tempo della necessità? Quale servizio a Cristo tuo Signore hai potuto fare sino ad ora senza l'aiuto del corpo? Come tu stesso dici, non ha affrontato per questo ogni pericolo?».

         «Sì, lo ammetto, figlio -- rispose il Padre --. E verissimo!».

         «E allora--proseguì il frate--è ragionevole che tu venga meno in così grande necessità ad un amico tanto fedele, che per te ha esposto se stesso e tutti i suoi beni sino alla morte? Lungi da te, Padre, aiuto e sostegno degli afflitti, lungi da te questo peccato contro il Signore! ».

         «Benedetto anche tu, figlio mio--concluse il Santo-- perché sei venuto incontro ai miei dubbi con rimedi così saggi e salutari!».

         E rivolgendosi al corpo, cominciò a dirgli tutto lieto: « Rallegrati, frate corpo, e perdonami: ecco, ora sono pronto a soddisfare i tuoi desideri, mi accingo volentieri a dare ascolto ai tuoi lamenti!».

         Ma cosa avrebbe potuto recare conforto a quel povero corpo quasi estinto? Cosa offrirgli a sostegno, essendo in ogni sua parte in rovina? Francesco era già morto a questo mondo, ma Cristo viveva in lui. Le delizie del mondo erano per lui una croce, perché portava radicata nel cuore la Croce di Cristo. E appunto per questo le stimmate rifulgevano all'esterno nella carne, perché dentro la sua radice gli si allungava profondissima nell 'animo.

 

 

 

CAPITOLO CLXI

 

PROMESSA FATTAGLI DAL SIGNORE PER LE SUE INFERMITÀ

 

 

         212. È incredibile come le sue forze potessero resistere, essendo tutto il corpo stremato dai dolori. E tuttavia queste sue tribolazioni, non le chiamava pene ma sorelle.

         Certamente molte sono le ragioni delle sue sofferenze.

 

801    Anzitutto, per renderlo più glorioso nel trionfo, l'Altissimo gli affidò compiti difficili non solo al principio del suo servizio, ma continuò a dargli occasione di gloria anche quando era già veterano.

         Poi, in ciò ha lasciato un esempio ai suoi seguaci, in quanto non ha fatto niente con meno fervore perché maturo di anni, e niente con meno rigore perché ammalato. E neppure senza motivo fu la sua perfetta purificazione in questa valle di lacrime: con essa ha pagato sino all'ultimo spicciolo se vi era rimasto qualcosa da bruciare, in modo da volare poi, purificatissimo, in cielo

         Ma la principale ragione dei suoi dolori penso sia stata, come egli affermava di altri, la speranza di ricevere nel  sopportarli una grande ricompensa.

 

802    213. Una notte, essendo sfinito più del solito per le gravi e diverse molestie delle sue malattie, cominciò nelI'intimo del suo cuore ad avere compassione di se stesso. Ma, affinché lo spirito sempre pronto non provasse, neppure per un istante, alcuna debolezza umana per il corpo, invocò Cristo e col suo aiuto tenne saldo lo scudo della pazienza. Mentre pregava così impegnato in questa lotta, Signore gli promise la vita eterna con questa similitudine:

         «Supponi che la terra e l'universo intiero sia oro prezioso di valore inestimabile e che, tolto ogni dolore, ti venga dato per le tue gravi sofferenze un tesoro di tanta gloria che, a suo confronto, sia un niente l'oro predetto, neppure degno di essere nominato; non saresti tu contento e non sopporteresti volentieri questi dolori momentanei? ».

         «Certo sarei contento--rispose il Santo--e sarei contento smisuratamente!».

         «Esulta dunque,--conclude il Signore--perché la tua infermità è caparra del mio regno e per il merito della pazienza devi aspettarti con sicurezza e certezza di aver parte allo stesso regno ».

         Quanta esultanza pensi che abbia provato questo uomo, beato per una promessa così felice? Con quanta pazienza, non solo, ma anche con quanto amore avrà abbracciato le sofferenze fisiche? Soltanto lui lo sa adesso perfettamente, perché allora non fu in grado di esprimerlo. Tuttavia ne fece qualche cenno ai compagni, come poté.

 

803 In quella circostanza compose alcune Lodi delle creature, in cui le invita a lodare come è loro possibile, il Creatore.

 

 

 

 

IL TRANSITO DEL PADRE SANTO

 

 

 

CAPITOLO CLXII

 

ESORTAZIONE E BENEDIZIONE DEI FRATI PRIMA Dl MORIRE

 

 

 

804    214. Alla morte dell'uomo--dice il saggio--sono svelate tutte le sue opere. È appunto ciò che vediamo gloriosamente compiuto nel Santo. Percorrendo con animo pronto la via dei comandamenti di Dio, giunse attraverso i gradi di tutte le virtù alla più alta vetta, e rifinito a regola d'arte, come un oggetto in metallo duttile, sotto il martello di molteplici tribolazioni, raggiunse il limite ultimo di ogni perfezione.

         Fu allora soprattutto che brillarono maggiormente le sue mirabili azioni, e rifulse chiaramente alla luce della verità che tutta la sua vita era stata divina, quando, dopo aver calpestato le attrattive di questa vita mortale, se ne volò libero al cielo. Infatti, dimostrò di stimare una infamia vivere, secondo il mondo, amò i suoi sino alla fine, accolse la morte cantando.

         Quando sentì vicini gli ultimi giorni, nei quali alla luce effimera sarebbe succeduta la luce eterna, mostrò con l'esempio delle sue virtù che non aveva niente in comune con il mondo. Sfinito da quella malattia così grave, che mise termine ad ogni sua sofferenza, si fece deporre nudo sulla terra nuda, per essere preparato in quell'ora estrema, in cui il nemico avrebbe potuto ancora sfogare la sua ira, a lottare nudo con un avversario nudo.

         In realtà aspettava intrepido il trionfo e con le mani unite stringeva la corona di giustizia. Posto così in terra, e spogliato della veste di sacco, alzò, come sempre il volto al cielo e, tutto fisso con lo sguardo a quella gloria, coprì con la mano sinistra la ferita del lato destro, perché non si vedesse. Poi disse ai frati: «Io ho fatto il mio dovere; quanto spetta a voi, ve lo insegni Cristo! ».

 

805    215. A tale vista, i figli proruppero in pianto dirotto e, traendo dal cuore profondi sospiri, quasi vennero meno sopraffatti dalla commozione.

          Intanto, calmati in qualche modo i singhiozzi, il suo guardiano, che aveva compreso per divina ispirazione il desiderio del Santo, si alzò in fretta, prese una tonaca, i calzoni ed il berretto di sacco: «Sappi--disse al Padre-- che questa tonaca, i calzoni ed il berretto, io te li do in prestito, per santa obbedienza! E perché ti sia chiaro che  non puoi vantare su di essi nessun diritto, ti tolgo ogni potere di cederli ad altri ».

         Il Santo sentì il cuore traboccare di gioia, perché capì di aver tenuto fede sino alla fine a madonna Povertà. Aveva infatti agito in questo modo per amore della povertà, così da non avere in punto di morte neppure l'abito proprio, ma uno ricevuto in prestito da altri.

         Aveva poi l'abitudine di portare in testa un berretto di sacco per coprire le cicatrici riportate nella cura degli occhi, mentre gli sarebbe stato necessario un copricapo di lana qualsiasi, purché fine e morbidissima.

 

806              216. Poi il Santo alzò le mani al cielo, glorificando il suo Cristo, perché poteva andare libero a lui senza impaccio di sorta.

         Ma per dimostrare che in tutto era perfetto imitatore di Cristo suo Dio, amò sino alla fine i suoi frati e figli, che aveva amato fin da principio.

         Fece chiamare tutti i frati presenti nella casa, e cercando di lenire il dolore che dimostravano  per la sua morte, li esortò con affetto paterno all'amore di Dio. Si intrattenne a lungo sulla virtù della pazienza e sull'obbligo di osservare la povertà, raccomandando più di ogni altra norma il santo Vangelo. Poi, mentre tutti i frati gli erano attorno, stese la sua destra su di essi e la pose sul capo di ciascuno cominciando dal suo vicario: «Addio--disse--voi tutti figli miei, vivete nel timore del Signore e conservatevi in esso sempre! E poiché si avvicina l'ora della prova e della tribolazione, beati quelli che persevereranno in ciò che hanno intrapreso! Io infatti mi affretto verso Dio e vi affido tutti alla sua grazia». E benedisse nei presenti anche tutti i frati, ovunque si trovassero nel mondo, e quanti sarebbero venuti dopo di loro sino alla fine dei secoli.

 

 807   Nessuno si usurpi questa benedizione, che impartì ai presenti per gli assenti. Come è stata riportata altrove, ha chiaramente qualche riferimento personale, ma ciò va piuttosto riferito all'ufficio.

 

 

 

CAPITOLO CLXIII

 

ULTIME AZIONI DEL SANTO E SUA MORTE

 

 

 

808    217. Mentre i frati versavano amarissime lacrime e  si lamentavano desolati, si fece portare del pane, lo benedisse, lo spezzò e ne diede da mangiare un pezzetto a ciascuno. Volle anche il libro dei Vangeli e chiese che gli leggessero il Vangelo secondo Giovanni, dal brano che inizia: Prima della festa di Pasqua ecc. Si ricordava in quel momento della santissima cena, che il Signore aveva celebrato con i suoi discepoli per l'ultima volta, e fece tutto questo appunto a veneranda memoria di quella cena e per mostrare quanta tenerezza di amore portasse ai frati.

 

809    Trascorse i pochi giorni che gli rimasero in un inno di lode, invitando i suoi compagni dilettissimi a lodare con lui Cristo. Egli poi, come gli fu possibile, proruppe  in questo salmo: Con la mia voce ho gridato al Signore, con la mia voce ho chiesto soccorso al Signore. Invitava pure tutte le creature alla lode di Dio, e con certi versi, che aveva composto un tempo, le esortava all'amore divino. Perfino la morte, a tutti terribile e odiosa, esortava alla lode, e andandole incontro lieto, la invitava ad essere suo ospite: « Ben venga, mia sorella morte!».

 

810    Si rivolse poi al medico: « Coraggio, frate medico, dimmi pure che la morte è imminente: per me sarà la porta della vita! » E ai frati: «Quando mi vedrete ridotto alI'estremo, deponetemi nudo sulla terra come mi avete visto ieri l'altro, e dopo che sarò morto, lasciatemi giacere così per il tempo necessario a percorrere comodamente un miglio».

         Giunse infine la sua ora, ed essendosi compiuti in lui  tutti i misteri di Cristo, se ne volò felicemente a Dio.

 

 

UN FRATE VEDE L' ANIMA DEL SANTO NEL SUO TRANSITO

 

 

 

811   217a. Un frate suo discepolo, assai rinomato, vide l'anima del padre santissimo salire direttamente al cielo. Era come una stella, ma con la grandezza della luna e lo splendore del sole, e sorvolava la distesa delle acque trasportata in alto da una nuvoletta candida.

 

812    Si radunò allora una grande quantità di gente, che lodava e glorificava il nome del Signore. Accorse in massa tutta la città di Assisi e si affrettarono pure dalla zona adiacente per vedere le  meraviglie, che il Signore aveva manifestato nel suo servo. I figli intanto effondevano in lacrime e sospiri il pio affetto del cuore, addolorati per essere rimasti orfani di tanto padre.

         Ma la singolarità del miracolo mutò il pianto in giubilo e il lutto in esplosione di gioia. Vedevano distintamente il corpo del beato padre ornato delle stimmate di Cristo e precisamente nel centro delle mani e dei piedi, non i fori dei chiodi, ma i chiodi stessi formati dalla sua carne, anzi cresciuti con la carne medesima, che mantenevano il colore oscuro proprio del ferro, e il costato destro arrossato di sangue.  La sua carne, prima oscura di natura, risplendendo di un intenso candore, preannunziava il premio della beata risurrezione. Infine, le sue membra divennero flessibili e molli, non rigide come avviene nei morti, ma rese simili a quelle di un fanciullo.

 

 

 

CAPITOLO CLXIV

 

LA VISIONE DI FRATE AGOSTINO IN PUNTO DI MORTE

 

 

813    218. Era in quel tempo ministro dei frati della Terra  di Lavoro frate Agostino.  Da tempo aveva perduto l'uso della parola, ma, quando giunse all'ora della morte, gridò tutto ad un tratto: «Aspettami, Padre, aspetta! Ecco, ora vengo con te ».

         Tutti i presenti l'udirono e si chiedevano sorpresi a chi parlasse a questo modo. « Non vedete -- rispose con sicurezza--il nostro padre Francesco, che va in cielo? ». E subito la sua anima santa, libera dalla carne, seguì il padre santissimo.

 

 

CAPITOLO CLXV

 

DOPO LA SUA MORTE IL PADRE APPARE AD UN FRATE

 

 

 

814    219. In quella notte e alla stessa ora, il padre glorioso  apparve ad un altro frate di vita lodevole, mentre era intento a pregare. Era vestito di una dalmatica di porpora, e lo seguiva una folla innumerevole di persone.

         Alcuni si staccarono dal gruppo per chiedere al frate:  «Costui non è forse Cristo, o fratello?».

         «Sì, è lui », rispondeva.

         Ed altri di nuovo lo interrogavano: « Non è questi san Francesco? ».

         E il frate allo stesso modo rispondeva affermativamente. In realtà sembrava a lui e a tutta quella folla che Cristo e Francesco fossero una sola persona.

         Questa affermazione non può essere giudicata temeraria da chi sa intendere bene, perché chi aderisce a Dio diventa un solo spirito con Lui e lo stesso Dio sarà tutto in tutti.

         Alla fine, il Padre e quel corteo meraviglioso giunsero in un luogo quanto mai delizioso, dove scorrevano acque limpidissime Era tutto uno splendore di erbe, di fiori, di alberi di ogni specie. Nel mezzo sorgeva un palazzo di straordinaria grandezza e bellissimo. Il nuovo cittadino del cielo vi entrò festoso, e avendo notato numerosi frati attorno ad una mensa, preparata splendidamente e traboccante di ogni sorta di delizie, cominciò con i suoi a banchettare gioiosamente .

 

 

 

CAPITOLO CLXVI

 

VISIONE DEL VESCOVO Dl ASSISI

RIGUARDANTE IL TRANSITO DEL PADRE

 

 

 

8l5     220. Il vescovo di Assisi in quel tempo era andato in pellegrinaggio alla chiesa di San Michele. Mentre nel ritorno si era fermato a Benevento, gli apparve Francesco,  nella notte del suo trapasso, e gli disse: «Ecco, Padre,  lascio il mondo e vado a Cristo».

         Al mattino svegliatosi, il vescovo narrò ai compagni la visione e, chiamato un notaio, fece segnare il giorno e l'ora del transito. Ne fu molto rattristato e pianse per il dolore di avere perduto il migliore dei padri.

         Ritornato poi alla sua terra, raccontò ogni cosa e ringraziò senza fine il Signore per i suoi doni.

 

 

 

 CANONIZZAZIONE E TRASLAZIONE Dl SAN FRANCESCO

 

 

 

816    220a. Nel nome del Signore Gesù. Amen. Nell'anno   della sua Incarnazione 1226, il 3 ottobre,l nel giorno che aveva predetto, compiuti vent'anni da quando aveva aderito in modo perfettissimo a Cristo seguendo la vita e le orme degli Apostoli, l'uomo apostolico Francesco, sciolto dai ceppi di questa vita mortale, passò felicemente a Cristo. E sepolto presso la città di Assisi, cominciò a risplendere ovunque per tanti e così vari miracoli, che indusse in breve tempo gran parte del mondo ad ammirare il secolo rinnovato.

         Poiché già in diverse parti, si era reso famoso per lo splendore di nuovi miracoli, affluivano da ogni luogo persone gioiose di essere state liberate col suo aiuto dai loro affanni, il signor papa Gregorio, trovandosi a Perugia con tutti i cardinali ed altri prelati, cominciò a trattare la sua canonizzazione. Tutti furono concordi e si dissero favorevoli. Lessero e approvarono i miracoli, che il Signore aveva operato per mezzo del suo servo, ed esaltarono con le più alte lodi la santità della sua vita.

         Anzitutto vennero convocati a tanta solennità i principi della terra. Poi, nel giorno fissato, tutto lo stuolo dei prelati e una infinita moltitudine di popolo accompagnarono il Papa in Assisi, per celebrarvi, a maggiore onore del Santo, la sua canonizzazione.    Quando tutti si trovarono nel luogo preparato per una circostanza così solenne, da principio papa Gregorio parlò al popolo ed annunziò con affetto dolcissimo le meraviglie del Signore. Poi, con un nobilissimo discorso, tessé le lodi del padre san Francesco, versando lacrime di commozione mentre esponeva la purezza della sua vita.

         Finito il discorso, papa Gregorio alzò le mani al cielo e  con voce sonora proclamò,...

 

 

 

PREGHIERA DEI COMPAGNI DEL SANTO

 

 

CAPITOLO CLXVII

 

 

 

817    221. Ecco, beato padre, abbiamo tentato nella nostra semplicità di lodare, come meglio ci è stato possibile, le tue mirabili azioni e di esporre a tua gloria almeno alcuni aspetti delle innumerevoli virtù della tua santità.

         Siamo convinti che le nostre parole hanno tolto molto splendore alla tua grandezza, perché non sono in grado di esprimere i prodigi di tanta perfezione. Chiediamo a te ed ai lettori di misurare il nostro affetto dall'impegno che ci siamo assunti, lieti che la penna umana sia superata dall'altezza di così mirabile vita.

         Chi infatti, o grande Santo, potrebbe sentire in sé o imprimere negli altri l'ardore del tuo spirito? Chi dar vita agli ineffabili slanci d'amore, che da te salivano continuamente a Dio? Ma abbiamo scritto queste pagine, attratti dal dolce ricordo che abbiamo di te,  nel desiderio di tramandarlo, finché vivremo, anche se solo balbettando, agli altri.

         Tu ormai ti nutri col fiore di frumento, di cui eri affamato; ora ti disseti al torrente delle delizie, di cui prima eri assetato. Ma non crediamo che l'abbondanza della casa di Dio ti abbia così inebriato, da farti dimenticare i tuoi figli perché anche Colui che ti disseta si ricorda di noi. 

         Attiraci dunque a te, o Padre santo, perché corriamo nella fragranza dei tuoi profumi: tu vedi quanto siamo tiepidi e accidiosi, languidi e pigri, quasi morti per la nostra negligenza! Il piccolo gregge ti segue già con passo incerto, e gli occhi deboli, abbagliati, non sopporta i raggi della tua perfezione. Rinnova i nostri giorni, come all'inizio, specchio e modello dei perfetti, e non permettere che siano dissimili nella vita quelli che ti sono conformi nella professione!

 

 

818    222. Ora presentiamo le nostre umili preghiere alla clemenza della Maestà eterna per il servo di Cristo, il nostro ministro, erede della tua umiltà e tuo seguace nella vera povertà. Egli cura le sue pecorelle con sollecitudine e dolce affetto, per amore del tuo Cristo. Noi ti preghiamo, o Santo, di favorirlo e sostenerlo in tale modo, che, sempre aderendo alle tue stesse orme, possa entrare in possesso eterno di quella lode e gloria, che tu hai conseguito.

 

819    223. Ti supplichiamo anche, con tutto l'affetto del  cuore, o benignissimo Padre, per il tuo figlio, che ora come in passato  ha scritto devotamente le tue lodi. Ha composto questo libretto con pietà filiale secondo le sue capacità, anche se non è degno dei tuoi meriti, e insieme a noi te lo offre e te lo dedica. Degnati di conservarlo e liberarlo da ogni male, aumenta in lui i meriti di santità, e con le tue preghiere rendilo partecipe in eterno della compagnia dei santi.

 

820    224. Ricordati, o Padre, di tutti i tuoi figli. Tu, o  santissimo, conosci perfettamente come, angustiati da gravi pericoli, solo da lontano seguono le tue orme. Dà loro forza per resistere, purificali perché risplendano, rendili fecondi perché portino frutto. Ottieni che sia effuso su di loro lo spirito di grazia e di preghiera, perché abbiano la vera umiltà che tu hai avuto, osservino la povertà che tu hai seguito, meritino quella carità con cui tu hai sempre amato Cristo crocifisso. Egli vive e regna col Padre e lo Spirito Santo nei secoli dei secoli. Amen.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

TRATTATO DEI MIRACOLI

DI SAN FRANCESCO

 

DI

TOMMASO DA CELANO

 

Traduzione di

TEODOSIO LOMBARDI

 e

MAURIZIO MALAGUTI

 

 

         BENCHE' possa essere considerato come un complemento della  Vita seconda il Trattato dei miracoli che -- dietro pressioni soprattutto di Giovanni da Parma -- Tommaso da Celano portò a termine verso il 1252  1253, ha pure dei precisi valori e significati autonomi e nuovi.

         Un valore e un significato, anzitutto, di glorificazione, non solo di Francesco stimmatizzato” ma del movimento religioso da lui suscitato. Calata in un contesto pregnante di misteriosipresagi, la glorificazione dei << due ordini >> religiosi fondati dal Santo ( ma con omissione forse non casuale del << terzo >>) è protesa verso la rivendicazione di una loro << tanto celebrata che famosa missione >> nella Chiesa e nella società cristiana. Questi accenti palesano probabilmente l'immanenza, nel Trattato, di alcune attenzioni e preoccupazioni di Giovanni da Parma, ministro generale.

          Un valore e un significato, inoltre, documentario: di costatazione della diffusione del culto di Francesco, attorno alla metà del secolo XIII, in tutta Europa e nel vicino Oriente; di chiese francescane costruite o in costruzione; di immagini di Francesco stimmatizzato:il tutto in riquadri che richiamano da vicino le tavolette votive dei santuari, ripiene di accidentata, sofferta, talvolta polemica presenza, in scene di lavoro febbrile e di invocazioni devote ( cfr. Introduzione qui, p. 238).

         Scomparso di circolazione in seguito al decreto capitolare del 1266 -- e dubitato perfino della sua esistenza --, il Trattato dei miracoli ci è stato restituito, fortuitamente, soltanto nel 1899, in un unico manoscritto (c. 1300) che, edito dapprima dal bollandista F. van Ortroy, servì agli editori di Quaracchi per la loro edizione (in AF, X, pagine 269 - 331, e si veda anche, ivi, M. Bihl, pp. XXXVI - XLII ). Su questa stessa edizione è stato ricavato anche il nostro volgarizzamento.

 

 

 

 

 

Incomincia il trattato dei miracoli

di san Francesco

 

 

 

 

 

CAPITOLO I

 

LA MIRABILE ORIGINE DELLA SUA RELIGIONE

 

 

821 1. Nel primo capitolo di questa narrazione, nella quale ci siamo sobbarcati a scrivere i miracoli del santissimo padre nostro Francesco, abbiamo ritenuto bene collocare, primo di ogni altro, quel prodigio solenne dal quale il mondo fu come avvertito, scosso e terrorizzato. Tale fu appunto la nascita della Religione, fecondità della donna sterile, generazione di una discendenza con tante ramificazioni.

 

822    Guardava con preoccupazione il vecchio mondo imbrattato nel sudiciume dei vizi, gli ordini (sacri) insensibili agli esempi degli apostoli e, mentre la notte dei peccati era a metà del suo corso, era imposto il silenzio alle sacre discipline; quand'ecco, all'improvviso, emerse sulla terra un uomo nuovo, e all'apparire subitaneo di un nuovo esercito, i popoli furono ripieni di stupore davanti ai segni della rinnovata età apostolica. È ora d'un tratto portata alla luce la perfezione già sepolta della Chiesa primitiva, di cui il mondo leggeva sì le meraviglie, ma non vedeva l'esempio. Perché dunque non si potrà dire che gli ultimi saranno i primi, quando ormai si sono, mirabilmente, trasformati i cuori dei padri nei figli, e quelli dei figli nei padri? O si potrà forse misconoscere il compito così celebre e famoso dei due Ordini, e non ritenerlo come presagio di qualcosa di grande che debba accadere tra breve? Di fatto, dal tempo degli apostoli non fu mai proposto al mondo insegnamento così autorevole, così mirabile.

 

 

823    È da ammirare, inoltre, la fecondità della donna sterile. Sterile, ripeto e arida questa Religione poverella, perché ben lontana dal terreni umidi. Sterile davvero, perché non miete non ammassa nei granai non porta sulla strada del .Signore una bisaccia ricolma. E tuttavia, contro ogni speranza, questo Santo credette nella speranza che sarebbe diventato erede del mondo e non considerò privo di virilità il suo corpo né sterile il seno di Sara, certo che la divina potenza poteva generare da essa il popolo ebreo.

         Questa Religione infatti non si sostiene con cantine ricolme, dispense abbondantemente fornite, amplissimi poderi, ma dalla stessa povertà per la quale si rende degna del cielo, viene meravigliosamente alimentata nel mondo O debolezza di Dio, più forte dell'umana fortezza, che porta gloria alla nostra croce e somministra abbondanza alla povertà!

 

824    Abbiamo infine contemplato questa vigna che, cresciuta  in  pochissimo tempo, ha esteso da mare a mare i suoi tralci fruttiferi. Da ogni parte sono accorse moltitudine di uomini si riversarono a frotte e, d'un tratto si radunarono le pietre vive per la perfetta struttura di questo meraviglioso tempio. E non soltanto la vediamo in breve tempo moltiplicata nel numero dei figli, ma anche glorificata, poiché parecchi di quelli che ha generato, sappiamo che hanno conseguito la palma del martirio, e veneriamo nell'albo dei santi molti dl essi, a motivo della perfetta pratica della virtù. Ma, detto questo, volgiamo ormai il discorso al Capo di tutti costoro di lui ora intendiamo trattare.

 

 

 

CAPITOLO II

 

IL MIRACOLO DELLE STIMMATE

E LA MANIERA IN CUI IL SERAFINO GLI APPARVE

 

 

 

825  2. L'uomo nuovo Francesco si rese famoso per un nuovo e stupendo miracolo, quando apparve insignito di un singolare privilegio, mai concesso nei secoli precedenti, quando cioè fu decorato delle sacre stimmate e reso somigliante in questo corpo mortale al corpo del Crocifisso. Qualunque cosa si possa umanamente dire di lui sarà sempre inferiore alla lode di cui è degno. Non c'è da chiedersi la ragione di tanto evento, perché fu cosa miracolosa, né da ricercare altro esempio, perché unico. Tutto lo zelo dell'uomo di Dio, sia verso gli altri che nel segreto della sua vita interiore, era centrato attorno alla croce del Signore e, fin dal primo istante in cui cominciò a militare sotto il Crocifisso, diversi misteri della Croce risplendettero attorno a lui.

 

826    Quando infatti, all'inizio della sua conversione, aveva deciso di abbandonare ogni vanità di questa vita, Cristo dalla croce gli parlò mentre era intento a pregare; e dalla bocca della stessa immagine scendono a lui queste parole: « Va, Francesco, e ripara la mia casa che, come vedi, va tutta in rovina ». Da allora gli fu impresso nel cuore, a tratti profondi, il ricordo della passione del Signore, e, attuata in pieno la sua conversione interiore, la sua anima cominciò a struggersi per le parole del Diletto.

         Proprio perché si era racchiuso nella stessa croce, indossò anche un abito di penitenza fatto a forma di croce. Quell'abito, se, in quanto lo rendeva più emulo della povertà, era molto conveniente al suo proposito, tuttavia in esso il Santo testimoniò soprattutto il mistero della croce, in quanto che, come la sua mente si era rivestita del Signore crocifisso, così tutto il suo corpo si rivestiva esteriormente della croce di Cristo, e, nel segno col quale Dio aveva debellato le potestà ribelli, in quello stesso poteva militare al servizio di Dio il suo esercito.

 

 

827    3. Vide infatti frate Silvestro, uno dei suoi primi frati, e uomo d'ogni virtù, uscire dalla sua bocca una croce dorata, che abbracciava mirabilmente con l'estensione delle sue braccia tutto l'universo. È stato scritto e provato da sicura fonte, come quel frate Monaldo, famoso per i suoi costumi e le opere di pietà, vide con gli occhi del corpo il beato Francesco crocifisso, mentre il beato Antonio predicava della croce. Era usanza imposta con pio mandato ai primi figli, che ovunque scorgessero un'immagine della croce, manifestassero con un segno la dovuta riverenza.

 

828    Familiare gli era la lettera Tau, fra le altre lettere, con  la quale soltanto firmava i biglietti e decorava le pareti delle celle.  Infatti anche l'uomo di Dio, Pacifico, contemplatore di celesti visioni, scorse con gli occhi della carne sulla fronte del beato padre, una grande lettera Tau, che risplendeva di aureo fulgore. Per convincimento razionale e per fede cattolica appare giusto che chi era così preso da ammirabile amore della croce, sia divenuto anche mirabile per causa della croce. Nulla pertanto è,più veramente consono a lui, quanto ciò che si predica delle stimmate della croce.

 

829    4. Or ecco come avvenne l'apparizione. Due anni  prima di rendere lo spirito al Cielo nell'eremo detto la Verna, in Toscana, ove nel ritiro della devota contemplazione, ormai volgeva tutto se stesso verso la gloria celeste,  vide in visione sopra di sé un Serafino che aveva sei ali con le mani e i piedi inchiodati alla croce. Due ali erano poste sul suo capo, due erano distese come per il volo, due infine coprivano interamente il corpo. A questa visione si meravigliò profondamente, ma non comprendendo che cosa essa significasse per lui, fu pervaso nel cuore da gioia mista a dolore. Si rallegrava per le manifestazioni di grazia con le quali il Serafino lo guardava, ma nel medesimo tempo lo affliggeva l'affissione alla croce. Cercò subito di comprendere che cosa potesse significare tale visione e il suo spirito si tendeva ansioso alla ricerca di una spiegazione. Ma, mentre, cercando fuori di sé, l'intelletto gli venne meno, subito nella sua stessa persona gli si manifestò il senso.

         D'un tratto cominciarono infatti ad apparire nelle sue mani e nei piedi le ferite dei chiodi, nella stessa maniera nella quale poco prima le aveva viste sopra di sé nell'uomo crocifisso. Le sue mani e i suoi piedi apparivano trafitti nel centro dai chiodi, con le teste dei chiodi sporgenti nel palmo delle mani e sul dorso dei piedi, mentre le loro punte uscivano dall'altra parte. Le teste dei chiodi nelle mani e nei piedi erano rotonde e nere, le loro punte erano lunghe e ribattute in modo che sorgendo dalla stessa carne sporgevano dalla carne. Anche il fianco destro, come trafitto da una lancia, era segnato da una rossa cicatrice, che emettendo spesso sangue, inzuppava di quel sacro sangue la tunica e la veste .

         Infatti l'uomo di Dio Rufino, che era di purezza angelica, mentre una volta con filiale affetto curava il corpo del santo padre, sfuggendogli la mano toccò sensibilmente quella ferita. Per questo il servo di Dio soffrì non poco e, allontanando da sé la mano, pregò gemendo che il Signore gli perdonasse.

 

830    5. Due anni dopo egli passò serenamente dalla valle del pianto alla patria beata. Quando la mirabile notizia giunse alle orecchie degli uomini, ci fu gran concorso di popolo, che lodava e glorificava il nome di Dio. Accorsero tutti cittadini di Assisi e della regione, desiderosi di vedere il nuovo miracolo, che Dio aveva operato in questo mondo. La straordinarietà del miracolo mutava il pianto in giubilo e rapiva gli occhi del corpo in stupore ed estasi. Contemplavano dunque il beato corpo divenuto prezioso per le stimmate di Cristo, nelle mani e nei piedi vedevano non già i fori dei chiodi, ma gli stessi chiodi formati per divina virtù dalla sua stessa carne, anzi innati nella sua stessa carne, tanto che premuti da qualsiasi parte, subito reagivano come nervi tutti d'un pezzo dalla parte opposta. Contemplavano anche il fianco rosso di sangue.

 

831    Abbiamo proprio visto queste cose che narriamo, con le mani con cui scriviamo le abbiamo toccate, e ciò che testimoniamo con le labbra l'abbiamo visto con commossi occhi, confermando per ogni tempo ciò che una volta sola abbiamo giurato toccando i sacri oggetti.  Molti frati con noi, mentre viveva il Santo, videro la stessa cosa; alla sua morte poi oltre cinquanta frati, con innumerevoli laici, l'hanno venerato.  Non vi sia alcuna incertezza, nessun dubbio sorga sul dono di questa eterna bontà! E voglia Dio che per tale serafico amore molte membra aderiscano al capo, Cristo, e che in tal guerra si trovino degne di tale armatura, e che nel Regno siano elevate a simile ordine! Chi mai, sano d'intelletto, non direbbe che ciò appartiene alla gloria di Cristo? Ma basti, comunque, la pena già inflitta agli increduli a ripagare gli indevoti e renda dall'altra gli stessi devoti più certi.

 

832    6. Presso Potenza, città del regno di Puglia, vi era un chierico di nome Ruggero, uomo di onore e canonico della Chiesa madre. Costui essendo straziato da lunga infermità un giorno entrò a pregare per la sua salute in una chiesa, in cui vi era dipinta l'effige del beato Francesco, rappresentante le gloriose stimmate. E avvicinandosi per pregare presso l'immagine, si inginocchia molto devotamente. Tuttavia, fissando le stimmate del Santo, volge i pensieri a cose vane, e non respinge con la ragione l'aculeo del dubbio che in lui sorgeva. Infatti, illuso dall'antico nemico, col cuore turbato, cominciò a dire fra sé: «Sarà proprio vero che questo santo sia stato glorificato con tale miracolo, o piuttosto non fu una pia illusione dei suoi? Fu una falsa scoperta e forse un inganno inventato dai frati. Tale prodigio sarebbe superiore ad ogni umano sentire e sarebbe lontano da ogni giudizio della ragione». O stoltezza di uomo! Dovevi piuttosto venerare con tanta maggiore umiltà quel miracolo, quanto più era meno inteso da te! Era tuo dovere sapere, se eri ragionevole, che è cosa facilissima per Iddio rinnovare di continuo il mondo con nuovi miracoli, ed operare sempre in noi per la sua gloria cose che non ha operato in altri. Che altro mai? Mentre si disperde in tali pensieri, viene colpito da Dio con una dura piaga, perché impari dalla sofferenza a non bestemmiare. Viene colpito sulla palma della mano sinistra, poiché era mancino, mentre ode un sibilo come di freccia scoccata dalla balestra. Subito dopo, stupito sia dalla ferita che dal sibilo, si toglie il guanto che portava. Dove non c'era prima alcuna ferita, scopre ora nel mezzo della mano una piaga, come di un colpo di freccia, che gli procurava tanto bruciore, che gli sembrava di venir meno dal dolore. Mirabile a dirsi! Nessun segno di rottura appariva sul guanto, perché alla segreta ferita del cuore rispondesse anche il dolore di una piaga segreta.

 

7. Si lamenta quindi per due giorni e ruggisce esacerbato dal dolore acutissimo, rivelando a tutti il mistero del suo incredulo cuore; confessa di credere che in san Francesco vi furono davvero le sacre stimmate e giura assicurando che era scomparso in lui ogni fantasma di dubbio. Supplica quindi il Santo di Dio, di essere aiutato per merito delle sacre stimmate, e pregando versa molte lacrime. Nuovo miracolo: svanita l'incredulità, la guarigione del corpo segue alla guarigione dello spirito. Sparisce ogni sofferenza, si calma il bruciore, scompare ogni segno della ferita. Quell'uomo diviene umile davanti a Dio, devoto al Santo e legato all'Ordine dei frati da perenne amicizia. Questo miracolo fu sottoscritto con giuramento e controfirmato dal vescovo locale. Mirabile benedetta potenza di Dio, che nella città di Potenza fece cose magnifiche!

 

833    8. È costume delle nobili matrone romane, sia vedove che sposate, soprattutto di quelle a cui la ricchezza consente il privilegio della generosità e a cui Cristo infonde il suo amore, di avere nelle proprie case delle camerette o un rifugio idoneo alla preghiera, in cui conservano qualche immagine dipinta e l'effige di quel Santo che venerano in modo particolare. Orbene, una signora nobile per purezza di costumi e per fama di antenati, aveva scelto san Francesco come suo  protettore. Teneva la sua immagine dipinta nella cameretta appartata, dove in segreto pregava il Padre. Un giorno mentre pregava devotamente e con grande attenzione cercava i santi segni, non vedendoli raffigurati, si meravigliò e se ne addolorò. Ma non c'era nessuna ragione di meravigliarsi, dal momento che non c'era nel dipinto ciò che il pittore aveva tralasciato di raffigurare. Per più giorni cela in cuor suo il fatto, né lo dice ad alcuno, pur guardando frequentemente l'immagine e sempre con dolore. Ed ecco che un giorno, d'improvviso, quei meravigliosi segni apparvero sulle mani, come di solito appaiono dipinti nelle altre immagini, poiché la potenza divina aveva supplito ciò che.era stato dimenticato dall'umana arte.

 

9. Tremante la donna chiama subito a sé la figlia, che la seguiva nel suo santo proposito e indicandole ciò che era accaduto, diligentemente le domanda se fino allora avesse visto l'immagine senza le stimmate La fanciulla asserisce e giura che prima l'immagine era senza le stimmate e che ora invece appariva chiaramente con le stimmate. Ma proprio perché la mente umana spesso si confonde e cade, rimettendo in dubbio la verità subentra di nuovo nel cuore della donna un dubbio ansioso, che fin dal principio così fosse stata l'immagine. Ma la potenza di Dio, perché non venga misconosciuto il primo miracolo, ne aggiunge un secondo. Sparirono infatti immediatamente quei segni, e l'immagine rimase priva di quegli ornamenti, in modo che attraverso un altro prodigio fosse reso evidente quello precedente. Io stesso ho visto quella sposa piena di ogni virtù, ho visto ripeto, in abito secolare un'anima consacrata a Dio.

 

834    10. Sin dalla nascita, la ragione umana si lascia così  irretire da sensazioni grossolane e da fallaci fantasie che sopraffatta da un'instabile immaginazione, è costretta qualche volta a mettere in dubbio ciò che si deve credere. Perciò non soltanto andiamo soggetti a dubbi sui fatti meravigliosi dei santi, ma spesse volte la stessa fede nelle cose della salvezza diviene oggetto di molte obbiezioni.

         Un frate dell'ordine dei minori, predicatore per ufficio e di integra vita, era fermamente persuaso del miracolo delle sacre stimmate; ma un giorno egli venne preso dal tormento del dubbio intorno al miracolo del Santo. Puoi immaginare la guerra sorta nel suo animo, mentre la ragione d'un lato difende la verità, e dall'altro la fantasia suggerisce sempre il contrario. La ragione, sostenuta da molti particolari, ammette che è proprio così come si dice, e, in mancanza di ulteriori argomenti, si appoggia alla verità proposta dalla santa Chiesa. Congiurano dall'altra parte contro la credibilità del miracolo le ombre dei sensi, poiché sembra essere cosa totalmente contraria alle leggi della natura e, oltre a ciò, mai verificatasi nei secoli precedenti. Una sera, affaticato da tale ansietà, entra in cella, ormai aggrappato alla debolezza della ragione, e quanto mai scosso dalla protervia del dubbio. Ora, mentre dormiva, gli apparve san Francesco, coi piedi infangati, dal sembiante umilmente duro e pazientemente sdegnato. «Perché questo contrasto e queste incertezze in te? esclamò. Perché questi dubbi volgari? Guarda le mie mani e i miei piedi». Ma egli poteva vedere le mani trafitte, non vedeva però le stimmate dei piedi infangati. «Togli, aggiunse il Santo, il fango dai miei piedi e vedi i posti dei chiodi! ». Prendendo quegli i piedi del Santo, gli sembrò di togliere il fango e di toccar con le mani i posti dei chiodi. Subito dopo, svegliandosi, si sciolse tutto in lacrime e purificò con una pubblica confessione i sentimenti che in qualche modo gli avevano inzaccherato l'animo.

 

 835   11. Perché non si ritenga che quelle sacre stimmate dell'invitto soldato di Cristo non avessero un eccezionale potere, oltre a quello d'essere segno di un dono speciale e privilegio di supremo amore,--ciò che costituisce la meraviglia di tutto il mondo; quanto siano armi potenti presso Dio quei sacri segni, lo si può vedere attraverso un fatto avvenuto in Spagna, nel regno di Castiglia, a motivo della novità di un più evidente miracolo.

         Due uomini erano ferocemente divisi da una vecchia lite; essi non avevano tregua nel loro animo esacerbato; e non poteva esserci né una pace durevole né un rimedio temporaneo del loro furore se non quando l'uno o l'altro avesse crudelmente ucciso il nemico. Ambedue armati e spalleggiati dai compagni si tendevano l'un l'altro frequenti insidie, perché non si poteva compiere in pubblico un delitto. Una volta sul tardi, a crepuscolo ormai inoltrato, accadde che un uomo di chiara fama ed onestà dovesse passare per quella via, dove l'uno aveva preparato una insidia mortale per l'altro. Costui si affrettava, come d'abitudine, per andare a pregare dopo l'ora di Compieta alla chiesa dei frati, essendo quanto mai devoto del beato Francesco; tutto ad un tratto i figli delle tenebre si gettarono sul figlio della luce avendolo scambiato per il loro avversario a lungo ricercato a morte. Avendolo trafitto mortalmente da ogni parte, lo lasciarono mezzo morto. Alla fine colui che gli era nemico più crudele gli conficcò profondamente la spada nel collo e, non potendola ritrarre, la lasciò infissa nella ferita.

 

12. Si accorse da ogni parte, e mentre le grida salivano fino al cielo, tutto il vicinato piangeva la morte delI'innocente. Poiché c'era ancora un alito di vita in quell'uomo, i medici decisero di non estrarre la spada dalla gola. Forse essi così agivano nella speranza di una confessione, affinché la vittima almeno con un segno rivelasse qualche cosa. Lavorarono quindi tutta la notte fino all'alba, a tergere il sangue e a curare le ferite inflitte dai molti e profondi colpi; non ottenendo nessun risultato, smisero di curarlo. Stavano attorno al letto con i medici anche i frati minori, presi da immenso dolore, in attesa della fine delI'amico. Ed ecco, la campana dei frati chiamò al mattutino. Al suono della campana, la moglie corse gemendo vicino al letto: «Mio signore, esclama, alzati presto vai al mattutino, perché la campana ti chiama! ». Subito colui che si credeva sul punto di morire, dopo aver emesso un mormorio confuso dal petto, fece a fatica qualche cenno. E, levando la mano verso la spada infitta nella gola, pareva indicare a qualcuno di estrarla. Cosa davvero sorprendente! Improvvisamente la spada fu come proiettata via dalla ferita e scagliata come dalla mano d'un uomo robustissimo sino alla porta di casa, sotto gli occhi di tutti. Quell'uomo si alzò e perfettamente guarito, come se si fosse risvegliato dal sonno, prese a raccontare le meraviglie del Signore.

 

13. Sì grande stupore prese il cuore di tutti che, storditi, credevano che il fatto fosse frutto della fantasia. A questo punto l'uomo guarito esclamò: « Non temete, non crediate illusione ciò che vedete! Giacché san Francesco, cui sempre sono stato devoto, è appena uscito di qui e mi ha sanato completamente da ogni piaga. A ogni mia ferita ha sovrapposto quelle sue sacratissime stimmate; con la loro dolcezza ha alleviato le mie piaghe; come vedete, al loro contatto, ogni ferita si è mirabilmente rimarginata. Mentre infatti udivate i rantoli del mio petto, sembrava che il santissimo padre dopo aver dolcemente rimarginato tutte le ferite volesse allontanarsi lasciando la spada nella gola. Non riuscendo a parlare, gli facevo debolmente cenno con la mano perché estraesse la spada, ormai sotto il pericolo della morte  imminente. Afferrandola subito, come tutti avete potuto constatare, la scagliò via con forza. E così come prima aveva fatto, toccando e lenendo con le sacre stimmate la gola ferita, la risanò completamente, senza che rimanesse alcun segno». Al racconto di tali fatti nessuno potrà non stupirsi. Chi dunque potrà mai dubitare che quanto è detto delle stimmate non sia opera divina?

 

 

 

CAPITOLO III

 

IL POTERE CHE EBBE SULLE CREATURE INSENSIBILI,

E SPECIALMENTE SUL FUOCO

 

 

 

836    14. Nel tempo in cui era afflitto dalla malattia degli occhi, i confratelli persuasero l'uomo di Dio ad accettare le cure; perciò venne chiamato al luogo dei frati un chirurgo. Costui portò con sé lo strumento di ferro per la cauterizzazione e ordinò di metterlo sul fuoco, fino a che non fosse reso incandescente. Al che il beato Padre, confortando il proprio corpo scosso dal timore, così si rivolse al fuoco: « Fratello mio fuoco, l'Altissimo ti ha creato per emulare in bellezza le altre cose, potente, bello e utile. Siimi favorevole in questo momento, siimi amico, poiché già ti ho amato nel Signore! Prego il grande Iddio che ti ha creato, che moderi il tuo calore in modo che ora io possa dolcemente sopportarlo ». Terminata l'orazione, benedisse con un segno di croce il fuoco e quindi, pieno di coraggio, attese. Mentre il ferro rovente e scintillante veniva afferrato dal chirurgo, i frati fuggirono vinti da umana paura e il Santo lieto e senza esitazione si sottopose al ferro. Il ferro crepitando penetrava nella morbida carne e venne fatta la cauterizzazione a tratti dall'orecchio al sopracciglio. Quanto quel fuoco abbia provocato dolore, ne è testimonianza la parola di colui che ne ebbe esperienza. Infatti, ritornati i frati che erano fuggiti, il Padre sorridendo disse: «Paurosi e deboli di cuore, perché mai siete fuggiti? In verità vi dico, non ho sentito né il calore del fuoco né alcun dolore della carne». E rivolto al medico: «Se la carne non è ben cotta, applica di nuovo il ferro!». Il medico, che conosceva ben altre conseguenze di simili operazioni, magnificò tale miracolo, esclamando: «Dico a voi, fratelli, ho visto oggi cose mirabili ». Era forse tornato alla primitiva innocenza colui al volere del quale si arrendevano ammansiti gli esseri indocili.

 

837    15. Il beato Francesco, desiderando qualche volta andare ad un eremo per attendere più liberamente alla contemplazione, poiché era molto debole, ottenne da un povero uomo un asino da cavalcare. Costui mentre saliva nella calura estiva per i viottoli montagnosi, seguendo l'uomo di Dio, è preso dalla fatica del lungo cammino su una strada troppo aspra e lunga, e, prima di arrivare alla meta, viene meno dalla sete. Si mette dunque a supplicare con insistenza il Santo che abbia pietà di lui, dicendo che sarebbe morto se non avesse bevuto qualche sorso d'acqua. Il santo di Dio, che sempre era compassionevole verso gli afflitti, senza indugio discese dall'asino e, piegate a terra le ginocchia, alzò le palme verso il cielo, non cessando di pregare, finché si sentì esaudito. «Affrettati, disse al contadino, e troverai acqua viva, che in questo istante Cristo misericordioso ha fatto sgorgare dalla pietra». Stupenda degnazione di Dio, che si china verso i suoi servi così facilmente!

         Beve il contadino l'acqua sgorgata dalla pietra per virtù della preghiera del Santo e gustò una bevanda tratta dalla durissima roccia. Polla d'acqua in quel luogo non c'era mai stata, né in seguito si è mai potuta ritrovare, come dimostrano le ricerche diligentemente fatte.

 

838    16. Gagliano  è un paese popoloso e illustre in diocesi di Sulmona. In esso viveva una donna di nome Maria che, giunta alla conversione attraverso le difficili vie del mondo, si era dedicata totalmente al servizio di san Francesco.

         Era salita un giorno su un monte, riarso per la totale mancanza d'acqua, con l'intenzione di potare gli aceri verdeggianti; aveva dimenticato di portare con sé l'acqua e, per il calore eccessivo, cominciò a venir meno per l'arsura della sete. Non potendo ormai far nulla e giacendo per terra esaurita, cominciò a invocare il suo patrono san Francesco. Affaticata si assopì. Ed ecco sopraggiungere san Francesco, che la chiamò col suo nome: «Alzati e bevi l'acqua che a te e a molti altri viene offerta quale dono di Dio». Sbadigliò la donna a tale voce e vinta dal sonno tornò a riposare. Chiamata ancora una volta, ancor molto stanca, rimase a terra sdraiata. La terza volta però, confortata al comando del Santo si alzò. E afferrando una felce vicina la estrasse dal terreno. Avendo allora scorto che la sua radice era tutta intrisa d'acqua, con le dita e con un piccolo ramoscello cominciò a scavare tutt'attorno. Subito la fossa si riempì d'acqua e la piccola goccia crebbe fino a divenire fonte. Bevve la donna e dissetata, si lavò gli occhi che, gravemente indeboliti da una lunga malattia, non potevano vedere nulla con chiarezza. Si illuminarono i suoi occhi e, sparita la rugosa vecchiezza si riempirono come di nuova luce. La donna si affrettò verso casa, per annunciare a tutti tale stupendo miracolo a gloria di san Francesco. Si diffuse la notizia del miracolo in altre regioni, giungendo alle orecchie di tutti. Accorsero da ogni parte molti colpiti da varie malattie che, fatta anzitutto la confessione per la salvezza dell'anima, vennero qui liberati dalle loro infermità. Infatti i ciechi riaquistarono la vista, gli zoppi ripresero a camminare, anche gli obesi divennero più snelli, e ad ogni infermità viene offerto il giusto rimedio. Ancora oggi dalla fonte prodigiosa l'acqua continua a sgorgare; è stato qui costruito un oratorio in onore di san Francesco.

 

839    17. Nel periodo in cui era presso l'eremo di Sant'Urbano, il beato Francesco gravemente ammalato, con labbra aride, domandò un po' di vino, gli risposero che non ce n'era. Chiese allora che gli portassero dell'acqua e quando gliela ebbero portata la benedisse con un segno di croce. Subito l'acqua perse il proprio sapore, e ne acquistò un altro. Diventò ottimo vino quella che prima era acqua pura, e ciò che non poté la povertà, lo provvide la santità. Dopo averlo bevuto, quell'uomo di Dio si ristabilì molto in fretta e come la miracolosa conversione dell'acqua in vino fu la causa della guarigione, così la miracolosa guarigione testimoniava quella conversione.

 

840    18. Nella provincia di Rieti era scoppiata una pestilenza molto grave che contagiava i bovini, tanto che solo qualche bue poteva sopravvivere. A un uomo timorato di Dio, di notte attraverso un sogno venne fatto sapere di recarsi con sollecitudine ad un eremo di frati per prendere l'acqua con cui si lavavano le mani e i piedi del beato Francesco, che allora là si trovava, per aspergere con essa tutti i bovini. Alla mattina levatosi quell'uomo, ben ansioso di ottenere il beneficio, venne al luogo indicato, e, all'insaputa del Santo, poté ottenere dagli altri frati quell'acqua, che poi asperse su tutti i bovini, come gli era stato comandato. Da quel momento cessò per grazia di Dio il pestilenziale contagio, né più riapparve in quella zona.

 

841 19. In regioni diverse molte genti offrivano molto spesso a san  Francesco con fervida devozione pane ed altri cibi perché li benedicesse.

         Conservandosi questi per lungo tempo senza corrompersi, grazie all'intervento divino, se presi come cibo risanavano i corpi affetti da malattia. E stato anche provato infatti che per loro virtù furono allontanate violente tempeste di grandine e tuoni. Affermano alcuni di aver constatato che, per virtù del cordone che egli cingeva e delle pezzuole scucite dai suoi abiti, sono stati scacciati i morbi e fugate le febbri, recuperando così la tanto desiderata salute.

 

842    Celebrando il Santo, il giorno della Natività del Signore, la memoria del presepio del bambino di Betlemme, e rievocando misticamente tutti i particolari dell'ambiente nel quale nacque il bambino Gesù, molti prodigi si manifestarono per intervento divino. Fra questi vi è quello del fieno sottratto a quella mangiatoia, che divenne rimedio alle infermità di molti e che fu utile particolarmente alle partorienti in difficoltà e a tutti gli animali contagiati da epidemie.

         Avendo narrato tutto ciò delle creature insensibili, aggiungiamo ora qualcosa sull'obbedienza prestata dalle creature sensibili.

 

 

 

 

CAPITOLO IV

 

IL POTERE CHE EBBE SULLE CREATURE SENSIBILI

 

 

 

843    20. Le stesse creature si sentivano spinte a rispondere con amore a san Francesco e a ricambiare con gratitudine quanto era loro dato.

         Una volta, facendo viaggio attraverso la valle Spoletana, nelle vicinanze di Bevagna, arrivò ad un luogo ove si era radunata una grandissima quantità di uccelli di varie specie.. Avendoli scorti il santo di Dio per il particolare amore del Creatore, con cui amava tutte le creature, accorse sollecitamente a quel luogo, salutandoli col modo consueto, come se fossero dotati di ragione. Poiché gli uccelli non volavano via, egli si avvicinò e andando e venendo in mezzo a loro, toccava col lembo della sua tonaca il loro capo e il loro corpo. Pieno di gioia e di ammirazione, li invitò ad ascoltare volentieri la parola di Dio, e così disse: «Fratelli miei uccelli! Dovete lodare molto il vostro Creatore e sempre amarlo perché vi ha rivestito di piume e vi ha donato le penne per volare. Infatti tra tutte le creature vi ha fatti liberi, donandovi la trasparenza dell'aria. Voi non seminate né mietete, eppure Egli vi mantiene senza alcuno vostro sforzo!».

         A tali parole, gli uccelli, facendo festa, cominciarono ad allungare il collo, spalancare le ali, aprire il becco, fissandolo attentamente. Né si allontanarono da là, finché, fatto un segno di croce, non diede loro il permesso e la benedizione.

         Tornato dai frati, cominciò ad accusarsi di negligenza, perché prima non aveva mai predicato agli uccelli. Perciò da quel giorno esortava gli uccelli, gli animali ed anche le creature insensibili, alla lode e all'amore verso il Creatore.

 

844    21. S'avvicinò una volta ad un paese di nome Alviano, per predicarvi. Radunato il popolo e chiesto il silenzio, quasi non poteva essere udito per il garrire delle molte rondini che nidificavano in quel luogo. Mentre tutti lo ascoltavano, si rivolse ad esse dicendo: «Sorelle mie rondini, ormai è ora che parli anch'io, giacché voi fino ad  ora avete detto abbastanza! Ascoltate la parola di Dio standovene zitte, finché  il discorso d l Signore sarà terminato ».

         E quelle, come fossero dotate di ragione, subito tacquero, né si mossero dal loro luogo, finché tutta la predica fu finita. Tutti coloro che assistettero, pieni di stupore, dettero gloria a Dio.

 

845    22. Nella città di Parma, uno studente era talmente infastidito dall'insistente garrire di una rondine, da non poter in alcun modo meditare. Costui piuttosto eccitato, cominciò a dire: «Questa rondine è stata una di quelle, che, come si legge, una volta non permetteva a san Francesco di predicare, finché egli non le impose il silenzio ». E rivolto alla rondine esclamò: «In nome di san Francesco ti ordino che tu permetta di essere da me presa». Essa tosto volò tra le sue mani. Stupefatto lo studente le restituì la libertà, e in seguito non sentì più il suo garrire.

 

846    23. Mentre un giorno il beato Francesco attraversava, su di una piccola barca, il lago di Rieti diretto verso l'eremo di Greccio,  un pescatore gli offrì un uccello fluviale, con cui rallegrarsi davanti al Signore. Il beato padre lo prese con gioia e lo invitò con dolcezza a volare via liberamente. Esso non voleva andarsene e si rannicchiava come in un nido nelle sue mani, il Santo allora, alzati gli occhi al cielo, rimase a lungo in preghiera. Dopo una lunga pausa, come ritornato in sé da un'estasi, comandò dolcemente all'uccello di ritornare senza timore alla libertà di prima. Ricevuto dunque il permesso con la sua benedizione, lietamente, con un battito d'ali l'uccello volò via liberamente.

 

847    24. Un'altra volta, sullo stesso lago, viaggiando su di una barchetta, giunse al porto, dove gli fu offerto un grosso pesce ancor vivo. Chiamandolo egli con il nome di fratello, secondo la sua usanza, lo rimise in acqua vicino alla barca. Ma il pesce giocherellava in acqua presso il Santo, che con gioia lodava Cristo Signore. Il pesce non si allontanò da quel posto, fino a ché non gli fu ordinato dal Santo.

 

848    25. Mentre il beato Francesco era in un eremo. come al solito lontano dagli uomini e dal loro parlare, un falco che aveva il nido in quel luogo si legò a lui con grande patto d'amicizia. Infatti di notte, quando il Santo era solito alzarsi per i divini uffici, il falco lo anticipava sempre col suo canto e schiamazzo. La cosa era molto gradita al Santo, poiché con tanta sollecitudine lo scuoteva da ogni indugio. Quando però il Santo più del solito era disturbato da qualche malessere, il falco si tratteneva e non cominciava così presto le sue veglie. Come istruito da Dio, verso l'alba suonava la campana della sua voce con tocco leggero. Nessuna meraviglia dunque, se anche tutte le altre creature venerano un così grande amante del Creatore.

 

849    26. Un nobile del contado di Siena, mandò al beato Francesco infermo un fagiano, Egli lo ricevette con gratitudine, non per il desiderio di mangiarlo, ma secondo l'abitudine per la quale si rallegrava di tali cose per amore del Creatore, disse al fagiano: «Sia lodato il nostro Creatore, fratello fagiano!». E ai frati: «Proviamo ora se frate fagiano voglia stare con noi, oppure andarsene ai luoghi abituali e a lui più confacenti ». Allora un frate per ordine del Santo portando l'uccello, lo pose lontano in un vigneto. Esso subito, con volo rapido, ritornò alla cella del Padre, che ordinò ancora di portarlo più lontano. L'uccello con estrema velocità tornò alla porta della cella e, come facendo violenza, entrò di sotto le tonache dei frati che erano all'ingresso. Allora il Santo ordinò di nutrirlo con cura, accarezzandolo e parlandogli dolcemente. Un medico, assai devoto al Santo di Dio, vista la cosa, chiese l'uccello ai frati, non per mangiarlo, ma per allevarlo in ossequio al Santo. Lo portò con sé a casa, ma il fagiano, quasi offeso per essere stato allontanato dal Santo, finché rimase lontano dalla sua presenza non volle mangiare  nulla. Stupefatto il medico, riportò con premura il fagiano al Santo, e narrò dettagliatamente tutto ciò che era accaduto. Il fagiano, posto in terra, appena scorse il Padre suo, lasciò ogni tristezza, e cominciò lietamente a mangiare.

 

850    27. Accanto alla cella del Santo di Dio, presso la Porziuncola, una cicala, che stava di solito su un fico, cantava frequentemente con la consueta dolcezza.

         Il beato padre una volta, stendendo la mano, la chiamò con dolcezza verso di sé: « Sorella mia cicala, vieni da me! ». Ed essa, come dotata di ragione, subito si pose sulla sua mano. Ed egli rivolto ad essa: « Canta, sorella mia cicala, e loda con la tua letizia il Signore Creatore ».

         Essa obbedendo senza indugio cominciò a cantare, senza tregua finché l'uomo di Dio, unendo la sua lode ai canti di lei, le permise di tornarsene nel suo solito posto, nel quale essa rimase ininterrottamente come fosse legata per otto giorni. E il Santo ogni volta che usciva dalla cella, le ordinava, accarezzandola con le mani, di cantare ed essa era sempre sollecita ad obbedire alle sue richieste. E il Santo disse ai compagni: « Diamo ormai libertà a nostra sorella cicala, che fino ad ora ci ha rallegrati abbastanza, in modo che la nostra carne non si glorii vanamente per tal fatto ».

         E subito essa, da lui licenziata si allontanò senza farsi vedere più. I frati furono molto stupiti di ciò.

 

851    28. Essendo in un luogo povero, il Santo beveva in un vaso di coccio, In esso, dopo la sua morte, delle api, con arte meravigliosa, fabbricarono le cellule dei favi, quasi a indicare mirabilmente, la divina contemplazione che là aveva gustato.

 

852    29. Presso Greccio fu offerto a san Francesco un leprotto vivo e ancora in forza. Posto di nuovo in libertà poteva fuggire dove voleva; quando il Santo lo richiamò a sé, quello agilmente gli saltò sul petto. Il Santo, ricevendolo benevolmente, e ammonendolo dolcemente di non farsi più prendere, lo benedisse e gli ordinò di tornare nella selva.

 

853    30. Qualcosa di simile accadde di un coniglio  che è un animale molto selvatico, quando il Santo dimorava nelI'isola del lago di Perugia.

 

854    31. Una volta facendo viaggio da Siena alla vallata  di Spoleto, il Santo giunse in un campo dove pascolava un gregge abbastanza grande; egli lo salutò benevolmente, come era solito, e le pecore accorsero tutte da lui, e levando le teste e belando rispondevano al suo saluto. Il suo vicario notò attentamente ciò che le pecore avevano fatto e seguendo con i compagni a passo più lento, disse agli altri: « Avete visto cosa le pecore hanno fatto al Padre? Veramente, soggiunse, è grande costui che gli animali venerano come un padre e che, pur privi di ragione, riconoscono come amico del loro Creatore ».

 

855    32. Le allodole, amiche della luce del giorno e paurose delle ombre del crepuscolo, quella sera in cui san Francesco passò dal mondo a Cristo, pur essendo già iniziato il crepuscolo, si posarono sul tetto della casa e a lungo garrirono roteando attorno. Non sappiamo se abbiano voluto a modo loro dimostrare la gioia o la mestizia, cantando. Esse cantavano un gioioso pianto e una gioia dolorosa, quasi piangessero il lutto dei figli o volessero indicare l'entrata del Padre nell'eterna gloria. Le guardie della città che attentamente  custodivano quel luogo, stupite invitarono gli altri all 'ammirazione.

 

 

 

CAPITOLO V

 

LA DIVINA CLEMENZA FU SEMPRE PRONTA AD ESAUDIRE

I DESIDERI Dl SAN FRANCESCO

 

 

 

856    33. Non soltanto la creatura ubbidiva al solo cenno di  quest'uomo, ma la Provvidenza stessa del Creatore condiscendeva ovunque ai suoi desideri. Quella paterna clemenza preveniva i suoi desideri e anticipatamente con sollecitudine accorreva come a colui che si era abbandonata ad essa. Si manifestavano ad un tempo il bisogno e la grazia, il desiderio e il soccorso.

         Nel sesto anno della sua conversione, ardendo dal desiderio del martirio, volle passare il mare diretto in Siria. Avendo salpato con una nave, diretta a quel luogo, per la furia dei venti contrari, finì sulla costa della Schiavonia con gli altri naviganti. Vedendosi impedito nella realizzazione del suo grande desiderio, dopo poco pregò alcuni marinai in viaggio per Ancona di condurlo con sé nella traversata. Essi rifiutarono ostinatamente di riceverlo per mancanza di cibo, e il Santo di Dio, confidando quanto mai nella bontà del Signore, entrò di soppiatto nella nave con un compagno. Per divina provvidenza si presentò subito un individuo sconosciuto a tutti, che portava con sé il vitto necessario. Chiamato un marinaio timorato di Dio, costui gli disse: «Prendi con te tutto questo e lo darai fedelmente secondo necessità ai poverelli nascosti nella nave». Levatasi in seguito una forte tempesta, per molti giorni i marinai remarono con fatica esaurendo tutte le loro cibarie e rimasero solo quelle del povero Francesco. Ora queste per divina grazia e potenza furono moltiplicate sì che, malgrado vi fossero ancora molti giorni di navigazione, soccorsero abbondantemente alla necessità di tutti sino al porto di Ancona. Pertanto i marinai, vedendo che erano stati salvati dal pericolo del mare grazie al servo di Dio Francesco e che avevano ricevuto da lui quanto gli avevano negato, resero grazie a Dio onnipotente, che sempre si mostra mirabile ed amabile nei suoi servi.

 

857    34. Di ritorno dalla Spagna, non avendo potuto secondo il suo desiderio raggiungere il Marocco, san Francesco si ammalò molto gravemente. Infatti oppresso dalla miseria e dalla debolezza e cacciato dalla casa per la durezza dell'ospite, per tre giorni perse la parola. Ricuperate comunque in qualche modo le forze, camminando per la strada disse a frate Bernardo che avrebbe mangiato un uccello, se mai ne avesse avuto uno. Ed ecco accorrere attraverso un campo un cavaliere con uno squisito uccello. Costui disse al beato Francesco: «Servo di Dio, accetta con  piacere ciò che ti manda la divina clemenza». Accettò con gioia il dono e comprendendo come Cristo avesse cura di  lui, lo benedisse in ogni cosa.

 

858    35. Giacendo infermo nel palazzo del vescovo di  Rieti, rivestito di una povera tonaca assai vecchia, il padre dei poveri, disse una volta ad uno dei suoi compagni che aveva scelto come suo guardiano: «Vorrei, fratello, che tu, potendolo, mi procurassi del panno per una tonaca». Il frate udito ciò stava pensando come trovare il panno tanto necessario e tanto umilmente richiesto. Il mattino seguente, quindi, molto presto si avviò alla porta per andare in città e procurarsi il panno: ed ecco c'era sulla porta un uomo che intendeva parlargli. Costui disse al frate: «Ricevi, fratello, per amor di Dio del panno per sei tuniche, e tenendone una per te, distribuisci le rimanenti per il bene dell'anima mia, come ti parrà». Tutto lieto, il frate torna  dal beato Francesco, e racconta del dono venuto dal cielo. A lui il Padre rispose: «Prendi le tuniche, perché per questo quell'uomo è stato mandato, per soccorrere in tale modo alla mia necessità. Siano dunque rese grazie a Colui che si prende cura di noi ».

 

859    36. Mentre il santo uomo stava in un eremo, un  medico lo visitava ogni giorno per la cura degli occhi. Un giorno il Santo disse ai suoi: «Invitate il medico e dategli da mangiare benissimo ». Rispose il guardiano: «Padre, lo diciamo timidamente, ci vergognamo di invitarlo, tanto siamo poveri in questo momento ». Rispose il Santo dicendo: «Uomini di poca fede, perché volete che ve lo ripeta? ». Il medico che era presente, esclamò: «Anch'io, fratelli carissimi, stimerò come una delizia la vostra miseria». Si affrettarono i frati e posero sulla mensa tutta l'abbondanza della dispensa, cioè un poco di pane, non molto vino e perché con più abbondanza mangiassero, la cucina procurò anche un po' di legumi. Intanto la mensa del Signore soccorse la mensa dei suoi servi; si sentì bussare alla porta, accorse un frate ed ecco una donna che offrì un canestro pieno di pane fragrante, di pesci, di pasticcio di gamberi, con sopra grappoli di uva e miele. A tale vista esultò la mensa dei poveri, e riservati i cibi poveri per il domani, s'imbandirono subito quelli prelibati. Allora il medico così parlò, con un sospiro: «Né voi, frati, come dovreste, né noi secolari conosciamo adeguatamente la santità di costui ». Sarebbero stati saziati dal cibo, se non lo fossero stati ancor più dal miracolo. Così quell'occhio paterno non guarda mai con disprezzo i suoi, anzi con maggior provvidenza nutre i mendicanti più bisognosi.

 

 

 

CAPITOLO VI

 

DONNA GIACOMA DEI SETTESOLI

 

 

 

860    37. Giacoma dei Settesoli, la cui fama nella città di Roma era pari alla sua santità, aveva meritato il privilegio di un particolare affetto da parte del Santo. Non sta a me ripetere, a lode di lei, l'illustre casato, la nobiltà della famiglia, le ampie ricchezze, ed infine la meravigliosa perfezione delle sue virtù, la lunga castità vedovile. Essendo dunque il Santo ammalato di quella malattia, che doveva condurlo, dopo tante sofferenze, con morte beata, al felice compimento della sua vita, pochi giorni prima di morire, chiese che fosse avvertita a Roma donna Giacoma, perché se voleva vedere colui che già aveva tanto amato come esule in terra e che ora era prossimo al ritorno verso la patria, si affrettasse a venire. Si scrive una lettera, si cerca un messo molto veloce e trovatolo si dispose al viaggio. All'improvviso si udì alla porta un calpestìo di cavalli, uno strepito di soldati e il rumore d'una comitiva. Uno dei confratelli, quello che stava dando istruzioni al messo, si avvicinò alla porta e si trovò alla presenza di colei, che invece cercava lontano.

         Stupito, si avvicinò in fretta al Santo e pieno di gioia disse: «Padre, ti annunzio una buona novella». Il Santo, prevenendolo, gli rispose: «Benedetto Dio, che ha condotto a noi donna Giacoma, fratello nostro! Aprite le porte, esclama, e fatela entrare, perché per fratello Giacoma non c'è da osservare il decreto relativo alle donne!».

 

38. Ci fu tra gli illustri ospiti una grande esultanza, si pianse di gioia e di commozione. In più, perché nulla mancasse al miracolo, si scopre che la santa donna aveva portato tutto ciò che riguardava le esequie come conteneva la lettera antecedentemente scritta. Infatti aveva recato un panno di colore cenerino, con cui coprire il  corpicciuolo del morente, parecchi ceri, una sindone per il volto, un cuscino per il capo, e un certo piatto che il Santo aveva desiderato; insomma tutto ciò che l'anima di questo uomo aveva richiesto, Dio l'aveva suggerito a lei.

 

861    Continuerò il racconto di questo pellegrinaggio--perché tale è stato veramente-- per non lasciare senza consolazione la nobile pellegrina. La moltitudine e soprattutto il devoto popolo della città attendeva ormai prossimo il passaggio del Santo dalla morte alla vita. Ma alla venuta della pellegrina romana il Santo si era un poco ripreso e si pensava allora che sarebbe vissuto ancora. Perciò quella signora pensò di licenziare il resto della comitiva, per rimanere lei sola con i figli e pochi scudieri. Ad essa però il Santo disse: « Non farlo, poiché io partirò sabato e tu te ne andrai la domenica con tutti». E così accadde: alI'ora predetta entrò nella Chiesa trionfante colui che aveva combattuto così eroicamente in quella militante. Tralascio qui il concorso delle folle, i cori inneggianti, i rintocchi solenni delle campane, le copiose lacrime; tralascio i pianti dei figli, i singhiozzi degli amici, i sospiri dei compagni. Mi limiterò a narrare come la pellegrina, privata del conforto del Padre, fu consolata.

 

862    39. Pertanto essa, tutta madida di lacrime, tratta in disparte, viene di nascosto accompagnata presso la salma, e, ponendole tra le braccia il corpo dell'amico, il vicario esclama: «Ecco, stringi da morto colui che hai amato da vivo!». Ed essa, versando cocenti lacrime sopra quel corpo, raddoppia flebili richiami e singhiozzi, e ripetendo affettuosi abbracci e baci, solleva il velo per vederlo scopertamente. Che più? Contempla quel prezioso vaso, in cui era stato nascosto un tesoro più prezioso, adorno di cinque perle. Ammira quelle cesellature, degne dell'ammirazione di tutto il mondo, che la mano dell'Onnipotente aveva scolpito, e così d'un tratto, piena di insolita letizia, si rianima tutta alla vista dell'amico morto. Subito suggerisce che non si debba dissimulare e tener nascosto più a lungo un così inaudito miracolo, ma con una risoluzione molto saggia lo si mostri agli occhi di tutti. Accorrono perciò tutti à gara a tale spettacolo, e costatano come Dio non aveva veramente mai fatto cose sì grandi ad alcun' altra nazione e sono tutti ripieni di stupore.

         Qui sospendo lo scritto, non volendo balbettare ciò che non potrei descrivere. Giovanni Frigia Pennate  allora fanciullo, in seguito proconsole di Roma e conte del Sacro Palazzo, quello che allora insieme alla madre, vide con i  propri occhi e toccò con le proprie mani liberamente l'afferma con giuramento, lo confessa contro tutti i dubbi. Ritorni ormai la pellegrina alla sua città, consolata dal privilegio di tanta grazia, e noi, dopo aver narrato la morte del Santo, passiamo ad altro.

 

 

 

CAPITOLO VII

 

MORTI RISUSCITATI PER I MERITI DEL BEATO FRANCESCO

 

 

 

863    40. Mi accingo a parlare dei morti risuscitati per i meriti del confessore di Cristo, e chiedo agli ascoltatori e ai lettori d'essere attenti. Trascurerò nella narrazione, per amor di brevità, molte circostanze, e tacendo le esaltazioni degli ammiratori, annoterò soltanto le cose mirabili.

         Nel paese di Monte Marano, presso Benevento, una donna, di nobile casato, ancor più nobile per virtù, si era affezionata con speciale devozione a san Francesco, e lo serviva con profonda dedizione. Oppressa da malattia ed ormai giunta all'estremo, seguì la sorte di ogni mortale. Poiché essa morì verso il tramonto, venne differita la  sepoltura al giorno dopo, per permettere alla numerosa folla dei suoi cari di partecipare al sacro rito. Di notte arrivarono i chierici con i salteri per cantare le esequie e le veglie notturne, mentre tutt'attorno stava la folla. Ed ecco all'improvviso, alla vista di tutti, si levò la donna sul letto e chiamò tra i presenti un sacerdote, suo padrino, dicendogli: «Voglio confessarmi, padre, ascolta il mio peccato! Io, infatti sono morta ed ero destinata a una dura prigione, poiché non avevo confessato ancora un peccato che ora ti rivelerò. Ma avendo san Francesco, a cui fui sempre molto devota pregato per me--essa soggiunse --, mi è stato permesso dl ritornare in vita in maniera che, confessato quel peccato, possa meritare il perdono. Ed ecco, davanti a voi tutti, confessato il peccato, mi affretterò al promesso riposo ». Confessatasi con tremore al tremante sacerdote, e ricevuta l'assoluzione, essa si coricò quietamente sul letto e si addormentò felice nel Signore.

         Chi può dunque esaltare con degne lodi la misericordia di Cristo? Chi celebrare la virtù della confessione e i meriti del Santo con degna lode?

 

864    41. A dimostrare come tutti debbano ricevere con amore l'ammirabile dono divino della confessione e anche perché giustamente si chiarisca come questo Santo sempre godette di merito singolare presso Cristo, bisogna riferire ciò che egli mirabilmente manifestò, mentre viveva nel mondo, e ciò che, dopo la sua morte, ancor più chiaramente rivelò di lui il suo Cristo.

         Una volta, recatosi il beato padre Francesco a Celano per predicare, fu da un cavaliere invitato con devote e ripetute preghiere a pranzare con lui. Egli dapprima si rifiutò, facendo lunga resistenza, ma infine si lasciò convincere costrettovi dall'insistenza. Giunse il momento del pranzo e venne imbandita una splendida mensa. L'ospite devoto si rallegrò, e tutta la famiglia si allietò all'arrivo dei frati poverelli. Il beato Francesco, rimanendo in piedi e levando gli occhi al cielo, chiamò a sé l'ospite. «Ecco», disse, «fratello ospite, vinto dalle tue preghiere sono entrato per mangiare in casa tua. Adesso obbedisci subito al mio avvertimento, poiché tu non qui mangerai, ma in altro luogo. Confessa con devozione e contrizione le tue colpe, e non resti peccato in te che non confessi. Oggi il Signore ti ricompenserà perché hai così devotamente accolto i suoi poverelli». Si convinse subito quell'uomo alle parole sante e, chiamato il compagno di san Francesco, che era sacerdote, gli svelò con sincera confessione tutti i suoi peccati. Diede disposizione  per la sua casa e se ne stava aspettando, senza ombra di dubbio, che si compisse la parola del Santo. Infine tutti si sedettero a mensa e cominciarono a mangiare e, anch'egli, fattosi il segno della croce, allungò tremando la mano verso il pane, ma prima di poterla ritrarre, chinò il capo ed esalò lo spirito.

         Quanto bisogna amare la confessione dei peccati ! Si osservi, un morto viene risuscitato perché si possa confessare, e perché un vivo non debba perire in eterno, viene liberato con il beneficio della confessione.

 

865    42. Un fanciulletto di appena sette anni, figlio di un notaio di Roma, desiderando accompagnare, al par dei bambini, la madre che si recava alla chiesa di San Marco per la predica, venne invece rinviato da lei a casa; amareggiato il piccolo, travolto da non so quale diabolico istinto, si gettò dalla finestra. Abbattutosi con un ultimo sussulto, spirò. La madre che non si era ancor molto allontanata, al tonfo del corpo caduto, sospettando il dramma del suo tesoro, corse velocemente a casa, e scorse il figlio esanime. Subito essa si piantò le unghie nella carne, chiamò piangendo i vicini, e vennero chiamati i  medici presso Ii corpo esanime. Potranno forse essi ridar vita al morto? Erano ormai inutili le prognosi e le cure, i medici potevano spiegare, ma non rimediare il fatto, solo ormai di competenza di Dio. Privo infatti di calore e di vita, di sentimento, di moto e di forza, il bimbo viene dichiarato morto dai medici. Frate Rao, dell'Ordine dei Minori, predicatore famosissimo in tutta la città di Roma, giunto là per predicare, si avvicinò al fanciullo e pieno di fede si rivolse al padre: «Credi tu che il Santo di Dio, Francesco, possa risuscitare dai morti tuo figlio, per quell'amore che egli sempre portò al Figlio di Dio il Signore Gesù Cristo?». Rispose il padre: «Con fermezza lo credo e lo confesso. Sarò in eterno al suo servizio e visiterò pubblicamente il suo santo luogo ». Quel frate allora si inginocchiò col suo compagno, invitando tutti a pregare. Terminata la preghiera, il fanciullo cominciò a poco a poco a sbadigliare, ad alzar le braccia e a rialzarsi. Accorre la madre e abbraccia il figlio; il padre non sa contenersi per la gioia, e tutta la folla, piena di ammirazione, magnifica Cristo e il suo Santo con altissime grida. Da quell'istante il fanciullo prese a camminare davanti a tutti restituito alla vita in ottimo stato.

 

866    43. I frati di Nocera chiesero un carro, di cui avevano  bisogno per un po' di tempo, ad un uomo di nome Pietro ma egli rispose stoltamente: «Io scuoierei due di voi insieme a san Francesco, piuttosto che prestarvi il mio carro». Si pentì subito però quell'uomo di aver proferito sì grande bestemmia, e, percuotendosi la bocca, invocava misericordia. Temeva infatti una punizione, come infatti accadde. Durante la notte vide in sogno la sua casa piena di uomini e di donne, che intrecciavano danze in gran giubilo. Di lì a poco suo figlio, di nome Gafaro, si ammalò e, trascorso poco tempo, spirò. Le danze, viste in sogno, si cambiarono in lutto, e la gioia in pianto. Si ricordò allora della bestemmia che aveva proferito contro san Francesco, e lo strazio gli insegnò quanto fosse stata grave la sua colpa. Si ravvoltolava per terra e si disperava senza cessare un istante di invocare san Francesco, dicendo: «Sono io che ho peccato; me, avresti dovuto colpire! Ridona, o Santo, il figlio al penitente che già ti bestemmiò. Mi arrendo a te, per sempre mi presterò ai tuoi desideri, giacché ti offrirò sempre tutte le primizie».

         Cosa meravigliosa ! A tali parole il fanciullo si alzò e ordinando di cessare il pianto, così raccontò la vicenda della sua morte: «Mentre io giacevo morto--disse--venne il beato Francesco e mi condusse per una strada buia e molto lunga. Poi mi fece sostare in un giardino così splendido, così piacevole, che tutto il mondo non si potrebbe paragonare ad esso. Mi ricondusse poi per la stessa strada, dicendomi: " Ritorna da tuo padre e da tua madre, non voglio trattenerti qui più a lungo". Ed eccomi di ritorno, secondo il suo volere».

 

867    44. Nella città di Capua, mentre un fanciullo giocava con altri presso la sponda del fiume Volturno, cadde per distrazione dalla riva del fiume e fu travolto. La corrente del fiume lo investì con violenza, seppellendolo morto sotto la sabbia. Alle grida dei fanciulli che con, lui si erano divertiti presso il fiume, corsero velocemente con funi molti uomini e donne, e saputo della disgrazia, invocavano piangendo: «San Francesco, rendi il fanciullo al padre e al nonno, che lavorano al tuo servizio! ». Infatti il padre e il nonno del fanciullo avevano lavorato con ardore alla costruzione di una chiesa in onore di san Francesco. Mentre dunque tutto il popolo supplicava ed invocava devotamente i meriti del beato Francesco, un nuotatore che stava non molto lontano udite le grida, si avvicinò. E  saputo che da oltre un'ora il fanciullo era caduto nel fiume, dopo aver invocato il nome di Cristo e i meriti del beato Francesco, depose le vesti e si buttò nudo nel fiume. Non conoscendo punto il posto dove il fanciullo era precipitato, cominciò a scandagliare qua e là con attenzione le rive e il fondo del fiume. Finalmente per divino volere scoprì il luogo dove il fango aveva coperto come in una tomba il cadavere del fanciullo. Dopo aver scavato e riportato fuori il corpo, constatò con dolore che il fanciullo era morto. Benché la gente tutt'attorno vedesse che il fanciullo era morto, tuttavia continuava ad insistere con gemiti e grida: «San Francesco, restituisci il fanciullo a suo padre! ». Il beato Francesco, come si poté vedere nella realtà che seguì, quasi provocato dalla devozione e dalle preghiere della folla, subito ridiede vita all'esanime fanciullo. Egli rialzatosi, fra la gioia e la meraviglia di tutti, supplicò di esser portato alla chiesa del beato Francesco, ed asserì di esser stato risuscitato per la sua intercessione.

 

        

868    45. Nella città di Sessa (Aurunca), nel borgo che passa sotto il nome « Le Colonne », il traditore delle anime e l'assassino dei corpi, il diavolo, abbatté una casa, facendola crollare; egli aveva tentato di uccidere molti fanciulli che si divertivano allegramente attorno alla casa, ma riuscì ad inghiottire soltanto un giovinetto, che al crollo della casa fu ucciso sul colpo. Uomini e donne, sorpresi dal fracasso della casa che crollava, accorsero da ogni parte e togliendo qua e là le travature, riportarono il figlio ormai esanime all'infelice madre. Essa, graffiandosi il volto e strappandosi i capelli, rotta da amari singhiozzi, e tutta in lacrime, gridava con tutte le sue forze: «O san Francesco, san Francesco, rendimi mio figlio!». E non solo essa, ma tutti i circostanti, sia uomini che donne, amaramente singhiozzando gridavano: «San Francesco, rendi il figlio all'infelice madre!». Dopo un'ora, la madre riavendosi tra i sospiri da tanto dolore, pronunciò questo voto: «O san Francesco, restituisci a me, così infelice, il figlio mio, ed io ornerò il tuo altare con un filo d'argento e lo adornerò con una tovaglia nuova, e accenderò candele tutto intorno alla tua chiesa!». Il cadavere fu deposto sul letto, poiché ormai notte, in attesa di seppellirlo il giorno dopo. Verso la mezzanotte, pero, il giovane cominciò a sbadigliare, e mentre gli si andavano riscaldando gradatamente le membra, prima che albeggiasse, rinvenne del tutto, e proruppe in esclamazione di lode. Tutto il popolo e il clero, vedendolo sano e salvo, rivolsero ringraziamenti al beato Francesco.

 

869    46. Nella città di Pomarico, situata fra i monti della Puglia, un padre e una madre avevano un'unica figlia in giovane età, che amavano teneramente. E poiché non speravano altro erede in futuro, essa costituiva per loro oggetto di ogni affetto, ragione di ogni cura. Ora, ammalatasi e in pericolo di morte, padre e madre della fanciulla erano come tramortiti dal dolore. La vegliavano e l'assistevano per giorni e notti intere senza tregua, ma una mattina purtroppo la trovarono morta. Forse c'era stato da parte loro un attimo di disattenzione, per un colpo di sonno o per la stanchezza della veglia. La madre privata in tal modo della dolce figlia, e perduta insieme la speranza di un erede, sembrò morire. Si radunano parenti e vicini per il tristissimo funerale e si preparano a tumulare il corpo esanime, mentre l'infelice madre giace, oppressa da indicibili pene, e tutta presa da grandissimo strazio, non s'accorge neppure di quanto avviene. Frattanto san Francesco, accompagnato da un solo confratello, visita la madre addolorata e la consola con affabilità dicendole: «Non  piangere, giacché alla tua lucerna, ormai del tutto spenta, ecco io restituirò la luce!». Si rialzò subito la donna e, rivelando a tutti ciò che le aveva detto san Francesco, impedì che il corpo dell'estinta venisse trasportato altrove. Voltasi dunque la madre verso la fanciulla, invocando il nome del Santo, la sollevò viva e risanata. Lasciamo ad altri descrivere la meraviglia che riempì i cuori dei presenti e la gioia incredibile dei genitori.

 

870    47. In Sicilia un giovane di nome Gerlandino, originario di Ragusa, andò coi genitori a lavorare nella vigna, al tempo della vendemmia. Mentre egli si era calato sotto il torchio, per riempire gli otri in un tino, d'improvviso, essendosi mossi i travicelli di legno, le grosse pietre con le quali si spremeva la vinaccia, franarono colpendolo mortalmente al capo. Si affretta il padre verso il figlio e, preso dalla disperazione, non l'aiuta a rimuovere il peso, e lo lascia come era caduto. Attirati dalle grida del disperato richiamo, accorsero rapidi i vendemmiatori, e, commiserando l'infelice padre, estrassero il figlio dal peso sotto cui giaceva.  Postolo in disparte, ne avvolsero il corpo esanime, e cominciarono a provvedere alla sua sepoltura. Il padre, invece, si getta in ginocchio ai piedi.di Gesù, affinché si degni per i meriti di san Francesco, di cui era prossimo il giorno festivo, di restituirgli vivo l'unico figlio. Moltiplica le preghiere, fa voto di opere di pietà, e promette di visitare il più presto possibile le reliquie del Santo. Più tardi accorre la madre, e piena di disperazione si getta sul figlio e piangendolo commuove al pianto anche gli altri. D'un tratto il giovane si rialza e, richiamando coloro che lo piangevano, si rallegra per esser stato restituito alla vita, grazie all'aiuto di san Francesco. Allora la gente, là radunata, innalza grida di gioia al cielo, e proclama che Iddio, per merito del suo Santo, ha liberato il giovane dal laccio della morte.

 

871    48. Il Santo risuscitò anche un altro morto in Alemagna. Di tal miracolo papa Gregorio per mezzo di una lettera apostolica, al tempo della traslazione del beato Francesco, testimoniò l'autenticità a tutti i frati che erano convenuti alla traslazione e al capitolo. Di questo miracolo non ho scritto la storia, non conoscendola, ben sicuro che la papale testimonianza sia argomento superiore ad ogni asserzione. Passiamo ormai ai casi di altre persone, che il Santo sottrasse alla morte.

 

 

 

CAPITOLO VIII

 

DI COLORO CHE IL SANTO SOTTRASSE ALLA MORTE

 

 

872    49. A Roma un nobile cittadino, di nome Rodolfo,  aveva una torre abbastanza alta, e sulla torre, secondo l'uso, teneva un custode. Una notte, sulla cima della torre, mentre il custode dormiva profondamente, giacendo su un mucchio di legna posto proprio sull'orlo sporgente del muro, si sciolse l'argano all'improvviso o forse per un guasto provocatosi alla base, e l'uomo fu sbalzato fuori con tutta la legna, abbattendosi dall'alto precipizio sul tetto del palazzo e dal palazzo al suolo. Al forte fragore si svegliò tutta la famiglia, e il cavaliere, sospettando delle ostilità si alzò ed uscì con le armi in pugno. Sfoderata la spada, stava per vibrarla sull'uomo che giaceva a terra addormentato, con l'intenzione di colpirlo, poiché non l'aveva riconosciuto. Ma la moglie del cavaliere, temendo che per caso fosse il proprio fratello, odiato a morte dal marito, gli impedì di colpirlo col gettarsi sull'uomo sdraiato, e lo difese con pietà. O meravigliosa profondità di quel sonno! Non alla doppia caduta, non al rumoroso  clamore si risveglia quell'uomo assopito. Finalmente scosso da una mano sollecita si svegliò e, come strappato da un dolce sonno, si rivolse al suo padrone: «Perché mi svegliate dal sonno? Non ho mai dormito così dolcemente, giacché dormivo con grandissima soavità nelle braccia del beato Francesco». Venendo poi informato dagli altri della sua caduta, e vedendosi in basso, lui che si era coricato in alto, si meravigliò che fosse accaduta una cosa di cui non si era accorto. Tosto dinnanzi a tutti promise di fare penitenza, e, ottenuto il permesso del suo padrone, si accinse al pellegrinaggio. La donna, poi, fece mandare ai frati che dimoravano in un suo castello fuori Roma, un bell'apparato sacerdotale, pegno di riverenza e di onore al Santo. Le Scritture esaltano il grande merito dell'ospitalità, e gli esempi lo provano. Il predetto signore infatti, quella notte, aveva dato alloggio a due frati minori, per amore di san Francesco, ed anch'essi accorsi con gli altri avevano assistito all'accaduto.

 

873    50. Nel paese di Pofi, situato in Campagna, un sacerdote di nome Tommaso, si recò con molti a riparare un mulino di proprietà della sua chiesa. Sotto il mulino c'era un gorgo profondo e vi scorreva un canale di copiosa portata. Mentre dunque il sacerdote passeggiava incauto lungo le rive del canale, all'improvviso vi cadde dentro e in un attimo venne spinto dalla violenza impetuosa dell'acqua contro le pale, dalla cui forza viene mosso il mulino. Giaceva irrigidito su quel legno, incapace di qualsiasi movimento. Sulla sua faccia, coricato com'era, si scatenava la violenza delI'acqua, tale da annebbiargli sia l'udito che la vista. Non più la parola ma soltanto il cuore gli era rimasto, con cui invocava flebilmente san Francesco. La vittima rimaneva così esanime per lungo tempo, mentre gli amici tornavano di corsa disperando ormai di salvarlo; finalmente il mugnaio propose: «Giriamo con forza il mulino in senso contrario in modo che ributti fuori il cadavere». Puntellandosi dunque con forza, fecero girare la macina in senso contrario e scorsero l'uomo caduto in acqua ancora vivo. Mentre il sacerdote ancor vivo continua a dibattersi nell'acqua, gli appare un frate minore, vestito di abito bianco e cinto di corda, che con grande dolcezza, traendolo per un braccio lo tira fuori dal fiume, e gli dice: «Io sono Francesco che tu hai invocato». Colui allora così liberato si meravigliò altamente, e cominciò a correre qua e là esclamando: «Fratello, fratello!». E volto ai circostanti: «Dov'è? Per quale strada si è allontanato? ». Tutti i presenti allora tremando, si buttarono proni a terra, glorificando Dio e il suo Santo.

 

874    51. Nella Capitanata, alcuni fanciulli del borgo di Celano erano usciti insieme per falciare erba. C'era in quelle zone campestri un vecchio pozzo, il cui orlo era nascosto da erbe verdeggianti, e conteneva acqua profonda quattro passi. Mentre dunque i fanciulli correvano qua e là, all'improvviso uno cadde nel pozzo. Ora, nell'istante stesso in cui egli era vittima della terrena disgrazia, invocò la celeste protezione: «San Francesco -- esclamò cadendo -- aiutami! ». Gli altri volgendosi attorno, e vedendo, che il fanciullo non si faceva più vedere, si misero a cercarlo, chiamando e vagando qua e là in lacrime. Infine, arrivati all'apertura del pozzo, dalle orme impresse sull'erba che stava risollevandosi, compresero che il fanciullo doveva essere caduto dentro. Si affrettano piangenti al borgo e, chiamato un gruppo di uomini, ritornano verso l'amico, considerato ormai da tutti perduto. Venne calato uno con una fune nel pozzo; ed ecco, scorse il fanciullo fermo sulla superficie dell'acqua, e perfettamente illeso. Estratto quindi dal pozzo, il fanciullo raccontò a tutti i presenti: «Quando alI'improvviso sono caduto, ho invocato la protezione di san Francesco, che subito mi si presentò  mentre stavo cadendo, stendendomi una mano mi sollevò dolcemente, non abbandonandomi più fino a che insieme a voi, mi trasse dal pozzo».

 

875    52. Si era desistito dalle cure di una fanciulla di Ancona, ormai sfinita da malattia mortale, e già si facevano i preparativi per il suo trapasso e per i funerali. A lei, ormai giunta all'ultimo respiro, si presenta il beato Francesco, e le dice: « Confida, figlia, perché per mia intercessione sei del tutto sanata. E tu non rivelerai a nessuno la sanità, che  ti restituisco, fino a sera ». Giunta la sera, la fanciulla si alzò sul letto all'improvviso, facendo fuggire i presenti, impauriti. Essi credevano che un demonio si fosse impadronito del corpo della morente, e che, mentre l'anima si allontanava le fosse succeduto uno spirito malvagio. La madre ebbe il coraggio di correrle vicino e facendo molteplici scongiuri contro il demonio, poiché pensava si trattasse di quello si sforzava di coricarla sul letto. Ma ad essa la figlia disse: «Per carità, mamma, non credere che sia il demonio, giacché all'ora terza il beato Francesco mi ha guarita, ordinandomi di non dirlo a nessuno fino ad ora». Il nome di Francesco divenne causa di meravigliosa letizia per coloro che il timore del demonio aveva fatto fuggire via. Invitarono poi la fanciulla a mangiare carne di gallina, ma essa rifiutò di mangiare, essendo tempo della quaresima maggiore: «Non temete!--disse--Non vedete san Francesco tutto vestito di bianco? Ecco, egli mi proibisce di mangiar carne, perché è quaresima, e mi ordina di offrire la veste funebre ad una donna che sta in carcere. Guardate ora, guardate e vedete che si sta allontanando! ».

 

876    53. C'erano in una casa, presso Nettuno, tre donne, di cui una molto devota ai frati e a san Francesco. Squassata dal vento la casa crollò e travolse due di esse, uccidendole e seppellendole. Il beato Francesco, subito invocato, si presentò e non permise che la sua devota fosse ferita in alcun modo. Infatti il muro, a cui la donna era appoggiata, rimase intatto all'altezza di lei, e su di essa una trave, precipitando dall'alto, si adattò in modo da sostenere tutto il peso del gravoso crollo. Gli uomini, accorsi al fragore del crollo, non ebbero che a piangere per le due donne morte, e a ringraziare san Francesco per quella rimasta viva, devota dei frati.

 

877    54 Presso Corneto, grosso paese e assai potente della diocesi di Viterbo, dove si procedeva nel luogo dei frati alla fusione di una campana di non poco peso, ed erano venuti molti amici dei frati per portare il loro aiuto, portata a termine la fusione, con grande letizia si cominciò a pranzare. Ed ecco, un fanciullo di appena otto anni, di nome Bartolomeo, il cui padre e lo zio avevano lavorato per la fusione, portare ai convitati una vivanda. All'improvviso si sollevò un violentissimo vento, che scosse l'edificio, e scagliò contro quel fanciullo la porta della casa che era molto grande e molto pesante. L'urto fu di tanta violenza da far credere che egli, oppresso dall'immane peso, ne fosse rimasto fatalmente schiacciato. Infatti giaceva del tutto coperto sotto il peso, sì che non si poteva veder nulla di lui. Alla fusione succede la confusione, e alla gioia dei convitati il lutto dei dolenti. Si alzarono tutti dalla mensa, lo zio insieme agli altri, invocando san Francesco, e accorsero presso la porta. Invece il padre, irrigidito dalla sorpresa e non potendosi muovere per lo strazio, faceva promesse ad alta voce e offriva il figlio a san Francesco. Venne tolto il peso funesto di dosso al fanciullo ed ecco apparire lieto, senza alcun segno di lesione, come svegliato dal sonno, colui che tutti credevano morto. Alla confusione seguì il ritorno della gioia e all'interruzione del pranzo una  grandissima esultanza. Il fanciullo stesso ebbe occasione di assicurare proprio a me che non era rimasto in lui nessun segno di vita, finché giaceva sotto il peso. In seguito, a quattordici anni di età, divenne frate minore, e fu anche letterato ed eloquente predicatore dell'Ordine.

 

878    55. Ad un fanciullo dello stesso paese, che aveva inghiottito una fibbia d'argento messagli in mano dal padre, si bloccò il passaggio della gola, sì che non poteva in alcun modo respirare. Il padre piangeva con immensa amarezza, reputandosi omicida del figlio, e si rotolava per terra come un pazzo; la madre con i capelli scarmigliati si graffiava tutta e piangendo lamentava il disgraziato incidente. Gli amici tutti, partecipi a tanto dolore, piangevano il giovane in piena salute, rapito da morte sì repentina. Il padre implorava i meriti di san Francesco, e formulava un voto, perché liberasse il figlio. Ed ecco tosto il fanciullo rigettare dalla bocca la fibbia, e benedire insieme a tutti il nome di san Francesco.

 

879    56. Un uomo di Ceprano, di nome Niccolò, un giorno capitò fra le mani di crudeli nemici. Essi con rabbia ferina, aggiungendo percossa a percossa, non cessavano di infierire sopra il poveretto, fino a che sembrò morto o vicino a morire. Quindi abbandonandolo moribondo, s'allontanarono grondanti di sangue. Ora, il predetto Niccolò aveva gridato, ricevendo i primi colpi, con altissima voce: «Aiutami, san Francesco! Soccorrimi, san Francesco! ». Molti avevano udito da lontano questa invocazione, e tuttavia non potevano portargli soccorso. Riportato a casa, tutto sporco di sangue, gridava di non essere vicino alla morte, di non sentir alcun dolore, poiché san Francesco gli era venuto in soccorso, ottenendogli da Dio un tempo per la penitenza. E così, veramente purificato dal sangue, fu prontamente salvato, al di là di ogni umana speranza.

 

880    57. Degli uomini di Lentini tagliarono dal monte una grandissima lastra di pietra, destinata ad essere posta sopra l'altare di una chiesa del beato Francesco, che doveva esser consacrata di lì a poco. Ora, mentre circa quaranta uomini erano intenti a collocare la pietra sul carro, dopo rinnovati tentativi, ecco, la pietra cadde su uno di loro, coprendolo come un sepolcro. Storditi, non sapendo che fare, molti di loro si allontanarono disperati. I dieci uomini che erano rimasti, con lamenti invocavano san Francesco perché non permettesse che un uomo, mentre attendeva al di lui servizio, morisse in maniera così sfortunata. L'uomo sepolto giaceva mezzo morto, e con quel poco di vita che gli era rimasta, chiedeva aiuto a san Francesco. Finalmente, quegli uomini, ripreso coraggio, riuscirono a spostare con tanta facilità la pietra, che nessuno poté dubitare vi avesse posto mano san Francesco. L'uomo si alzò in piedi incolume, lui che era stato quasi morto ritornò in vita, ritrovò il lume degli occhi, lui che prima l'aveva offuscato, perché a tutti fosse dato di comprendere quanto valgano in disperate circostanze gli aiuti di san Francesco.

 

881    58. Anche a San Severino nelle Marche accadde un fatto simile, degno di essere ricordato. Un grandissimo masso di pietra, portato da Costantinopoli per il fonte di san Francesco da costruirsi presso Assisi, veniva trascinato con rapidità con la forza di molti uomini; uno di essi cadde sotto il masso, sì da essere ritenuto non solo morto, ma addirittura ridotto in pezzi. All'improvviso, così gli sembrò, e la verità fu confermata dalla realtà, gli si presentò san Francesco che, sollevando il masso, lo tirò fuori senza alcuna lesione. Così avvenne che ciò che era stato orribile a vedersi,  divenisse per tutti oggetto dl ammirazione.

 

882    59. Bartolomeo, cittadino di Gaeta, mentre lavorava  con impegno nella costruzione di una chiesa di san Francesco, tentava di mettere in opera una trave. Questa, però non essendo ben collocata, cadde, lesionandolo gravemente al capo. Allora, tutto grondante sangue, con quel filo di vita che gli era rimasto, chiese a un frate il viatico. Ma il frate non riusciva a trovarlo subito e poiché credeva che l'uomo morisse in pochi istanti, gli rivolse la parola di sant'Agostino, dicendo: «Abbi fede, e sarà come se l'avessi mangiato». Ma la notte seguente, gli apparve il beato Francesco con undici frati e portando un agnellino in seno,  accostò al suo letto, lo chiamò per nome dicendogli: «Non temere, Bartolomeo, non prevarrà contro di te il nemico che ha tentato di impedire di porti al mio servizio, perché, ecco, ti alzerai sano e salvo ! Questo è l'Agnello che tu chiedevi ti fosse dato e che hai ottenuto per il tuo desiderio. Invero il frate ti ha dato un consiglio utile». E così passando la mano sulle ferite, gli ordinò di tornare al lavoro che aveva iniziato. Alzatosi di buon mattino e presentandosi incolume e sano a coloro che l'avevano lasciato quasi morto, li riempì di ammirazione e di stupore. Credevano proprio tutti per l'insperata guarigione di vedere un fantasma e non già un uomo, uno spirito e non già un uomo dl carne.

         Poiché si è fatta menzione degli edifici da erigersi in onore di questo Santo, ho creduto bene di narrare qui un prodigio assai meraviglioso.

 

883    60. Una volta, due frati minori stavano lavorando ad un'impresa non piccola, fabbricavano cioè una chiesa in onore del santo padre Francesco nella città di Peschici, nella diocesi di Siponto, e non avevano il necessario alla costruzione dell'edificio. Una notte, mentre erano alzati a recitare le Lodi, cominciarono a sentire un fragore di pietre che cadevano a mucchi. Si incoraggiarono a vicenda e si avvicinarono per vedere; e uscendo fuori, scorsero una grandissima folla di uomini, che facevano a gara a radunar pietre. Tutti andavano e venivano, e tutti indossavano abiti candidi. La grande massa di pietre là radunata dimostrò che la cosa non era frutto di fantasia, dato che la provvista non venne meno fino a che il lavoro non fu terminato. Non furono certo uomini in carne ed ossa a compiere tale opera: infatti, nonostante diligenti ricerche, non fu trovato nessuno che avesse pensato a ciò.

 

884    61. Il figlio di un uomo nobile, a Castel San Gimignano, era colpito da grave malattia, e, ormai senza alcuna speranza, era ridotto agli estremi. Un rivolo di sangue gli fluiva dagli occhi, come può succedere da una vena del braccio, c'erano poi altri indizi reali di prossima morte nel resto del corpo, sì che sembrava addirittura che l'uomo fosse già spirato. Radunatisi, secondo l'uso, parenti ed amici a piangere, e ordinato il funerale, si parlava ormai soltanto della sepoltura. Nel frattempo il padre circondato dalla folla dei piangenti si ricordò di una visione, di cui prima aveva sentito parlare. Corse dunque alla chiesa di san Francesco, costruita nella stessa località, con il cordone avvolto al collo, e con umiltà si prostrò a terra, dinnanzi all'altare. Facendo voti e molto pregando, tra sospiri e gemiti, meritò di avere san Francesco come avvocato presso Cristo. Il padre tornò subito dal figlio e lo trovò guarito; allora il lutto si mutò in gaudio.

 

885    62. In Sicilia, nel borgo di Piazza già si celebravano i dovuti riti per l'anima di un giovane; ma, dopo che uno zio ebbe offerto un  voto a san Francesco, per intercessione del Santo il giovane fu richiamato alla vita dalle soglie della morte.

 

         63. Nello stesso borgo, un giovane di nome Alessandro, mentre tirava una fune con dei compagni sopra un profondo precipizio, la fune si spezzò ed egli precipitò dalla roccia e fu raccolto ormai morente. Suo padre, piangendo, lo offrì al Santo di Cristo, Francesco, ed ottenne la grazia di averlo ancora sano e incolume.

 

886    64. Ad una donna dello stesso paese, ammalata di tisi, ormai ridotta agli estremi, venne impartita l'estrema unzione; ma, dopo che i presenti ebbero invocato il santissimo padre, essa improvvisamente guarì.

 

887    65. Presso Rete, in diocesi di Cosenza, accadde che due fanciulli dello stesso paese, mentre erano a scuola, si mettessero a litigare, e uno di essi venne così gravemente ferito dall'altro che, da una grave ferita riportata allo stomaco, usciva il cibo non digerito; non aveva così il ragazzo alcuna possibilità di trattener cibo, che né digerito, né ritenuto in alcuna cavità, ancora intatto fluiva fuori dalla ferita. Non c'era nessun medico capace di curarlo. I genitori e il ragazzo stesso, dietro consiglio di un frate, perdonarono a colui che lo aveva ferito, e fecero voto al beato Francesco che se avesse liberato dalla morte il fanciullo mortalmente ferito e ormai considerato incurabile dai medici, lo avrebbero mandato alla sua chiesa, e avrebbero ornato il tempio tutto intorno con ceri. Fatto il voto, il fanciullo fu del tutto mirabilmente sanato, sì che, secondo i medici di Salerno questo non fu un minor miracolo che se egli fosse risuscitato da morte.

 

888    66. Mentre due persone si avvicinavano assieme a  Monte San Giuliano (Trapani) per i loro affari, una di esse si ammalò sino ad essere in pericolo di morte. I medici chiamati a curarlo, accorsero, ma non riuscirono a farlo star meglio. Il compagno sano, allora, fece voti a san Francesco e promise che, se il malato fosse guarito per i meriti dei beato padre egli avrebbe osservato la sua festa annuale assistendo alla Messa solenne. Formulate così le sue promesse, tornato a casa, trovò ristabilito colui che aveva da

poco lasciato senza voce e coscienza, e che temeva fosse già morto.

 

889    67. Un bambino della città di Todi giaceva a letto da otto giorni, come morto, con la bocca ormai chiusa, senza il lume degli occhi, con la pelle del viso, delle mani e dei piedi annerita al pari di una pentola; il suo stato era già da tutti considerato senza speranza. Dopo che sua madre ebbe fatto un voto, improvvisamente egli ricuperò la salute. E, benché così piccolo ancora non sapesse parlare, raccontò tuttavia che era stato guarito dal beato Francesco.

 

890    68. Un giovane, precipitando da un posto molto alto, perdette la coscienza e restò paralizzato nelle membra; e per tre giorni continui non mangiò, né bevve, né dava segni di vita, e perciò venne ritenuto morto. Sua madre, senza chiedere alcun aiuto ai medici, domandò al beato Francesco la grazia della guarigione. Appena ebbe pregato, ritrovò il figlio vivo e guarito, e cominciò a lodare l'onnipotenza del Creatore.

 

891    69. Un fanciullo di Arezzo, di nome Gualtiero, soffriva di continue febbri e di due ascessi, e tutti i medici giudicavano il suo stato ormai inguaribile. Ma, formulato dai genitori un voto a san Francesco, egli venne ristabilito nella desiderata  salute.

 

 

 

CAPITOLO IX

 

IDROPICI E PARALITICI

 

 

 

892    70. Nella città di Fano, un ammalato di idropisia, per intercessione del beato Francesco, meritò di essere completamente guarito da tale infermità.

 

893    71. Una donna della città di Gubbio, che giaceva paralizzata in un letto invocato per tre volte san Francesco perché l'aiutasse, fu liberata dalla sua infermità e risanata.

 

894    72. Una fanciulla di Arpino, nella diocesi di Sora, era paralizzata a tal punto, che con le membra inerti e i nervi contratti, non poteva svolgere alcuna attività; sembrava posseduta dal demonio piuttosto che vivere con anima umana. Era talmente menomata da tale malattia, che sembrava a tutti tornata alla prima infanzia. Finalmente sua madre, ispirata dall'alto, la condusse in una culla ad una chiesa del beato Francesco presso Vicalvi, e versando molte lacrime e moltiplicando le preghiere, ottenne che fosse liberata da ogni traccia di malattia e restituita al precedente stato di salute.

 

895     73. Nel medesimo paese, un giovane colpito da paralisi, con la bocca irrigidita e gli occhi stravolti, fu accompagnato dalla madre a detta chiesa. Prima quel giovane era incapace di qualsiasi movimento, dopo che la madre ebbe per lui supplicato il Santo, ancor prima di raggiungere la sua casa, venne ristabilito alla primitiva salute.

 

896    74. A Poggibonsi, una fanciulla di nome Ubertina era gravemente e incurabilmente ammalata di malcaduco; i suoi genitori, perduta ormai ogni fiducia nei rimedi umani, implorarono insistentemente il soccorso di san Francesco. Avevano poi insieme formulato il voto di digiunare ogni anno per la vigilia, e nel giorno della festa del Santo, di dare da mangiare ad alcuni poveri, se egli avesse guarito la loro figlia da quella insolente malattia. Appena emesso il voto, la fanciulla si riebbe del tutto guarita, né risultò in seguito in lei alcuna traccia di così grave malattia.

 

897    75. Pietro Mancanella, cittadino di Gaeta, per una paralisi perdette l'uso di un braccio e di una mano, ed ebbe la bocca storta fino all'orecchio. Affidandosi alle cure dei medici, perdette anche la vista e l'udito. Si rivolse allora supplichevole al beato Francesco, e fu guarito da ogni infermità, per i meriti del beatissimo uomo.

 

898    76. Un cittadino di Todi era tanto sofferente per una artrite da non riuscire a riposare per il forte dolore. Infine, essendo ridotto allo stremo delle forze e non essendo alleviato in alcun modo dalle cure mediche, in presenza di un sacerdote si rivolse al beato Francesco e, appena ebbe emesso un voto, ricuperò la salute.

 

899    77. Un uomo di nome Bontadoso era talmente sofferente per un dolore ai piedi che non poteva muoversi per niente; dopo aver perduto  anche l'appetito e il sonno, fu convinto da una donna di votarsi al beato Francesco. Egli, irritato dal troppo dolore, diceva di non vedere che Francesco fosse un santo; in seguito si arrese, all'insistente suggerimento della donna, e fece un voto così: « Mi consacro a san Francesco, e credo che sia un santo, se mi libererà entro tre giorni da questa malattia ». Subito, poté rimettersi in piedi e si meravigliò, poiché era ritornata la salute scomparsa.

 

900  78. Una donna, che da molti anni giaceva a letto per malattia, incapace di qualsiasi movimento, fu risanata da san Francesco e poté così attendere alle sue occupazioni .

 

901    79. Un giovane, nella città di Narni, soffriva da dieci anni per una malattia, che lo rendeva tutto così gonfio da non poter essere curato in alcun modo. La madre lo votò a san Francesco, e subito ottenne da lui la grazia della guarigione.

 

902    80. Nella stessa città una donna, aveva da otto anni una mano paralizzata, sì da non esser in grado di fare nulla. Le apparve san Francesco in visione e stirandole la mano, la rese capace di lavorare come l'altra sana.

 

 

 

CAPITOLO X

 

NAUFRAGHI SALVATI

 

 

903    81. Alcuni naviganti erano in gran pericolo sul mare, lontani dieci miglia dal porto di Barletta, mentre la tempesta infuriava, dubitavano ormai di salvarsi e allora gettarono le ancore. Ma poiché la tempesta diventava sempre più violenta, il mare gonfio ribolliva, le funi si erano spezzate e le ancore erano cadute, i naviganti erano sbattuti qua e là tra le acque. Finalmente, placatosi il mare per divino volere, si accinsero con ogni sforzo a ricuperare le ancore, le cui sartie galleggiavano in superficie. Invocato il soccorso di tutti i santi, essi madidi di sudore non riuscirono a recuperarne neanche una in tutto il giorno. ~li era fra loro un marinaio di nome Perfetto, ma per nessuna qualità perfetto, spregiatore di ogni cosa di Dio, egli maliziosamente con derisione disse ai compagni: « Avete invocato il soccorso di tutti i santi e come potete constatare, nessuno vi è venuto in aiuto. Invochiamo allora codesto Francesco, che è un santo nuovo, affinché si immerga nel mare e con il suo cappuccio ci ripeschi le ancore perdute. Offriremo un'oncia d'oro alla sua chiesa che stanno costruendo ad Ortona, se ci accorgeremo che ci aiuta ». Gli altri acconsentirono con timore alla proposta di quell'uomo irriverente e, pur biasimandolo, confermarono la promessa. In un istante le ancore galleggiarono sulle acque, come se il pesante ferro si fosse trasformato in leggero legno.

 

904    82. Un pellegrino, invalido nel corpo e non del tutto sano di mente per una pazzia di cui aveva sofferto in passato, tornava con la moglie su di una nave, dai paesi d'oltremare. Egli, non ancora del tutto guarito, era arso dalla sete, ma l'acqua mancava; cominciò allora a gridare ad alta voce: « Siate fiduciosi, e riempitemi un bicchiere, perché il beato Francesco ha riempito d'acqua il mio fiasco ». Oh, meraviglia! Infatti il fiasco, che avevano lasciato vuoto, fu trovato colmo d'acqua. Qualche giorno dopo, durante una tempesta, mentre la nave era invasa dai flutti e squassata da altissime onde, sì che il naufragio sembrava imminente, lo stesso malato cominciò a gridare improvvisamente: « Alzatevi tutti, e andate incontro al beato Francesco che sta per venire. Eccolo è qui per salvarci ». Così dicendo con grido altissimo e piangendo, si prostrò ad adorarlo. Alla visione del Santo, subito il malato riprese la salute, e il mare si placò.

 

905    83. Frate Giacomo da Rieti, voleva attraversare un fiume con una barchetta; dopo aver portato i compagni sulla riva, da ultimo si preparava alla traversata. Ma quella piccola imbarcazione si ribaltò e, mentre il barcaiolo riusciva a nuotare, il frate fu sommerso. I frati, già sbarcati, invocavano con trepide grida il beato Francesco, come per obbligarlo, con pianti e preghiere, a soccorrere il figlio. Anche frate sommerso, dal profondo gorgo, non potendo pregare con le labbra, lo faceva col cuore. Ed ecco, venutogli in aiuto il Padre, camminò sul fondo, come sull'asciutto, afferrò la barca sommersa e con essa arrivò alla spiaggia. Incredibile a dirsi! I suoi abiti non erano affatto bagnati: nemmeno una goccia d'acqua aveva bagnata la tunica.

 

906    84. Due uomini e due donne, con un bambino, navigavano sul lago di Rieti; poiché all'improvviso la barca si capovolse e si riempì d'acqua, la morte dei naviganti sembrava prossima. Mentre tutti urlavano di spavento, senza alcuna speranza di salvarsi, una delle donne gridò con grande fiducia: « San Francesco, tu che da vivo mi hai concesso il dono dell'amicizia, porta ora dal cielo aiuto a chi sta per soccombere». Si presentò all'improvviso il Santo invocato, e condusse con tutta sicurezza al porto la barca ricolma di acqua. I naviganti avevano portato con sé una spada, che stava prodigiosamente a galla e seguiva tra le onde la barca.

 

907    85. Alcuni marinai di Ancona, sbattuti da una forte tempesta, consideravano ormai inevitabile il naufragio. Disperavano ormai di salvarsi e invocavano supplichevoli san Francesco; apparve allora sul mare uno splendore e con esso la calma, dono divino. Offrirono allora in voto un pallio di grande pregio e ringraziarono infinitamente il loro salvatore.

 

908    86. Un frate di nome Bonaventura navigava su di un lago con altri due uomini, quando la barca si spezzò su un fianco e poiché lasciava entrare l'acqua, affondava. Dal fondo del lago invocarono san Francesco, e la barca, benché piena d'acqua, arrivò coi naviganti al porto. Così anche un frate di Ascoli, caduto in un fiume, venne salvato per i meriti di san Francesco.

 

909    87. Un abitante di Pisa della parrocchia dei santi Cosma e Damiano, confermò con sua dichiarazione che, mentre era con molti in una nave in mare, la nave spinta da una violenta tempesta, si avvicinava ad infrangersi contro un monte. I marinai allora  costruirono una zattera con gli alberi e le tavole e vi salirono con gli altri che erano sull'imbarcazione, come su di un rifugio. Ma detto uomo di Pisa, poiché non era fermo saldamente alla zattera, fu colpito in pieno da una violenta ondata e scagliato in mare. Poiché non sapeva nuotare, né gli altri potevano aiutarlo, calò disgraziatamente in fondo al mare. Non essendo in grado di parlare, si raccomandava con gran fede a san Francesco, d'un tratto fu sollevato come da una mano e ricondotto sulla zattera, in tal modo riuscì insieme agli altri a salvarsi. La nave poi, scagliata contro il promontorio, andò completamente distrutta.

 

 

 

CAPITOLO XI

 

CARCERATI E PRIGIONIERI

 

 

910    88. In Romania accadde che un greco, servo di un certo signore, venisse falsamente accusato di furto. Il principe della regione ordinò che fosse rinchiuso in un angusto carcere e pesantemente incatenato, ed infine con sentenza definitiva che gli fosse tagliato un piede. La moglie implorò con insistenza il principe perché l'innocente fosse liberato; ma l'ostinata durezza di quell'uomo non si arrese alle implorazioni. Allora la donna ricorse supplichevole a san Francesco, raccomandando alla sua compassione con un voto quell'innocente. Si presentò il patrono degli infelici senza indugio e nell'istante in cui egli prese per mano il prigioniero, ne sciolse le catene, aprì il carcere, condusse fuori l'innocente mormorandogli: « Io sono colui, al quale la tua donna ti ha devotamente raccomandato ». Il prigioniero era preso da gran terrore, e girava attorno per scendere dal precipizio dell'altissima rupe, ma all'improvviso, senza saper come, si trovò in basso; appena ritornato, riferì alla moglie la verità del prodigio. Allora essa fece fare, secondo il voto, un'immagine di cera, che appese vicino all'immagine del Santo, perché fosse vista da tutti. Ma il marito ingrato si irritò per questo e percosse la moglie. Allora fu egli stesso colpito e si ammalò gravemente fino a quando, confessata la sua colpa, cominciò ad onorare con devozione il Santo di Dio, Francesco.

911    89. A Massa San Pietro, un poveretto era debitore di una somma ad un cavaliere; ma non potendo in alcun modo, a causa della sua miseria, pagarlo, fu imprigionato dal suo creditore. Il poveretto implorava che gli usasse misericordia e pregava con insistenza per ottenere una dilazione per amore di san Francesco, poiché credeva che anche ii cavaliere avesse rispetto per il famoso Santo. Ma quel cavaliere superbamente respinge le preghiere rivoltegli e follemente disprezza come cosa vana l'amore del Santo. Infatti risponde caparbio: « Ti rinchiuderò in un posto, e in una prigione, ove né Francesco né alcun altro possano aiutarti ». Mise in atto la sua minaccia; trovò una oscura prigione e vi gettò dentro l'uomo incatenato. Poco dopo, si presentò san Francesco che, infranta la porta del carcere, spezzate le catene ai piedi del prigioniero, lo ricondusse sano e salvo a casa sua. Egli, per mettere in evidenza il potere meraviglioso in quegli oggetti in cui aveva sperimentato la misericordia del Santo, portò le proprie catene alla chiesa del beato Francesco, presso Assisi. Così la  potenza di san Francesco, vinto il superbo cavaliere, liberò dal male il prigioniero, che a lui si era affidato.

 

912    90. Cinque ufficiali di un grande principe, catturati per sospetto, non solo vennero legati con pesanti catene ma anche rinchiusi in un duro carcere. Avendo saputo dei miracoli operati da san Francesco, essi si affidano a lui con grande devozione. Allora san Francesco apparve una notte ad uno di essi, promettendogli la grazia della liberazione. Tutto esultante, egli raccontò ai compagni di prigionia la promessa liberazione. Piansero e gioirono insieme e, nel buio della prigione, formularono voti e moltiplicarono le invocazioni. Senza indugio, uno di essi cominciò a scalfire con un osso il muro della fortificatissima torre. Il solido materiale gli cedeva con tanta facilità, come se si fosse trattato di una compagine di cenere. Terminata l'apertura nel muro, provò ad uscire, e spezzate le catene, uno dopo l'altro tutti uscirono liberi. Rimaneva da passare un profondo precipizio, se volevano fuggire; ma la loro guida, il coraggioso Francesco, diede loro il coraggio di scendere. Poterono quindi allontanarsi con tutta sicurezza ed esaltarono con alti elogi la grandezza del Santo.

 

913    91. Alberto di Arezzo, duramente incatenato per debiti a lui ingiustamente attribuiti, raccomandò con umiltà la propria innocenza a san Francesco. Amava moltissimo l'Ordine dei frati e venerava con speciale devozione il Santo, fra tutti gli altri santi. Il suo creditore d'altro canto gli aveva detto con sfida blasfema che né Dio né Francesco, avrebbero potuto liberarlo dalle sue mani. Avvenne dunque che nella vigilia del giorno dedicato a san Francesco, il prigioniero non aveva toccato cibo, anzi l'aveva donato, per amore del Santo, ad un poveretto. San Francesco la notte seguente apparve a lui che vegliava, e al suo apparire le catene caddero dai piedi e dalle mani del prigioniero. Si spalancarono da sole le porte e caddero giù le tavole dal soffitto, e l'uomo così liberato poté allontanarsi e ritornare a casa sua. Da allora mantenne il voto, digiunando nella vigilia di san Francesco, e aggiungendo al cero, offerto annualmente, un'oncia in più ogni anno.

 

914    92. Un giovane della Città di Castello fu accusato di un incendio, e chiuso in un duro carcere; andò egli allora umilmente la propria difesa a san Francesco. Una notte, mentre era incatenato e custodito, udì una voce che gli ingiungeva: « Alzati presto e va' dove vuoi, perché le tue catene sono sciolte! ». Ubbidì senza indugio a quell'ordine, e uscito fuori dal carcere, si incamminò verso Assisi per offrire al suo liberatore un sacrificio di lode.

 

915    93. Mentre era papa Gregorio IX, fu necessario che sorgesse in diverse parti la persecuzione contro gli eretici. In quel periodo un uomo di nome Pietro, di Castello di Alife (Caserta), fu accusato di eresia, e con gli altri imprigionato a Roma. Fu consegnato dal Papa al vescovo di Tivoli perché fosse tenuto in custodia. Il vescovo ricevutolo sotto pena di perdere l'episcopato, lo fece incatenare. Tuttavia, poiché la semplicità dei modi dell'accusato dimostrava la sua innocenza, fu trattato con minor rigore. Si narra che alcuni nobili della città, volendo, per odio inveterato contro il vescovo, che egli incorresse  nella pena minacciata dal Papa, offersero a Pietro un piano nascosto di fuga. Egli acconsentì e evase di notte, fuggendo in fretta lontano. Conosciuto il fatto, il vescovo ne fu molto preoccupato e aspettando la pena, non meno si rammaricò che il piano degli avversari fosse riuscito. Quindi con il più grande impegno possibile mandò spie da ogni parte, perché scoprissero il poveretto; catturatolo, lo fece rinchiudere in una severissima custodia, a pena della sua ingratitudine. Il vescovo fece preparare un'oscura prigione, circondata da robuste mura; in più, dentro, fece stringere il poveretto tra grosse tavole, legate con chiavi di ferro. Ordinò che il prigioniero fosse incatenato ai piedi con ceppi di ferro pesanti molte libbra, e gli fossero somministrati vitto e bevanda solo in piccola quantità.

         Era perduta ormai per lui ogni speranza di liberazione, ma Dio, che non permette che l'innocente perisca, nella sua pietà gli venne prontamente in aiuto. Il prigioniero cominciò a implorare il beato Francesco con pianti e preghiere perché gli venisse in aiuto, avendo udito che era la vigilia della sua festa. Aveva egli molta fiducia in san Francesco, poiché, così affermava, aveva saputo che gli eretici avevano latrato a lungo contro san Francesco. Nella notte della sua festa, verso il crepuscolo, il beato Francesco discese pietoso nel carcere e chiamando per nome il prigioniero, gli ordinò di alzarsi. Costui, terrorizzato, domandandogli chi fosse, si sentì dire che colui che gli si presentava era san Francesco. Allora il prigioniero chiamò una guardia e le disse: << Sono molto spaventato, giacché ho qui davanti a me uno che mi ordina di alzarmi dicendo di essere san Francesco ». Ma gli rispose la guardia: « Giaci, in pace, poveretto, e dormi! Tu infatti sragioni, non avendo oggi mangiato abbastanza ». Ma poiché il Santo di Dio gli ripeté il comando di alzarsi, circa l'ora di mezzogiorno, il poveretto si accorse che le catene dei piedi erano cadute a terra spezzate. Si accorse che le tavole della prigione si aprivano, mentre i chiodi saltavano via, offrendogli in tal modo un passaggio per uscire. Slegato, non sapeva, stordito come era, in qual modo fuggire, e, gridando, spaventò tutte le guardie. Esse comunicarono al vescovo che l'uomo si era liberato dalle catene. Il vescovo allora pensando che quegli fosse fuggito, e non sapendo che si trattava di un prodigio, pieno di paura, poiché era infermo, cadde a terra dal luogo ove sedeva. Avvertito poi dello svolgersi dei fatti andò devotamente al carcere e comprendendo la potenza di Dio adorò il Signore.

         Le catene furono poi recate alla presenza del Papa e dei cardinali. Essi saputo l'accaduto, pieni di meraviglia, benedissero Iddio.

 

916    94. Guidalotto da San Gimignano venne falsamente accusato di aver ucciso un uomo con il veleno e di aver intenzione di uccidere nello  stesso modo il figlio di quell'uomo e tutta la famiglia. Catturato perciò dal podestà del luogo, legato con pesanti catene, viene gettato in una torre in rovina. Il podestà pensava con quali torture estenuarlo per estorcergli la confessione del crimine imputatogli e ordinò infine che venisse sospeso ad un cavalletto girevole. Furono posti inoltre sopra di lui molti pesi di ferro sí che egli perse i sensi. Più volte il podestà ordinò di abbassarlo e di sospenderlo di nuovo, perché tra tanti tormenti fosse indotto alla confessione del delitto. Ma il prigioniero, sorretto dalla sua innocenza, mostrava letizia in volto, anche con l'aggravarsi dei tormenti. In seguito fu acceso un gran fuoco sotto di lui, e benché il suo capo pendesse verso terra nemmeno un capello gli fu bruciato. Infine fu cosparso d'olio bollente, ma poiché era innocente e fin dall'inizio si era raccomandato al beato Francesco, superò ogni tortura col sorriso sulle labbra. Infatti nella notte, antecedente l'esecuzione della pena, fu visitato dalla presenza del beato Francesco, e circondato da una nube meravigliosa di splendore, vi rimase avvolto sino al mattino, ripieno di gaudio e di immensa fiducia. Benedetto Iddio che non permette che gli innocenti periscano e nel diluvio di molte acque aiuta sollecito chi spera in lui.

 

 

 

CAPITOLO XII

 

DONNE LIBERATE DAI PERICOLI DEL PARTO,

E DI COLORO CHE NON OSSERVAVANO LA FESTA DEL SANTO

 

 

917    95. Una contessa di Schiavonia, illustre per nobiltà e amante del bene, ardeva di devozione verso san Francesco, e nutriva grande affetto per i frati. Mentre stava partorendo, presa da atroci dolori, si aggravò al punto da far pensare che l'imminente nascita del figlio segnasse la fine della madre. Non sembrava che il bambino potesse essere dato alla vita senza che la madre uscisse dalla vita e in tale sforzo partorire, ma perire. Ricordò allora in cuore suo la fama di Francesco e la di lui potenza e gloria: si vívifica la sua fede, si accende la sua devozione. La donna si rivolse allora all'aiuto efficace, all'amico fedele, al sollievo dei devoti, al rifugio degli afflitti. « San Francesco--esclamò--ogni mia viscera supplica la tua pietà, e con lo spirito faccio un voto che non riesco ad esprimere >>. Straordinario effetto della preghiera! Appena ebbe finito di parlare, finirono i suoi dolori, finirono le doglie e cominciò il parto. Cessata ogni apprensione, diede felicemente alla luce la sua creatura. Non si dimenticò poi del voto, né della promessa. Fece costruire una bellissima chiesa e quando fu edificata, la donò ai frati dell'Ordine del Santo.

 

918    96. Nelle vicinanze di Roma, c'era una donna di nome Beatrice, ormai vicina al parto; essa portava in seno già da quattro giorni il feto morto ed era tormentata da infinite sofferenze e da lancinanti dolori. Il feto morto conduceva anche la madre alla morte, e non essendo ancora stato espulso, metteva in pericolo la madre. La donna si affidò all'aiuto dei medici, ma ogni tentativo fallì e ogni umano  rimedio si rivelò inutile. In tal modo l'antica maledizione del peccato ricadeva gravemente su di lei e, divenuta tomba della sua creatura, essa stessa si avvicinava alla tomba. Ma essa mandò qualcuno a raccomandarla devotamente ai frati minori e piena di speranza, domandò supplicando qualche reliquia di san Francesco. Avvenne per divino volere che si trovasse un pezzetto del cordone, di cui talvolta il Santo si era cinto. Appena la corda fu data alla sofferente, ogni dolore disparve come d'incanto; il feto morto, causa di morte, fu espulso, e tornò la primitiva salute.

 

919    97. La moglie di un nobiluomo di Calvi, di nome Giuliana, viveva piena di tristezza per la morte dei figli e di continuo piangeva la sua infelicità. Tutti i suoi figli erano morti, e i nuovi rampolli erano presto recisi dalla scure. Era incinta di quattro mesi, ma era presa più dal dolore che dalla gioia, nel timore di una ingannevole letizia di una nascita presto frustrata dalla tristezza di un tramonto. Ma una notte, mentre dormiva, le apparve in sogno una donna che recava sulle mani uno splendido bambino e affidandoglielo con soave sorriso, le diceva: « Prendi, o donna, questo fanciullo che ti manda san Francesco! ». Ma essa, quasi rifiutando di ricevere colui che avrebbe dovuto presto perdere, ricusava dicendo: « Perché mai dovrei volere questo bambino che so presto dovrà morire al pari degli altri? ». E l'altra « Prendilo, perché quello che ti manda san Francesco resterà in vita ». Avendo ripetuto queste parole fra loro per tre volte, la donna infine accolse il bambino fra le braccia. Subito essa si svegliò e narrò il sogno al marito. Gioirono insieme, di grande gaudio e moltiplicarono i loro voti per ottenere il figlio. Compiuto il tempo del parto, finalmente la donna diede alla luce un maschietto, che fiorendo sino al vigore delI'età, compensò i lutti delle precedenti perdite.

 

920    98. Dalle parti di Viterbo c'era una donna, vicina al parto, ma ancor più vicina alla morte, tormentata com'era da dolori viscerali e da ogni genere di disturbi muliebri. Vennero consultati i medici e chiamate le levatrici, ma poiché costoro non ottenevano nessun risultato, rimaneva sola la disperazione. La poveretta allora invoca il beato Francesco e tra l'altro promette di celebrare solennemente la sua festa per tutta la vita. La donna fu subito alleviata nel dolore e portò a termine felicemente il parto. Ma, ottenuto quanto desiderava, non mantenne la promessa. Il giorno di san Francesco si recò a lavare i panni, non dimentica, ma piuttosto sprezzante del voto fatto da poco. All'improvviso fu presa da insolito dolore, e capito il castigo ritornò a casa. Ma cessato il dolore, essendo essa di quelle che mutano parere dieci volte in un'ora, quando scorge le vicine che accudiscono alle faccende, con temeraria emulazione osa fare peggio di prima. All'improvviso non riesce più a piegare il braccio destro intento al lavoro, lo sente diventare rigido e paralizzato. Cerca di sollevarlo con l'altro, ma per eguale maledizione anche quello si paralizza. La poveretta veniva per ciò alimentata dal figlio, né poteva da sola far nulla. Si stupì il marito, e riflettendo su quale poteva essere la causa, apprese che la mancata fedeltà a san Francesco era la ragione del tormento. Allora moglie e marito, presi dal timore, rifecero subito il voto. Il Santo si impietosì, poiché sempre era misericordioso, e restituì alla donna pentita l'uso delle membra di cui era stata privata quando aveva mancato all'impegno. In tal maniera, la pena rese nota la colpa e fece sì che la donna divenisse un esempio per tutti coloro che non mantengono i voti, e un ammonimento per coloro che pretendono di violare le feste dei Santi.

 

921    99. Nella città di Tivoli, la moglie di un giudice, dopo aver partorito sei figlie, turbata da eccessivo furore, decise di non avere in futuro rapporti col marito, per non continuare ad avere da questa relazione frutti non graditi. Non piaceva alla donna mettere al mondo sempre femmine, e delusa nel suo desiderio di un maschio, se la prendeva persino con la volontà di Dio. Non ci si deve ribellare al giudizio, che per legge di Dio onnipotente, cade sugli uomini. Essa con indignazione per un anno non si accostò al marito. Poco dopo ridotta a pentimento, le viene comandato dal suo confessore di riconciliarsi col marito e di domandare al beato Francesco un figlio, a cui avrebbe poi imposto il nome di Francesco, poiché ricevuto grazie ai suoi meriti. Poco tempo dopo, quella donna concepì, e il Santo che era stato invocato per ottenere un figlio solo le concesse di partorire due gemelli. Di essi uno fu chiamato Francesco, I'altro Biagio.

 

922    100. Nella città di Le Mans, una signora molto nobile aveva una serva non nobile che, anche nella festa di san Francesco, per ordine della padrona doveva fare i servizi. La poveretta, più nobile di spirito, rifiutava di lavorare, per rispetto al santo giorno. Ma prevalse l'umana paura al timore di Dio, e la serva, benché malvolentieri, ubbidì. Stende le mani alla conocchia, e le dita stringono il fuso; ma subito le mani si irrigidiscono per il dolore e le dita sembrano bruciare per un forte calore. La colpa fu così resa pubblica attraverso la pena, poiché le dure sofferenze non permisero certo il silenzio. Si precipitò la serva dai figli di san Francesco, confessò la colpa, mostrò il castigo, e chiese il perdono. Allora i frati si recarono in processione alla chiesa, implorando la clemenza di san Francesco per la sua salvezza. All'improvviso, mentre i figli imploravano il Padre, essa guarì, ma nelle sue mani restò il segno della bruciatura.

 

923    101. Nella Campania, avvenne qualcosa di simile. Una donna, nella vigilia della festa di san Francesco, benché fosse molto spesso rimproverata dalle vicine, perché nemmeno quella festa si asteneva dal lavoro, con ostinazione continuò la sua opera senza tregua, fino alla sera. Ma dopo la fatica, all'improvviso fu paralizzata alle mani e  resa inabile al lavoro. Si stupisce e si addolora. Immediatamente si alza e dichiarando che si doveva rispettare la festa solenne che essa aveva disprezzato, fa voto alla presenza di un sacerdote che per sempre avrebbe osservato la festa del Santo. Fatto questo voto, fu accompagnata ad una chiesa dedicata a san Francesco, ove, fra le lacrime, ricuperò la salute.

 

102. Nella città Olite una donna, ammonita da una vicina perché rispettasse la festa di san Francesco astenendosi dal lavoro, con eccessiva arroganza rispose: « Se per qualsiasi arte, ci fosse un santo, il numero dei santi sarebbe superiore a quello dei giorni ». Appena pronunciata la frase, per divino intervento, subito impazzì rimanendo priva della ragione e della memoria per molti giorni, finché per le preghiere elevate a san Francesco da alcuni devoti sparì la sua insania.

 

924    103. Nel paese di Piglio, nella Campania (di Roma), nella festa di san Francesco, una donna eseguiva in fretta un suo lavoro. Rimproverata da una nobildonna, essendo tale festa osservata da tutti con religiosa venerazione, rispose: « Mi manca poco a finire il mio lavoro. Veda il Signore se commetto una colpa! ». Subito vide nella figlia, che le sedeva appresso, avverarsi il grave giudizio. La bocca della bambina si era storta fino alle orecchie e gli occhi uscivano dalle orbite stravolti in modo orribile. Accorrono donne da ogni parte e imprecano contro l'empietà della madre, causa di disgrazia alla figlia innocente. Senza indugio essa si getta a terra accasciata dal dolore promettendo di osservare ogni anno il giorno del Santo, e di dar da mangiare, in tale occasione, ai poveri per riverenza a questo Santo. All'istante cessò il tormento della figlia, quando la madre che aveva peccato, si pentì della sua colpa.

 

 

925    104. Matteo da Tolentino aveva una figlia di nome Francesca. Egli, adiratosi non poco perché i frati si trasferivano altrove, decise di chiamare la figlia Mattea, spogliandola del nome di Francesca. Ma appena privata del nome, la figlia fu privata anche della salute. Infatti poiché ciò era avvenuto per disprezzo del Padre e per odio dei figli, la giovinetta si ammalò in modo gravissimo tanto da essere in pericolo di morte. Quell'uomo, tormentato da profondo dolore per le condizioni disperate della figlia e rimproverato dalla moglie per l'odio verso i servi di Dio e per il disprezzo al nome del Santo, per prima cosa ricorse al nome con sollecita devozione e rivestì la  figlia del primo titolo, di cui l'aveva spogliata. Finalmente, portata dal padre in lacrime al luogo dei frati, la fanciulla riebbe insieme al proprio nome anche la salute.

 

926    105. Una donna di Pisa, che non sapeva di essere incinta, mentre nella sua città si cominciava la costruzione di una chiesa dedicata a san Francesco, per tutto il giorno collaborò attivamente all'opera. Ad essa san Francesco apparve di notte, accompagnato da due frati che camminavano presso di lui, portando due ceri, e le disse: « Ecco, figliola, tu hai concepito e partorirai un figlio. Sarai assai felice di lui, se gli darai il mio nome ». Giunse quindi il tempo del parto e generò un figlio. La suocera allora disse: a Si chiamerà Enrico, in ricordo di quel nostro parente ». « No, assolutamente,--insisté la madre--, ma si chiamerà invece Francesco! ». La suocera schernì quel nobile nome, come se fosse volgare. Passati quindi pochi giorni, il bambino ormai prossimo al battesimo, si indebolì all'improvviso fino quasi a morire. Tutta la famiglia fu presa dal dolore e la gioia si trasformò per loro in angoscia. La notte però mentre la madre non riusciva a dormire per il dolore, venne come la prima volta san Francesco con due frati e come turbato si rivolse alla donna dicendole: « Non ti avevo detto che non avresti goduto di tuo figlio, se non gli avessi imposto il mio nome?». Allora quella incominciò a gridare che non avrebbe imposto al figlio nessun altro nome. Infine il piccolo guarì, e fu battezzato col nome di Francesco. Al fanciullino fu pure data la grazia di non piangere e di passare lietamente i suoi anni puerili .

 

927    106. Una donna delle parti di Arezzo in Toscana, dopo aver sopportato per sette giorni il travaglio del parto, ormai livida e disperata da tutti, formulò un voto a san Francesco e la morente incominciò a chiederne l'aiuto. Appena fatto il voto, subito si addormentò e le apparve san Francesco che chiamandola per nome, Adelasia, le domandava se conoscesse il suo volto. Essa rispose: « Certo che ti riconosco, Padre». Soggiunse il Santo: « Sai recitare "Salve, Regina di misericordia "? ». Al che essa rispose: « Sì, Padre ». « Incomincia allora, continuò il Santo, e, prima che finisca, partorirai felicemente ». Detto ciò il Santo gridò a gran voce e gridando disparve. A tal grido si sveglia la donna, che tremante cominciò a recitare: Salve Regina. Arrivata alle parole « quegli occhi tuoi misericordiosi », tosto, non ancora finita l'invocazione, dette alla luce un grazioso bambino, con grande gioia e salute.

 

928    107. In Sicilia, una donna benché sapesse che la festa solenne di san Francesco era imminente, non si curava comunque di astenersi dal lavoro, anzi preparò dinnanzi a sé un mortaio. Vi mise della farina e cominciò a manipolarla a braccia nude, ma ad un tratto la farina apparve tutta intrisa di sangue. Vedendo ciò, stupita la donna chiamò le vicine. Quanto più esse accorrevano a veder lo spettacolo, tanto più aumentava nella massa della farina il fluire del sangue. Si pentì la donna di quello che aveva fatto e formulò il voto di non iniziare più in avvenire un lavoro manuale nella festa consacrata al Santo. Confermata così la promessa, il fluire del sangue nella farina cessò.

 

929    108. Mentre era ancora vivo il Santo, una donna incinta che viveva dalle parti di Arezzo, giunto il tempo del parto, era in preda ad un terribile spasimo e rimase per parecchi giorni in questo travaglio. Il beato Francesco proprio in quel tempo passava di là, diretto verso un eremo, a cavallo, poiché era ammalato. Mentre tutti aspettavano il suo passaggio per quel luogo, dove si trovava la donna sofferente, il Santo invece era già arrivato all'eremo. Un frate si trovò a passare, con il cavallo su cui era stato seduto il Santo, proprio per quel villaggio. Allora gli abitanti, accorgendosi che questi non era san Francesco, rattristati, cominciarono a chiedersi se ci fosse qualcosa che il servo del Signore avesse stretto nella propria mano. Trovando le briglie del morso, che il Santo aveva stretto in mano, tolsero velocemente il morso dalla bocca del cavallo. Appena le briglie furono poste sopra la donna, si allontanò ogni pericolo, ed ella partorì con gioia e salute.

 

 

CAPITOLO XIII

 

MALATI DI ERNIA RISANATI

 

 

930    109. Frate Giacomo da Iseo, uomo celebre e famoso nel nostro Ordine, a testimonianza di quanto gli era accaduto e a gloria del nostro Padre, rese grazie al Santo per il beneficio della guarigione. Mentre era ancora fanciullo nella casa paterna, incorse in una gravissima ferita, dalla quale uscivano in una posizione che non era la loro le parti nascoste del corpo, collocate dalla natura nel segreto, e di conseguenza soffriva molto per quella lesione. Suo padre e tutti i suoi, che sapevano della cosa, ne erano angosciati e, nonostante il ricorso a numerosi rimedi, non lo vedevano punto migliorare. Allora il giovane, per ispirazione divina, cominciò a pensare alla salvezza della propria anima e a ricercare con spirito ardente Iddio, che sana i cuori feriti e ne lenisce le piaghe. Entrò pertanto devotamente nell'ordine, senza rivelare ad alcuno la propria infermità. Ma dopo qualche tempo i frati vennero a sapere della infermità del giovane. Impressionati, avrebbero voluto, benché spiacenti, rimandarlo in famiglia. Ma l'insistenza del giovane fu tale da impedire che fosse eseguita la spiacevole decisione. Ebbero quindi i frati cura del giovane, fino a che egli, sostenuto dalla grazia e pieno di nobili virtù, assunse tra loro la cura delle anime e si distinse per l`esercizio della regolare disciplina. Avvenne poi che, mentre avveniva il trasferimento del corpo del beato Francesco alla sua sede, egli fosse presente alle feste della traslazione insieme alla folla. Avvicinatosi alla tomba in cui riposava il corpo del veneratissimo Padre, cominciò a pregare a lungo per l'ormai vecchia infermità. Tutto ad un tratto, in maniera  mirabile, le membra ritornarono al loro posto naturale, ed egli, sentendosi guarito, depose il cinto, e da allora scomparve interamente ogni dolore.

 

931    110. Un Pisano, che evacuava i residui della digestione dalla parte dei genitali, a causa del forte dolore e della profonda vergogna, prese contro di sé una diabolica decisione. Travolto da disperazione profonda, decise di non vivere più oltre e di uccidersi con un laccio. Giunto il momento, fu tuttavia punto dal rimorso della non ancor spenta coscienza, e richiamò alla memoria e ripeté con la bocca, sia pur flebilmente, il nome di Francesco. Subito ottenne una conversione dalla maledetta decisione ed insieme l'immediata guarigione dalla enorme piaga.

 

932    111. Il figlio di un individuo di Cisterna nella Marittima era afflitto da una spaventosa lacerazione delle parti genitali, ed in nessuna maniera era possibile contenere la fuoriuscita degli intestini. Di fatti, anche il cinto, che solitamente è un buon rimedio per tale infermità, gli procurava nuove e dolorose lesioni. Gli infelici genitori vivevano nel tormento e l'orrenda vista di tale male era causa di pianto a vicini e conoscenti. Dopo aver tentato ogni genere di cure senza mai approdare a un risultato, il padre e la madre votarono il figlio a san Francesco. Lo portarono dunque il giorno di san Francesco alla chiesa costruita in suo onore presso Velletri, lo deposero dinnanzi all'immagine del Santo, fecero i loro voti e piansero per lui assieme alla numerosa folla. Mentre veniva cantato il Vangelo e venivano pronunciate quelle parole: « Ciò che viene nascosto ai sapienti, è rivelato ai fanciulli », all'improvviso si ruppero il cinto e gli inutili rimedi. Subito si rimarginò la ferita e ritornò la desiderata salute. Si levò quindi un grande grido di lode a Dio e di devozione al Santo.

 

933    112. Presso Ceccano, paese della Campagna, il sagrestano di nome Niccolò mentre di mattina presto entrava in chiesa, per un incidente improvviso cadde così malamente, che gli intestini gli fuoriuscirono fino al basso ventre. Alcuni chierici ed altri vicini accorsero e, sollevatolo, lo riportarono a letto. Giacque egli per otto giorni immobilizzato, al punto da non riuscire ad alzarsi nemmeno per le proprie necessità. Furono chiamati i medici e fatte tutte le cure del caso, ma il dolore aumentava e il disturbo non solo non guariva, ma si aggravava. Gli intestini fuoriusciti e nella sede impropria causavano  all'uomo tale sofferenza, che per otto giorni ii disgraziato non riuscì neppure a mangiare. Ormai privo di speranza e destinato a morire, l'uomo si rivolse a san Francesco. Pregò la propria figlia religiosa e timorata di Dio, di implorare per lui l'aiuto di san Francesco. Messasi un poco in disparte la pia figliola si concentrò nella preghiera, e tra i singhiozzi scongiurò il Padre per il proprio padre. O mirabile potenza della preghiera! D'improvviso il padre la richiamò, mentre ella ancora stava pregando, e le annunziò con gioia l'insperata guarigione. Ogni cosa era tornata al debito posto ed egli si sentiva di star meglio di quanto non lo fosse stato prima della caduta. Fece voto allora di aver sempre come suo patrono il beato Francesco, e di festeggiare ogni anno il giorno a lui consacrato.

 

934    113. Nel paese di Spello un uomo da due anni soffriva di ernia in modo tale che la massa intestinale sembrava essere tutta uscita sul basso ventre. Non riuscì infatti per molto tempo né a contenere il deflusso degli intestini, né a farli ritornare con l'aiuto dei medici alla sede naturale. Considerato dai medici ormai senza speranza, si rivolse alI'aiuto divino. Invocò dunque i meriti del beato Francesco, e improvvisamente s'accorse che ciò che prima era rotto si era consolidato, e risistemato al suo posto ciò che si era spostato .

 

935  114. Nella diocesi di Sora, un giovane di nome Giovanni era afflitto da tale ernia intestinale che non poteva essere alleviato da alcuna cura medica. Un giorno accadde che la moglie si recò ad una chiesa del beato Francesco. Mentre essa stava pregando per la guarigione del marito, uno dei frati le disse con semplicità: « Torna, e dì a tuo marito che faccia un voto al beato Francesco, e segni con un segno di croce il posto del male! ». Ritornata, essa lo riferì al marito. Egli fece voto al beato Francesco, segnò il posto della ferita e subito gli intestini rientrarono al luogo di prima. L'uomo si meravigliò molto per la rapidità dell'insperata guarigione, e per constatare che fosse completa, dato che era stata così improvvisa, cominciò a sottoporsi a vari esercizi fisici.

         Il beato Francesco apparve in sogno al medesimo giovane in preda ad una violenta febbre, e chiamandolo per nome gli disse: « Non temere, Giovanni, poiché sarai sanato dalla tua infermità ». La massima attendibilità di questo miracolo viene dal fatto che il beato Francesco apparve ad un religioso di nome Roberto e richiesto chi fosse, rispose: « Io sono Francesco, e sono venuto per sanare un mio amico ».

 

936    115. In Sicilia, san Francesco risanò pure in modo meraviglioso un uomo di nome Pietro, afflitto da un'ernia inguinale, quando proprio faceva la promessa di visitare la sua tomba.

 

 

CAPITOLO XIV

 

CIECHI, SORDI E MUTI

 

 

937    116. In un convento di Napoli, a un frate di nome Roberto, che era cieco da moltissimi anni, discese sugli occhi una pellicola di carne che gli impediva ogni movimento ed uso delle palpebre. Erano una volta là convenuti moltissimi frati forestieri, in partenza per diverse parti del mondo e il beato padre Francesco, esempio e specchio di santa obbedienza, per rincuorarli al viaggio con la forza di un nuovo miracolo, risanò il predetto frate alla loro presenza nel modo seguente. Una notte frate Roberto giaceva ormai ridotto in fin di vita, e già gli era stata raccomandata l'anima, quando alI'improvviso gli si presentò il beato Francesco con tre frati, insigni per la loro santità, ossia sant'Antonio, frate Agostino e frate Giacomo d'Assisi. Essi che l'avevano imitato in vita in ogni perfezione, ora lo seguivano con altrettanto ardore dopo morte. Il Santo, preso in mano un coltello, tagliò via dall'occhio la carne superflua, restituì la vista all'ammalato, e lo allontanò dalle fauci della morte, dicendogli: a Figlio mio Roberto, la grazia che ti ho fatto, è un segno per i frati che stanno per andare verso lontani paesi, che io li precederò dirigendo i loro passi. Vadano dunque,--continuò--, e compiano con alacre animo l'obbedienza loro ingiunta. Godano i figli dell'obbedienza, soprattutto quelli che, lasciando il proprio suolo, dimenticano la patria terrena perché hanno una guida capace e un sollecito precursore ».

 

938    117. A Zancato, paese presso Anagni, un cavaliere di nome Gerardo, aveva perduto totalmente l'uso degli occhi. Avvenne che due frati minori, tornando dall'estero, si dirigessero alla sua casa per esservi ospitati. Accolti pertanto onorevolmente da tutta la famiglia e trattati con ogni benevolenza, non s'accorgessero della cecità dell'ospite. Si recarono poi al luogo dei frati distante sei miglia e vi rimasero otto giorni. Una notte il beato Francesco apparve durante il sonno ad uno di loro, dicendogli: « Alzati e affrettati con il compagno alla casa del vostro ospite, perché nella vostra persona ha reso onore a me e nel nome mio vi ha dato ospitalità! Rendetegli il contraccambio della lieta ospitalità ed onore a chi vi ha onorati. Egli infatti è cieco e non ci vede e ciò glielo hanno procurato i peccati che ancora non ha confessato. Lo attendono le tenebre della morte eterna e gli si prospettano interminabili tormenti. Tutto ciò è conseguenza delle colpe che ancora non ha rigettato ». Sparito il Padre, il figlio attonito si alzò e frettolosamente adempì al comando con il confratello. Ambedue i frati  ritornano insieme dall'ospite, e colui che aveva avuto la visione racconta per ordine tutto ciò che aveva visto. Quell'uomo è preso da grande stupore e finisce per riconoscere la verità di quanto gli è detto. Si pente fino alle lacrime, si confessa volentieri, e promette di correggersi. Rinnovato cosi l'uomo interiore, l'uomo esteriore subito riacquista la luce degli occhi. La notizia della grandezza di questo miracolo diffusasi in ogni parte, incoraggiò tutti coloro che lo udivano, a favorire l'ospitalità.

 

939    118. Presso Tebe in Romania, una donna cieca, che digiunava nella vigilia di san Francesco a pane e acqua, fu condotta da suo marito alle prime ore della festa alla chiesa dei frati. Essa, durante la celebrazione della Messa, al momento dell'elevazione del corpo di Cristo, aprì gli occhi, vide con chiarezza e adorò con moltissima devozione. E nell'atto stesso dell'adorazione proclamò a gran voce: « Grazie a Dio e al suo Santo, perché vedo il Corpo di Cristo! ». Tutti i presenti proruppero in espressione di esultanza, e terminati i sacri riti la donna ritornò a casa sua, guidata dalla sua stessa vista. Cristo fu luce a Francesco mentre questi era in vita, e come allora gli delegò ogni suo potere meraviglioso, così anche ora desidera sia data gloria al suo corpo.

 

940    119. In Campagna, un ragazzo di quattordici anni, del paese di Pofi, per un'improvvisa disgrazia, perdette del tutto l'occhio sinistro. L'acerbità del dolore spinse fuori l'occhio talmente dall'occhiaia, che per otto giorni, pendendo all'esterno attraverso una sottile pellicola grossa un dito, quasi totalmente si inaridì. Quando ormai rimaneva solo la via delI'asportazione, secondo il parere dei medici, suo padre chiese con tutta l'anima l'aiuto del beato Francesco. Questi, infaticabile protettore degli infelici, non deluse le preghiere del supplice. Con la sua miracolosa potenza, rimise l'occhio inaridito al suo posto, ridonandogli la primitiva lucentezza dei raggi della desiderata luce.

 

941    120. Nella stessa regione, presso Castro (dei Volsci), una grossa trave cadde dall'alto e abbattendosi pesantemente sul capo di un sacerdote, gli accecò l'occhio sinistro. Egli, buttato a terra, cominciò a gran voce, lamentandosi, ad invocare san Francesco, dicendo: « Aiutami, o santissimo Padre, perché possa andare alla tua festa, come ho promesso di fare ai tuoi frati! ». Era infatti la vigilia del Santo. Costui rialzatosi subito, fu risanato in modo straordinario; proruppe quindi in esclamazione di lode e di gioia, e trasformò in meraviglia e giubilo la pietà dei presenti che già commiseravano il suo infortunio. Andò alla chiesa e narrò a tutti la bontà e la potenza del Santo, che aveva sperimentata in se stesso. Imparino quindi tutti a venerare devotamente colui che essi sanno così prontamente correre in aiuto a quelli che lo venerano.

 

942    121. Mentre era ancora in vita il beato Francesco, una donna di  Narni, afflitta da cecità, recuperò miracolosamente la vista, dopo che l'uomo di Dio le fece un segno di croce sugli occhi.

 

943    122. Un uomo del monte Gargano, di nome Pietro Romano, mentre nella sua vigna stava spaccando della legna con una scure, si colpì ad un occhio e lo divise a metà in modo tale che una parte del globo pendeva tutta fuori. Disperando in tale situazione di poter essere soccorso da alcuno, promise che non avrebbe toccato cibo nella festa di san Francesco, se gli fosse venuto in aiuto. Subito il Santo di Dio ricollocò al posto dovuto l'occhio di quell'uomo, ricongiungendo quanto era staccato, e ridonando la luce di prima.

 

 

944    123. Il figlio di un nobiluomo, cieco dalla nascita, acquistò il desiderato dono della vista per i meriti del beato Francesco. Egli, prendendo nome dail'avvenuto miracolo, si chiamò Illuminato. Entrò poi, a suo tempo, nell'Ordine di san Francesco, ed infine compì il santo inizio con una fine ancor più santa.

 

945    124. Bevagna è un nobile paese, sito nella valle Spoletana. Viveva in esso una santa donna, con una figlia vergine ancor più santa ed una nipote assai devota a Cristo. San Francesco onorava spesso la loro ospitalità con la propria presenza, poiché quella donna aveva anche un figlio nell'Ordine, uomo di specchiata virtù. Ora una di tali donne, cioè la nipote, era priva del lume degli occhi esterni, benché quegli interni, con i quali si vede Iddio, fossero illuminati di meravigliosa chiarezza. San Francesco, implorato una volta perché, avendo pietà del male di lei, avesse anche riguardo alle loro fatiche, inumidì gli occhi della cieca con la sua saliva, per tre volte, nel nome della Trinità, e le restituì la desiderata vista .

 

946    125. A Città della Pieve viveva un povero fanciullo completamente sordo e muto dalla nascita. Egli aveva la lingua tanto corta, che quanti l'avevano esaminata l'avevano trovata come tronca. Un uomo, di nome Marco, I'accolse in casa sua per amor di Dio. Il poveretto vedendosi accolto amorevolmente, cominciò a dimorare stabilmente con lui. Una sera, quell'uomo, mentre cenava con la moglie, presente il fanciullo, disse alla donna: « Io reputerei un grandissimo miracolo, se il beato Francesco restituisse a costui l'udito e la parola ». E aggiunse: « Faccio voto a Dio, che se san Francesco si degnerà di operarlo, io manterrò a mie spese questo fanciullo, finché vivrà ». Cosa senza dubbio meravigliosa! D'un tratto la lingua crebbe ed il fanciullo parlò, dicendo: « Viva san Francesco che vedo posto in alto e che mi ha donato la parola e l'udito. Che cosa ormai dirò alla gente? ». Il suo benefattore gli rispose: « Loderai Iddio e salverai molti uomini ». Gli uomini di quel paese, che lo avevano conosciuto come era prlma, furono ripieni di grandissima meraviglia.

 

947    126. Una donna nelle parti delle Puglie, da tempo aveva perduto l'uso  della lingua e non aveva più il respiro libero. Ad essa, mentre di notte stava dormendo, apparve la Vergine Maria, che le disse: « Se vuoi guarire, va' in pellegrinaggio alla chiesa di san Francesco presso Venosa e vi ricupererai la desiderata salute! ». Si alzò la donna e non riuscendo ne a respirare né a parlare, accennava ai familiari di volersi recare a Venosa. I familiari acconsentirono e si incamminarono con lei verso quel luogo. Entrò dunque la donna nella chiesa di san Francesco, e mentre con l'animo commosso domandava la grazia, d'un tratto vomitò fuori un nodo di carne, e venne risanata tra l'ammirazione dei presenti.

 

948    127. Nella diocesi di Arezzo, una donna che era muta da ben sette anni, si rivolgeva con inesauribile speranza al divino ascolto, perché Dio si degnasse di scioglierle la lingua. Ed ecco, mentre dormiva, apparvero due frati che indossavano una veste rossa e dolcemente la consigliarono di fare un voto a san Francesco. Obbedì volentieri ai loro suggerimenti, e si consacrò col cuore, non potendolo con la lingua. Contemporaneamente si svegliò dal sonno e dal silenzio.

 

949    128. Un giudice, di nome Alessandro, era oggetto di stupore ai conoscenti perché, avendo sparlato dei miracoli del beato Francesco, era rimasto privo dell'uso della parola per ben oltre sei anni. Punito proprio in ciò con cui aveva peccato, richiamato in sé dal doloroso castigo, si doleva di aver disprezzato i miracoli del Santo. Pertanto, non durò più a lungo l'indignazione del Santo, che riaccettò nel suo favore, restituendogli la parola, colui che pentito umilmente l'invocava. Da allora, il giudice, reso di gran lunga più devoto dalla dura punizione, purificò la lingua blasfema con le lodi del beato padre.

 

950    129. Avendo parlato di un bestemmiatore, ci sovviene qualcosa che è bene narrare. Un cavaliere, di nome Gineldo, di Borgo (San Sepolcro) in provincia di Massa, continuava a disprezzare con impudenza sguaiata le opere e i miracoli del beato Francesco. Scagliava frequenti ingiurie ai pellegrini che accorrevano a venerare la sua memoria e infieriva con manifesta follia contro i frati. Un giorno, mentre stava giocando ai dadi, pieno di demenza e di incredulità, disse ai presenti: « Se Francesco è santo, vengano diciotto punti ai dadi! ». Tosto apparve nei dadi il sei moltiplicato per tre, e per ben nove volte, ad ogni gettata, venne fuori il sei per tre. Non si quietò quel folle, anzi aggiunse peccato a peccato e bestemmia a bestemmia. « Se è vero--esclamò--, che Francesco è santo, rimanga oggi ucciso di spada il mio corpo! Se poi non è santo, che io ne esca sano e salvo! ». Non tardò molto l'ira di Dio, e per giudizio divino, gli fu imputato a peccato il suo discorso. Terminato il gioco, avendo pronunciato un'offesa contro un suo nipote, questi afferrò una spada che tinse di sangue nelle viscere dello zio. Così quel giorno lo scellerato, reso schiavo dell'inferno e figlio delle tenebre, morì.--Temano i bestemmiatori e non si illudano che le parole si dissipino nell'aria, né che manchi il vendicatore delle offese fatte ai Santi.

 

951    130. Una donna, di nome Sibilla, dopo aver sofferto per molti anni la privazione della vista, venne condotta, cieca come era e piena di amarezza, alla tomba delI'uomo di Dio. Essa, recuperata la vista d'un tempo, ritornò a casa piena di gioia e di esultanza.

 

952    131. Nel paese di Vicalvi, in diocesi di Sora, una fanciulla, cieca dalla nascita, condotta dalla madre ad un oratorio di san Francesco, dopo aver invocato il nome di Cristo, meritò, per i meriti di san Francesco, di acquistare la vista, che prima mai aveva avuto.

 

953    132. Ad Arezzo, una donna, che non ci vedeva da sette anni, nella chiesa di San Francesco, edihcata presso la città, riottenne la vista perduta.                                   

954    133. Nella stessa città, il figlio di una povera donna, fu guarito dalla sua cecità dal beato Francesco, cui era stato consacrato dalla madre.

 

955    134. Un cieco di Spello, dinnanzi alla tomba del sacro Corpo, ritrovò la vista, da lungo tempo perduta.

 

956    135. A Poggibonsi, diocesi di Firenze, una donna cieca spinta da una visione, cominciò a far visita a un oratorio del beato Francesco. Essa, condotta là, mentre stava supplichevole prostrata davanti all'altare, all'improvviso, riacquistò la vista e poté tornare senza guida a casa sua.

 

957    136. Anche un'altra donna, di Camerino, era completamente priva della vista all'occhio destro; su di esso i suoi parenti posero un panno che il beato Francesco aveva toccato con le sue mani, e, formulato un voto, ringraziarono con riconoscenza il Signore Iddio e san Francesco per la riacquistata vista.

 

958    137. Qualcosa di simile accadde a una donna di Gubbio. Essa, fatto il voto, fruì del ricupero della vista perduta.

 

959    138. Un cittadino di Assisi, che aveva perduto la vista da cinque anni e che, mentre viveva san Francesco, gli era sempre stato amico, pregandolo e ricordandogli l'antica amicizia, appena toccò la sua tomba, all'istante fu liberato dal suo male.

 

960    139. Albertino da Narni, perduta la vista e avendo le palpebre cadenti fino alle guance, fece voto al beato Francesco e meritò di ritrovare  la vista e di guarire.

 

961    140. Un giovane, di nome Villa, non era in grado né di camminare né di parlare. Per lui la madre fece fare un'immagine di cera votiva, e la portò con grande devozione al posto ove il padre Francesco riposa. Tornando a casa, trovò il figlio che camminava e parlava.

 

962     141. Un uomo nella diocesi di Perugia, privo totalmente della lingua e della parola, teneva la bocca sempre spalancata e mugolava orribilmente. Aveva infatti la gola molto gonfia e tumida. Giunto al luogo in cui giace il santissimo corpo, volendo raggiungere su per i gradini la tomba, prese a vomitare gran quantità di sangue e così, stupendamente liberato, riprese a parlare e ad aprire e a chiudere la bocca, in modo naturale.

 

963    142. Una donna, a causa di un sasso che le si era conficcato in gola, subì una forte infiammazione, e le si inaridì la lingua, sì che non poteva né parlare, né mangiare, né bere. Essa, pur avendo tentato molte cure, e non sentendo alcun rimedio e sollievo, si votò col cuore al beato Francesco e, tosto, apertasi la gola, vomitò fuori la pietra che la ostruiva.

 

964    143. Bartolomeo della città di Arpino, diocesi di Sora, privo da sette anni dell'udito, invocò il nome del beato Francesco, e riottenne l'udito.

 

965    144. In Sicilia, una donna, del paese di Piazza Armerina, privata dell'uso della parola, si rivolse con le parole del cuore al beato Francesco e riacquistò la grazia della desiderata parola.

 

966    145. Nella città di Nicosia, un sacerdote, secondo l'abitudine, si levò per il mattutino e, richiesto da un lettore della benedizione solita, brontolò non so qual barbara risposta. Così impazzì e, riportato a casa, perdette quasi del tutto la parola per un intero mese. Egli, poi, per suggerimento di un uomo di Dio, fece voto a san Francesco e riacquistò, liberato dal male, I'uso della parola.

 

 

 

CAPITOLO XV

 

LEBBROSI E PERSONE AFFETTE DA EMORRAGIA

 

967    146. A San Severino, un giovane di nome Atto, era lebbroso ormai all'ultimo stadio. Tutte le sue membra erano tumide e gonfie, e guardava ogni cosa con sguardo orribile. Giaceva così quasi sempre a letto, e infondeva ai suoi parenti un'infinita tristezza. Un giorno suo padre rivolgendosi a lui, lo persuase a consacrarsi al beato Francesco. Egli acconsentì con gioia alla proposta, e il padre si fece portare uno stoppino di candela, col  quale misurò la statura del giovane. Promise con voto di portare ogni anno una candela alta quanto suo figlio al beato Francesco. Appena fatto il voto, il malato subito si alzò dal giaciglio e si ritrovò guarito dalla lebbra.

 

968    147. Un altro uomo, di nome Buonuomo, della città di Fano, paralitico e lebbroso, accompagnato dai parenti alla chiesa di san Francesco, ottenne completa guarigione di ambedue le malattie.

 

969    148. Una nobildonna, di nome Rogata, nella diocesi di Sora, soffriva da ventitrè anni di emorragie; un giorno udì un giovane cantare in lingua volgare i miracoli che Dio aveva operato in quei giorni per mezzo del beato Francesco. Mossa da profondo dolore, pianse e incominciò ardente di fede a dire dentro di sé: « O beatissimo padre Francesco, per il cui merito rifulgono miracoli così grandi, degnati di liberarmi da queste sofferenze! Finora un miracolo così grande non hai operato! ». Spesso, infatti, à causa dell'eccessivo flusso di sangue, la donna sembrava prossima a morire; appena cessava, essa si gonfiava in tutto corpo. Trascorsi pochi giorni, si ritrovò risanata per i meriti del beatissimo Francesco. Anche il figlio di lei, di nome Mario, che aveva un braccio rattrappito, appena formulato il voto, fu risanato dal Santo di Dio.

 

970    149. Una donna della Sicilia, oppressa per sette anni da emorragie, fu risanata allo stesso modo dal vessillifero di Cristo, il beato Francesco.

 

 

 

CAPITOLO XVI

 

PAZZI E INDEMONIATI

 

 

971    150. Pietro da Foligno, che si era recato a visitare il tempio del beato Michele, bevve l'acqua di una fonte e sembrò quasi avesse bevuto dei demoni. Da allora, posseduto per tre anni, era straziato nel corpo, faceva discorsi terribili e commetteva orrende azioni. Finalmente, appena toccò con la mano la tomba del beato padre, invocando umilmente la sua potenza, fu miracolosamente libero da quei demoni, che così crudelmente lo avevano tormentato.

 

972    151. A una donna della città di Narni, posseduta dal demonio, il Santo comandò durante il sonno di segnarsi col segno della croce. A lei, svanita di mente, poiché non sapeva segnarsi, il beato Francesco impresse il segno di croce, mettendo in fuga ogni spirito diabolico.

 

973    152. Nella Marittima, una donna, sofferente di follia da cinque anni, rimase priva della vista e dell'udito Stracciava con i denti le vesti, non aveva alcuna paura dei pericolo del fuoco e dell'acqua, e cadeva in orribili attacchi di epilessia. Una notte, disponendo la divina misericordia che le fosse usata pietà, venne colta da un salutare sopore . Vide quindi il beato Francesco seduto su di un trono bellissimo e lei, prostrata dinnanzi, invocava supplichevole la guarigione. Poiché il Santo non accondiscendeva alle suppliche emise quindi la donna un voto, promettendo secondo la sua possibilità, di non rifiutare l'elemosina a chi gliela avesse richiesta per amore di lui. Immediatamente il Santo accettò il voto, simile a quello che aveva fatto lui stesso una volta e segnandola con un segno di croce, le restituì completa salute .

 

974    153. Una fanciulla presso Norcia, era già da lungo tempo oppressa da malore, si capì infine che era posseduta dal demonio. Infatti spesso strideva i denti e si mordeva, non temeva i precipizi né i pericoli; così perduta la parola e privata dell'uso delle membra, non aveva più la sembianza d'un essere ragionevole. I suoi genitori, angustiati per la confusione della loro discendenza, la condussero ad Assisi, dopo aver fissato il lettuccio su un giumento. Il giorno della (`irconcisione del Signore, mentre si celebrava la Messa solenne e la giovinetta giaceva sdraiata per terra vicina all'altare di san Francesco, d'un tratto vomitò qualcosa di terribile. Quindi, alzatasi in piedi, baciò l'altare di san Francesco e liberata del tutto da ogni male, esclamò a gran voce: «Lodate Iddio e il suo Santo! ».

 

975    154. Il figlio di un nobiluomo soffriva del tormento doloroso del mal caduco. Emetteva schiuma dalla bocca, osservava tutto con sguardo truce, e con l'abuso delle membra, sputava qualcosa di diabolico. I suoi genitori imploravano il Santo di Dio, invocando il rimedio e offrendo il disgraziato figlio alla sua compassione e pietà. Ed ecco, nella notte, apparve alla madre, che dormiva, I'amico pietoso che le disse: « Ecco, sono venuto ora a salvare tuo figlio ». A quel richiamo la donna si alzò tremante e ritrovò suo figlio perfettamente guarito.

 

976    155. Penso di dover raccontare quale meraviglioso potere sui demoni abbia avuto il Santo durante la sua vita. Una volta, nel paese di San Gimignano, I'uomo di Dio mentre predicava il Regno dei Cieli, fu ospite di una persona timorata di Dio, la cui moglie, come tutti sapevano, era posseduta dal demonio. Il beato Francesco fu pregato di intervenire a favore di lei, ma volendo sfuggire l'applauso degli uomini, si rifiutò dall'intervenire. Tuttavia, commosso dalle molte preghiere, fece mettere in tre angoli a pregare i tre frati che erano con lui, e nel quarto angolo si mise lui stesso a pregare. Terminata la preghiera, si avvicinò con fede alla donna, così terribilmente tormentata, e ordinò al demonio in nome di Gesù Cristo, di andarsene. Esso al suo comando si allontanò con rabbia e tanta velocità che l'uomo di Dio credette d'essersi illuso e, arrossendo, se ne andò di là. Passando un'altra volta in seguito per lo stesso paese, quella donna lo seguiva per la piazza, baciando le orme dei suoi piedi, e chiedendo ad alta voce che si degnasse di parlare con lei. Il Santo, assicurato da molti dell'effettiva guarigione di lei, solo allora, acconsentì di parlarle.

 

977    156. Un'altra volta, mentre il Santo si trovava presso Città di Castello, una donna posseduta dal demonio fu condotta nella casa in cui egli abitava. Essa era fuori e digrignando i denti, disturbava tutti con le sue grida sguaiate. Ora molti supplicavano e imploravano il Santo di Dio per la sua guarigione, lamentando che già da troppo tempo erano turbati dalla sua malattia. Il beato Francesco mandò a lei un frate che l'accompagnava, volendo provare così se fosse il demonio  o un inganno della donna. Ma essa, sapendo che non era san Francesco, lo derise e ne tenne poco conto. Il padre santo era intanto rimasto all'interno e pregava. Terminata la preghiera, uscì fuori dalla donna. Essa, non potendo sopportare la sua presenza, si rotolava con violenza per terra. Il Santo di Dio comandò per obbedienza al demonio di uscire. Esso tosto allontanandosi, lasciò la donna finalmente libera.

 

 

CAPITOLO XVII

 

PERSONE SOFFERENTI PER DEFORMITA' E FRATTURE

 

978    157. Nella contea di Parma, nacque ad un uomo un figlio che aveva un piede volto all'indietro, cioè con il calcagno davanti e le dita di dietro. Quell'uomo era povero ma devoto di san Francesco. Si lamentava ogni giorno con ii Santo, per quel figlio così malridotto, mostrando insistentemente la propria miseria. In cuor suo pensava, consenziente la nutrice, di forzare il piede a tornare al proprio posto, dopo che le membra del delicato fanciullo si fossero ammorbidite nel bagno, e si preparò ad eseguire quanto aveva deciso. Ma prima che fosse tentato tale atto temerario, quando le fasce furono tolte, il fanciullo, per i meriti di san Francesco, fu trovato guarito come se prima non avesse mai avuto simile deformità.

 

979    158. Presso Scoppito, vicino ad Amiterno, un uomo e la moglie che avevano un solo figlio, ogni giorno lo piangevano come se fosse una vergogna della loro famiglia. Infatti non sembrava già un uomo, ma un mostro, essendo le sue membra anteriori, invertito l'ordine di natura, volte all'indietro. Così, con le braccia attaccate al collo, le mani congiunte al petto e i piedi stretti alle natiche, sembrava essere una sfera, non un busto. Perciò lo tenevano lontano dalla presenza dei parenti e dei vicini, perché non lo vedessero, pieni di dolore e ancor più di vergogna. Oltre a ciò, il marito, prostrato dal dolore, rimproverava alla moglie di non saper generare figli come le altre donne, ma mostri, non paragonabili nemmeno alle specie peggiori degli animali, e la tormentava con l'accusa che il giudizio di Dio provenisse da una colpa di lei. Essa allora, afflitta dal dolore e confusa di vergogna, gemendo invocava Cristo e chiamava in aiuto san Francesco, perché si degnasse di soccorrerla, infelice com'era e ridotta a tale tormento. Una notte, mentre era, piena di tristezza, sommersa in un doloroso sonno, le apparve san Francesco, che la consolava con pie parole: « Alzati--le ordinò--, e porta il bambino al vicino posto dedicato al mio nome, dove lo immergerai nell'acqua di quel pozzo. Appena infatti avrai versato quell'acqua sul bambino, egli acquisterà la completa guarigione ». La donna non si curò di adempiere l'ordine del Santo, riguardo al bambino, ed anche non prestò ascolto ad una seconda visione, in cui il Santo le ordinava la stessa cosa. Ora il Santo impietosito dalla sua semplicità, volle in modo ancor più vivido usarle misericordia. Infatti le apparve una terza volta insieme alla gloriosa Vergine e la nobilissima compagnia dei santi Apostoli, e sostenendola insieme al fanciullo la trasportò in un attimo dinnanzi alla porta del luogo designato. Sorta ormai l'aurora, e  scomparsa completamente quella visione, la donna stupita e ammirata, bussò alla porta. Ispirò ai frati non poca ammirazione quel suo attendere con piena fiducia la guarigione del fanciullo, ormai promessa da una terza visione. Sopraggiungendo in seguito, per devozione, alcune nobildonne della stessa regione, ed avendo ascoltato quanto era accaduto, ne furono molto ammirate. Attinsero quindi rapidamente acqua dal pozzo e la più nobile fra loro accudì con le proprie mani al bagno del fanciullo. All'improvviso, ricomposte tutte le membra al loro luogo naturale, il fanciullo apparve guarito e la grandezza del miracolo produsse in tutti immensa ammirazione .

 

980    159. Nella città di Cori, nella diocesi di Ostia, un uomo aveva perduto completamente l'uso di una gamba, e non riusciva in alcun modo a camminare e a muoversi. Preso da un'angustia profonda e disperando dell'umano aiuto, corninciò una notte, come se vedesse presente il beato Francesco, a lamentarsi davanti a lui del suo stato: << Aiutami san Francesco, nel ricordo clel favore e della devozione che ho mostrato per te! Giacchè ti ho trasportato sul mio asino ho baciato i tuoi picdi e le tue sante mani, ti sono sempre stato devoto, sempre benevolo; ed ecco che io ora muoio per il tormento insostenibile di questo male! >>. Commosso da tali implorazioni, subito il Santo, memore dei favori ricevuti, apparve con un frate all'uomo che non poteva dormire. Disse che era venuto perché da lui chiamato a portare rimedio per la guarigione. Toccò la parte sofferente con un bastoncino, che recava su di sé il segno del Tau . Subito si ruppe l'ascesso e, ricuperata la salute, fino ad oggi è rimasta impressa m quella parte il segno del Tau. Con tale sigillo san Francesco firmava le sue lettere, ogni qualvolta o per necessità o per spirito di carità, inviava qualche suo scritto.

 

981    160. Fu portata al sepolcro del Santo una fanciulla, che aveva da un anno il collo mostruosamente inclinato e la testa congiunta ad una spalla, sì che non riusciva a guardare alcuno se non di sbieco. Essa mentre stava posando il capo sotto l'arca in cui era rinchiuso il prezioso corpo del Santo, all'improvviso raddrizzò il collo e, commossa dal subitaneo mutamento, prese a fuggire e a piangere. Sulla spalla su cui era stata ripiegata la testa, si vedeva ora una specie di incavo, che le aveva procurato la lunga infermità.

 

982    161. Nel contado di Narni, un fanciullo aveva una tibia tanto contorta da non riuscire in alcun modo a camminare senza l'aiuto di due stampelle. Sofferente di tale infermità fin dall'infanzia, divenne mendico e non conosceva nemmeno i suoi genitori. Egli fu risanato per i meriti del beato Francesco, e poté camminare liberamente dove voleva, senza bastone.

 

983    162. Un uomo di nome Niccolò, di Foligno, aveva la gamba sinistra rattrappita e soffriva per così grande disgrazia; aveva speso con i medici per riottenere la sua salute tanto che si era indebitato oltre ogni volere e possibilità. Non avendo tratto alcun sollievo dal loro aiuto, esacerbato dal cruento dolore tanto che coi suoi ripetuti urli non permetteva nemmeno ai vicini di dormire di notte~ finalmente fece voto a Dio e a san Francesco e si fece portare alla sua tomba. Mentre stava pregando durante la notte davanti al tumulo, la gamba gli si raddrizzò, ed egli esultante di gioia poté ritornare a casa senza  alcun bastone.

 

984    163. Anche un fanciullo, che aveva una gamha rattrappita sì che il ginocchio gli toccava il petto e il calcagno le natiche, fu trasportato al sepolcro del beato Francesco; era accompagnato dal padre che macerava la propria carne con un cilicio e dalla madre che faceva per lui penitenza. Egli guarì con subitanea e completa salute.

 

985    164. Nella città di Fano vi era un uomo rattrappito, le cui tibie coperte di piaghe aderivano alle cosce ed esalavano un fetore tale che gli infermieri non lo volevano accettare nell'ospedale. Egli per i meriti del beato Francesco, avendone invocato la misericordia, di lì a poco si rallegrò per la guarigione.

 

986    165. Una fanciulla di Gubbio, che aveva le mani contratte, e aveva perduto ormai da un anno l'uso di tutte le membra, fu accompagnata dalla sua nutrice con un'immagine di cera alla tomba del Santo, per ottenere la guarigione. Dopo otto giorni che si trovava là, le fu interamente restituito I'uso di tutte le membra, rese atte al loro compito.

 

987    166. Anche un altro fanciullo di Montenero, giaceva da più giorni davanti alla porta della chiesa, ove riposa il corpo del beato Francesco, poiché egli non poteva camminare né stare a sedere; infatti dalla cintola in giù era privo di forze e dell'uso delle membra. Un giorno entrò in chiesa e al semplice tocco del sepolcro del beatissimo padre, tornò fuori risanato ed incolume. Raccontava poi questo fanciulletto che, mentre si trovava davanti alla tomba del glorioso Santo, gli si presentò sul sepolcro un giovane, vestito dell'abito dei frati e recava in mano delle pere; mentre lo chiamava per nome, gli offrì una pera e lo esortò a mangiarla. Egli accettando una pera dalle sue mani, rispondeva: « Ecco, vedi sono rattrappito, non posso affatto mettermi in piedi ». Tuttavia mangiò la pera offertagli e cominciò a protendere la mano all'altra pera che gli veniva offerta dal giovane. L'altro lo esortava ad alzarsi, ma egli, oppresso dalla malattia, non ci riusciva. Mentre il fanciullo stendeva la mano verso la pera, il giovane, dopo avergli mostrato il frutto, gli prese la mano e condottolo fuori, scomparve dalla sua vista. Costui completamente risanato, cominciò a gridare a gran voce, manifestando a tutti l'accaduto.

 

988    167. Un altro cittadino di Gubbio che aveva portato in una cesta alla tomba del santo padre, il figlio rattrappito lo riebbe risanato. Era stato così spaventosamente contratto che le tibie aderendo alle cosce si erano come completamente inaridite.

 

989    168. Nella diocesi di Volterra, c'era un uomo di nome Riccomagno, che appena riusciva a strisciare per terra con le mani. Anche la madre per la sua mostruosità l'aveva abbandonato. Appena fece umilmente un voto al beato Francesco, fu risanato.

 

990    169. Nella stessa diocesi due donne, di nome Verde e Sanguigna, erano così contratte da non potersi muovere se non trasportate da altri, ed avevano le mani tutte scorticate, perché si appoggiavano su di esse per muoversi. Esse appena fatto un voto furono guarite.

 

991    170. Un certo Giacomo da Poggibonsi era così spaventosamente curvo e contratto da aderire con la bocca alle ginocchia. La madre, vedova, lo condusse ad un oratorio del beato Francesco, e dopo aver recitata una preghiera al Signore per la sua guarigione, lo ricondusse a casa guarito.

 

992    171. A Vicalvi, la mano rattrappita di una donna, per i meriti del padre santo, tornò simile all'altra.

 

993    172. Nella città di Capua una donna aveva fatto voto di visitare di persona il sepolcro del beato Francesco. Essa, dimenticatasi per le preoccupazioni familiari, del voto fatto, perdette all'improvviso l'uso della parte destra. Non le riusciva di voltare da alcuna parte la testa e il braccio, per la contrazione dei nervi. E così tutta piena di dolori stancava i suoi vicini col suo continuo ululato. Passarono allora davanti alla sua casa due frati che, pregati da un sacerdote, entrarono dalla poveretta. Essa confessata la dimenticanza del voto, e ricevuta da essi la benedizione, in quelI'istante si alzò e, resa più saggia attraverso il castigo, adempì senza indugio la promessa.

 

994    173. Bartolomeo da Narni, mentre dormiva alI'ombra di un albero, per un'insidia diabolica perdette l'uso di una gamba e di un piede, ed essendo molto povero non sapeva e chi rivolgersi. Ma l'amico dei poveri, Francesco, vessillifero di Cristo, gli apparve mentre dormiva e gli ordinò di recarsi in un certo luogo. Tentò egli di trascinarsi fin là, ma mentre sbagliava la strada, udì una voce che gli diceva: « La pace sia con te! Io sono colui al quale tu ti sei votato! ». E lo condusse in quel luogo e pose una mano, così gli parve, sul piede e l'altra sulla gamba; in tal modo gli restituì l'uso delle membra che erano inaridite. Costui era allora in età avanzata e per la durata di sei anni era rimasto così paralizzato.

 

995    174. Molti prodigi simili operò san Francesco mentre ancora viveva. Così passando una volta per la diocesi di Rieti, arrivò ad un paese, nel quale una donna, tutta in lacrime, portava in braccio un figlio di otto anni, che venne a deporre ai suoi piedi. Il fanciullo purtroppo da quattro anni si era così gonfiato da non potersi guardare nemmeno le gambe. Il Santo, ricevutolo con benevolenza, passò sul ventre di lui le sue santissime mani. Al suo tocco, svanito il gonfiore, il bambino fu all'improvviso risanato, e con la madre ormai felice, non finiva di ringraziare Dio e il suo Santo.

 

996    175. Nella città di Tuscanella, un cavaliere che dette ospitalità al beato Francesco, aveva un figlio unico zoppo e debole in  tutto il corpo. Benché avesse ormai trascorso gli anni dell'allattamento, tuttavia dormiva ancora nella culla. Il cavaliere si prostrò umilmente ai piedi del sant'uomo e gli domandò gemendo la salute del figlio. Il Santo si riteneva e si diceva indegno di donare così grande grazia, ma tuttavia fu vinto dall'insistenza delle sue invocazioni. Dopo aver pregato, segnò il fanciullo e lo benedisse. Davanti a tutti i presenti pieni di gioia, il fanciullo si alzò in piedi completamente guarito e poté camminare come voleva.

 

997    176. Un'altra volta, il Santo giunse vicino a Narni, dove c'era un uomo, di nome Pietro, paralitico e costretto al letto. Questi sentendo che il Santo di Dio era là arrivato fece pregare il vescovo della città, che si degnasse di mandare a lui il servo dell'Altissimo Iddio, affinché lo risanasse. La paralisi delle sue membra era talmente avanzata, che solo riusciva a muovere un poco la lingua e gli occhi. Il beato Francesco, avvicinatosi a lui, gli tracciò un segno di croce dalla testa ai piedi, e subito, fugato ogni male, lo restituì alla salute di prima.

 

998    177. Presso Gubbio, una donna aveva ambedue le mani contratte, e non poteva con esse far nulla. Venuto a sapere che l'uomo di Dio era entrato in città, tutta mesta e piangente si precipitò da lui, implorando compassione e mostrandogli le mani rattrappite. Egli, mosso da pietà, toccò le sue mani e la risanò. La donna tornata subito a casa, preparò tutta lieta con le proprie mani una torta di formaggio offrendola al sant'uomo. Egli però ne accettò solo un poco per la profonda devozione della donna e le ordinò di mangiare il resto con la famiglia.

 

 

999    178. Una volta arrivò ospite alla città di Orte, dove abitava un fanciullo, di nome Giacomo, da lungo tempo tutto rattrappito; al cospetto del Santo, egli gli domandava insieme coi genitori la guarigione. Per la lunga infermità aveva il capo applicato alle ginocchia e molte ossa rotte. Ricevuto il segno della benedizione da san Francesco, in un istante cominciò a sgrovigliarsi e perfettamente raddrizzato si trovò così pienamente guarito.

 

1000  179. Un altro ahitante della stessa città, che aveva tra le scapole un rigonfiamento della misura di una grossa pagnotta, benedetto da san Francesco, fu pienamente liberato e non gli rimase alcun segno.

 

1001    180. Nell'ospedale di Città di Castello, un giovane da tutti conosciuto, era rattrappito da sette anni, e si trascinava per terra al pari di una bestia. Per lui la madre assai spesso implorava san Francesco, perché al figlio, ormai ridotto a strisciare, ritornasse l'andatura normale. Il Santo, accettando la promessa ed esaudendo i gemiti della madre implorante, sciolse il mostruoso groviglio delle membra e restituì il figlio alla naturale scioltezza di movimenti.

 

1002 181. Prassede era quanto mai famosa fra le religiose di Roma e del territorio romano. Fin dalla sua tenera infanzia, per amore dell'Eterno Sposo, si era rinchiusa in un'angusta cella e vi rimaneva già ormai da quarant'anni; essa godeva presso san Francesco di una speciale amicizia. Infatti il Santo l'accolse nell'obbedienza, cosa che non aveva fatto per nessun'altra donna, concedendole devotamente l'abito della Religione, ossia la tonaca e il cordone. Salita un giorno per le sue faccende nel solaio della sua celletta, a causa di un capogiro, cadde sfortunatamente a terra. Si fratturò un piede e una gamba e in più si slogò una spalla. La vergine di Cristo, nei molti anni passati, aveva voluto evitare la presenza di tutti e ancora manteneva fermo l'impegno; ma, giacendo ora a terra come un tronco e non accettando sollievo da alcuno, non sapeva dove rivolgersi. Per ordine di un cardinale e su consiglio di religiosi, venne quindi esortata ad interrompere quella clausura, per avvalersi dell'aiuto di qualche pia donna, ed evitare così il pericolo di morte, possibile in quel frangente per incuria o negligenza. Ma essa, rifiutando di accondiscendere alle loro domande, resisteva con tutte le sue forze, perché non le accadesse sia pur di poco di violare il suo voto. Quindi si volse supplichevole ai piedi della divina misericordia e verso sera con pii lamenti, così implorava il beatissimo padre Francesco: « O mio santissimo Padre, che ovunque soccorri benigno alle necessità di tanti, che neppure conoscevi da vivo, perché non vieni in aiuto a me così infelice, a me che ho meritato sia pure indegnamente, quando eri in vita, la tua dolcissima amicizia? Infatti è necessario, come puoi ben vedere, o Padre, o mutare il voto, o subire la morte! ».

         Mentre col cuore e con la bocca diceva queste cose e implorava la misericordiosa pietà con ripetuti gemiti, colta da improvviso sonno, cadde come in un'estasi. Ed ecco che il beatissimo padre, in candide vesti di gloria, sceso nelI'oscura cella, cominciò con soavi accenti a parlare: « Alzati  --disse--, o figlia benedetta, alzati, non temere! ». « Ricevi il dono della completa guarigione e mantieni la tua promessa inviolata! ». La prese per mano, I'alzò e disparve. Essa intanto, girando qua e là per la celletta, non capiva che cosa fosse in lei accaduto, per mezzo del servo di Dio. Credeva ancora di vedere una visione. Infine affacciatasi alla finestra, fece il solito cenno. Un monaco accorrendo da lei con molta sollecitudine, pieno di meraviglia le chiese: « Cos'è accaduto, o madre, che sei riuscita ad aizarti in piedi? ». Ma essa credendo ancora di sognare e non sapendo che era lui, domandò che si accendesse il fuoco. Portato che fu il lume, ritornò essa in sé, e non sentendo più alcun dolore narrò per ordine tutto ciò che era accaduto.

 

 

CAPITOLO XVIII

 

ALTRI MIRACOLI

 

1003  182. Nella diocesi di Magliano Sabino viveva una vecchietta di ottant'anni, che aveva avuto due figlie, essa affidò da allattare a quella rimasta viva il figlio della sorella morta prima. Quando anch'essa poi concepì dal marito, rimase senza latte. Non v'era perciò  nessuna che venisse in soccorso al bimbo orfano, nessuna che potesse fornire al fanciullo affamato una goccia di latte. La vecchia si lamentava e si tormentava per il nipotino e, afflitta da estrema miseria, non sapeva dove rivolgersi. Il bambino si indeboliva veniva meno e insieme a lui sembrava morire anche la nonna di dolore. Vagava la vecchietta per vicoli e case e nessuno poteva evitare le sue grida. Una notte, per calmare i vagiti, accostò le labbra del bambino alle sue mammelle disseccate e tutta in lacrime invocò con insistenza l'aiuto e il soccorso del beato Francesco. Subito le fu accanto quell'amico delI'età innocente e con la consueta misericordia verso gli infelici, sentì compassione per la vecchietta e disse: « Io sono quel Francesco, o donna, che tu hai invocato con tante lacrime. Accosta le mammelle alle tenere labbra--egli continuò --, poiché il Signore ti fornirà abbondante latte! ». Obbedì la vecchia all'ordine del Santo e subito dalla mammella di una ottuagenaria uscì gran quantità di latte. Il fatto venne conosciuto da tutti, poiché era chiaramente visibile e destò meraviglia, mentre intanto la curva vecchietta rinverdisce di giovanile ardore. Moltissimi accorsero a vedere; tra essi il conte di quella provincia e ciò che non aveva creduto per sentito dire dovette ammettere per sua personale esperienza. Infatti la rugosa vecchietta innaffiò con un ruscello di latte il conte che voleva sapere del fatto, mettendolo in fuga con tale aspersione. Allora, tutti benedicono il Signore che solo compie grandi meraviglie e venerano con devoto ossequio il servo di lui san Francesco. Crebbe presto il bambino per quel mirabile nutrimento ed in breve superò le condizioni della sua età.

 

1004 183. Un uomo di nome Martino aveva condotto dei buoi a pascolare fuori dal suo paese; uno di essi si spezzò una zampa in modo tale che Martino non riusciva a trovare alcun rimedio. Mentre si preoccupava come scuoiarlo, poiché non aveva nessuno con sé, fece ritorno a casa, affidando alla custodia di san Francesco il bue, perché i lupi non lo divorassero prima del suo ritorno. Di primo mattino, di ritorno con lo scuoiatore dal bue che aveva lasciato nel hosco trovò l'animale che pascolava così pacificamente che egli non sapeva distinguere la gamba fratturata dall'altra. Ringraziò il buon pastore, che diligentemente si era preso cura del bue e gli aveva offerto una medicina salutare.

 

1005 184. Un altro uomo di Amiterno aveva smarrito per tre anni un suo giumento, sottrattogli per furto, rivolse allora le sue preghiere al beato Francesco, e prosternato lo supplicò con lamento. Una notte, addormentatosi, udì una voce che gli diceva: « Alzati, va a Spoleto e di là riporterai il tuo giumento ». Si svegliò a quel richiamo meravigliato, ma si riaddormentò. Richiamato nuovamente da una simile visione, chiese chi mai fosse chi gli parlava: « Io sono, rispose la visione, quel Francesco, che tu hai invocato ». Pensando che fosse un'allucinazione, trascurò di seguire l'ordine. Chiamato poi per la terza volta, devotamente obbedì; si recò a Spoleto e, ritrovato sano e salvo il  giumento, avutolo senza difficoltà, lo ricondusse a casa. Narrò questo fatto ovunque a tutti, e si mise per sempre al servizio di san Francesco.

 

1006 185. Un popolano di Interdoclo, aveva comperato un catino assai bello e lo aveva consegnato alla moglie perché lo custodisse diligentemente. Un giorno la domestica della moglie prese il catino, vi pose dentro dei panni da lavare con la lisciva. Ma sia per il calore del sole che per quello della lisciva, il vaso si crepò tutto, sì che non si poteva più usare in alcun modo. Impaurita, la domestica riporto il catino alla sua padrona, spiegandole più con le lacrime, che con le parole quanto era accaduto. Quella, non meno spaventata di lei, ed atterrita al pensiero dell'ira del marito, si aspettava le percosse. Intanto nascose con premura il catino, invocò i meriti di san Francesco ed implorò la grazia. All'istante per merito dei suffragi del Santo, i cocci si ricongiunsero e il catino, rotto, si ripresentò intatto. Fu grande la gioia per le vicine, che poc'anzi avevano avuto compassione per la poveretta; la moglie poi per prima raccontò il fatto meraviglioso al marito.

 

1007 186. Un giorno, un uomo di Monte dell'Olmo nelle Marche, mentre inseriva il vomere nell'aratro, si accorse che il vomere si era rotto in pezzi. Si rattristò il contadino sia per la rottura del vomere che per la giornata perduta, e piangeva non poco: « O beato Francesco--implorò--, porta soccorso a me che confido nella tua misericordia! Donerò ogni anno ai tuoi frati una misura di frumento e mi preoccuperò delle loro necessità, se adesso avrò la prova della tua grazia, come innumerevoli altri hanno esperimentato! ». Terminata la preghiera, il vomere si riaggiustò, il ferro si ricongiunse senza che rimanesse alcun segno della rottura.

 

1008 187. Un chierico di Vicalvi, di nome Matteo, bevuto un veleno mortale, fu così visibilmente leso, che non riusciva più a parlare e aspettava ormai soltanto la fine. Un sacerdote che l'aveva consigliato di confessarsi da lui, non riuscì a farlo parlare. Ma quello pregava in cuor suo Cristo con umiltà perché lo liberasse per i meriti del beato Francesco. Subito appena pronunciato con voce flebile il nome del beato Francesco, alla presenza dei testimoni, vomitò il veleno.

 

1009 188. Il signor Trasmondo Anibaldi, console di Roma al tempo in cui occupava la carica di podestà a Siena in Toscana, teneva con sé un certo Niccolò assai caro e attento alle faccende della famiglia. Gli scoppiò all'improvviso nella mascella una letale malattia, e i medici prognosticavano prossima la sua morte. Mentre costui si era un poco assopito, apparve la Vergine Madre del Cristo e gli ordinò di consacrarsi al beato Francesco e di visitare senza indugio il suo sepolcro. Si alzò la mattina e raccontò la visione al suo padrone, che, ammirato, volle farne subito la prova. Venuto quindi ad Assisi, davanti alla tomba, riebbe tosto l'amico risanato. Mirabile guarigione, ma ancor più mirabile degnazione della Vergine, che soccorse l'infermo e innalzò i meriti del Santo.

 

1010  189. Ben sa questo Santo soccorrere tutti quelli che lo invocano, né disdegna di sovvenire a qualsiasi necessità.

 

         In Spagna, presso San Facondo, un uomo aveva nel giardino un ciliegio, che produceva copiosi frutti ogni anno e dava guadagno al suo cultore. Una volta l'albero si seccò e si inaridì dalle radici. Il padrone voleva abbatterlo, perché non occupasse più terreno, ma, consigliato da un vicino di rimettere la cosa al beato Francesco, seguì il suggerimento. Quindi contro ogni speranza, I'albero, in modo miracoloso a suo tempo verdeggiò, fiorì e mise fronde, producendo frutti come prima. Da allora per riconoscenza di così grande grazia, quell'uomo mandò sempre ai frati di quei frutti.

 

1011    190. A Villasilos, le viti erano rovinate dall'invasione di vermi; gli abitanti allora chiesero consiglio a un frate dell'Ordine dei predicatori per avere un rimedio a tale infestazione. Costui suggerì loro di scegliere due santi di loro preferenza e di eleggerne uno patrono per rimuovere tale piaga, essi scelsero san Francesco e san Domenico. Tratta la sorte, la scelta cadde su san Francesco, ed allora quegli uomini si rivolgono al suo aiuto e d'un tratto ogni invasione di vermi fu allontanata. Onorano perciò il Santo con speciale devozione e venerano il suo Ordine con grande affetto. Infatti ogni anno, per ringraziare di tanto miracolo, fanno ai frati un'offerta particolare di vino.

 

1012 191. Presso Palencia, un sacerdote aveva un granaio per conservare il frumento, ma esso ogni anno veniva invaso dai gorgoglioni, cioè dai parassiti del frumento. Il sacerdote, turbato da così grave danno, cercò un rimedio, ed affidò al beato Francesco la difesa del granaio. Fatto ciò, di lì a poco, trovò fuori del granaio ammassati e morti tutti i vermi, né da allora in poi ebbe a soffrire di tale infestazione. Quel sacerdote poi, devoto per la grazia ricevuta, e non ingrato del beneficio, per amore a san Francesco elargisce ogni anno ai poveri un'offerta di frumento.

 

1013    192. Ai tempi in cui una rovinosa invasione di bruchi aveva devastato il regno della Puglia, il padrone di un castello, detto Pietramala, raccomandò supplice la sua terra al beato Francesco. La terra, per i meriti del Santo, risultò del tutto libera da quella rovinosa invasione, mentre ogni cosa tutt'attorno veniva divorata da questa piaga.

 

1014    193. Una nobile signora del castello di Galete, soffriva di una fistola fra le mammelle; afflitta dal dolore e dalI'odore poco gradevole, non era riuscita a trovare alcun rimedio efficace. F.ssa un giorno entrò per pregare in una chiesa dei frati, dove scorse un libretto che conteneva la vita e i  miracoli di san Francesco e curiosa di quanto vi fosse scritto, lo sfogliò diligentemente. Quando colse il senso di quelle pagine, piangendo, sollevò il libretto tenendolo aperto sulla parte ammalata ed esclamò: « Come sono veri i fatti, che sono descritti in queste pagine, o san Francesco, così adesso fa che per i tuoi santi meriti sia liberata da questa piaga! ». E per qualche tempo pianse e insisté nella preghiera, alI'improvviso, tolte le bende, si ritrovò guarita sì che da allora non si scorse più nemmeno il segno della piaga.

 

1015 194. Una cosa simile avvenne anche dalle parti della Romania ad un padre che implorò con devota preghiera san Francesco per il figlio piagato da una grave ulcera. « Se sono veri i fatti, esclamò, o Santo di Dio, che si raccontano di te in tutto il mondo, possa io esperimentare in questo figlio, a lode di Dio, la clemenza della tua bontà ». Subito allora, rottasi la benda, alla vista di tutti il pus eruppe dalla ferita e la carne del bambino risultò così rimarginata che non restò alcun segno della passata malattia.

 

1016 195. Mentre era ancora in vita il beato Francesco, un frate era tormentato da una malattia così orrenda che le sue membra si arrotolavano come in un cerchio. Infatti talvolta era reso tutto teso e rigido, con i piedi all'altezza del capo, e veniva sbalzato in alto quanto è alto un uomo e poi tutto ad un tratto ricadendo a terra, si avvoltolava con la spuma alla bocca. Il santo padre, preso da viva compassione per il suo tormento, dopo aver pregato per lui, con un segno di croce, lo guarì così efficacemente che il malato in seguito non patì nessun fastidio di quella infermità.

 

1017  196. Dopo la morte del beato padre, un altro frate aveva nel basso ventre una fistola così grave, che ormai non c'era più speranza di guarigione. Egli aveva chiesto al suo ministro il permesso di visitare il luogo del beato Francesco, ma per timore che la fatica del viaggio aggravasse la sua condizione, il permesso gli fu negato. Il frate perciò si rattristò non poco. Gli apparve una notte il beato Francesco che gli disse: « Non rattristarti più, figliuolo, ma getta via la pelle che indossi, togli la medicazione dalla piaga; osserva la tua regola e subito ti troverai guarito ». Egli, alzandosi la mattina, fece quanto il Santo gli aveva ordinato e ottenne la immediata guarigione.

 

1018  197. Un uomo, essendo stato gravemente ferito in testa da una freccia di ferro, non poteva ricevere alcun soccorso dai medici, perché la freccia era entrata nel cavo dell'occhio rimanendo infissa nella testa. Con supplice devozione il ferito si votò al beato Francesco; una volta, mentre riposava un poco e si era assopito, udì il beato Francesco che gli diceva, durante il sonno, che facesse sfilare la freccia dalla parte posteriore della testa. Il giorno dopo fece come aveva udito durante il sonno e si trovò liberato senza grande difficoltà .

 

 

 CAPITOLO XIX

 

CONCLUSIONE SUI MIRACOLI DEL BEATO FRANCESCO

 

 

1019   198. Poiché l'immensa pietà di Cristo Signore conferma con l'opera dei miracoli come siano vere le cose che sono state scritte e divulgate sul conto del suo Santo e padre nostro Francesco, e poiché sembra assurdo assoggettare a umano giudizio ciò che è approvato dal miracolo, io, umile figlio del Padre, supplico e domando a tutti che accolgano i miracoli descritti con devozione e li ascoltino con riverenza. Benché siano narrati non degnamente, sono tuttavia quanto mai degni d'ogni venerazione. non si disprezzi quindi l'imperizia del relatore, ma se ne consideri piuttosto la fede, l'amore e la fatica. Non possiamo ogni giorno produrre cose nuove, né mutare ciò che è quadrato in rotondo, e neanche applicare alle varietà così molteplici di tanti tempi e tendenze ciò che abbiamo ricevuto come unica verità. Certo non siamo stati spinti a scrivere ciò per vanità, né ci siamo lasciati sommergere dall'istinto della nostra volontà fra tanta diversità di espressioni, ma ci spinsero al lavoro le pressioni e le richieste dei confratelli ed ancora l'autorità dei nostri superiori ci condusse a portarlo a termine. Attendiamo la ricompensa da Cristo Signore, e a voi, fratelli e padri, chiediamo comprensione ed amore. Così sia! Amen.

 

Il libro è finito.

 

Sia lode e gloria a Cristo.


LEGGENDA MAGGIORE

 ( Vita di san Francesco d'Assisi )

di

SAN BONAVENTURA DA BAGNOREGIO

 

 Traduzione di

SIMPLICIANO OLGIATI

 

Note di

FELICIANO OLGIATI

 

 

 

PROLOGO

 

1020 1. La grazia di Dio, nostro salvatore, in questi ultimi tempi è apparsa  nel suo servo Francesco a tutti coloro che sono veramente umili e veramente amici della santa povertà.

        Essi, infatti, mentre venerano in lui la sovrabbondanza della misericordia di Dio, vengono istruiti dal suo esempio a rinnegare radicalmente l'empietà e i desideri mondani, a vivere in conformità con Cristo e a bramare, con sete e desiderio insaziabili, la beata speranza.               

        Su di lui, veramente poverello e contrito di cuore, Dio posò il suo sguardo con grande accondiscendenza e bontà; non soltanto lo sollevò, mendico, dalla polvere della vita mondana, ma lo rese campione, guida e araldo della perfezione evangelica e lo scelse come luce per i credenti, affinché, divenuto testimone della luce, preparasse per il Signore la via della luce e della pace nel cuore dei fedeli.

 

1021 Come la stella del mattino, che appare in mezzo alle nubi, con i raggi fulgentissimi della sua vita e della sua dottrina attrasse verso la luce coloro che giacevano nelI'ombra della morte; come l'arcobaleno, che brilla tra le nubi luminose, portando in se stesso il segno del patto con il Signore, annunziò agli uomini il vangelo della pace e della salvezza.

         Angelo della vera pace, anch'egli, a imitazione del Precursore, fu predestinato da Dio a preparargli la strada nel deserto della altissima povertà e a predicare la penitenza con l'esempio e con la parola.

        Prevenuto dapprima dai doni della grazia celeste -come luminosamente appare dallo svolgimento della sua vita - si innalzò, poi, per i meriti di una virtù sempre vittoriosa; fu ricolmo anche di spirito profetico e, deputato all'uffcio degli Angeli, venne ricolmato dell'ardente amore dei serafini, finché, divenuto simile alle gerarchie angeliche, venne rapito in cielo da un carro di fuoco.

        Resta così razionalmente dimostrato che egli è stato inviato fra noi con lo spirito e la potenza di Elia.

1022  E perciò si afferma, a buon diritto, che egli viene simboleggiato nella figura dell'angelo che sale dall'oriente e porta in sé il sigillo del Dio vivo, come ci descrive l'altro amico dello sposo, I'apostolo ed evangelista Giovanni, nel suo vaticinio veritiero. Dice infatti Giovanni nell'Apocalisse, al momento dell'apertura del sesto sigillo. Vidi poi un altro angelo salire dall'Oriente, il quale recava il sigillo del Dio vivente.

 

 

        2. Questo araldo di Dio, degno di essere amato da Cristo, imitato da noi e ammirato dal mondo, è il servo di Dio Francesco: lo costatiamo con sicurezza indubitabile, se osserviamo come egli raggiunse il vertice della santità più eccelsa, e, vivendo in mezzo agli uomini, imitò la purezza degli angeli, fino a diventare esempio di perfezione per i seguaci di Cristo.

        Ci spinge ad abbracciare, con fede e pietà, questa convinzione il fatto che egli ebbe dal cielo la missione di chiamare gli uomini a piangere, a lamentarsi, a radersi la testa e a cingere il sacco, e di imprimere, col segno della croce penitenziale e con un abito fatto in forma di croce, il Tau,  sulla fronte di coloro che gemono e piangono. Ma ci conferma, poi, in essa, con la sua verità incontestabile, la testimonianza di quel sigillo che lo rese simile al Dio vivente, cioè a Cristo crocifisso. Sigillo che fu impresso nel suo corpo non dall'opera della natura o dall'abilità di un artefice, ma piuttosto dalla potenza meravigliosa dello Spirito del Dio vivo.

 

1023 3. Poiché mi sentivo indegno e incapace di narrare la vita di quest'uomo così degno di essere venerato e imitato in tutto, io non mi sarei assolutamente azzardato a simile impresa, se non mi avesse spinto il fervido affetto dei miei confratelli, nonché l'incitamento di tutti i partecipanti al Capitolo generale.

        Ma quella che mi ha fatto decidere è stata la riconoscenza che io debbo al padre santo.

        Infatti per la sua intercessione e per i suoi meriti, io, quando ero bambino, sono sfuggito alle fauci della morte. Questo ricordo in me è sempre vivo e fresco; sicché temerei di essere accusato di ingratitudine, se non celebrassi pubblicamente le sue lodi.

        E questa appunto è stata, per quanto mi riguarda, la ragione più forte che mi ha spinto ad affrontare quest'opera: io riconosco che Dio mi ha salvato la vita dell'anima e del corpo ad opera di san Francesco; io ho conosciuto la sua potenza, per averla sperimentata in me stesso.

        Per questo ho voluto raccogliere insieme nella misura del possibile, seppure non nella loro completezza, le notizie riguardanti le sue virtù, le sue azioni e i suoi detti, che si trovavano in forma frammentaria, in parte non menzionate e in parte disperse. Perché, venendo a morire coloro che hanno vissuto col servo di Dio, esse non andassero perdute.

 

1024           4. Per aver ben chiara davanti alla mente, nella maggior certezza possibile, la vita del Santo nella sua verità e trasmetterla, così, ai posteri, mi sono recato nei luoghi dove egli è nato, è vissuto ed è morto, ed ho fatto diligenti indagini sui fatti con i suoi compagni superstiti e, soprattutto, con alcuni di loro che furono i suoi primi seguaci e conobbero a fondo la sua santità e che,  d'altra parte, sono testimoni assolutamente degni di fede, sia per la conoscenza dei fatti sia per la solidità della virtù.

Nel narrare poi, quanto Dio si è degnato di compiere per mezzo del suo servo, ho ritenuto di non preoccuparmi della ricercatezza dello stile, giacché la devozione del lettore trae maggior profitto da un linguaggio semplice che da un linguaggio pomposo.

        1025 Inoltre non ho sempre intrecciato la storia secondo l'ordine cronologico, allo scopo di evitare confusioni; mi sono studiato piuttosto di osservare una disposizione più adatta a mettere in risalto la concatenazione dei fatti. Perciò mi è parso di dover distribuire sotto argomenti diversi cose compiute in uno stesso periodo di tempo, oppure di dover disporre sotto un medesimo argomento cose compiute in periodi diversi.

 

1026           5. Esporrò gli inizi, lo svolgimento e il compimento della sua vita in quindici capitoli, così distribuiti:

 nel primo descrivo la sua condotta da secolare;

nel secondo, la sua conversione a Dio e il restauro di tre chiese;

nel terzo, I'istituzione della Religione e l'approvazione della Regola;

nel quarto, lo sviluppo dell'Ordine sotto la sua guida e la conferma della Regola precedentemente approvata;

nel quinto, la sua vita austera, e in che modo le creature lo confortavano;

nel sesto, la sua umiltà e obbedienza e l'accondiscendenza di Dio ai suoi desideri;

nel settimo, il suo amore per la povertà e i suoi mirabili interventi nei casi di necessità; nell'ottavo, la sua pietà, e come le creature prive di ragione  sembravano affezionarsi a lui;

nel nono, il suo fervore di carità e il suo desiderio del martirio;

nel decimo, il suo amore per la virtù dell'orazione;

nell'undicesimo, la penetrazione delle Scritture e lo spirito di profezia;

nel dodicesimo, I'efficacia nella predicazione e la grazia delle guarigioni;

nel tredicesimo, le sacre stimmate;

nel quattordicesimo, la sua pazienza, e il transito;

nel quindicesimo, la canonizzazione e la traslazione.

        Alla fine aggiungerò, per completezza, alcuni dei miracoli da lui compiuti dopo il suo felice transito.

 

 

 

Incomincia la vita del beato Francesco

 

 CAPITOLO I

 

Condotta di Francesco da secolare

 

1027 1. Vi fu, nella città di Assisi, un uomo di nome Francesco, la cui memoria è in benedizione, perché Dio, nella Sua bontà, lo prevenne con benedizioni straordinarie e lo sottrasse, nella sua clemenza, ai pericoli della vita presente e, nella sua generosità, lo colmò con i doni della grazia celeste .

        Nell'età giovanile, crebbe tra le vanità dei vani figli degli uomini.

        Dopo un'istruzione sommaria, venne destinato alla lucrosa attività del commercio.

        Assistito e protetto dall'alto, benché vivesse tra giovani lascivi e fosse incline ai piaceri, non seguì gli istinti sfrenati dei sensi e, benché vivesse tra avari mercanti e fosse intento ai guadagni, non ripose la sua speranza nel denaro e nei tesori.

1028 Dio, infatti, aveva infuso nell'animo del giovane Francesco un sentimento di generosa compassione, che, crescendo con lui dall'infanzia, gli aveva riempito il cuore di bontà, tanto che già allora, ascoltatore non sordo del Vangelo, si propose di dare a chiunque gli chiedesse, soprattutto se chiedeva per amore di Dio.

        Una volta, tutto indaffarato nel negozio, mandò via a mani vuote contro le sue abitudini, un povero che gli chiedeva l'elemosina per amor di Dio. Ma subito, rientrato in se stesso, gli corse dietro, gli diede una generosa elemosina e promise al Signore Iddio che, d'allora in poi, quando ne aveva la possibilità, non avrebbe mai detto di no a chi gli avesse chiesto per amor di Dio.

        E osservò questo proposito fino alla morte, con pietà instancabile, meritandosi di crescere abbondantemente nelI'amore di Dio e nella grazia.

        Diceva, infatti, più tardi, quando si era ormai perfettamente rivestito dei sentimenti di Cristo, che, già quando viveva da secolare, difficilmente riusciva a sentir nominare l'amore di Dio, senza provare un intimo turbamento.

1029           La dolce mansuetudine unita alla raffinatezza dei costumi; la pazienza e l'affabilità più che umane, la larghezza nel donare, superiore alle sue disponibilità che si vedevano fiorire in quell'adolescente come indizi sicuri di un'indole buona, sembravano far presagire che la benedizione divina si sarebbe riversata su di lui ancora più copiosamente nell'avvenire.

        Un uomo di Assisi, molto semplice, certo per ispirazione divina, ogni volta che incontrava Francesco per le strade della città, si toglieva il mantello e lo stendeva ai suoi piedi, proclamando che Francesco era degno di ogni venerazione, perché di lì a poco avrebbe compiuto grandi cose, per cui sarebbe stato onorato e glorificato da tutti i cristiani .

 

1030           2. Ma Francesco non conosceva ancora i piani di Dio sopra di lui: impegnato, per volontà del padre nelle attività esteriori e trascinato verso il basso dalla nostra natura corrotta fin dall'origine, non aveva ancora imparato a contemplare le realtà celesti né aveva fatto l'abitudine a gustare le realtà divine.

        E siccome lo spavento fa comprendere la lezione, venne sopra di lui la mano del Signore e l'intervento della destra dell'Eccelso colpì il suo corpo con una lunga infermità, per rendere la sua anima adatta a recepire l'illuminazione dello Spirito Santo.

         Quand'ebbe riacquistate le forze fisiche, si procurò, com'era sua abitudine, vestiti decorosi. Una volta incontrò un cavaliere, nobile ma povero e mal vestito e, commiserando con affettuosa pietà la sua miseria, subito si spogliò e fece indossare i suoi vestiti all'altro. Così, con un solo gesto, compì un duplice atto di pietà, poiché nascose la vergogna di un nobile cavaliere e alleviò la miseria di un povero.

 

1031 3. La notte successiva mentre dormiva, la Bontà di Dio gli fece vedere un palazzo grande e bello, pieno di armi contrassegnate con la croce di Cristo, per dimostrargli in forma visiva come la misericordia da lui usata verso il cavaliere povero, per amore del sommo Re, stava per  essere ricambiata con una ricompensa impareggiabile.

        Egli domandò a chi appartenessero quelle armi e una voce dal cielo gli assicurò che erano tutte sue e dei suoi cavalieri.

        Quando si destò, al mattino, credette di capire che quella insolita visione fosse per lui un presagio di gloria. Difatti egli non sapeva ancora intuire la verità delle cose invisibili, attraverso le apparenze visibili. Perciò, ignorando ancora i piani divini, decise di recarsi in Puglia, al servizio di un nobile conte, con la speranza di acquistare in questo modo quel titolo di cavaliere, che la visione gli aveva indicato.

 1032          Di lì a poco si mise in viaggio; ma, appena giunto nella città più vicina, udì nella notte il Signore, che in tono familiare gli diceva: “ Francesco, chi ti può giovare di più: il signore o il servo, il ricco o il poverello? ”. “ Il signore e il ricco ”, rispose Francesco. E subito la voce incalzò: “ E allora perché lasci il Signore per il servo; Dio così ricco, per l'uomo, così povero? ”.

         Francesco, allora: “ Signore, che vuoi che io faccia? ”. “ Ritorna nella tua terra  -rispose il Signore - perché la visione, che tu hai avuto, raffigura una missione spirituale, che si deve compiere in te, non per disposizione umana, ma per disposizione divina ”.

        Venuto il mattino, egli ritorna in fretta alla volta di Assisi, lieto e sicuro. Divenuto ormai modello di obbedienza, restava in attesa della volontà di Dio.

 

1033  4. Da allora, sottraendosi al chiasso del traffico e della gente, supplicava devotamente la clemenza divina, che si degnasse mostrargli quanto doveva fare.

        Intanto la pratica assidua della preghiera sviluppava sempre più forte in lui la fiamma dei desideri celesti e l'amore della patria celeste gli faceva disprezzare come un nulla tutte le cose terrene.

        Sentiva di avere scoperto il tesoro nascosto e, da mercante saggio, si industriava di comprare la perla preziosa, che aveva trovato, a prezzo di tutti i suoi beni.

        Non sapeva ancora, però, in che modo realizzare ciò: un suggerimento interiore gli faceva intendere soltanto che il commercio spirituale deve iniziare dal disprezzo del mondo e che la milizia di Cristo deve iniziare dalla vittoria su se stessi.

 

1034 5. Un giorno, mentre andava a cavallo per la pianura che si stende ai piedi di Assisi, si imbatté in un lebbroso. Quell'incontro inaspettato lo riempì di orrore. Ma, ripensando al proposito di perfezione, già concepito nella sua mente, e riflettendo che, se voleva diventare cavaliere di Cristo, doveva prima di tutto vincere se stesso, scese da cavallo e corse ad abbracciare il lebbroso e, mentre questi stendeva la mano come per ricevere l'elemosina, gli porse del denaro e lo baciò.

        Subito risalì a cavallo; ma, per quanto si volgesse a guardare da ogni parte e sebbene la campagna si stendesse libera tutt'intorno, non vide più in alcun modo quel lebbroso.

        Perciò, colmo di meraviglia e di gioia, incominciò a cantare devotamente le lodi del Signore, proponendosi, da allora in poi, di elevarsi a cose sempre maggiori.

Cercava luoghi solitari, amici al pianto; là, abbandonandosi a lunghe e insistenti preghiere, fra gemiti inenarrabili, meritò di essere esaudito dal Signore.

1035 Mentre, un giorno, pregava, così isolato dal mondo, ed era tutto assorto in Dio, nell'eccesso del suo fervore, gli apparve Cristo Gesù, come uno confitto in croce,

        Al vederlo, si sentì sciogliere l'anima. Il ricordo della passione di Cristo si impresse così vivamente nelle più intime viscere del suo cuore, che, da quel momento, quando gli veniva alla mente la crocifissione di Cristo, a stento poteva trattenersi, anche esteriormente, dalle lacrime e dai sospiri, come egli stesso riferì in confidenza più tardi, quando si stava avvicinando alla morte. L'uomo di Dio comprese che, per mezzo di questa visione, Dio rivolgeva a lui quella massima del Vangelo: Se vuoi venire dietro a me, rinnega te stesso, prendi la tua croce e seguimi.

 

1036 6. Da allora si rivestì dello spirito di povertà, d'un intimo sentimento d'umiltà e di pietà profonda. Mentre prima aborriva non solo la compagnia dei lebbrosi, ma perfino il vederli da lontano, ora, a causa di Cristo crocifisso, che, secondo le parole del profeta, ha assunto l'aspetto spregevole di un lebbroso, li serviva con umiltà e gentilezza, nell'intento di raggiungere il pieno disprezzo di se stesso.

        Visitava spesso le case dei lebbrosi; elargiva loro generosamente  l'elemosina e con grande compassione ed affetto baciava loro le mani e il volto.

        Anche per i poveri mendicanti bramava spendere non solo i suoi beni, ma perfino se stesso. Talvolta, per loro, si spogliava dei suoi vestiti, talvolta li faceva e pezzi, quando non aveva altro da donare.

        Soccorreva pure, con reverenza e pietà, i sacerdoti poveri, provvedendo specialmente alla suppellettile dell'altare, per diventare, così, partecipe del culto divino, mentre sopperiva al bisogno dei ministri del culto.

 

1037 Durante questo periodo, egli si recò a visitare, con religiosa devozione, la tomba dell'apostolo Pietro. Fu in questa circostanza che, vedendo la grande moltitudine dei mendicanti davanti alle porte di quella chiesa, spinto da una soave compassione, e, insieme, allettato dall'amore per la povertà, donò le sue vesti al più bisognoso di loro e, ricoperto degli stracci di costui, passò tutta la giornata in mezzo ai poveri, con insolita gioia di spirito.

        Voleva, così, disprezzare la gloria del mondo e raggiungere gradualmente la vetta della perfezione evangelica. Si applicava con maggior intensità alla mortificazione dei sensi, in modo da portare attorno, anche esteriormente, nel proprio corpo, la croce di Cristo che portava nel cuore.

 

        Tutte queste cose faceva Francesco, uomo di l)io, quando, nell'abito e nella convivenza quotidiana, non si era ancora segregato dal mondo.

 

 

 

CAPITOLO II

 

PERFETTA CONVERSIONE A DIO.

RESTAURO DI TRE CHIESE

 

1038 1. Il servo dell'Altissimo, in questa sua nuova esperienza, non aveva altra guida, se non Cristo, perciò Cristo, nella sua clemenza, volle nuovamente visitarlo con la dolcezza della sua grazia.

        Un giorno era uscito nella campagna per meditare. Trovandosi a passare vicino alla chiesa di San Damiano, che minacciava  rovina, vecchia com'era, spinto dall'impulso dello Spirito Santo, vi entrò per pregare. Pregando inginocchiato davanti all'immagine del Crocifisso, si sentì invadere da una grande consolazione spirituale e, mentre fissava gli occhi pieni di lacrime nella croce del Signore, udì con gli orecchi del corpo una voce scendere verso di lui dalla croce e dirgli per tre volte: “ Francesco, va e ripara la mia chiesa che, come vedi, è tutta in rovina! ”.

        All'udire quella voce, Francesco rimane stupito e tutto tremante, perché nella chiesa è solo e, percependo nel cuore la forza del linguaggio divino, si sente rapito fuori dei sensi.

        Tornato finalmente in sé, si accinge ad obbedire, si concentra tutto nella missione di riparare la chiesa di mura, benché la parola divina si riferisse principalmente a quella Chiesa, che Cristo acquistò col suo sangue, come lo Spirito Santo gli avrebbe fatto capire e come egli stesso rivelò in seguito ai frati.

1039 Si alzò, pertanto, munendosi del segno della croce, e, prese con sé delle stoffe, si affrettò verso la città di Foligno, per venderle.

        Vendette tutto quanto aveva portato; si liberò anche, mercante fortunato, del cavallo, col quale era venuto, incassandone il prezzo.

        Tornando ad Assisi, entrò devotamente nella chiesa che aveva avuto l'incarico di restaurare. Vi trovò un sacerdote povere!lo e, dopo avergli fatta debita reverenza, gli offrì il danaro per la riparazione della chiesa e umilmente domandò che gli permettesse di abitare con lui per qualche tempo.

        Il sacerdote acconsentì che egli restasse; ma, per timore dei suoi genitori, non accettò il denaro - e quel vero dispregiatore del denaro lo buttò su una finestra, stimandolo polvere abbietta.

 

 

1040    2. Mentre il servo di Dio dimorava in compagnia di questo sacerdote, suo padre, lo venne a sapere e corse là con l'animo sconvolto.

        Ma Francesco, atleta ancora agli inizi, informato delle minacce dei persecutori e presentendo la loro venuta, volle lasciar tempo all'ira e si nascose in una fossa segreta.     Vi rimase nascosto per alcuni giorni, e intanto supplicava incessantemente, tra fiumi di lacrime, il Signore, che lo liberasse dalle mani dei persecutori e portasse a compimento, con la sua bontà e il suo favore, i pii propositi che gli aveva ispirato.

1041           Sentendosi, così, ricolmo di una grandissima gioia, incominciò a rimproverare se stesso per la propria pusillanimità e viltà e, lasciato il nascondiglio e scacciata la paura, affrontò il cammino verso Assisi.

        I concittadini, al vederlo squallido in volto e mutato nell'animo, ritenendolo uscito di senno, gli lanciavano contro il fango e i sassi delle strade, e, strepitando e schiamazzando, lo insultavano come un pazzo, un demente.

        Ma il servo di Dio, senza scoraggiarsi o turbarsi per le ingiurie, passava in mezzo a loro, come se fosse sordo.

        Quando suo padre sentì quello strano baccano, accorse immediatamente, non per liberare il figlio, ma piuttosto per rovinarlo: messo da parte ogni sentimento di pietà, lo trascina a casa e lo perseguita, prima con le parole e le percosse, Poi mettendolo in catene.

        Però quest'esperienza rendeva il giovane più pronto e più deciso nel mandare a compimento l'impresa incominciata, perché gli richiamava quel detto del Vangelo: Beati quelli che sono perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.

 

1042 3. Ma dopo un po' di tempo - mentre il padre si trovava lontano da Assisi -la madre, che non approvava l'operato del marito e che non sperava di poter far recedere il figlio dalla sua inflessibile decisione, lo sciolse dalle catene e lo lasciò libero di andarsene. Egli, allora, rendendo grazie al Signore onnipotente, ritornò al luogo di prima.

        Ma quando il padre ritornò e non lo trovò in casa, rimproverata aspramente la moglie, corse a quel luogo, fremente di rabbia, nell'intento, se non poteva farlo ritornare, almeno di farlo mettere al bando.

        Francesco, però, reso forte da Dio, andò incontro spontaneamente al padre infuriato, gridandogli con libera voce che stimava un nulla le sue catene e le sue percosse e dichiarando, per di più, che per il nome di Cristo avrebbe affrontato con gioia qualsiasi tormento.

        Il padre, vedendo che non poteva farlo ritornare, si preoccupò di estorcergli il denaro e quando, finalmente, lo trovò sulla finestrella, mitigò un po' il suo furore: quella sorsata di denaro aveva in qualche misura mitigato la sete dell'avarizia.

 

1043 4. Quel padre carnale cercava, poi, di indurre quel figlio della grazia, ormai spogliato del denaro, a presentarsi davanti al vescovo della città, per fargli rinunciare, nelle mani di lui, all'eredità paterna e restituire tutto ciò che aveva .

        Il vero amatore della povertà accettò prontamente questa proposta.

        Giunto alla presenza del vescovo, non sopporta indugi o esitazioni;  non aspetta né fa parole; ma, immediatamente, depone tutti i vestiti e li restituisce al padre.

        Si scoprì allora che l'uomo di Dio, sotto le vesti delicate, portava sulle carni un cilicio.

        Poi, inebriato da un ammirabile fervore di spirito, depose anche le mutande e si denudò totalmente davanti a tutti dicendo al padre: “ Finora ho chiamato te, mio padre sulla terra; d'ora in poi posso dire con tutta sicurezza: Padre nostro, che sei nei cieli, perché in Lui ho riposto ogni mio tesoro e ho collocato tutta la mia fiducia e la mia speranza ”.

        Il vescovo, vedendo questo e ammirando l'uomo di Dio nel suo fervore senza limiti, subito si alzò, lo prese piangendo fra le sue braccia e, pietoso e buono com'era, lo ricoprì con il suo stesso pallio. Comandò, poi, ai suoi di dare qualcosa al giovane per ricoprirsi.

        Gli offrirono, appunto, il mantello povero e vile di un contadino, servo del vescovo.

        Egli, ricevendolo con gratitudine, di propria mano gli tracciò sopra il segno della croce, con un mattone che gli capitò sottomano e formò con esso una veste adatta a ricoprire un uomo crocifisso e seminudo.

        Così, dunque, il servitore del Re altissimo, fu lasciato nudo, perché seguisse il nudo Signore crocifisso, oggetto del suo amore; così fu munito di una croce, perché affidasse la sua anima al legno della salvezza, salvandosi con la croce dal naufragio del mondo.

 

 

1044 5. D'allora in poi, affrancato dalle catene dei desideri mondani, quello spregiatore del mondo abbandonò la città, e, libero e sicuro, si rifugiò nel segreto della solitudine, per ascoltare, solo e nel silenzio, gli arcani colloqui del cielo.

        E, mentre se ne andava per una selva, I'uomo di Dio Francesco, e cantava giubilante le lodi di Dio nella lingua di Francia, fu assalito dai briganti, sbucati all'improvviso. Costoro, con intenzioni omicide, gli domandarono chi era Ma l'uomo di Dio, pieno di fiducia, rispose con espressione profetica: “ Io sono l'araldo del gran Re ”. Quelli, allora, lo percossero e lo gettarono in un fosso pieno di neve, dicendo: ~ Sta lì, rozzo araldo di Dio ”.

        Mentre se ne andavano, Francesco saltò fuori dal fosso e invaso dalla gioia, continuò a cantare con voce più alta le lodi in onore del Creatore di tutte le cose, facendone riecheggiare le selve.

 

1045 6. Si recò, poi, ad un vicino monastero, dove chiese come un medicante l'elemosina, che gli fu data come si dà ad una persona sconosciuta e disprezzata.

        Proseguì verso Gubbio, dove fu riconosciuto e accolto da un antico amico, che gli diede anche una povera tonachella, che egli indossò  come poverello di Cristo.

        Poi, amante di ogni forma d'umiltà, si trasferì presso i lebbrosi, restando con loro e servendo a loro tutti con somma cura.

        Lavava loro i piedi, fasciava le piaghe, toglieva dalle piaghe la marcia e le ripuliva dalla purulenza. Baciava anche, spinto da ammirevole devozione, le loro piaghe incancrenite, lui che sarebbe ben presto diventato il buon samaritano del Vangelo.

        Per questo motivo il Signore gli concesse grande potenza e meravigliosa efficacia nel guarire in modo meraviglioso le malattie dello spirito e del corpo.

        Riferirò uno dei fatti, che accadde in seguito, quando la fama dell'uomo di Dio già splendeva più largamente.

 

1046 Un uomo della contea di Spoleto, aveva una malattia orrenda che gli devastava e corrodeva la bocca e la mascella; nessun rimedio della medicina poteva giovargli. Costui si era recato a Roma, per visitare la tomba degli Apostoli e impetrare da loro la grazia. Tornando dal pellegrinaggio, incontrò il servo di Dio, al quale avrebbe voluto, per devozione, baciare i piedi. Ma l'umile Francesco non lo permise, anzi baciò in volto colui che avrebbe voluto baciargli i piedi.

        Appena Francesco, il servitore dei lebbrosi, mosso dalla sua mirabile pietà, ebbe toccato con la sua sacra bocca quella piaga orrenda, questa scomparve completamente e il malato ricuperò la sospirata salute.

        Non so che cosa ammirare maggiormente, a ragion veduta, in questo fatto: se l'umiltà profonda, che spinse a quel bacio così benevolo, o la splendida potenza che operò un miracolo così stupendo.

 

1047 7. Ormai ben radicato nell'umiltà di Cristo, Francesco richiama alla memoria l'obbedienza di restaurare la chiesa di San Damiano, che la Croce gli ha imposto.

        Vero obbediente, ritorna ad Assisi, per eseguire l'ordine della voce divina, se non altro con la mendicazione.

        Deposta ogni vergogna per amore del povero Crocifisso, andava a cercar l'elemosina da coloro con i quali un tempo aveva vissuto nell'abbondanza, e sottoponeva il suo debole corpo, prostrato dai digiuni, al peso delle pietre.

        Riuscì così, a restaurare quella chiesetta, con l'aiuto di Dio e il devoto soccorso dei concittadini. Poi, per non lasciare intorpidire il corpo nell'ozio, dopo la fatica, passò a riparare, in un luogo un po' più distante dalla città, la chiesa dedicata a San Pietro  spinto dalla devozione speciale che nutriva, insieme con la fede pura e sincera, verso il Principe degli Apostoli.

 

1048 8. Riparata anche questa chiesa, andò finalmente in 1048 un luogo chiamato Porziuncola, nel quale vi era una chiesa dedicata alla beatissima Vergine: una fabbrica antica, ma allora assolutamente trascurata e abbandonata. Quando l'uomo di Dio la vide così abbandonata, spinto dalla sua fervente devozione per la Regina del mondo, vi fissò la sua dimora, con l'intento di ripararla.

        Là egli godeva spesso della visita degli Angeli, come sembrava indicare il nome della chiesa stessa, chiamata fin dall'antichità Santa Maria degli Angeli. Perciò la scelse come sua residenza, a causa della sua venerazione per gli Angeli e del suo speciale amore per la Madre di Cristo.

        Il Santo amò questo luogo più di tutti gli altri luoghi del mondo. Qui, infatti, conobbe l'umiltà degli inizi; qui progredì nelle virtù; qui raggiunse felicemente la mèta. Questo luogo, al momento della morte, raccomandò ai frati come il luogo più caro alla Vergine.

1049 Riguardo a questo luogo, un frate, a Dio devoto, prima della sua conversione ebbe una visione degna di essere riferita. Gli sembrò di vedere innumerevoli uomini, colpiti da cecità, che stavano attorno a questa chiesa, in ginocchio e con la faccia rivolta al cielo. Tutti protendevano le mani verso l'alto e, piangendo, invocavano da Dio misericordia e luce.

        Ed ecco, venne dal cielo uno splendore immenso, che penetrando in loro tutti, portò a ciascuno la luce e la salvezza desiderate.

1050 E' questo il luogo, nel quale san Francesco, guidato dalla divina rivelazione, diede inizio all'Ordine dei frati minori. Proprio per disposizione della Provvidenza divina, che lo dirigeva in ogni cosa, il servo di Cristo aveva restaurato materialmente tre chiese, prima di fondare l'Ordine e di darsi alla predicazione del Vangelo. In tal modo non solamente egli aveva realizzato un armonioso progresso spirituale, elevandosi dalle realtà sensibili a quelle intelligibili,  dalle minori alle maggiori; ma aveva anche, con un'opera tangibile, mostrato e prefigurato simbolicamente la sua missione futura.

        Infatti, così come furono riparati i tre edifici, sotto la guida di quest'uomo santo si sarebbe rinnovata la Chiesa in tre modi: secondo la forma di vita, secondo la Regola e secondo la dottrina di Cristo da lui proposte -e avrebbe celebrato i suoi trionfi una triplice milizia di eletti.E noi ora costatiamo che così è avvenuto.

 

 

 

CAPITOLO III

 

L' ISTITUZIONE DELLA RELIGIONE

 E L APPROVAZIONE DELLA REGOLA

 

 

1051 1. Nella chiesa della Vergine Madre di Dio dimorava, dunque, il suo servo Francesco e supplicava insistentemente con gemiti continui Colei che concepì il Verbo pieno di grazia e di verità, perché si degnasse di farsi sua avvocata. E la Madre della misericordia ottenne con i suoi meriti che lui stesso concepisse e partorisse lo spirito della verità evangelica.

        Mentre un giorno ascoltava devotamente la messa degli Apostoli, sentì recitare il brano del Vangelo in cui Cristo, inviando i discepoli a predicare, consegna loro la forma di vita evangelica, dicendo: Non tenete né oro né argento né denaro nelle vostre cinture, non abbiate bisaccie da viaggio, né due tuniche"né calzari, né bastone.

        Questo udì, comprese e affidò alla memoria l'amico della povertà apostolica e, subito, ricoImo di indicibile letizia, esclamò: “ Questo è ciò che desidero questo è ciò che bramo con tutto il cuore! ”.

        Si toglie i calzari dai piedi; lascia il bastone; maledice bisaccia e denaro e, contento di una sola tonachetta, butta via la cintura e la sostituisce con una corda e mette ogni sua preoccupazione nello scoprire come realizzare a pieno le parole sentite e adattarsi in tutto alla regola della santità, dettata agli apostoli.

 

1052 2. Da quel momento l'uomo di Dio, per divino incitamento, si dedicò ad emulare la perfezione evangelica e ad invitare tutti gli altri alla penitenza.

        I suoi discorsi non erano vani o degni di riso, ma ripieni della potenza dello Spirito Santo: penetravano nell'intimo del cuore e suscitavano forte stupore negli ascoltatori. In ogni sua predica, all'esordio del discorso, salutava il popolo con I'augurio di pace, dicendo: “ Il Signore vi dia la pace!"

        Aveva imparato questa forma di saluto per rivelazione del Signore, come egli stesso più tardi affermò. Fu così che, mosso anch'egli dallo spirito dei profeti, come i profeti annunciava la pace, predicava la salvezza e, con le sue ammonizioni salutari, riconciliava in un saldo patto di vera amicizia moltissimi, che prima, in discordia con Cristo, si trovavano lontani dalla salvezza.

 

1053 3. In questo modo molti incominciarono a riconoscere la verità della dottrina, che  l'uomo di Dio con semplicità predicava, e della sua vita. Alcuni incominciarono a sentirsi incitati a penitenza dal suo esempio e ad unirsi a lui nell'abito e nella vita, lasciando ogni cosa. Il primo di loro fu il “ venerabile Bernardo ”, che, reso partecipe della  vocazione divina, meritò di essere il primogenito del beato padre, primo nel tempo e primo nella santità.

        Bernardo, dopo avere costatato di persona la santità del servo di Cristo, decise di seguire il suo esempio, abbandonando completamente il mondo. Perciò si rivolse a lui, per sapere come realizzare questo proposito.

        Ascoltandolo, il servo di Dio si sentì ripieno della consolazione dello Spirito Santo, perché aveva concepito il suo primo figlio, ed esclamò: “ Un simile consiglio dobbiamo chiederlo a Dio! ”.

        Poiché era ormai maltina, entrarono nella chiesa di San Nicolò. Dopo aver pregato, Francesco, devoto adoratole della Trinità, per tre volte aprì il libro dei Vangeli, chiedendo a Dio che per tre volte confermasse ii proposito di Bernardo .

        Alla prima apertura si imbatté nel passo che dice: “ Se vuoi essere perfetto, va, vendi tutto quello che hai e dàllo ai poveri.

        Alla seconda: Non portate niente durante il, viaggio.

        Alla terza: Chi vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua.

        “ Questa - disse il Santo - è la vita e la regola nostra e di tutti quelli che vorranno unirsi alla nostra compagnia. Va, dunque, se vuoi essere perfetto, e fa come hai sentito”.

      

1055 4 Poco tempo dopo, lo stesso Spirito chiamò altri cinque uomini e il numero dei frati salì a sei. Fra loro, il terzo posto toccò al santo pa~re Egidio, uomo davvero pieno di Dio e degno di essere solennemente ricordato. Egli, infatti, divenne in seguito famosissimo per le sue sublimi virtù, come  di lui aveva predetto il servitore del Signore, e, quantunque illetterato e semplice, si elevò ai più eccelsi vertici della contemplazione.

        Egidio per lunghi periodi di tempo si dedicava incessantemente alle ascensioni mistiche e veniva rapito in Dio con estasi così frequenti, che, pur essendo in mezzo agli uomini, sembrava conducesse ormai una vita più angelica che umana. L'ho potuto costatare anch'io con i miei occhi e perciò ne faccio fede.

 

1056 5. Sempre in quel periodo, un sacerdote della città di Assisi, chiamato Silvestro, uomo di onorata condotta, ebbe dal Signore una visione, che non va taciuta.

        Silvestro, giudicando secondo il criterio degli uomini, aveva in orrore il modo di vivere seguito da Francesco e dai suoi frati. Ma la grazia celeste rivolse a lui il suo sguardo e lo visitò, perché non venisse a trovarsi in pericolo a causa di quel suo giudizio privo di fondamento. Vide, dunque, in sogno, tutta la città di Assisi circondata da un grande dragone, che con la sua sterminata grandezza sembrava minacciare lo sterminio a tutta la regione. Dopo di ciò, vedeva uscire dalla bocca di Francesco una croce tutta d'oro, che con la punta toccava il cielo e con le braccia, protese per il largo, sembrava estendersi fino alle estremità del mondo. Questa apparizione fulgentissima metteva definitivamente in fuga il dragone fetido e orrendo.

        Questo spettacolo gli fu mostrato per tre volte. Egli comprese, allora, che si trattava di un messaggio divino e riferì tutto ordinatamente all'uomo di Dio e ai suoi frati, e dopo non molto tempo lasciò il mondo e seguì la via di Cristo con grande perseveranza, rendendo autentica, mediante la condotta da lui tenuta nell'Ordine, la visione che aveva avuto nel secolo.

 

        6. All'udire quella visione, I'uomo di Dio non si lasciò trascinare dalla vana gloria degli uomini, ma, riconoscendo la bontà di Dio nei suoi benefici, si sentì più fortemente animato a combattere la malizia dell'antico nemico e a predicare la gloria della croce di Cristo.

 

1057 Un giorno, mentre, ritirato in luogo solitario, piangeva ripensando con amarezza al suo passato, si sentì pervaso dalla gioia dello Spirito Santo, da cui ebbe l'assicurazione che gli erano stati pienamente rimessi tutti i peccati.

        Rapito fuori di sé e sommerso totalmente in una luce meravigliosa che dilatava gli orizzonti del suo spirito, vide con perfetta lucidità l'avvenire suo e dei suoi figli.

        Dopo l'estasi, ritornò dai frati e disse loro: ~ Siate forti, carissimi, e rallegratevi nel Signore. Non vogliate essere tristi, perché siete in pochi, e non vi faccia paura la mia o la vostra semplicità; poiché, come il Signore mi ha mostrato con una visione veritiera, Iddio ci farà diventare una grande moltitudine e la sua grazia e la sua benedizione ci faranno crescere in molti modi ”.

 

1058 7. Sempre nello stesso periodo, entrò nella religione un'altra persona dabbene e così i figli benedetti dell'uomo di Dio raggiunsero il numero di sette.

        Allora il pio padre raccolse intorno a sé tutti i figli suoi e parlò a lungo con loro del regno di Dio, del disprezzo del mondo, della necessità di rinnegare la propria volontà e di mortificare il proprio corpo, e svelò la sua intenzione di inviarli nelle quattro parti del mondo.

        Ormai il padre santo, come la donna sterile, semplice e poverella della Bibbia, aveva partorito sette volte, e desiderava partorire a Cristo tutto quanto il popolo dei fedeli, chiamandolo al pianto e alla penitenza.

1059 “ Andate -- disse il dolce padre ai figli suoi -- annunciate agli uomini la pace; predicate la penitenza per la remissione dei peccati. Siate pazienti nelle tribolazioni, vigilanti nell'orazione, valenti nelle fatiche, modesti nel parlare, gravi nel comportamento e grati nei benefici. F in compenso di tutto questo è preparato per voi il regno eterno ”.

        Quelli, inginocchiati umilmente davanti al servo di Dio, accoglievano con intima gioia la missione della santa obbedienza

        Diceva, poi, a ciascuno in particolare: Affida al Signore la tua sorte, ed Egli ti nutrirà. Erano queste le parole che egli ripeteva abitualmente, quando assegnava a qualche frate un incarico per obbedienza.

        Li suddivise a due a due, in forma di croce, inviandoli per il mondo. Dopo aver assegnato le altre tre parti agli altri sei, egli stesso si diresse con un compagno verso una parte del mondo, ben sapendo che era stato scelto come esempio per gli altri e che doveva prima fare e poi insegnare.

1060 Ma, poco tempo dopo quella partenza, il padre buono sentiva gran desiderio di rivedere la sua cara prole e, siccome non poteva farla ritornare egli stesso, pregava che lo facesse colui che raduna i  dispersi d'Israele.

        E così avvenne che, senza bisogno di umano richiamo, insperatamente e non senza meraviglia da parte loro, si ritrovarono ugualmente insieme, secondo il suo desiderio e per opera della bontà divina.

        Sempre in quei giorni, si unirono a loro quattro persone dabbene, sicché raggiunsero il numero di dodici.

 

1061 8. Vedendo che il numero dei frati a poco a poco cresceva, ii servitore di Cristo scrisse per sé e per i suoi frati con parole semplici, una formula di vita, nella quale, posta come fondamento imprescindibile l'osservanza del santo Vangelo, inserì poche altre cose, che sembravano necessarie per vivere in modo uniforme.

        Desiderando che venisse approvato dal sommo Pontefice quanto aveva scritto, decise di recarsi, con quell'adunata di uomini semplici, alla presenza della Sede Apostolica, affidandosi unicamente alla guida di Dio.

        Dio, che aveva guardato dall'alto al desiderio del suo servo, per rinvigorire il coraggio dei suoi compagni, terrorizzati dalla coscienza della propria semplicità, gli mandò questa visione: gli sembrava di camminare su una strada, a fianco della quale si ergeva un albero molto alto. Avvicinatosi all'albero, si era messo ad osservare dal di sotto la sua altezza, quando improvvisamente una forza divina lo sollevò tanto in alto che riusciva a toccare la sommità dell'albero e a piegarne con estrema facilità la cima fino a terra.

        L'uomo di Dio comprese perfettamente che quella visione era un presagio e gli indicava come l'autorità apostolica nella sua accondiscendenza si sarebbe piegata fino a lui.

        Con l'animo pieno di gioia, confortò i compagni e affrontò con loro il cammino.

 

1062 9. Presentatosi alla Curia romana, e introdotto al cospetto del sommo Pontefice, gli espose le sue intenzioni, chiedendo~li umilmente e vivamente che approvasse la Regola di vita da lui scritta.

        Il Vicario di Cristo, papa Innocenzo III davvero illustre per sapienza, ammirando nell'uomo di Dio la purezza e la semplicità dell'animo, la fermezza nel proposito e l'infiammato ardore di una volontà santa, si sentì incline ad accogliere con pio assenso le sue richieste.

        Tuttavia non vol!e approvare subito la norma di vita proposta dal poverello, perché ad alcuni cardinali sembrava strana e troppo ardua per le forze umane.

        Ma il cardinale Giovanni di San Paolo, vescovo di Sabina, persona degna di venerazione, amante di ogni santità e sostegno dei poveri di Cristo, infiammato dallo Spirito di Dio, disse al sommo Pontefice e ai suoi fratelli cardinali: << Questo povero, in realtà, ci chiede soltanto che gli venga approvata una forma di vita evangelica. Se, dunque, respingiamo la sua richiesta, come troppo difficile e strana, stiamo attenti che non ci capiti di fare ingiuria al Vangelo. Se, infatti, uno dicesse che nell'osservanza della perfezione evangelica e nel voto di praticarla vi è qualcosa di strano o di irrazionale, oppure di impossibile, diventa reo di bestemmia contro Cristo, autore del Vangelo>>.

        Messo di fronte a queste ragioni, il successore di Pietro si rivolse al povero di Cristo e gli disse: <<Prega Cristo, o figlio, affinché per mezzo tuo ci mostri la sua volontà. Quando l'avremo conosciuta con maggiore certezza, potremo accondiscendere con maggior sicurezza ai tuoi pii desideri>>.

 

AGGIUNTA POSTERIORE

 

1063           9a Quando giunse presso la curia romana, venne condotto alla presenza del sommo Pontefice. Il Vicario di Cristo, che si trovava nel palazzo lateranense e stava camminando nel luogo chiamato Speculum, immerso in profondi pensieri, cacciò via con sdegno, come un importuno, il servitore di Cristo.

        Questi umilmente se ne uscì. Ma la notte successiva il Pontefice ebbe da Dio una rivelazione. Vedeva ai suoi piedi una palma, che cresceva a poco a poco fino a diventare un albero bellissimo. Mentre il Vicario di Cristo si chiedeva, meravigliato, che cosa volesse indicare tale visione, la luce divina gli impresse nella mente l'idea che la palma rappresentava quel povero, che egli il giorno prima aveva scacciato.

        Il mattino dopo il Papa fece ricercare dai suoi servi quel povero per la città. Lo trovarono nell'ospedale di Sant'Antonio, presso il Laterano, e per comodo del Papa lo portarono in fretta al suo cospetto.

 

1064           10. Il servo di Dio onnipotente, affidandosi totalmente alla preghiera, con le sue devote orazioni ottenne che Dio rivelasse a lui le parole con cui doveva esprimersi e al Papa le decisioni da prendere.

        Egli, infatti raccontò al Pontefice, come Dio gliel'aveva suggerita, la parabola di un ricco re che con gran gioia aveva sposato una donna bella e povera e ne aveva avuto dei figli che avevano la stessa fisionomia del re, loro padre e che, perciò, vennero allevati alla mensa stessa del re.

        Diede, poi, l'interpretazione della parabola, giungendo a questa conclusione: << Non c'è da temere che muoiano di fame i figli ed eredi dell'eterno Re; perché essi, a somiglianza di Cristo, sono nati da una madre povera, per virtù dello Spirito Santo e sono stati generati per virtù dello spirito di povertà, in una religione poverella. Se, infatti, il Re del cielo promette ai suoi imitatori il Regno eterno, quanto più provvederà per loro quelle cose che elargisce senza distinzione ai buoni e ai cattivi >>.

        Il Vicario di Cristo ascoltò attentamente questa parabola e la sua interpretazione e, pieno di meraviglia, riconobbe senza ombra di dubbio che, in quell'uomo, aveva parlato Cristo. Ma si sentì rassicurato anche da una visione, da lui avuta in quella circostanza, nella quale lo Spirito di Dio gli aveva mostrato la missione a cui Francesco era destinato. Infatti, come egli raccontò, in sogno vedeva che la Basilica del Laterano ormai stava per rovinare e che, un uomo poverello, piccolo e di aspetto spregevole, la sosteneva, mettendoci sotto le spalle, perché non cadesse.

        << Veramente -- concluse il Pontefice -- questi è colui che con la sua opera e la sua dottrina sosterrà la Chiesa di Cristo >>.

        Da allora, sentendo per il servo di Cristo una straordinaria devozione, ci mostrò incline ad accogliere in tutto e per tutto le sue richieste e lo amò poi sempre con affetto speciale.

        Concedette, dunque, le cose richieste e promise che ne avrebbe concesse ancora di più.

        Approvò la Regola: conferì il mandato di predicare la penitenza e a tutti i frati laici, che erano venuti con il servo di Dio, fece fare delle piccole chieriche, perché potessero predicare liberamente la Parola di Dio.

 

 

CAPITOLO IV

 

SVILUPPI DELL' ORDINE SOTTO LA SUA GUIDA

E CONFERMA DELLA REGOLA PRECEDENTEMENTE APPROVATA

 

 

1065 l. Contando sulla grazia divina e sull'autorità papale, Francesco, pieno di fiducia. si diresse verso la valle Spoletana, pronto a praticare e ad insegnare il Vangelo.

        Durante il cammino discuteva con i compagni sul modo in cui osservare con sincerità la Regola, che avevano abbracciato; sul modo in cui progredire in ogni santità e giustizia davanti a Dio, sul modo in cui santificare se stessi ed essere di esempio per gli altri.

        Il colloquio si protrasse assai a lungo, e il giorno passò. Stanchi, ormai, per la lunga fatica e affamati, si fermarono in un luogo solitario. Non era possibile provvedere un po' di cibo da nessuna parte. Ma la Provvidenza di Dio intervenne senza indugio: comparve improvvisamente un uomo con in mano un pane; lo diede ai poverelli di Cristo, e subito disparve. Non si seppe né da dove era venuto né dove andasse.

        I frati poverelli riconobbero, allora, da questo prodigio che la compagnia dell'uomo di Dio era per loro una garanzia dell'aiuto del cielo e si sentirono saziati più per il dono della generosità divina che per il nutrimento materiale ricevuto.

        Inoltre, colmi di divina consolazione, stabilirono fermamente e irrevocabilmente ribadirono l'impegno di non abbandonare mai, né per  fame né per tribolazione, la santa povertà professata.

 

1066 2. Mentre, saldi nel santo proposito, affrontavano la valle Spoletana, si misero a discutere se dovevano passare la vita in mezzo alla gente oppure dimorare in luoghi solitari.

        Ma Francesco, il servo di Cristo, non confidando nella esperienza propria o in quella dei suoi, si affidò alla preghiera, per ricercare con insistenza quale fosse su questo punto la disposizione della volontà divina.

        Venne così illuminato con una risposta dal cielo e comprese che egli era stato mandato dal Signore a questo scopo: guadagnare a Cristo le anime, che il diavolo tentava di rapire .

        E perciò scelse di vivere per tutti, anziché per sé solo, stimolato dall'esempio di Colui che si degnò di morire. Lui solo, per tutti gli uomini.

 

1067 3. L'uomo di Dio, insieme con gli altri compagni, andò ad abitare in un tugurio abbandonato, vicino ad Assisi: là essi vivevano di molto lavoro e fra gli stenti, secondo la forma della santa povertà, preoccupati di rifocillarsi più con il pane delle lacrime che con il pane dell'abbondanza.

        Là erano continuamente intenti a pregare Iddio applicandosi all'esercizio dell'orazione e della devozione più con la mente che con la voce, per la ragione che non avevano ancora i libri liturgici, sui quali recitare le ore canoniche.

        Ma, al posto di quei libri, leggevano ininterrottamente, sfogliandolo e risfogliandolo, il libro della croce di Cristo, giorno e notte, istruiti dall'esempio e dalla parola del Padre, che continuamente faceva loro il discorso della croce di Cristo.

1068           Quando. poi i frati gli chiesero che insegnasse loro a pregare, disse: Quando pregate, dite: -- Padre nostro, e: “ Ti adoriamo, o Cristo, in tutte le tue chiese che sono in tutto il mondo, e ti benediciamo, perché, per mezzo della tua santa croce, hai redento il mondo”.

1069           Inoltre insegnò loro a lodare Dio in tutte le creature e prendendo lo spunto da tutte le creature; ad onorare con particolare venerazione i sacerdoti, come pure a credere fermamente e a confessare schiettamente la verità della fede, così come la tiene e la insegna la santa Chiesa romana. Essi osservavano in tutto e per tutto gli insegnamenti del padre santo e, appena scorgevano qualche chiesa da lontano, o qualche croce, si volgevano verso di essa, prostrandosi umilmente a terra e pregando secondo la forma loro indicata.

 

1070 4. Nel periodo in cui i frati dimoravano in questo luogo, una volta il Santo si recò nella città di Assisi, perché era sabato e il mattino della domenica doveva predicare nella chiesa cattedrale, come faceva di solito.

        L'uomo a Dio devoto, secondo la sua abitudine, passò la notte a pregare Dio, in un tugurio situato nell'orto dei canonici, lontano, con il corpo, dai suoi figli.

        Ma ecco: verso la mezzanotte -- mentre alcuni frati riposavano ed altri vegliavano in preghiera--un carro di fuoco di meraviglioso splendore entrò dalla porta della casa e per tre volte fece il giro dell'abitazione: sopra il carro si trovava un globo luminoso, in forma di sole, che dissipò il buio della notte

        Furono stupefatti quelli che vegliavano; svegliati e, insieme, atterriti quelli che dormivano--e fu più grande la chiarezza provata nel cuore che quella vista con gli occhi, perché, per la potenza della luce miracolosa, fu nuda la coscienza di ciascuno davanti alla coscienza di tutti.

        Tutti reciprocamente videro nel cuore di ciascuno e tutti compresero, con un solo pensiero, che il Signore mostrava loro il padre santo, assente col corpo ma presente in spirito, trasfigurato soprannaturalmente dalla luce dei celesti splendori e dalla fiamma dei celesti ardori, sopra quel carro di luce e di fuoco, per indicare che essi dovevano camminare, come veri Israeliti, sotto la sua guida. Egli, infatti, era stato eletto da Dio, come un nuovo Elia, ad essere cocchio ed auriga degli uomini spirituali.

        C'è davvero da crederlo: Colui che, alle preghiere di Francesco, aprì il cuore di quei frati così semplici, perché vedessero le meraviglie di Dio, fu quello stesso che un tempo aveva aperto gli occhi al servo perché vedesse il monte pieno di cavalli e di carri di fuoco intorno ad Eliseo.

1071 Quando il Santo ritornò dai frati, incominciò a scrutare e a svelare i segreti delle loro coscienze, a rassicurarli sul significato di quella visione mirabile, e fece molte predizioni sul futuro sviluppo dell'Ordine. E siccome faceva moltissime rivelazioni, che trascendevano le capacità dell'intelletto umano, i frati dovettero riconoscere che lo Spirito del Signore si era posato in tutta la sua pienezza sopra il suo servo Francesco: perciò la cosa più sicura per loro era seguire la sua dottrina e la sua vita.

 

1072 5. Dopo questi avvenimenti, Francesco, pastore del piccolo gregge, ispirato dalla grazia divina, condusse i suoi dodici frati a Santa Maria della Porziuncola, perché voleva che l'Ordine dei minori crescesse e si sviluppasse, sotto la protezione della Madre di Dio, là dove, per i meriti di lei, aveva avuto inizio.

        Là, inoltre, divenne araldo del Vangelo. Incominciò, infatti, a percorrere città e villaggi e ad annunziarvi il regno di Dio, non basandosi sui discorsi persuasivi della sapienza umana, ma sulla dimostrazione di spirito e di potenza.

 

        A chi lo vedeva, sembrava un uomo dell'altro mondo: uno che, la mente e il volto sempre rivolti al cielo, si sforzava di attirare tutti verso l'alto.

        Da allora la vigna di Cristo incominciò a produrre germogli profumati del buon odore del Signore, e frutti abbondanti con fiori soavi di grazia e di santità.

 

1073 6. Moltissimi, infiammati dalla sua predicazione, si vincolavano alle nuove leggi della penitenza, secondo la forma indicata dall'uomo di Dio.

        Il servo di Cristo stabilì che la loro forma di vita si denominasse Ordine dei Fratelli della Penitenza.

        Questo nuovo Ordine ammetteva tutti chierici e laici vergini e coniugi dell'uno e dell'altro sessò, perché la via della penitenza è comune per tutti quelli che vogliono tendere al cielo. E i miracoli compiuti da alcuni dei suoi seguaci sono lì a mostrarci quanto Dio lo consideri degno di merito .

1074           C'erano anche delle Vergini, che si consacravano a perpetua castità: tra esse, Chiara, vergine carissima a Dio, che fu la prima pianticella ed esalò il suo profumo come candido fiore di primavera e risplendette come stella fulgentissima .

        Ella ora gloriosa nei cieli, viene giustamente venerata sulla terra  dalla Chiesa: ella che fu, in Cristo, la figlia del padre san Francesco, poverello, e la madre delle Povere Dame.

 

1075 7. Molti, inoltre, non solo spinti da devozione ma infiammati dal desiderio della perfezione di Cristo, abbandonavano ogni vanità mondana e si mettevano alla sequela di Francesco. Essi, crescendo e moltiplicandosi di giorno in giorno, si diffusero in breve tempo fino alle estremità della terra.

        Infatti la santa povertà, che portavano con sé come sola provvista, li rendeva pronti ad ogni obbedienza, robusti alle fatiche e disponibili a partire.

        E siccome non avevano niente di terreno, a niente attaccavano il cuore e niente temevano di perdere. Si sentivano sicuri dappertutto, non turbati da nessuna preoccupazione o ansietà: gente che, senza affanni, aspettava il domani e un rifugio per la sera.

        In diverse parti del mondo capitava loro di essere ricoperti di ingiurie, come persone spregevoli e sconosciute; ma l'amor del Vangelo li aveva resi così pazienti, che essi stessi andavano a cercare i luoghi in cui sapevano che sarebbero stati perseguitati ed evitavano quelli dove la loro santità era conosciuta e avrebbero trovato, perciò, onori e simpatia .

        La penuria stessa era per loro dovizia e sovrabbondanza, mentre, secondo il consiglio del Saggio, provavano piacere non nella grandezza, ma nelle cose più piccole.

1076 Una volta alcuni frati si recarono nei paesi degli infedeli e incontrarono un saraceno che, mosso da pietà, offrì loro il denaro necessario per il vitto. Essi lo rifiutarono e quell'uomo ne rimase meravigliato, perché li vedeva sprovvisti di tutto. Ma quando, finalmente, comprese che non volevano denaro, perché si erano fatti poveri per amor di Dio, si legò ad essi con tanto affetto che promise di fornire loro tutto il necessario finché ne avesse avuto la possibilità .

        O povertà inestimabilmente preziosa, o virtù mirabile che hai saputo convertire a così grande tenerezza e compassione un cuore barbaro e feroce!

        E', dunque, un delitto orribile e nefando, per un cristiano, calpestare questa perla preziosa, che un saraceno ha onorato con tanta venerazione.

 

1077 8. In quel tempo, un religioso dell'Ordine dei Crociferi, di  nome Morico, si trovava in un ospedale vicino ad Assisi, tormentato da una lunga e gravissima infermità. I medici lo davano ormai per spacciato. Ma egli, divenuto un supplicante dell'uomo di Dio per interposta persona, lo pregava Insistentemente che si degnasse di intercedere il Signore per lui.

        Il padre buono esaudì le sue richieste. Dopo aver pregato, prese delle briciole di pane e, mescolandole con un po' d'olio della lampada che ardeva davanti all'altare della Vergine, mandò alcuni frati a portargli questo singolare elettuario, dicendo: “ Portate questa medicina al nostro fratello Morico. Per mezzo di essa, la potenza di (',risto non solo gli ridonerà piena salute, ma lo farà anche diventare un robusto lottatore, assegnandolo per sempre alle nostre file ”

        Appena ebbe assaggiato quell'antidoto preparato per invenzione dello Spirito Santo, il malato guarì immediatamente e ottenne da Dio tal vigoria di anima e di corpo che poco dopo, entrato nella Religione di Francesco, si copriva con una sola tonachetta, sotto la quale per lungo tempo portò una lorica a contatto con la carne, e si nutriva esclusivamente di cibi crudi. Per molti lustri visse senza assaggiare né pane né vino, eppure godette sempre di grande robustezza e perfetta salute.

 

1078 9. Intanto crescevano, nei piccolini di Cristo, le virtù e i meriti, diffondendo tutt'intorno il profumo della loro buona fama. Perciò molti accorrevano dalle varie parti del mondo, nel desiderio di vedere di persona il padre santo .

        Fra gli altri, un estroso compositore di canzoni secolaresche, che era stato incoronato poeta dall'imperatore e da allora veniva chiamato re dei versi si propose di recarsi dall'uomo di Dio, così noto per il suo disprezzo degli onori mondani.

        Lo trovò nel castello di San Severino, mentre predicava in un monastero; e allora la mano di Dio venne su di Iui mostrandogli in visione quel medesimo Francesco, che stava predicando sulla croce di Cristo, segnato da due spade splendentissime, disposte in forma di croce: una delle spade si estendeva dalla testa ai piedi e una da una mano alI'altra, attraverso il petto.

        Egli non conosceva di faccia il servo di Cristo, ma lo riconobbe immediatamente, quando gli fu indicato da un così grande prodigio.

        Stupefatto per quella visione, si propose subito di intraprendere una vita migliore e, infine, convertito dalla forza delle sue parole e come trafitto dalla spada dello spirito che usciva dalla sua bocca, si unì al beato padre mediante la professione, rinunciando totalmente agli onori vani del mondo.

        Il Santo, vedendo che si era perfettamente convertito dall'inquietudine del mondo alla pace di Cristo, lo chiamò frate Pacifico.

1079  Frate Pacifico successivamente si perfezionò in ogni forma di santità e, prima di diventare ministro in Francia -- difatti egli fu il primo ad avere l'ufficio di ministro dei frati in quel paese -- meritò di vedere una seconda volta sulla fronte di Francesco un grande Tau, che illuminava e abbelliva meravigliosamente la sua faccia con singolare varietà di colori.

        E in realtà il Santo nutriva grande venerazione ed affetto per il segno del Tau; lo raccomandava spesso nel parlare e lo scriveva di propria mano sotto le lettere che inviava, come se la sua missione consistesse, secondo il detto del profeta, nel segnare il Tau sulla fronte degli uomini che gemono e piangono, convertendosi sinceramente a Cristo.

 

1080 10. Quando, con l'andar del tempo, i frati erano ormai diventati molto numerosi, il premuroso pastore incominciò a radunarli nel luogo di Santa Maria della Porziuncola per il Capitolo generale, in cui poteva assegnare a ciascuno di loro una porzione di obbedienza nel regno dei poveri, secondo la misura voluta da Dio.

        Alla Porziuncola vi era penuria d'ogni cosa; ma, benché qualche volta vi convenisse una moltitudine di oltre cinquemila frati, non mancò mai l'aiuto della Bontà divina, che procurava il sufficiente per tutti e a tutti concedeva la salute del corpo e sovrabbondante gioia di spirito.

1081           Ai capitoli provinciali, invece, egli non poteva essere 1081 presente di persona; ma si preoccupava di rendersi presente con sollecite direttive, con la preghiera insistente e con la sua efficace benedizione.

        Qualche volta, però, in forza di quella virtù divina che opera meraviglie, vi compariva anche in forma visibile. Durante il Capitolo di Arles, Antonio, allora insigne predicatore ed ora glorioso confessore di Cristo, stava predicando ai frati, servendosi come tema dell'iscrizione posta sulla croce: “ Gesù Nazareno, re dei Giudei ”. Ebbene un frate di virtù sperimentata, di nome Monaldo, si mise, per ispirazione divina, a guardare verso la porta della sala capitolare e vide con i suoi propri occhi il beato Francesco che, stando librato nell'aria con le mani stese in forma di croce, benediceva i frati. Tutti i frati, a loro volta, si sentirono ripieni di una consolazione spirituale così grande e così insolita che la ritennero una testimonianza con la quale lo Spirito li assicurava che il padre santo era veramente in mezzo a loro.

        Il fatto, però, in seguito venne comprovato non solo da attestazioni sicure, ma anche dalla testimonianza dell stesso san Francesco.

        Evidentemente quella forza onnipotente di Dio che concesse al santo vescovo Ambrogio di essere presente alla tumulazione del glorioso vescovo Martino, perché con pio ossequio potesse venerare il pio pontefice, rese presente anche il suo servo Francesco alla predica del suo verace araldo Antonio, perché potesse confermare la verità delle sue parole e in particolare di quelle che riguardavano la croce di Cristo, di cui egli era alfiere e ministro.

 

1082 11. Ormai l'Ordine si era molto esteso e perciò Francesco si proponeva di far confermare in perpetuo da papa Onorio la forma di vita già approvata dal suo predecessore, papa Innocenzo. Dio lo incoraggiò in questo proposito mediante una rivelazione.

        In questo modo: gli sembrava di aver raccolto da terra delle minutissime briciole di pane, per distribuirle a molti frati affamati, che gli stavano intorno. Aveva timore che, nel distribuirle, quelle briciole così piccole non gli cadessero magari di mano. Ma una voce dall'alto gli disse: “ Francesco, con tutte queste briciole, fa un'ostia sola e porgi a chi vorrà mangiare ”.

        Mentre egli così faceva, tutti quelli che non ricevevano il dono con devozione, oppure, dopo averlo ricevuto, Io disprezzavano, subito si distinguevano dagli altri, perché diventavano lebbrosi.

        Al mattino, il Santo raccontò la visione ai compagni, rammaricandosi di non afferrarne il significato.

        Ma il giorno seguente, mentre pregava con grande perseveranza, sentì venire dal cielo questa voce: “ Francesco, le briciole che hai visto la notte scorsa sono le parole del Vangelo; I'ostia è la Regola; la lebbra è l'iniquità ”.

1083 Seguendo le indicazioni avute in visione, volle, prima di farla approvare, ridurre a forma più compendiosa la Regola, che aveva steso con lunghe e abbondanti citazioni del Vangelo.

1084           Perciò, guidato dallo Spirito Santo, salì su un monte con due compagni e là, digiunando a pane ed acqua, dettò la Regola, secondo quanto gli suggeriva lo Spirito divino durante la preghiera.

        Disceso dal monte, la affidò da custodire al suo vicario. Ma siccome questi, pochi giorni dopo, gli disse che l'aveva perduta per trascuratezza, il Santo tornò di nuovo nella solitudine e subito la rifece in tutto uguale alla precedente, come se ricevesse le parole  dalla bocca di Dio. Ottenne, poi, che venisse confermata, come aveva desiderato, dal sopraddetto papa Onorio, nell'ottavo anno del suo pontificato .

        Per stimolare i frati ad osservarla con fervore, diceva che lui non ci aveva messo niente di proprio, ma tutto aveva fatto scrivere così come gli era stato rivelato da Dio.

1085 E perché questo risultasse con maggior certezza attraverso la testimonianza di Dio stesso, passati soltanto alcuni giorni, gli furono impresse le stimmate del Signore Gesù dal dito del Dio vivente. Le stimmate in un certo senso, erano la bolla del sommo pontefice Cristo, che confermava in tutto e per tutto la Regola e in tutto faceva l'elogio del suo autore.

        Ma di questo parleremo più innanzi, dopo aver trattato delle virtù del nostro Santo.

 

 

 

CAPITOLO V

 

 

 VITA AUSTERA.

IN CHE MODO LE CREATURE LO CONFORTAVANO

 

 

 

1086 1. Francesco, I'uomo di Dio, vedeva che per il suo esempio moltissimi si sentivano spinti a portare la croce di Cristo con grande fervore e, perciò, si sentiva animato lui stesso, da buon condottiero dell'esercito di Cristo, a conquistare vittoriosamente la cima della virtù. Per realizzare quelle parole dell'Apostolo: “ Coloro che sono di Cristo hanno crocifisso la loro carne con i vizi e le concupiscenze ”, e portare nel proprio corpo l'armatura della croce, respingeva gli stimoli dei sensi con una disciplina così rigorosa, che a stento si concedeva il necessario per il sostentamento.

        Diceva che è difficile soddisfare alle esigenze del corpo senza acconsentire alle basse tendenze dei sensi.

        Per questa ragione, a malincuore e raramente, quando era sano, si  cibava di vivande cotte e, quando se le permetteva, o le manipolava con la cenere o ne rendeva scipito il sapore e il condimento, mescolandovi, per lo più, dell'acqua.

        E come parlare di vino, se a malapena, quando si sentiva bruciare dalla sete, osava dissetarsi con l'acqua?

        Scopriva le tecniche di un'astinenza sempre più rigida e le accresceva di giorno in giorno con l'esercizio. Quasi fosse sempre un principiante nella via della perfezione, benché ormai ne toccasse la vetta, trovava sempre nuovi mezzi per castigare la concupiscenza.

1087 Quando, però, usciva nel mondo a predicare la parola del Vangelo, mangiava gli stessi cibi di coloro che gli davano ospitalità; ma, tornando in casa, praticava inflessibilmente una rigorosa parchezza ed astinenza.

        Così, austero verso se stesso, umano verso il prossimo, soggetto in ogni cosa al Vangelo, era di esempio e di edificazione, non solo con l'astinenza ma anche nel mangiare.

        Letto per il suo corpicciolo affaticato era, per lo più, la nuda terra; molto spesso dormiva seduto, con un legno o un sasso sotto il capo. Vestito di una sola tonachetta poverella, serviva al signore in freddo e nudità.

 

1088 2. Gli chiesero, una volta, come potesse, con un vestito così leggero, difendersi dai rigori dell'inverno.

        Pieno di fervore spirituale, rispose: “ Se il nostro cuore bruciasse per il desiderio della patria celeste, facilmente sopporteremmo questo freddo esteriore ”.

        Aveva in orrore i vestiti morbidi,. prediligeva quelli ruvidi e affermava che, proprio per i suoi vestiti ruvidi, Giovanni Battista era stato lodato dalla bocca stessa di Dio.

        Se per caso gli davano una tonaca, che a lui pareva soffice, la intesseva all'interno con delle funicelle, dicendo: le vesti morbide, secondo la parola della Verità, si devono cercare non nelle capanne dei poveri, ma nei palazzi dei principi.

        Aveva imparato, per sicura esperienza, che i demoni vengono intimoriti dalle asprezze, mentre dalle mollezze e dalle delicatezze prendono animo per tentare più baldanzosamente .

1089 Una notte, contrariamente al solito, si era coricato con un cuscino di piume sotto la testa, a causa della sua malattia al capo e agli occhi. Ma il demonio, entrato nel cuscino, tormentò il Santo in  molte maniere, stornandolo dalla santa orazione, per tutta la notte, finché al mattino egli poté chiamare il compagno e ordinargli di portare il guanciale fuori dalla cella e di gettarlo ben lontano, insieme col demonio .

        Quanto al frate, come fu uscito dalla cella con il cuscino, perse le forze e rimase totalmente paralizzato. E solo quando si sentì chiamare indietro dalla voce del padre santo, che aveva visto tutto in ispirito, ricuperò completamente le forze fisiche e la sensibilità.

 

1090 3. Come una sentinella sulla torre di guardia, vigilava con rigorosa disciplina e somma cura per custodire la purezza del corpo e dello spirito.

        A questo scopo, nei primi tempi della sua conversione, durante l'inverno si immergeva, per lo più, in una fossa piena di ghiaccio, sia per assoggettare perfettamente il nemico di casa sia per preservare la candida veste della pudicizia dal fuoco della passione.

        Affermava che un uomo spirituale trova incomparabilmente più sopportabile il freddo del corpo, anche il più rigido, che non il fuoco della concupiscenza, per piccolo che sia.

 

1091 4. Una notte, mentre stava pregando in una celluzza dell'eremo di Sarteano, I'antico nemico lo chiamò per tre volte: “ Francesco, Francesco, Francesco! ”. Gli rispose chiedendo che cosa volesse; e quello, ipocritamente: “ Non c'è nessun peccatore al mondo, al quale Dio non usi misericordia, se si converte. Ma chiunque si uccide da se stesso con le sue dure penitenze, non troverà misericordi a in eterno ”.

        L'uomo di Dio, intuì immediatamente, per rivelazione, I'inganno del nemico, che tentava di richiamarlo alla tiepidezza e ne ebbe la conferma da quello che avvenne subito dopo.

        Infatti sentì divampare dentro di sé una grave tentazione sensuale, alimentata dal soffio di quel tale che ha un fiato ardente come brace. Non appena ne avvertì le avvisaglie, l'amante della castità si tolse l'abito e incominciò a flagellarsi molto forte con una corda.

        “ Ehilà, diceva, frate asino, così ti conviene restare, così prenderti le battiture. Perché la tonaca serve alla religione e porta in sé il sigillo della santità: non è lecito, a un libidinoso rubarla. Se vuoi andare in qualche posto, va pure cammina! ".

        Poi, animato da meraviglioso fervore di spirito, spalancò la cella, uscì fuori nell'orto e, immergendo nella neve alta il corpicciolo già denudato e prendendo neve a piene mani, incominciò a fabbricare sette blocchi. E mettendoseli davanti, così parlava al suo uomo esteriore: “ Ecco, questo blocco più grande è tua moglie, questi quattro sono due figli e due figlie; gli altri due sono un servo e una serva, che bisogna tenere per le necessità di casa. Adesso, spicciati a vestirli tutti, perché muoiono di freddo. Se, invece, le molte preoccupazioni che loro ti danno, ti infastidiscono, datti da fare per servire soltanto al Signore! ”.

        Subito il tentatore se ne andò via sconfitto, e il Santo ritornò nella cella con la vittoria in mano. Si era raggelato ben bene al di fuori, ma nel suo interno aveva estinto il fuoco della passione così efficacemente che d'allora in poi non provò mai più niente di simile.

        Un frate, che quella stessa notte vegliava in preghiera, siccome la luna camminava assai chiara nel cielo, poté osservare tutta quanta la scena. Quando il Santo lo venne a sapere, svelò al frate come la tentazione si era svolta e gli comandò di non far saper niente a nessuno di quanto aveva visto, finché egli era vivo.

 

1092 5. Insegnava che bisogna non solo mortificare le passioni della carne e frenarne gli stimoli, ma anche custodire con somma vigilanza gli altri sensi, attraverso i quali la morte entra nell'anima.

        Comandava di evitare molto accuratamente la familiarità, i colloqui e la vista delle donne, perché per molti son occasione di rovina. “ Son queste le cose--asseriva--che molte volte spezzano gli spiriti deboli e indeboliscono i forti. Riuscire ad evitare il contagio delle donne, per uno che si intrattiene con loro, è tanto difficile, quanto camminare nel fuoco e non bruciarsi i piedi, come dice la Scrittura. A meno che si tratti di un individuo esperimentatissimo ”.

        Quanto a lui, aveva distolto gli occhi per non vedere simili vanità, con tanto impegno che, come disse una volta al suo compagno, non conosceva di faccia quasi nessuna donna.

        Riteneva rischioso lasciare che la fantasia assorba la loro immagine e la loro fisionomia, perché questo può ridestare il focherello della carne, anche se ormai domata, o macchiare il nitore della pudicizia interiore.

        Asseriva pure che la conversazione con le donne è frivolezza, salvo  unicamente che si tratti di confessione o di consigli circa la salvezza dell'anima, dati in forma molto breve e secondo le norme del decoro.

        “ Quali affari--diceva--dovrebbe trattare un religioso con una donna, se si eccettua il caso in cui essa gli domandi devotamente la penitenza o suggerimenti per una vita migliore? Se ci si sente troppo sicuri, si sta meno in guardia dal nemico, e il diavolo, quando può afferrare un uomo per un capello, presto lo ingrossa e lo fa diventare una trave ”.

 

1093 6. L'ozio, poi, sentina di tutti i pensieri malvagi, insegnava che lo si deve fuggire con somma cura e, mediante il suo esempio, mostrava che la carne ribelle e pigra si doma con discipline continue e fruttuose fatiche.

        In questo senso chiamava il suo corpo “ frate asino ”, indicando che va sottoposto a compiti faticosi, va percosso con frequenti battiture e sostentato con foraggio di poco prezzo.

        Se, poi, notava qualcuno ozioso e bighellone, che voleva mangiare sulle fatiche degli altri, lo faceva denominare “ frate mosca ”, perché costui, non facendo niente di buono e sporcando le buone azioni degli altri, si rende vile e abominevole a tutti.

        Perciò una volta disse: “ Voglio che i miei frati lavorino e si tengano esercitati. Così non andranno in giro, oziando con il cuore e con la lingua, a pascersi di cose illecite”.

1094 Voleva che i frati osservassero il silenzio indicato dal Vangelo, cioè che in ogni circostanza evitassero accuratamente ogni parola oziosa, di cui nel giorno del giudizio dovranno rendere ragione.

        Se trovava qualche frate incline ai discorsi inutili, lo redarguiva con asprezza, affermando che il modesto tacere custodisce la purezza del cuore e non è virtù da poco, se è vero, come dice la Scrittura, che morte e vita si trovano in potere della lingua, intesa come organo non del gusto, ma della parola.

 

1095 7. Benché, poi, con tutte le sue forze stimolasse i frati ad una vita austera, pure non amava quel1a severità intransigente che non riveste viscere di pietà e non è condita con il sale della discrezione.

        Un frate, a causa dei digiuni eccessivi, una notte non riusciva assolutamente a dormire, tormentato com'era dalla fame. Comprendendo il pietoso pastore che la sua pecorella si trovava in pericolo, chiamò il frate, gli mise davanti un po' di pane e, per evitargli il rossore, incominciò a mangiare lui per primo, mentre con dolcezza invitava l'altro a mangiare.

        Il frate scacciò la vergogna e prese il cibo con grandissima gioia, giacché, con la sua vigilanza e la sua accondiscendenza, il Padre gli aveva evitato il danno del corpo e gli aveva offerto motivo di grande edificazione.

        Al mattino, I'uomo di Dio radunò i frati e, riferendosi a quanto era successo quella notte, aggiunse questo provvido ammonimento: “ A voi, fratelli, sia di esempio non il cibo, ma la carità ”.

        Li ammaestrò, poi, a seguire sempre nella corsa alla virtù, la discrezione che ne è l'auriga; non la discrezione consigliata dalla prudenza umana, ma quella insegnata da Cristo con la sua vita santissima, che certamente è il modello dichiarato della perfezione.

 

1096 8. L'uomo, rivestito dell'infermità della carne, non  può - egli diceva - seguire l'Agnello immacolato con una purezza così perfetta che lo preservi da qualsiasi sozzura. Perciò quanti attendono alla perfezione devono purificarsi ogni giorno col lavacro delle lacrime. E ne dava lui stesso la dimostrazione.

        Benché avesse già raggiunto una meravigliosa purezza di cuore e di corpo, non cessava di purificare gli occhi del suo spirito con un profluvio di lacrime, senza badare al danno che ne subivano gli occhi del corpo. Infatti, in conseguenza del continuo piangere, aveva contratto una gravissima malattia agli occhi. Perciò ii medico cercava di persuaderlo a desistere dal piangere, se voleva sfuggire alla cecità .

        Ma il Santo replicava: “ O fratello medico, non si deve, per amore della vista che abbiamo in comune con le mosche, allontanare da noi, neppure in piccola misura, la luce eterna, che viene a visitarci. Il dono della vista non l'ha ricevuto lo spirito per il bene del corpo, ma l'ha ricevuto il corpo per il bene dello spirito ”.

        Preferiva, evidentemente, perdere la luce degli occhi, piuttosto che soffocare la devozione dello spirito, frenando le lacrime, che mondano l'occhio interiore e lo rendono capace di vedere Dio.

 

1097 9. Una volta i medici lo consigliarono, e i frati lo esortarono insistentemente, ad accettare di farsi curare gli occhi mediante la cauterizzazione. L'uomo di Dio accondiscese umilmente, ritenendo che l'operazione era salutare e dolorosa nello stesso tempo. Chiamarono, dunque, il chirurgo. Venne e immerse nel fuoco lo strumento di ferro per la cauterizzazione.

        Ma il servo di Cristo, confortando il corpo già scosso e inorridito, si mise a parlare col fuoco, come con un amico, e gli disse: “ O mio fratello fuoco, I'Altissimo ti ha creato splendido e invidiabile per tutte le altre creature, forte, bello ed utile. In questo momento sii buono con me, sii gentile. Io prego il grande Signore che ti ha creato, perché moderi per me il tuo calore. Così tu brucerai dolcemente ed io riuscirò a sopportarti ”. Finita la preghiera, tracciò il segno della croce sopra il ferro ormai incandescente--e se ne stava intrepido in attesa.

        Il ferro sprofondò crepitando nel~a tenera carne, mentre la cauterizzazione veniva estesa dall'orecchio fino al sopracciglio. Quanto sia stato intenso il dolore che il fuoco gli inflisse, lo dichiarò il Santo stesso, dicendo ai frati: “ Lodate l'Altissimo, perché, dico la verità, non ho sentito né il calore del fuoco né alcun dolore nella carne ”. E volgendosi al medico: “ Se la carne non è ancora cotta bene, scava pure un'altra volta ”.

        Quel medico sperimentato, ammirando come un miracolo divino quella forza di spirito così sublime, in quella 6 carne così debole, esclamò: “ O frati, vi dico che oggi ho visto meraviglie ”.

1098 Francesco, in realtà, aveva raggiunto tale purezza che il suo corpo si trovava in meravigliosa armonia con lo spirito e lo spirito in meravigliosa armonia con Dio. Perciò avveniva, per divina disposizione, che la creatura, servendo al suo Fattore, sottostava in modo mirabile alla volontà e ai comandi del Santo.

 

1099 10. Un'altra volta il servo di Dio si trovava nell'eremo di Sant'Urbano, tormentato da una malattia gravissima. Sentendosi venir meno, chiese un po' di vino.

        Gli risposero che non potevano portarglielo, perché non ce n'era assolutamente. Allora egli comandò di portargli dell'acqua; poi la benedisse col segno della croce. Subito diventa vino ottimo quella che prima era acqua pura.

        Così la purità del Santo ottenne ciò che la povertà del luogo non poté offrire.

        Come ebbe bevuto quel vino, egli si ristabilì immediatamente e con estrema facilità.

        Un cambiamento miracoloso e una miracolosa guarigione: due prodigi che avevano trasformato sia la bevanda sia colui che aveva bevuto. Erano due modi per indicare  quanto perfettamente ormai Francesco si era spogliato delI'uomo vecchio e si era trasformato nell'uomo nuovo.

 

1100 11 Ma non soltanto la creatura si piegava al cenno del servo di Dio: anche il provvido Creatore di tutte le cose accondiscendeva ai suoi  desideri.

        Una volta il Santo, prostrato da molte malattie insieme, sentì il desiderio di un po' di bella musica, che gli ridonasse la gioia dello spirito.

        Convenienza e decoro non permettevano che ciò avvenisse ad opera degli uomini -- e allora intervennero gli Angeli compiacenti a realizzare il suo desiderio.

        Infatti, una notte, mentre vegliava in meditazione, improvvisamente sentì una cetra suonare con un'armonia meravigliosa e una melodia dolcissima. Non si vedeva nessuno, ma si avvertiva benissimo l'andare e venire del citaredo dal variare del suono, che ora proveniva da una parte ed ora dall'altra.

        Rapito in Dio, a quel canto melodioso, fu invaso da tanta dolcezza che credette di trovarsi nell'altro mondo.

        L'avvenimento non sfuggì ai frati suoi familiari. Essi, d'altronde, sapevano da indizi sicuri che il Signore veniva spesso a visitarlo, donandogli consolazioni così sovrabbondanti che non riusciva a tenerle completamente nascoste.

 

1101 12. In un'altra circostanza, l'uomo di Dio era in viaggio col compagno per motivi di predicazione, tra la Lombardia e la Marca Trevigiana. Sopraggiunse la notte, mentre si trovavano vicino al Po.

        Siccome la strada era piena di pericoli, a causa del buio, del fiume e delle paludi, il compagno disse al Santo: “ O Padre, prega Dio, che ci faccia scampare dai pericoli ”.

        L'uomo di Dio, con molta fiducia, gli rispose: “ Dio può, se piace alla sua cortesia, fugare le tenebre e donarci la luce benefica ”.

        Aveva appena finito di parlare, che l'Onnipotente fece risplendere intorno a loro una luce grandissima, tanto che, mentre nelle altre parti persisteva l'oscurità della notte, potevano distinguere con chiarezza non soltanto la strada, ma anche moltissimi oggetti tutt'intorno. Ben indirizzati e spiritualmente confortati da quella luce, percorsero un lungo cammino, fra inni e canti di lode al Signore, finché giunsero all'ospizio.

1102 Valuta bene quale meravigliosa purezza e quale virtù abbia raggiunto quest'uomo, al cui cenno il fuoco modera il suo calore, I'acqua cambia sapore, gli Angeli offrono il conforto delle loro melodie e la luce divina dona la sua guida.

        Sembra davvero che tutta la macchina del mondo si metta al servizio dei sensi, ormai così santificati, di quest'uomo santo.

 

 

 

CAPITOLO VI

 

UMILTA'  E OBBEDIENZA.

ACCONDISCENDENZA DI DIO Al SUOI DESIDERI

 

 

1103 1. L'umiltà, custode e ornamento di tutte le virtù, aveva ricolmato l'uomo di Dio di beni sovrabbondanti.

        A suo giudizio, egli non era altro che un peccatore, mentre nella realtà era specchio e splendore della santità, n tutte le sue forme.

        Da architetto avveduto, egli volle edificare se stesso sul fondamento dell'umiltà, come aveva imparato da Cristo.

        Il Figlio di Dio--egli diceva--lasciando il seno del Padre, è disceso dall'altezza dei cieli fino alla nostra miseria proprio per insegnarci, Lui Signore e Maestro, l'umiltà sia con l'esempio sia con la parola.

        Per questo si studiava, in quanto discepolo di Cristo, di sminuirsi agli occhi propri ed altrui, ricordando quanto il sommo Maestro ha detto: Ciò che è in onore fra gli uomini è abominazione davanti a Dio. Ma usava anche ripetere questa massima: “ Un uomo è quanto è agli occhi di Dio, e non più ".

        Di conseguenza, giudicando una stoltezza esaltarsi per la stima della gente del mondo, godeva nelle umiliazioni e si rattristava per le lodi.

        Sul proprio conto preferiva sentire insulti invece di lodi, perché sapeva che l'insulto spinge ad emendarsi; la lode, a cadere.

        E perciò spesso, quando la gente esaltava i suoi meriti e la sua santità, comandava a qualche frate di dirgli, cacciandogliele bene dentro le orecchie, frasi che lo umiliavano e mortificavano.

        E quando quel frate, benché contro voglia, lo chiamava paesano, mercenario, inetto e inutile, egli, lieto in cuore come in volto, rispondeva: “ Il Signore ti benedica figlio carissimo, perché tu dici proprio la verità. Queste son le parole che van bene per il figlio di Pietro Bernardone >>.

 

1104 2. Per guadagnarsi il disprezzo degli altri, raccontava davanti a tutta la gente i propri difetti e non permetteva che la vergogna gli impedisse simili confessioni. Una volta, a causa di una grave malattia, aveva allentato un poco la sua rigorosa astinenza, per ricuperare la salute.

        Quand'ebbe in qualche modo riacquistato le forze, il vero dispregiatore di sé, ben deciso ad umiliare se stesso, disse: “ Non è giusto che la gente mi creda un digiunatore, mentre io mi rifaccio di nascosto mangiando la carne ”. Così, infiammato dallo spirito della santa umiltà si alzò radunò il popolo di Assisi nella piazza ed entrò con grande solennità nella cattedrale, scortato da molti frati. Si legò una corda al collo e, nudo, con le sole mutande, si fece trascinare, sotto gli occhi di tutti, fino alla pietra su cui di  solito venivano messi i delinquenti.

        Salito sulla pietra, benché scosso dalla quartana e privo di forze, con quel freddo pungente, predicò con grande vigore e dichiarò a tutti quanti gli ascoltatori che non dovevano stimarlo un uomo spirituale, ma che, anzi, tutti dovevano disprezzarlo come un uomo carnale e un ghiottone.

        Tutti i convenuti, a uno spettacolo così impressionante, furono pieni di meraviglia, perché conoscevano bene la vita austera di quell'uomo, e, profondamente commossi dicevano apertamente che una umiltà come quella si poteva, sì, ammirare, ma non certo imitare.

        Veramente questo fatto, anzi che un esempio, può sembrare un segno, come quello che troviamo nel profeta Isaia. Ma in realtà fu una dimostrazione di umiltà perfetta, che insegna al seguace di Cristo la necessità di disprezzare gli elogi e le lodi passeggere, di reprimere il gonfiore e l'arroganza dell'ostentazione e di smascherare le menzogne frodolente dell'ipocrisia.

 

1105 3. Faceva molto spesso azioni di questo genere, in modo da sembrare, all'esterno, un vaso di perdizione e, così possedere, dentro di sé, lo spirito di santificazione.

        Spesso, quando le folle lo osannavano, diceva così: “ Potrei ancora avere figli e figlie: non lodatemi come se fossi già sicuro! Non si deve lodare nessuno, quando non si sa come andrà a finire ”.

        Così diceva ai suoi ammiratori, e a se stesso, invece: “ Se l'Altissimo avesse dato ad un brigante tutti questi doni così grandi, o Francesco, lui sarebbe più riconoscente di te ”.

        Diceva spesso ai frati: “ Nessuno deve illudere se stesso, autoesaltandosi ingiustamente, per cose che può fare anche un peccatore. Difatti un peccatore può digiunare, pregare, piangere e macerare la propria carne. Questo solo non può fare: essere fedele al suo Signore. Dunque noi dobbiamo gloriarci solo in questo caso: se rendiamo a Dio la gloria che è sua; se lo serviamo con fedeltà; se ascriviamo a Lui, tutto quello di cui ci fa dono ”.

 

1106 4. Questo mercante evangelico, allo scopo di fare guadagni in molti modi e di organizzare tutto il tempo della vita in funzione del merito, preferì non comandare, ma obbedire.

        Per tale motivo rinunciò all'ufficio di ministro generale, e chiese un guardiano, alla cui volontà sottostare in tutto.

        Il frutto della santa obbedienza--affermava--è così abbondante, che nessuna frazione di tempo trascorre 'senza guadagno, per quanti sottomettono il collo al suo giogo. Per questa ragione aveva l'abitudine di promettere sempre obbedienza al frate, col quale andava in viaggio, e di osservarla.

        Disse una volta ai compagni: “ Tra le altre grazie che, per sua degnazione, la divina misericordia mi ha concesso, vi è questa: che io sono disposto ad obbedire con uguale sollecitudine a uno che fosse novizio da un'ora, qualora mi venisse dato per guardiano, e al frate più vecchio e più prudente. Il suddito -- aggiungeva -- non deve vedere nel suo prelato un uomo, ma Colui per amore del quale accetta di obbedire. E quanto più è spregevole chi comanda, tanto più piace l'umiltà di chi obbedisce ”.

1107 Quando una volta gli domandarono: chi deve essere ritenuto un vero frate minore?, egli portò l'esempio del cadavere.

        “ Prendi un corpo morto--disse--e mettilo dove ti pare e piace. E vedrai che, se lo muovi, non si oppone; se lo lasci cadere, non protesta. Se lo metti in cattedra, non guarderà in alto, ma in basso. Se gli metti un vestito di porpora, sembrerà doppiamente pallido. Questo è il vero obbediente: chi non giudica il perché lo spostano; non si cura del luogo a cui vien destinato; non insiste per essere trasferito; eletto ad un ufficio, mantiene la solita umiltà; quanto più viene onorato, tanto più si ritiene indegno ”.

 

1108 5. Disse una volta al suo compagno: “ Non mi sembrerà di essere frate minore, se non sarò nello stato che ora sto per descriverti. Ecco: io sono superiore dei frati e vado al capitolo; predico ed ammonisco i frati--e alla fine loro si mettono a dire contro di me: " Non sei adatto per noi: non sei istruito, non sai parlare, sei idiota e semplice ! " . Alla fine vengo scacciato ignominiosamente, tra le ingiurie di tutti. Ti dico: se non ascolterò tutto questo con la stessa faccia, con la stessa allegrezza di spirito e con lo stesso proposito di santità, non sono per niente un frate minore ”.

1109 E aggiungeva: “ Nella prelatura, la caduta; nella lode, 1109 il precipizio; nell'umile stato di suddito, il guadagno per l'anima Come mai, allora, siamo più portati al pericolo che al guadagno, dal momento che il tempo della vita ci è stato concesso per guadagnare? ”.

        Proprio per questo motivo Francesco, modello di umiltà, volle che i suoi frati si chiamassero Minori e che i prelati del suo Ordine avessero il nome di ministri. In questo modo egli si serviva delle parole contenute nel Vangelo, che aveva promesso di osservare, mentre i suoi discepoli, dal loro stesso nome, apprendevano che erano venuti alla scuola di Cristo umile, per imparare l'umiltà.

         Difatti Cristo Gesù, il maestro dell'umiltà, allo scopo di formare i discepoli all'umiltà perfetta, disse: Chiunque tra voi vorrà essere il maggiore, sia vostro ministro, e chiunque, tra voi, vorrà essere il primo, sarà vostro servo.

1110 Il vescovo di Ostia, -- primo protettore e promotore dell'Ordine dei frati minori, che in seguito, secondo la predizione del Santo, fu elevato all'onore del sommo pontificato, col nome di Gregorio IX -- chiese un giorno a Francesco se gradiva che i suoi frati accedessero alle dignità ecclesiastiche. Il Santo rispose: “ Signore, i miei frati sono stati chiamati minori proprio per questa ragione: che non presumano di diventare maggiori. Se volete che facciano frutto nella Chiesa di Dio, teneteli e conservateli nello stato della loro vocazione e non permettete assolutamente che ascendano alle prelature ecclesiastiche”.

 

1111 6. Francesco, tanto in se stesso quanto negli altri, preferiva l'umiltà a tutti gli onori e perciò quel Dio, che ama gli umili, lo giudicava degno della gloria più eccelsa, come mostrò la visione avuta da un frate assai virtuoso e devoto.

        Questo frate, compagno di viaggio dell'uomo di Dio, pregando una volta con lui in una chiesa abbandonata, venne rapito in estasi.

        Vide nel cielo molti seggi e, tra essi, uno più splendido e glorioso di tutti gli altri, costellato di pietre preziose. Ammirando lo splendore di quel trono così eminente, cominciò a chiedersi ansiosamente chi mai fosse destinato ad occuparlo. In mezzo a questi pensieri, udì una voce che gli diceva: “ Questo seggio apparteneva a uno degli angeli ribelli ed ora è riservato per l'umile Francesco ”. Ritornato finalmente in sé, dopo quella preghiera estatica, il frate seguì il Santo che stava uscendo dalla chiesa.

        Ripresero il cammino, parlandosi a vicenda di Dio secondo la loro abitudine. e allora quel frate, che aveva la visione ben impressa nella mente, colse abilmente l'occasione per chiedere a Francesco che opinione aveva di se stesso .

        E l'umile servo di Cristo gli disse: “ Mi sembra di essere il più gran peccatore ”. Il frate gli replicò che, in tutta coscienza, non  poteva né pensare né dire una cosa simile. Ma il Santo spiegò: “ Se Cristo avesse trattato il più scellerato degli uomini con la stessa misericordia e bontà con cui ha trattato me, sono sicuro che quello sarebbe molto più riconoscente di me a Dio ”.

        Ascoltando questi umili parole, il frate ebbe la conferma che la sua visione era veritiera, ben sapendo che, secondo la testimonianza del santo Vangelo, il vero umile verrà innalzato a quella gloria eccelsa, da cui il superbo viene respinto.

 

1112 7. Un'altra volta, mentre pregava in una chiesa deserta della provincia di Massa, presso Monte Casale, un'ispirazione gli rivelò che in quella chiesa erano rimaste delle sacre reliquie.

        Vide, non senza dolore, che esse ormai da lungo tempo erano rimaste prive dell'onore loro dovuto e comandò ai frati di portarle al loro luogo con devozione.

        Ma, siccome egli si era allontanato per urgente motivo, i figli dimenticarono l'incarico avuto dal Padre, e persero il merito dell'obbedienza. Un giorno, però, volendo celebrare i sacri misteri, appena tolgono il copritovaglia dell'altare, trovano delle ossa bellissime e stupendamente profumate: pieni di stupore, si vedono sotto gli occhi, portate dalla mano di Dio, le reliquie che gli uomini avevano dimenticato di trasferire.

        Tornato dopo qualche tempo, I'uomo a Dio devoto, si informò premurosamente se avevano adempiuto quanto egli aveva comandato a proposito delle reliquie. I frati confessarono umilmente di avere, per loro colpa, trascurato l'obbedienza e si ebbero, insieme, la pena e il perdono. E il Santo disse: “ Benedetto il Signore, mio Dio, che ha voluto fare lui direttamente, quanto dovevate fare voi ”.

        Considera attentamente la premura che ha la Provvidenza per il nostro corpo di polvere e valuta a fondo quanto fosse eccellente la virtù dell'umile Francesco, agli occhi di Dio, il quale si inchinò ai suoi desideri, allorché l'uomo non aveva obbedito ai suoi comandi.

 

1113 8. Una volta, giunto ad Imola, si presentò al vescovo della città e chiese umilmente il permesso di convocare, col suo beneplacito, il popolo per la predica.

        Il vescovo gli rispose duramente: “ Frate, basto io per predicare al mio popolo ”.

        Chinò il capo, il vero umile, ed uscì. Ma di lì a poco, eccolo di nuovo. Il vescovo, piuttosto adirato, gli domanda che cosa vuole ancora. Umile nella voce come nel cuore, egli risponde: “ Signore, se un padre caccia il figlio da una porta, il figlio non può che rientrare dall'altra ”.

        Vinto dall'umiltà, il vescovo lo abbracciò e, con volto lieto, gli disse: “ Per l'avvenire tu e tutti i tuoi frati avete il mio generale permesso di predicare nella mia diocesi: la santa umiltà ve lo ha meritato ”.

 

1114 9. Gli capitò una volta di giungere vicino ad Arezzo, mentre l'intera città era sconvolta dalla guerra intestina e minacciava di distruggersi in breve tempo da se stessa. Dal sobborgo, dove era alloggiato come ospite, vide sopra la città una ridda di demoni che infiammavano i cittadini, già eccitati, alla reciproca strage. A scacciare quegli spiriti delI'aria, fomentatori della sedizione, inviò frate Silvestro, uomo semplice come una colomba, ingiungendogli: “ Vai davanti alla porta della città e, da parte di Dio onnipotente, comanda ai demoni, in virtù di obbedienza, di andarsene in fretta ”.

        Corre, quel vero obbediente, a compiere i comandi del Padre, innalzando inni di lode alla presenza di Dio, e, giunto davanti alla porta della città, incomincia a gridare gagliardamente: “ Da parte di Dio onnipotente e per comando del suo servo Francesco, andatevene via, lontano da qui, o demoni tutti quanti! ”.

        Immediatamente la città torna in pace e tutti i cittadini, in perfetta tranquillità, si adoperano a ripristinare fra loro i diritti della convivenza civile.

        Così, scacciata la furibonda superbia dei demoni, che aveva assediato la città, circondandola di trincee, la sapienza del povero, cioè l'umiltà di Francesco, con il suo solo apparire, le restituì la pace e la salvò.

        Infatti con l'ardua virtù dell'umile obbedienza Francesco aveva conseguito, sopra quegli spiriti ribelli e protervi, tale autorità e potere da permettergli di sgominare la loro ferocia e di mettere in fuga la loro dannosa violenza.

 

1115 10. I demoni superbi fuggono davanti alla eccelsa virtù degli  umili, salvo in qualche caso in cui la divina clemenza permette che gli umili vengano schiaffeggiati, proprio per mantenerli in umiltà, come Paolo apostolo scrive di se stesso e come Francesco ha provato per esperienza diretta .

        Il signor cardinale Leone di Santa Croce lo pregò con insistenza perché dimorasse per qualche tempo nel suo palazzo a Roma. Il Santo, per venerazione ed amore verso di lui, accettò umilmente.

        Ma la prima notte, quando voleva riposare dopo l'orazione, i demoni lo aggredirono con un terribile assalto, percuotendolo a lungo, crudelmente, e lasciandolo, alla fine, mezzo morto.

        Quando se ne furono andati, l'uomo di Dio chiamò il compagno e gli narrò l'accaduto, aggiungendo: “ Fratello, i demoni non hanno alcun potere, se non nel limite predisposto per loro dalla Provvidenza. Perciò io credo che mi hanno assalito così ferocemente, perché la mia permanenza nella curia dei magnati non fa una impressione buona. I miei frati che dimorano in luoghi poverelli, sentendo che io me ne sto con i cardinali, sospetteranno forse che mi sia invischiato nelle cose mondane, stando in mezzo agli onori e agli agi. Giudico, pertanto, che sia meglio, per chi viene posto come esempio, stare lontano dalle curie e trascorrere con umiltà la vita tra gli umili, in luoghi umili. Così egli sarà di conforto, vivendo nello loro stesse condizioni, per coloro che vivono in penuria ”.

        Vanno, dunque, al mattino e, con umili scuse, danno l'addio al cardinale.

 

1116 11. Il Santo aveva in orrore la superbia. origine di tutti i mali, e la disobbedienza, sua pessima figlia: Accoglieva, però, di buon grado chi umilmente si pentiva.

        Una volta gli fu presentato un frate, che aveva trasgredito i comandi dell'obbedienza, perché lo correggesse con il magistero del castigo.

        Ma l'uomo di Dio notò da segni evidenti che quel frate era sinceramente pentito e perciò si sentì incline ad essere indulgente con lui, per amore della sua umiltà. Tuttavia, ad evitare che la facilità del perdono fosse per gli altri incentivo a mancare, comandò di togliere al frate il cappuccio e di gettarlo tra le fiamme, perché tutti potessero osservare quanta e quale vendetta esige la trasgressione contro l'obbedienza.

        E dopo che il cappuccio era rimasto un bel pezzo nel fuoco, ordinò di levarlo dalle fiamme e di ridarlo al frate, umile e pentito.

        Meraviglia: il cappuccio non aveva alcun segno di bruciatura !

        Cosi avvenne che con questo solo miracolo Dio esaltò la potenza del Santo e l'umiltà del frate pentito.

        Quanto è degna di essere imitata l'umiltà di Francesco, che anche sulla terra gli procurò una dignità così grande da piegare Dio ai suoi desideri, da trasformare completamente il cuore dell'uomo, da scacciare con un solo comando la protervia dei demoni e da frenare con un solo cenno la voracità delle fiamme.

 

 

CAPITOLO VII

 

AMORE PER LA POVERTA'.

MIRABILI INTERVENTI NEI CASI Dl NECESSITA'

 

 

 1117 1. Tra gli altri doni e carismi che il generoso Datore concesse a Francesco, vi fu un privilegio singolare: quello di crescere nelle ricchezze della semplicità attraverso l'amore per l'altissima povertà.

        Il Santo, notando come la povertà, che era stata intima amica del Figlio di Dio, ormai veniva ripudiata da quasi tutto il mondo, volle farla sua sposa, amandola di eterno amore, e per lei non soltanto lasciò il padre e la madre, ma generosamente distribuì tutto quanto poteva avere.

        Nessuno fu così avido d'oro, quanto Francesco della povertà; nessuno fu più bramoso di tesori, quanto Francesco di questa perla evangelica.

        Niente offendeva il suo occhio più di questo: vedere nei frati qualche cosa che non fosse del tutto in armonia con la povertà .

        Quanto a lui, dall'inizio della sua vita religiosa fino alla morte, ebbe queste ricchezze: una tonaca, una cordicella e le mutande; e di questo fu contento.

1118 Spesso richiamava alla mente, piangendo, la povertà di Gesù Cristo e della Madre sua, e affermava che questa è la regina delle virtù, perché la si vede brillare così fulgidamente, più di tutte le altre, nel Re dei Re e nella Regina sua Madre.

        Anche quando i frati, in Capitolo, gli domandarono qual è la virtù che, più delle altre, rende amici di Cristo, rispose, quasi aprendo il segreto del suo cuore: “ Sappiate, fratelli, che la povertà è una via straordinaria di salvezza, giacché è alimento dell'umiltà, radice della perfezione. Molteplici sono i suoi frutti, benché nascosti. Difatti essa è il tesoro nascosto nel campo del Vangelo: per comprarlo, si deve vendere tutto e, in confronto ad esso, si deve disprezzare tutto quello che non si può vendere ”.

 

1119 2. “ Chi brama raggiungere il vertice della povertà --disse--deve rinunciare non solo alla prudenza mondana, ma anche, in certo qual modo, al privilegio dell'istruzione, affinché, espropriato di questo possesso, possa entrare nella potenza del Signore e offrirsi, nudo, nelle braccia del Crocifisso. In nessun modo, infatti, rinuncia perfettamente al mondo colui che conserva nell'intimo del cuore lo scrigno dell'amor proprio ”.

1120 Spesso, poi, discorrendo della povertà, applicava ai frati quell'espressione del Vangelo: Le volpi hanno le tane e gli uccelli del cielo hanno il nido; ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo.

        Per questo motivo ammaestrava i frati a costruirsi casupole poverelle, alla maniera dei poveri, ad abitare in esse non come in casa propria, ma come in case altrui, da pellegrini e forestieri.

        Diceva che il codice dei pellegrini è questo: raccogliersi sotto il tetto altrui, sentir sete della patria, passar via in pace.

        Dava ordine, talvolta, ai frati di demolire le case che avevano costruite o di lasciarle, quando notava in esse qualcosa che, o quanto alla proprietà o quanto al lusso, urtava contro la povertà evangelica.

        Diceva che la povertà è il fondamento del suo Ordine la base principale su cui poggia tutto l'edificio della sua Religione, in modo tale che, se essa è solida, tutto l'Ordine è solido; se essa si sfalda, tutto l'Ordine crolla.

 

1121 3. Insegnava, avendolo appreso per rivelazione, che il primo passo nella santa religione consiste nel realizzare quella parola del Vangelo: Se vuoi essere perfetto, va, vendi tutto quello che hai e dàllo ai poveri.

        Perciò ammetteva all'Ordine solo chi aveva rinunciato alla proprietà e non aveva tenuto assolutamente nulla per sé. Così faceva, in omaggio alla parola del Vangelo, ma anche per evitare lo scandalo delle borse private.

1122 Un tale della Marca Anconitana gli chiese di accettarlo nell'Ordine e il vero patriarca dei poveri gli rispose: “ Se vuoi unirti ai poveri di Cristo, distribuisci le cose tue ai poveri del mondo ”.

 

        Ciò udito, quello se ne andò e, guidato dall'amor carnale, donò i suoi beni ai suoi parenti, e niente ai poveri.

        Quando il Santo sentì da lui quel che aveva fatto, lo trafisse con questo duro rimprovero: “ Va per la tua strada, frate mosca, perché non sei ancora uscito dalla tua casa e dalla tua parentela. Hai dato le cose tue ai tuoi consanguinei e hai defraudato i poveri: non sei degno di appartenere ai poveri di elezione. Hai incominciato dalla carne; hai messo al tuo edificio spirituale un fondamento rovinoso ”.

Quell'uomo animale ritornò dai suoi, reclamò le cose sue e non volendo  lasciarle ai poveri, abbandonò ben presto il proposito di darsi alla virtù.

 

1123 4. Nel luogo di Santa Maria della Porziuncola regnava tale penuria che non si poteva provvedere adeguatamente alle necessità dei frati ospiti di passaggio. Perciò il suo vicario, una volta si presentò all'uomo di Dio e gli espose l'indigenza dei frati, chiedendo il permesso di metter da parte un po' di beni dei novizi, che venivano all'Ordine, per servirsene a tempo opportuno. Ma il Santo, che aveva in mente bene il consiglio del Vangelo, gli rispose: “ Non sia mai, fratello carissimo, che noi agiamo empiamente contro la Regola, a favore di chicchessia. Preferisco che tu spogli l'altare della Vergine gloriosa, quando la necessità lo richieda, piuttosto che vederti compiere anche il più piccolo attentato contro il voto di povertà e contro l'osservanza del Vangelo. Perché la beata Vergine avrà più caro vedere che noi lasciamo spoglio il suo altare, per osservare perfettamente il consiglio del santo Vangelo, anzi che vedere che lasciamo ben ornato il suo altare, ma trascuriamo il consiglio del Figlio suo ”.

 

1124 5. Una volta l'uomo di Dio era in viaggio con il compagno nella terra di Puglia. Vicino a Bari trovarono sulla strada una grande borsa, di quelle che chiamano fonda.

        Il compagno, vedendo che sembrava gonfia e piena di denaro, la fa notare al servo di Cristo, e insiste perché la si raccolga e si prenda il denaro, per distribuirlo ai poveri.

        Rifiuta, I'uomo di Dio, affermando che quella borsa è un trucco del diavolo e che il frate lo vuole spingere a fare un'azione nient'affatto meritoria, ma peccaminosa, cioè a dare in elemosina il denaro altrui, dopo averlo sottratto di nascosto .

        Si allontanano dal luogo, si affrettano a riprendere il cammino. Ma il frate, ingannato dalle sue fantasticherie di carità, non è ancora tranquillo, non desiste dal molestare l'uomo di Dio, accusandolo di insensibilità per i poveri. Sicché, alla fine, il mite santo  accondiscende a ritornare sul posto, non per fare quello che voleva il frate, ma per svelare l'inganno del diavolo.

        Ritorna, in compagnia del frate e di un giovane, incontrato sulla strada, vicino alla fonda e comanda di raccoglierla da terra.

        Il frate comincia, con suo stupore, a tremare, perché già presente il prodigio diabolico. Tuttavia scaccia l'esitazione, facendosi forte col comando della santa obbedienza, e stende la mano verso la borsa.

        Ed ecco: salta fuori un grosso serpente, che subito scompare insieme con la borsa.

        Così fu svelato l'inganno del demonio e scoperta l'astuzia fraudolenta del nemico.

        “ Il denaro--disse allora il Santo al suo compagno-- per i servi di Dio, non è altro, o fratello, che demonio e serpente velenoso ”.

 

1125 6. Più tardi, accadde al Santo un fatto meraviglioso. Mentre, per urgente motivo, si stava recando a Siena, tre donne poverelle, perfettamente simili di statura, età e volto, gli vennero incontro, in una grande pianura fra Campiglia e San Quirico, porgendogli come grazioso regalo questo saluto non mai sentito: “ Ben venga Madonna Povertà ”.

        Udendolo, quel vero amante della povertà, si sentì ricolmo di gioia indicibile; nessun saluto poteva essere più caro al suo cuore quanto quello che esse avevano scelto.

        Le tre donne, dopo il saluto, immediatamente scomparvero. I compagni, considerando quella rassomiglianza, quel saluto, quell'incontro e quella scomparsa cosi mirabili e fuori dall'ordinario, ritennero con buona ragione che avessero un significato simbolico riguardante il Santo. Così, il fatto che quelle tre donne poverelle erano tanto somiglianti nel volto indicava con sufficiente evidenza come l'uomo di Dio possedeva la perfezione evangelica in tutta la sua luce e la sua bellezza, perché praticava con ugual perfezione le tre virtù dell'obbedienza, della povertà e della castità.

        D'altra parte, quel saluto così insolito e il fatto che le tre donne, dopo il saluto, erano subito scomparse stava ad indicare che il Santo aveva messo tutta la sua gloria nel privilegio della povertà, sua madre, sua sposa, sua signora, come egli stesso di volta in volta la chiamava.

1126           Nella povertà, Francesco bramava di superare tutti gli altri, lui che proprio dalla povertà aveva imparato a reputarsi inferiore a tutti.

        Se gli capitava di scorgere qualcuno più povero di lui, almeno all'apparenza, subito si rimproverava e si incitava ad essere anche lui così, quasi avesse paura di essere vinto dall'altro nell'amorosa gara della povertà.

        Gli accadde, durante un viaggio, d'incontrare un poverello. Scorgendone la nudità, ne fu rattristato nel cuore e disse al compagno con voce di lamento: “ La miseria di costui ci ha procurato grande vergogna; perché noi, come nostra unica ricchezza, abbiamo scelto la povertà: ed ecco che essa risplende più luminosa in lui che in noi ”.

 

1127 7. Per amore della santa povertà, il servo di Dio onnipotente usava molto più volentieri delle elemosine cercate di porta in porta che non di quelle offerte spontaneamente.

        Quando, invitato da grandi personaggi, doveva accettare l'onore di assidersi a mense sontuose, andava, prima, a chiedere dei pezzi di pane nelle case dei vicini e poi, così arricchito di miseria, si metteva a tavola.

        Così fece una volta che era stato invitato dal cardinale di Ostia, straordinariamente affezionato al povero di Cristo. Perciò il cardinale si lamentò con lui, facendogli osservare che, andando a cercar l'elemosina, mentre stava per essere ospitato alla sua mensa, aveva offeso la sua dignità. Ma il servo di Dio gli rispose: “ O Signore mio, io ho fatto grande onore a voi coll'onorare un Signore più grande. Difatti il Signore si compiace della povertà e soprattutto di quella che consiste nel farsi medicanti volontari per Cristo. E io, questa dignità regale che il Signore Gesù ha assunto per noi, facendosi povero per arricchirci della sua miseria e costituire eredi e re del regno dei cieli i veri poveri di spirito, non voglio scambiarla col feudo delle false ricchezze, a voi concesse per un momento”.

 

1128 8. Talora, esortando i frati a cercare l'elemosina, usava argomenti di questo genere: “ Andate, perché in questi ultimissimi tempi i frati minori sono stati dati in prestito al mondo, per dar modo agli eletti di compiere in loro le opere con cui meritarsi l'elogio del sommo Giudice e quella dolcissima assicurazione: Ogni volta che lo avete fatto a uno di questi miei frati più piccoli, lo avete fatto a me ”.

        “ Perciò, concludeva, è bello andare a mendicare sotto il titolo di frati minori, titolo che il Maestro della verità ha indicato nel Vangelo con tanta precisione, come motivo dl eterna ricompensa per i giusti ”.

1129 Anche nelle feste principali, quando ve n'era l'opportunità, era solito andare per l'elemosina. Perché, diceva, nei poveri di Dio si  realizza la parola del profeta: L'uomo ha mangiato il pane degli Angeli. Il pane degli Angeli è quello che la santa povertà raccoglie di porta in porta e che, domandato per amor di Dio, per amor di Dio viene elargito per suggerimento degli Angeli santi.

 

        9. Una volta, nel giorno santo di Pasqua, siccome si trovava in un romitorio molto lontano dall'abitato e non c'era possibilità di andare a mendicare, memore di Colui che in quello stesso giorno apparve ai discepoli in cammino verso Emmaus, in figura di pellegrino, chiese l'elemosina, come pellegrino e povero, ai suoi stessi frati.

        Come l'ebbe ricevuta, li ammaestrò con santi discorsi a celebrare continuamente la Pasqua del Signore, cioè il passaggio da questo mondo al Padre, passando per il deserto del mondo in povertà di spirito, e come pellegrini e forestieri e come veri Ebrei.

        Poiché, nel chiedere le elemosine egli non era spinto dalla brama del guadagno, ma dalla libertà dello Spirito, Dio, Padre dei poveri, mostrava per lui una speciale sollecitudine.

 

1130 10. Ecco quanto accadde una volta.

        Il servo di Dio, che si era molto aggravato, dal luogo di Nocera veniva ricondotto ad Assisi, da una scorta di ambasciatori, che il devoto popolo assisano aveva appositamente inviato.

        Gli accompagnatori, col servo di Dio, giunsero in un villaggio poverello, chiamato Satriano. Siccome l'ora e la fame facevano sentire il bisogno di cibo, andarono a cercarlo per il paese. Ma, non trovando niente da comprare, tornarono a mani vuote.

        Allora il Santo disse a quegli uomini: “ Se non avete trovato niente, è perché avete più fiducia nelle vostre mosche che in Dio (col termine " mosche " egli indicava i denari). Ma tornate indietro nelle case da cui siete passati e domandate umilmente l'elemosina, offrendo come pagamento l'amor di Dio. E non crediate che questo sia un gesto vergognoso o umiliante: è un pensiero sbagliato, perché il Grande Elemosiniere, dopo il peccato, ha messo tutti i beni a disposizione dei degni e degli indegni, con generosissima bontà ”.

        I cavalieri mettono da parte il rossore, vanno spontaneamente a chiedere l'elemosina e riescono a comprare con l'amor di Dio quello che non avevano ottenuto con i soldi.

        Difatti quei poveri abitanti, commossi e ispirati da Dio, offrirono generosamente non solo le cose loro, ma anche se stessi. E così avvenne che la povertà di Francesco sopperisse all'indigenza, che il denaro non aveva potuto alleviare .

 

1131 11. Nel tempo in cui giaceva ammalato nel romitorio vicino a Rieti, veniva visitato spesso da un medico, che gli faceva le cure opportune. Ma siccome il povero di Cristo non aveva la possibilità di ripagarlo con un compenso proporzionato alla prestazione, Iddio generosissimo, per non lasciare senza ricompensa il medico e i suoi pietosi servigi anche qui sulla terra, lo volle compensare Lui stesso, al posto del povero.

        Lo fece con questo solo beneficio: Questo medico si era fatto costruire proprio allora una casa, spendendovi tutti i suoi guadagni. Ma, a causa di una larga spaccatura, apertasi da cima a fondo, la casa minacciava di cadere da un momento all'altro.

        Non sembrava possibile impedire il crollo con i mezzi della tecnica umana; ma il medico, che aveva piena fiducia nei meriti del Santo, con grande devozione e fede chiese ai frati di dargli qualche oggetto che l'uomo di Dio aveva toccato con le sue proprie mani. Dopo molte e insistenti preghiere, poté avere dai compagni del Santo una ciocca dei suoi capelli.

        La sera mise la ciocca dentro la spaccatura. Alzandosi, al mattino trovò la crepa perfettamente saldata, tanto che non si poteva né estrarre la reliquia, che ci aveva messo, né scorgere traccia alcuna di spaccatura.

        In questo modo, colui che aveva curato con tanta premura il corpicciolo in rovina del servo di Dio, meritò di scongiurare il pericolo di rovina per la propria casa.

 

1132 12. In un'altra circostanza, I'uomo di Dio aveva voluto trasferirsi in un certo romitorio, per dedicarsi più liberamente alla contemplazione. Poiché era infermo, chiese ad un poveruomo che lo trasportasse sul suo asinello.

        Nel caldo dell'estate, I'uomo seguiva a piedi il servo di Dio, su per la montagna. Affaticato dal percorso molto lungo e difficoltoso e stremato dalla sete, a un certo punto incominciò a gridare forte  dietro al Santo: “ Muoio di sete! Se non trovo subito un po' d'acqua, muoio di sete! ”.

        Senza indugio il servo di Dio saltò giù dall'asino, si inginocchiò per terra e, levando le mani al cielo, continuò a pregare, finché sentì di essere stato esaudito.

        Terminata finalmente la preghiera disse all'uomo: “ Va in fretta a quella pietra e là troverai l'acqua viva, che in questo momento Cristo, nella sua misericordia, ha fatto sgorgare dal sasso per te ”.

        Stupenda degnazione di Dio, che con tanta facilità si piega ai desideri dei suoi servi!

        Bevve, I'uomo assetato, I'acqua scaturita dalla pietra per la miracolosa preghiera di Francesco, attinse la bevanda dal sasso durissimo.

        In quel luogo non c'era mai stato prima un filo d'acqua, ne mai lo si poté trovare, dopo, nonostante le più accurate ricerche.

 

1133 13. Vedremo più innanzi, a suo luogo, in qual modo Cristo abbia moltiplicato le vivande, tra le onde del mare, per i meriti del suo poverello. Per ora ricordiamo solo questo: con poco cibo a lui offerto in elemosina, salvò per un lungo periodo i marinai dalla fame e dal pericolo di morte. Ciò basta per dimostrarci con chiarezza che il servitore di Dio onnipotente fu simile a Mosé nel fare scaturire l'acqua dalla pietra, e ad Eliseo nel moltiplicare le vivande.

        Via, dunque, dai poveri di Cristo ogni ombra di sfiducia ! Se, infatti, la povertà di Francesco fu un'amministratrice tanto generosa da venire incontro così efficacemente alle necessità di quanti offrivano a lui il loro aiuto, quando già erano venute a mancare le risorse del denaro, dell'industria umana e della natura, tanto più saprà procurare quei beni che la Provvidenza divina concede a tutti, nell'ordine normale delle cose.

        Se, dico, I'arida pietra, alla voce del povero, somministrò acqua abbondante ad un poverello assetato, è chiaro che, fra tutte le cose, nessuna ormai negherà i propri servigi a coloro che hanno lasciato tutte le cose, per scegliere il Creatore di tutte le cose.

 

 

 

CAPITOLO VIII

 

IL SENTIMENTO DELLA PIETA''.

COME LE CREATURE PRIVE Dl RAGIONE

SEMBRAVANO AFFEZIONARSI A LUI

 

 

1134  1.  La vera pietà, che, come dice l'Apostolo, è utile a tutto aveva riempito il cuore di Francesco, compenetrandolo così intimamente da sembrare che dominasse totalmente la personalità di quell'uomo di Dio.

        La pietà lo elevava a Dio per mezzo della devozione, lo trasformava in Cristo per mezzo della compassione, lo faceva ripiegare verso il prossimo per mezzo della condiscendenza e, riconciliandolo con tutte le creature, lo riportava allo stato di innocenza primitiva.

        Per essa sentiva grandissima attrazione verso le creature, ma in modo particolare verso le anime, redente dal sangue prezioso di Cristo Gesù; e, quando le vedeva inquinate dalle brutture del peccato, le compiangeva con una commiserazione così tenera che ogni giorno, le partoriva, come una madre, in Cristo.

1135 E la ragione principale per cui venerava i ministri della parola di Dio era questa: che essi fanno rivivere la discendenza del loro fratello morto, cioè fanno rivivere il figlio di Cristo, che è stato crocifisso per i peccatori, quando li convertono, facendosi loro guida con pia sollecitudine e con sollecita pietà.

        Affermava che questo ufficio della pietà è più gradito di ogni sacrificio al Padre delle misericordie, soprattutto se viene adempiuto con zelo dettato da carità perfetta, per cui ci si affatica in esso più con l'esempio che con la parola, più con le lacrime della preghiera che con la loquacità dei discorsi.

 

1136 2. E pertanto--diceva--è da compiangere, perché privo di pietà vera, sia il predicatore che, nella sua predicazione, ricerca non la salvezza delle anime, ma la propria gloria; sia il predicatore che con la malvagità della vita distrugge quanto ha edificato con la verità della dottrina .

        Diceva che a costoro è preferibile uno semplice e privo di lingua, ma capace di spingere gli altri al bene col suo buon esempio.

1137 Aveva un suo modo di spiegare l'espressione biblica: Anche la sterile ha partorito molti figli. “ La sterile, diceva, è il frate poverello, che non ha nella Chiesa l'ufficio di generare figli. Costui, nel giorno del giudizio, partorirà molti figli, nel senso che in quel giorno il Giudice ascriverà a sua gloria quelli che egli ora converte con le sue preghiere nascoste. Colei che ha molti figli diventerà infeconda, nel senso che il predicatore vanitoso e loquace, il quale ora si rallegra di avere molti figli, come se li avesse generato per propria virtù, allora conoscerà che, in costoro, lui non ha niente di suo ”.

 

1138 3. Cercava la salvezza delle anime con pietà appassionata, con zelo e fervida gelosia e, perciò, diceva che si sentiva riempire di profumi dolcissimi e, per così dire, cospargere di unguento prezioso, quando veniva a sapere che i suoi frati sparsi per il mondo, col profumo soave della loro santità, inducevano molti a tornare sulla retta via.

        All'udire simili notizie, esultava nello spirito e ricolmava di invidiabilissime benedizioni quei frati che, con la parola e con le opere, trascinavano i peccatori all'amore di Cristo.

1139 Per la stessa ragione, quelli che violavano la santa Religione con opere malvagie, incorrevano nella sua condanna e nella sua tremenda maledizione: “ Da te, o Signore santissimo, e da tutta la celeste curia e da me pure, tuo piccolino, siano maledetti coloro che, con il loro cattivo esempio, sconvolgono e distruggono quanto, per mezzo dei santi frati di quest'Ordine, hai edificato e non cessi di edificare ”.

        Spesso, pensando allo scandalo che veniva dato ai piccoli, provava una tristezza immensa, al punto da ritenere che ne sarebbe morto di dolore, se la bontà divina non l'avesse sorretto con il suo conforto.

1140 Una volta, turbato per i cattivi esempi, con grande ansietà di spirito, pregava per i suoi figli il Padre misericordioso; ma si ebbe dal Signore questa risposta: “ Perché ti turbi, tu, povero omuncolo? Forse che io ti ho costituito pastore della mia Religione, senza farti sapere che il responsabile principale sono io? Ho scelto te, uomo semplice, proprio per questo: perché le opere che io compirò siano attribuite non a capacità umane, ma alla grazia celeste. Io ho chiamato, io conserverò e io pascerò e, al posto di quelli che si perdono, altri ne farò crescere. E se non ne nasceranno, li farò nascere io; e per quanto gravi possono essere le procelle da cui questa Religione poverella sarà sbattuta, essa, col mio sostegno sarà sempre salva ”.

 

1141 4. Il vizio della detrazione, nemico radicale della pietà e della grazia, lo aveva in orrore come il morso del serpente e come la più dannosa pestilenza. Affermava che Dio pietosissimo l'ha in abominio, perché il detrattore si pasce col sangue delle anime, dopo averle uccise con la spada della lingua.

        Sentendo, una volta, un frate che denigrava un altro nella buona fama, si rivolse al suo vicario e gli disse: “ Su, su, indaga ben bene e, se trovi che il frate accusato è innocente, infliggi al frate accusatore un castigo durissimo, che lo faccia segnare a dito da tutti ”.

        Qualche volta giudicava che si doveva spogliare dell'abito chi aveva spogliato il proprio fratello della sua buona fama e non voleva che costui elevasse gli occhi a Dio, se prima non aveva procurato con ogni mezzo di restituire quanto aveva sottratto.

        “ La cattiveria dei detrattori--diceva--è tanto maggiore di quella dei ladri, quanto maggiore è la forza con cui la legge di Cristo, che trova il suo compimento nell''' amore ci obbliga a bramare la salvezza delle anime più di quella dei corpi ”.

 

1142 5. Si chinava, con meravigliosa tenerezza e compassione, verso chiunque fosse afflitto da qualche sofferenza fisica e quando notava in qualcuno indigenza o necessità nella dolce pietà del cuore, la considerava come una sofferenza di Cristo stesso.

        Aveva innato il sentimento della clemenza, che, la pietà di Cristo, infusa dall'alto, moltiplicava.

        Sentiva sciogliersi il cuore alla presenza dei poveri e dei malati, e quando non poteva offrire l'aiuto, offriva il suo affetto.

        Un giorno, un frate rispose piuttosto duramente ad un povero, che chiedeva l'elemosina in maniera importuna Udendo ciò, il pietoso amatore dei poveri comandò al frate di prostrarsi nudo ai piedi del povero, di dichiararsi colpevole, di chiedergli in carità che pregasse per lui e lo perdonasse.

        Il frate così fece, e il Padre commentò con dolcezza: “ Fratello, quando vedi un povero, ti vien messo davanti lo specchio del Signore e della sua Madre povera. Così pure negli infermi, sappi vedere le infermità di cui Gesù si è rivestito ”.

        In tutti i poveri, egli, a sua volta povero e cristianissimo, vedeva l'immagine di Cristo. Perciò, quando li incontrava, dava loro generosamente tutto quanto avevano donato a lui, fosse pure il necessario per vivere; anzi era convinto che doveva restituirlo a  loro, come se fosse loro proprietà .

1143 Una volta, mentre ritornava da Siena, incontrò un povero. Si dava il caso che Francesco, a causa della malattia, avesse indosso sopra l'abito un mantello. Mirando con occhi misericordiosi la miseria di quell'uomo, disse al compagno: “ Bisogna che restituiamo il mantello a questo povero: perché è suo. Difatti noi lo abbiamo ricevuto in prestito, fino a quando ci sarebbe capitato di trovare qualcuno più povero di noi ”.

        Il compagno, però, considerando lo stato in cui il padre pietoso si trovava, oppose un netto rifiuto: egli non aveva il diritto di dimenticare se stesso, per provvedere all'altro. Ma il Santo: “ Ritengo che il Grande Elemosiniere mi accuserà di furto, se non darò quel che porto indosso a chi è più bisognoso ”.

1144 Qualunque cosa gli dessero per alleviare le necessità del corpo, chiedeva sempre ai donatori il permesso di poterla dar via lecitamente, se incontrava uno più bisognoso di lui.

        Insomma non la perdonava proprio a nulla: mantelli, tonache, libri e perfino i paramenti dell'altare, tutto elargiva agli indigenti, appena lo poteva, per adempiere ai compiti della pietà.

 

        Spesso, quando per la strada incontrava qualche povero con un carico sulle spalle, glielo toglieva e lo portava sulle sue spalle vacillanti.

 

 

1145 6. Considerando che tutte le cose hanno un'origine comune, si sentiva ricolmo di pietà ancora maggiore e chiamava le creature per quanto piccole col nome di fratello o sorella: sapeva bene che tutte provenivano, come lui, da un unico Principio.

        Tuttavia abbracciava con maggior effusione e dolcezza quelle che portano in sé una somiglianza naturale con la pietosa mansuetudine di Cristo o che la raffigurano secondo il significato loro attribuito dalla Scrittura.

        Spesso riscattò gli agnelli che venivano condotti al macello, in memoria di quell'Agnello mitissimo, che volle essere condotto alla morte per redimere i peccatori.

1146 Una notte, mentre il servo di Dio era ospite presso il monastero di San Verecondo, nella diocesi di Gubbio, una pecorella partorì un agnellino. C'era là una scrofa ferocissima, che, con un morso rabbioso, uccise la creaturina innocente.

        Udito il fatto, il padre pietoso fu preso da profondissima compassione e, pensando all'Agnello senza macchia, si lamentava davanti a tutti per la morte dell'agnellino.

        “ Ohimè, fratello agnellino, -- diceva -- animale innocente, che rappresenti Cristo agli uomini, maledetta sia quell'empia che ti ha ucciso. E nessuno, uomo o bestia, possa mangiare la sua carne! ”.

        Cosa meravigliosa: la porca malefica immediatamente si ammalò e, dopo avere scontato con tre giorni di sofferenza la sua colpa, subì finalmente l'esecuzione vendicatrice .

        Fu gettata nel fossato del monastero e là rimase per molto tempo, divenendo secca come un'asse. Nessun animale, per quanto affamato, si cibò della sua carne. Riflettano, a questo punto, le persone crudeli: con quali pene esse saranno colpite alla fine, se è stata colpita con una morte così orrenda la ferocia di una bestia? I fedeli devoti, a loro volta, sappiano valutare quanto potente e ammirevole, quanto dolce e generosa fosse la pietà del servo di Dio, se anche i bruti, a loro modo, le rendevano omaggio.

 

1147 7. Un giorno, trovandosi in cammino nei pressi di Siena, incontrò un grande gregge di pecore al pascolo. Secondo il suo solito, le salutò benevolmente, e quelle, smettendo di brucare, corsero tutte insieme da lui, sollevando il muso e fissandolo con gli occhi alzati. Gli fecero tanta festa che i frati e i pastori ne rimasero stupefatti, vedendo gli agnelli e perfino gli arieti saltellargli intorno in modo così meraviglioso.

1148 In un'altra circostanza, a Santa Maria della Porziuncola, portarono in dono all'uomo di Dio, una pecora, che egli accettò con gratitudine, perché amava l'innocenza e la semplicità che, per sua natura, la pecora dimostra. L'uomo di Dio ammoniva la pecorella a lodare Dio e a non infastidire assolutamente i {rati. La pecora, a sua volta, quasi sentisse la pietà dell'uomo di Dio, metteva in pratica i suoi ammaestramenti con grande cura. Quando sentiva i frati cantare in coro, entrava anche lei in chiesa e, senza bisogno di maestro, piegava le ginocchia, emettendo teneri belati davanti all'altare della Vergine, Madre dell'Agnello, come se fosse impaziente di salutarla.

        Durante la celebrazione della Messa, al momento delI'elevazione, si curvava con le ginocchia piegate, quasi volesse, quell'animale  devoto, rimproverare agli uomini poco devoti la loro irriverenza e volesse incitare i devoti alla reverenza verso il Sacramento.

1149 Durante il suo soggiorno a Roma, il Santo aveva tenuto con sé un agnellino, mosso dalla sua devozione a Cristo, amatissimo agnello. Nel partire, lo affidò a una nobile matrona, madonna Jacopa dei Sette Soli, perché lo custodisse in casa sua. E l'agnello, quasi ammaestrato dal Santo nelle cose dello spirito, non si staccava mai dalla compagnia della signora, quando andava in chiesa, quando vi restava o ne ritornava.

 

        Al mattino, se la signora tardava ad alzarsi, I'agnello saltava su e la colpiva con i suoi cornetti, la svegliava con i suoi belati, esortandola con gesti e cenni ad affrettarsi alla chiesa.

Per questo la signora teneva con ammirazione e amore quell'agnello, discepolo di Francesco e ormai diventato maestro di devozione.

 

1150 8. Un'altra volta, a Greccio, offrirono all'uomo di Dio un leprotto vivo. Fu lasciato libero, in terra, perché scappasse dove voleva. Ma quello, sentendosi chiamare dal padre buono, gli corse vicino e gli saltò in grembo. Il Santo, colmandolo di carezze, lo compassionava, come una madre mostrandogli il suo affetto e la sua pietà.

        Finalmente lo ammonì con dolcezza a non lasciarsi prendere un'altra volta e gli diede il permesso di andarsene liberamente. Ma, benché lo avesse messo più volte in terra, perché partisse, il leprotto ritornava sempre in grembo al Padre, come se con un senso nascosto percepisse la pietà del suo cuore.

        Alla fine, il Padre lo fece portare in un luogo solitario e sicuro.

1151 Un fatto simile avvenne nell'isola del lago di Perugia. Era stato catturato e donato all'uomo di Dio un coniglio. Mentre era fuggito da tutti gli altri, il coniglio si affidò con familiarità e sicurezza nelle mani del Santo e andò a posarsi sul suo grembo.

1152           Mentre faceva la traversata del lago di Rieti, per raggiungere l'eremo di Greccio, un pescatore, per devozione, gli offrì un uccello acquatico. Egli lo prese volentieri e tenendolo sulle mani spalancate, lo invitò a partire. Ma, siccome l'uccello non voleva andarsene, il Santo, levando gli occhi al cielo, si immerse in una lunga preghiera.

        Dopo molto tempo, ritornando in se stesso, come da un altro mondo, ripetutamente con dolcezza comandò all'uccelletto che se ne andasse, a lode di Dio. E quello, allora, ricevuto il permesso e la benedizione, esprimendo con i movimenti del corpo la sua gioia, volò via.

1153 Sempre mentre attraversava quel lago, gli fu offerto un grosso pesce, ancora vivo: chiamandolo, secondo la sua abitudine, col nome di fratello, lo rimise in acqua, accanto alla barca. Ma il pesce si mise a giocare nell'acqua, davanti all'uomo di Dio, e, quasi adescato dal suo amore, per nessuna ragione si allontanò dalla barca, prima di averne ricevuto il permesso e la benedizione.

 

1154 9. In un'altra circostanza, mentre attraversava con un altro frate le paludi di Venezia, trovò una grandissima moltitudine di uccelli, che se ne stavano sui rami a cantare.

        Come li vide, disse al compagno: “ I fratelli uccelli stanno lodando il loro Creatore; perciò andiamo in mezzo a loro a recitare insieme le lodi del Signore e le ore canoniche”.        Andarono in mezzo a loro e gli uccelli non si mossero. Poi, siccome per il gran garrire, non potevano sentirsi l'un l'altro nel recitare le ore, il Santo si rivolse agli uccelli e disse: “ Fratelli uccelli, smettete di cantare, fino a quando avremo finito di recitare le lodi prescritte ”.

        Quelli tacquero immediatamente e se ne stettero zitti, fin al momento in cui, recitate a bell'agio le ore e terminate debitamente le lodi, il Santo diede la licenza di cantare.

        Appena l'uomo di Dio ebbe accordato il permesso, ripresero a cantare, secondo il loro costume.

1155 A Santa Maria della Porziuncola, c'era una cicala, sopra un fico, vicino alla cella dell'uomo di Dio, e continuava a cantare, e lo stimolava col suo canto a lodare il Signore, giacché egli aveva imparato ad ammirare la magnificenza del Creatore anche nelle piccole cose. Un giorno il servo del Signore chiamò la cicala che, quasi istruita dal cielo, volò sopra la sua mano, e le disse: “ Canta, sorella mia cicala, e loda col tuo giubilo Iddio creatore ”.

        Essa, obbedendo senza indugio, incominciò a cantare e non smise, finché, per ordine del Padre, volò di nuovo al suo posto.

        Rimase là per otto giorni, e ogni giorno, obbedendo ai suoi ordini, andava da lui, cantava e ripartiva.

        Alla fine l'uomo di Dio disse ai compagni: “ Licenziamo ormai la nostra sorella cicala, perché, in questi otto giorni, ci ha stimolato abbastanza a lodare Dio e ci ha rallegrato abbastanza con il suo canto ”.

        E subito, avuto da lui il permesso, la cicala si ritirò e non comparve più in quel luogo, come se non osasse assolutamente trasgredire l'ordine ricevuto.

 

1156 10. Quando era a Siena, ammalato, un nobiluomo gli fece portare un fagiano vivo, che aveva preso allora.

        Appena ebbe visto e udito l'uomo santo, il fagiano si sentì legato a lui con amicizia così profonda, che non riusciva in nessuna maniera a vivere da lui separato. Lo portarono ripetutamente nella vigna, fuori del luoghicciolo dei frati, perché se ne andasse a suo piacimento; ma sempre, con rapido volo tornava dal Padre, come se da sempre fosse stato allevato da lui personalmente.

        In seguito, lo regalarono ad un uomo che aveva l'abitudine di visitare per devozione il servo di Dio. Ma il fagiano, addolorato per la lontananza dal padre pietoso, si rifiutava assolutamente di mangiare. Dovettero, perciò, riportarlo dal servo di Dio: appena lo scorse, il fagiano, esibendosi in manifestazioni di allegria, si mise subito a mangiare avidamente.

1157 Quando il padre pietoso arrivò all'eremo della Verna, per celebrarvi la quaresima in onore dell'arcangelo Michele, uccelli di varia specie incominciarono a tesser voli intorno alla sua celluzza, con sonori concenti e gesti di letizia, quasi volessero mostrare la loro gioia per il suo arrivo e invitarlo e lusingarlo a rimanere.

        A questo spettacolo, il Santo disse al compagno: “ Vedo, fratello, che è volere di Dio che noi ci tratteniamo un po' di tempo qui: tanto i nostri fratelli uccelletti sono contenti per la nostra presenza ”.

 

1158 Durante il suo soggiorno lassù, un falco, che proprio lì aveva il suo nido, gli si legò con patto di intensa amicizia Durante la notte, anticipava sempre col suono del suo canto, l'ora in cui il Santo aveva l'abitudine di alzarsi per l'ufficio divino.

        Ciò riusciva assai gradito al servo di Dio, perché quel gran darsi da fare del falco là intorno, scacciava da lui ogni torpore ed ogni pigrizia.

        Quando, però, il servo di Cristo sentiva più del solito il peso della malattia, il falcone lo risparmiava e non suonava la sveglia così a puntino: quasi ammaestrato da Dio, faceva squillare la campanella  della sua voce solo sul far dell'alba.

        Sembra proprio che l'esultanza esibita dagli uccelli di così varia specie e il canto del falcone fossero un presagio divino. Difatti proprio in quel luogo e in quel tempo il cantore e adoratore di Dio, librandosi sulle ali della contemplazione, avrebbe raggiunto le altezze supreme della contemplazione per l'apparizione del Serafino.

 

1159 11. Gli abitanti di Greccio, quando egli dimorava in quell'eremo, venivano vessati da molteplici malanni: branchi di lupi rapaci divoravano non soltanto gli animali, ma anche delle persone; la grandine regolarmente ogni anno devastava campi e vigne.

        A quella gente così sfortunata l'araldo del santo Vangelo disse, perciò, durante una predica: “ A onore lode di Dio onnipotente, mi faccio garante davanti a voi che tutti questi flagelli scompariranno, se mi presterete fede e se avrete compassione di voi stessi, cioè se, dopo una confessione sincera, vi metterete a fare degni frutti di penitenza ”. “ Però vi predíco anche questo: se sarete ingrati verso i benefici di Dio e ritornerete al vomito, il flagello si rinnoverà, si raddoppierà la pena e infierirà su di voi un'ira più terribile ”.

        Alla sua esortazione, gli abitanti fecero penitenza--e da allora cessarono le stragi, si dispersero i pericoli, lupi e grandine non fecero più danni. Anzi, fatto ancor più notevole, se capitava che la grandine cadesse sui campi confinanti, come si avvicinava al loro territorio là si arrestava oppure deviava in altra direzione. Osservò la grandine, osservarono i lupi la convenzione fatta col servo di Dio né più osarono violare le leggi della pietà, infierendo contro uomini che alla pietà si erano convertiti, ma solo fino a quando costoro restarono fedeli ai patti promessi e non trasgredirono, da empi, le piissime leggi di Dio.

1160 Dobbiamo, dunque, considerare con pio affetto la pietà di quest'uomo beato, che fu così meravigliosamente soave e potente da domare gli animali feroci, addomesticare quelli selvatici, ammaestrare quelli mansueti, indurre all'obbedienza i bruti, divenuti ribelli all'uomo dal tempo della prima caduta.

        Questa è veramente la pietà che, stringendo in un solo patto d'amore tutte le creature, è utile a tutto, avendo la promessa della vita presente e della futura.

 

 

 

CAPITOLO IX

 

FERVORE Dl CARITA'' E DESIDERIO Dl MARTIRIO

 

 

1161 1. Chi potrebbe descrivere degnamente il fervore di carità, che infiammava Francesco, amico dello sposo?

        Poiché egli, come un carbone ardente, pareva tutto divorato dalla fiamma dell'amor divino.

        Al sentir nominare l'amor del Signore, subito si sentiva stimolato, colpito, infiammato: quel nome era per lui come un plettro, che gli faceva vibrare l'intimo del cuore.

        “ Offrire, in compenso dell'elemosina, il prezioso patrimonio dell'amor di Dio--così egli affermava--è nobile prodigalità; e stoltissimi sono coloro che lo stimano meno del denaro, poiché soltanto il prezzo inapprezzabile dell'amor divino è capace di comprare il regno dei cieli. E molto si deve amare l'amore di Colui che molto ci ha amato ”.

1162 Per trarre da ogni cosa incitamento ad amare Dio, esultava per tutte quante le opere delle mani del Signore e, da quello spettacolo di gioia, risaliva alla Causa e Ragione che tutto fa vivere.

        Contemplava, nelle cose belle, il Bellissimo e, seguendo le orme impresse nelle creature, inseguiva dovunque il Diletto. Di tutte le cose si faceva una scala  per salire ad afferrare Colui che è tutto desiderabile.

Con il fervore di una devozione inaudita, in ciascuna delle creature, come in un ruscello, delibava quella Bontà fontale, e le esortava dolcemente, al modo di Davide profeta, alla lode di Dio, perché avvertiva come un.concento celeste nella consonanza delle varie doti e attitudini che Dio ha loro conferito.

 

1163 2. Cristo Gesù crocifisso dimorava stabilmente nelI'intimo del suo spirito, come borsetta di mirra posta sul suo cuore in Lui bramava trasformarsi totalmente per eccesso ed incendio d'amore.

        Per singolare amore e devozione verso di Lui, a cominciare dalla festa dell'Epifania per quaranta giorni continui, cioè per tutto il tempo in cui Cristo rimase nascosto nel deserto, si ritirava nella solitudine e, recluso nella cella, riducendo cibo e bevanda al minimo possibile, si dedicava senza interruzione ai digiuni, alle preghiere e alle lodi di Dio.

        Certo il servo di Dio era infiammato da un affetto ardentissimo verso Cristo; ma anche il Diletto lo contraccambiava con grande amore e familiarità, tanto che gli sembrava di sentirsi sempre presente il Salvatore davanti agli occhi, come rivelò una volta lui stesso ai compagni in confidenza.

1164 Bruciava di fervore in tutte le sue viscere per il Sacramento del corpo del Signore, ammirando stupefatto quella degnazione piena di carità e quella carità piena di degnazione.

        Si comunicava spesso e con tale devozione da rendere devoti anche gli altri, e, gustando in ebbrezza di spirito la soavità dell'Agnello immacolato, il più delle volte veniva rapito in estasi.

 

1165 3. Circondava di indicibile amore la Madre del Signore Gesù, per il fatto che ha reso nostro fratello il Signore della Maestà e ci ha ottenuto la misericordia.

        In Lei, principalmente, dopo Cristo, riponeva la sua fiducia e, perciò, la costituì avvocata sua e dei suoi. In suo onore digiunava con gran devozione dalla festa degli apostoli Pietro e Paolo, fino alla festa dell'Assunzione.

1166           Agli spiriti angelici, i quali ardono di un meraviglioso fuoco, che infiamman le anime degli eletti e le fa penetrare in Dio, era unito da un inscindibile vincolo d'amore. In loro onore digiunava per quaranta giorni continui, a incominciare dalla Assunzione della Vergine gloriosa, dedicandosi incessantemente alla preghiera.

        Per il beato Michele Arcangelo, dato che ha il compito di presentare le anime a Dio, nutriva particolare devozione e speciale amore dettato dal suo fervido zelo per la salvezza di tutti i fedeli.

1167 I santi e il loro ricordo eran per lui come carboni ardenti, che ravvivano in lui l'incendio deificante. Venerava con devozione ferventissima tutti gli apostoli e specialmente Pietro e Paolo, per la loro fervente carità verso Cristo. In loro onore e per loro amore offriva al Signore il digiuno di una quaresima speciale.

        Nient'altro possedeva, il povero di Cristo, se non due spiccioli, da poter elargire con liberale carità: il corpo e l'anima. Ma corpo e anima, per amore di Cristo, li offriva continuamente a Dio, poiché quasi in ogni istante immolava il corpo col rigore del digiuno e l'anima con la fiamma del desiderio: olocausto, il suo corpo, immolato alI'esterno,  nell'atrio del tempio; incenso, I'anima sua, esalata all'interno del tempio.

 

1168 4. Ma, mentre quest'eccesso di devozione e di carità lo innalzava alle realtà divine, la sua affettuosa bontà si espandeva verso coloro che natura e grazia rendevano suoi consorti .

        Non c'è da meravigliarsi: come la pietà del cuore lo aveva reso fratello di tutte le altre creature, così la carità di Cristo lo rendeva ancor più intensamente fratello di coloro che portano in sé l'immagine del Creatore e sono stati redenti dal sangue del Redentore.

        Non si riteneva amico di Cristo, se non curava con amore le anime da Lui redente.

        Niente, diceva, si deve anteporre alla salvezza delle anime, e confermava l'affermazione soprattutto con quest'argomento: che l'Unigenito di Dio, per le anime, si era degnato di salire sulla croce.

        Da lì quel suo accanimento nella preghiera; quel correre dovunque a predicare; quell'eccesso nel dare l'esempio. E, perciò, ogni volta che lo biasimavano per la sua austerità eccessiva, rispondeva che lui era stato dato come esempio per gli altri.

La sua carne innocente si sottometteva ormai spontaneamente allo spirito e non aveva alcun bisogno di castighi, in punizione delle colpe; eppure egli, in vista dell'esempio rinnovava contro di lei pene e fatiche e obbligava se stesso a percorrere vie faticose, in vista degli altri.

Diceva: Anche se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità in me stesso e non mostrassi al prossimo esempi di virtù, poco gioverei agli altri, niente a me.

 

1169 5. L'infocato ardore della carità lo spingeva ad emulare la gloria e il trionfo dei santi martiri, nei quali niente poté estinguere la fiamma dell'amore o indebolire la fortezza dell'animo.

        Acceso da quella carità perfetta, che caccia via il timore, bramava anch'egli di offrirsi, ostia vivente, al Signore, nel fuoco del martirio, sia per rendere il contraccambio al Cristo che muore per noi, sia per provocare gli altri all'amore di Dio.

1170 A sei anni dalla sua conversione, infiammato dal desiderio del martirio, decise di passare il mare e recarsi nelle parti della Siria, per predicare la fede cristiana e la penitenza ai saraceni e agli altri infedeli.

        Ma la nave su cui si era imbarcato, per raggiungere quel paese, fu costretta dai venti contrari a sbarcare dalle parti della Schiavonia. Vi rimase per qualche tempo: ma poi, non riuscendo a trovare una nave che andasse nei paesi d'oltremare, defraudato nel suo desiderio, pregò alcuni marinai diretti ad Ancona, di prenderlo con sé, per amor di Dio. Ne ebbe un netto rifiuto, perché non aveva il denaro necessario.

        Allora l'uomo di Dio, riponendo tutta la sua fiducia nella bontà del Signore, salì ugualmente, di nascosto, sulla nave, col suo compagno. Si presentò un tale -- certo mandato da Dio in soccorso del suo poverello--portando con sé il vitto necessario. Chiamò uno dei marinai, che aveva timor di Dio, e gli parlò così: “ Tutta questa roba tienila per i poveri frati che sono nascosti sulla nave: gliela darai, quando ne avranno bisogno ”

        Se non che capitò che, per la violenza del vento, i marinai, per moltissimi giorni, non poterono sbarcare e così consumarono tutte le provviste. Era rimasto solo il cibo offerto in elemosina, dall'alto, a Francesco poverello. Era molto scarso, in verità; ma la potenza divina lo moltiplicò, in modo tale che bastò per soddisfare pienamente la necessità di tutti, per tutti quei giorni di tempesta, finché poterono raggiungere il porto di Ancona.

        I marinai, vedendo che erano scampati molte volte alla morte, per i meriti del servo di Dio, resero grazie a Dio onnipotente, che si mostra sempre mirabile e amabile nei suoi amici e nei suoi servi. Ben a ragione, perché avevano provato da vicino gli spaventosi pericoli del mare e avevano visto le ammirabili opere di Dio nelle acque profonde.

 

1171 6. Lasciato il mare, incominciò a pellegrinare sulla terra spargendovi il seme della salvezza e raccogliendo una messe abbondante di buoni frutti.

        Ma era il frutto del martirio quello che maggiormente lo attirava; era il merito di morire per Cristo, quello che egli bramava al di sopra di ogni altra opera virtuosa e meritoria.

        Si mise, perciò in cammino alla volta del Marocco, con l'intento di predicare al Miramolino e alla sua gente il Vangelo di Cristo e di vedere se riusciva in tale maniera a conquistare la sospirata palma dei martiri.

        Era spinto da un desiderio così intenso, che, quantunque di fisico debole, precedeva correndo il suo compagno di pellegrinaggio: bramoso di realizzare il proposito, in ebbrezza di spirito, volava.

         Aveva già raggiunto la Spagna, quando, per disposizione di Dio che lo riservava ad altri compiti, fu colpito da una malattia gravissima, che fece svanire i suoi desideri.

        L`uomo di Dio capì, allora, che la sua vita era ancora necessaria ai suoi figli e, benché ritenesse la morte un guadagno, tornò indietro, a pascere le pecore affidate alle sue cure.

 

1172 7. Ma l'ardore della carità lo spingeva al martirio; sicché ancora una terza volta tentò di partire verso i paesi infedeli, per diffondere, con l'effusione del proprio sangue, la fede nella Trinità.

        A tredici anni dalla sua conversione, partì verso le regioni della Siria, affrontando coraggiosamente molti pericoli, alfine di potersi presentare al cospetto del Soldano di Babilonia.

        Fra i cristiani e i saraceni era in corso una guerra implacabile: i due eserciti si trovavano accampati vicinissimi, I'uno di fronte all'altro, separati da una striscia di terra, che non si poteva attraversare senza pericolo di morte .

        Il Soldano aveva emanato un editto crudele: chiunque portasse la testa di un cristiano, avrebbe ricevuto il compenso di un bisante d'oro. Ma Francesco, I'intrepido soldato di Cristo, animato dalla speranza di poter realizzare presto il suo sogno, decise di tentare l'impresa, non atterrito dalla paura della morte, ma, anzi, desideroso di affrontarla.

Confortandosi nel Signore, pregava fiducioso e ripeteva cantando quella parola del profeta: Infatti anche se dovessi camminare in mezzo all'ombra di morte, non temerò alcun male, perché tu sei con me.

 

1173 8. Partì, dunque, prendendo con sé un compagno, che si chiamava Illuminato ed era davvero illuminato e virtuoso.

        Appena si furono avviati, incontrarono due pecorelle, il Santo si rallegrò e disse al compagno: “ Abbi fiducia nel Signore, fratello, perché si sta realizzando in noi quella parola del Vangelo: -- Ecco, vi mando come agnelli in mezzo ai lupi--”.

        Avanzarono ancora e si imbatterono nelle sentinelle saracene, che, slanciandosi come lupi contro le pecore, catturarono i servi di Dio e, minacciandoli di morte, crudelmente e sprezzantemente li maltrattarono, li coprirono d'ingiurie e di percosse e li incatenarono. Finalmente, dopo averli malmenati in mille modi e calpestati, per disposizione della divina provvidenza, li portarono dal Sultano, come l'uomo di Dio voleva. Quel principe incominciò a indagare da chi, e a quale scopo e a quale titolo erano stati inviati e in che modo erano giunti fin là.

        Francesco, il servo di Dio, con cuore intrepido rispose che egli era stato inviato non da uomini, ma da Dio altissimo, per mostrare a lui e al suo popolo la via della salvezza e annunciare il Vangelo della verità.

        E predicò al Soldano il Dio uno e trino e il Salvatore di tutti, Gesù Cristo, con tanto coraggio, con tanta forza e tanto fervore di spirito, da far vedere luminosamente che si stava realizzando con piena verità la promessa del Vangelo: Io vi darò un linguaggio e una sapienza a cui nessuno dei vostri avversari potrà resistere o contraddire.

1174  Anche il Soldano, infatti, vedendo l'ammirevole fervore di spirito e la virtù dell'uomo di Dio, lo ascoltò volentieri e lo pregava vivamente di restare presso di lui. Ma il servo di Cristo, illuminato da un oracolo del cielo, gli disse: “ Se, tu col tuo popolo,.vuoi convertirti a Cristo, io resterò molto volentieri con voi. Se, invece, esiti ad abbandonare la legge di Maometto per la fede di Cristo, dà ordine di accendere un fuoco il più grande possibile: Io, con i tuoi sacerdoti, entrerò nel fuoco e così, almeno, potrai conoscere quale fede, a ragion veduta, si deve ritenere più certa e più santa ”. Ma il Soldano, a lui: “ Non credo che qualcuno dei miei sacerdoti abbia voglia di esporsi al fuoco o di affrontare la tortura per difendere la sua fede ”. (Egli si era visto, infatti, scomparire immediatamente sotto gli occhi, uno dei suoi sacerdoti, famoso e d'età avanzata, appena udite le parole della sfida).

 

        E il Santo a lui: “ Se mi vuoi promettere, a nome tuo e a nome del tuo popolo, che passerete alla religione di Cristo, qualora io esca illeso dal fuoco, entrerò nel fuoco da solo. Se verrò bruciato, ciò venga imputato ai miei peccati; se, invece, la potenza divina mi farà uscire sano e salvo, riconoscerete Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio, come il vero Dio e signore, salvatore di tutti.

        Ma il Soldano gli rispose che non osava accettare questa sfida, per timore di una sedizione popolare. Tuttavia gli offrì molti doni preziosi; ma l'uomo di Dio, avido non di cose mondane ma della salvezza delle anime, li disprezzò tutti come fango.

        Vedendo quanto perfettamente il Santo disprezzasse le cose del mondo, il Soldano ne fu ammirato e concepì verso di lui devozione ancora maggiore. E, benché non volesse passare alla fede cristiana, o forse non osasse, pure pregò devotamente il servo di Cristo di accettare quei doni per distribuirli ai cristiani poveri e alle chiese, a salvezza delI'anima sua. Ma il Santo, poiché voleva restare libero dal peso del denaro e poiché non vedeva nell'animo del Soldano la radice della vera pietà, non volle assolutamente accondiscendere.

 

1175 9. Vedendo, inoltre, che non faceva progressi nella conversione di quella gente e che non poteva realizzare il suo sogno, preammonito da una rivelazione divina, ritornò nei paesi cristiani.

        E così, per disposizione della bontà divina e per i meriti e la virtù del Santo, avvenne, misericordiosamente e mirabilmente, che l'amico di Cristo cercasse con tutte le forze di morire per Lui e non potesse assolutamente riuscirvi. E in tal modo, da una parte non gli mancò il merito del martirio desiderato e, dall'altra, egli venne risparmiato per essere più tardi insignito di un privilegio straordinario. Quel fuoco divino, che gli bruciava nel cuore, diventava intanto più ardente e perfetto, perché in seguito riverberasse più luminoso nella sua carne.

        O uomo veramente beato, che non viene straziato dal ferro del tiranno, eppure non viene privato della gloria di assomigliare all'Agnello immolato!

        O uomo, io dico, veramente e pienamente beato, che “ non perdette la vita sotto la spada del persecutore, eppure non perdette la palma del martirio! ”.

 

   

 

CAPITOLO X

 

AMORE PER LA VIRTÙ DELL' ORAZIONE

 

 

1176 1. Francesco, il servo di Cristo, vivendo nel corpo, si sentiva in esilio dal Signore e, mentre ormai all'esterno era diventato totalmente insensibile, per amore di Cristo, ai desideri della terra, si sforzava, pregando senza interruzione, di mantenere lo spirito alla presenza di Dio, per non rimanere privo delle consolazioni del Diletto.

        La preghiera era la sua consolazione, quando si dava alla contemplazione, e quasi fosse ormai un cittadino del cielo e un concittadino degli Angeli, con desiderio ardente ricercava il Diletto, da cui lo separava soltanto il muro del corpo.

        La preghiera era anche la sua difesa, quando si dava all'azione, poiché, mediante l'insistenza nella preghiera, rifuggiva, in tutto il suo agire, dal confidare nelle proprie capacità, metteva ogni sua fiducia nella bontà divina, gettando nel Signore la sua ansietà.

        Sopra ogni altra cosa -- asseriva con fermezza -- il religioso deve desiderare la grazia dell'orazione e incitava in tutte le maniere possibili i suoi frati a praticarla con zelo, convinto che nessuno fa progressi nel servizio di Dio, senza di essa.

 

        Camminando e sedendo, in casa e fuori, lavorando e riposando, restava talmente intento all'orazione da sembrare che le avesse dedicato ogni parte di se stesso: non solo il cuore e il corpo, ma anche l'attività e il tempo.

 

1177 2. Non lasciava passare inutilmente, per sua trascuratezza, nessuna visita dello Spirito: quando gli si presentava, si abbandonava ad essa e ne godeva la dolcezza, finché il Signore glielo concedeva.

        Se, mentre era in viaggio, sentiva il soffio dello Spirito divino, lasciava che i compagni lo precedessero, si fermava, tutto intento a fruire della nuova ispirazione, per non ricevere invano la grazia.

        Molte volte rimaneva assorto in una contemplazione così sublime che, rapito fuori di sé ad esperienze trascendenti la sensibilità umana, ignorava quanto gli accadeva intorno.

1178 Una volta stava attraversando sopra un asinello, a causa della malattia, Borgo San Sepolcro, che è un paese molto popoloso. Spinto dalla devozione, la gente si precipitò incontro a lui; ma egli, trascinato e trattenuto, stretto e toccato in tanti modi dalla folla, appariva insensibile a tutto: come un corpo senz'anima, non avvertiva assolutamente nulla di tutte quelle manifestazione.

        Quando ormai da lungo tempo si erano lasciati indietro il paese e la folla ed erano giunti vicino a un lebbrosario, il contemplatore delle realtà celesti, come se tornasse da un altro mondo, domandò, preoccupato, quando sarebbero arrivati a Borgo.

        La sua mente, fissa negli splendori celesti, non aveva avvertito il variare dei luoghi, del tempo e delle persone incontrate. I suoi compagni hanno attestato, per lunga esperienza, che questo gli accadeva piuttosto spesso.

 

1179 3. Nell'orazione aveva imparato che la bramata presenza dello Spirito Santo si offre a quanti lo invocano con tanto maggior familiarità quanto più lontani li trova dal frastuono dei mondani. Per questo cercava luoghi solitari, si recava nella solitudine e nelle chiese abbandonate a pregare, di notte. Là dovette subire, spesso, gli spaventosi assalti dei demoni che venivano fisicamente a conflitto con lui, nello sforzo di stornarlo dall'applicarsi alla  preghiera. Ma egli, munito delle armi celesti, si faceva tanto più forte nella virtù e tanto più fervente nella preghiera, quanto più violento era l'assalto dei nemici.

        Diceva confidenzialmente a Cristo: All'ombra delle tue ali proteggimi dai malvagi che tramano la mia rovina.

        E ai demoni: “ Fate pure tutto quello che potete contro di me, o spiriti maligni e ingannatori! Voi non avete potere se non nella misura in cui la mano di Dio ve lo concede e perciò io me ne sto qui con tutta gioia, pronto a sopportare tutto quanto essa ha stabilito di farmi subire ”.

        I demoni superbi non sopportavano simile forza d'animo e si ritiravano sconfitti.

 

1180           4. E l'uomo di Dio, restandosene tutto solo e in pace, riempiva i boschi di gemiti, cospargeva la terra di lacrime, si percuoteva il petto e, quasi avesse trovato un più intimo santuario, discorreva col suo Signore. Là rispondeva al Giudice, là supplicava il Padre, là dialogava con l'Amico. Là pure, dai frati che piamente lo osservavano, fu udito interpellare con grida e gemiti la Bontà divina a favore dei peccatori; piangere, anche, ad alta voce la passione del Signore, come se l'avesse davanti agli occhi. Là, mentre pregava di notte, fu visto con le mani stese in forma di croce, sollevato da terra con tutto il corpo e circondato da una nuvoletta luminosa: luce meravigliosa diffusa intorno al suo corpo, che meravigliosamente testimoniava la luce risplendente nel suo Spirito.

        Là, inoltre, come testimoniano prove sicure, gli venivano svelati i misteri nascosti della sapienza divina, che egli, però, non divulgava all'esterno, se non nella misura in cui ve lo sforzava la carità di Cristo e lo esigeva l'utilità del prossimo.

        Diceva, a questo proposito: “ Può succedere che, per un lieve compenso, si perda un tesoro senza prezzo e che si provochi il Donatore a non dare più tanto facilmente una seconda volta ”.

        Quando tornava dalle sue preghiere, che lo trasformavano quasi in un altro uomo, metteva la più grande attenzione per comportarsi in uniformità con gli altri, perché non avvenisse che il vento dell'applauso, a causa di quanto lui lasciava trapelare di fuori, lo privasse della ricompensa interiore .

1181 Quando, trovandosi in pubblico, veniva improvvisamente visitato dal Signore, cercava sempre di celarsi in qualche modo ai presenti, perché gli intimi contatti con lo Sposo non si propalassero all'esterno.

        Quando pregava con i frati, evitava assolutamente le espettorazioni, i gemiti, i respiri affannosi, i cenni esterni, sia perché amava il segreto, sia perché, se rientrava nel proprio intimo, veniva rapito totalmente in Dio.

        Spesso ai suoi confidenti diceva cose come queste: “ Quando il servo di Dio, durante la preghiera, riceve la visita del Signore, deve dire: " O Signore, tu dal cielo hai mandato a me, peccatore e indegno, questa consolazione, e io la affido alla tua custodia, perché mi sento un ladro del tuo tesoro". E quando torna dall'orazione, deve mostrarsi così poverello e peccatore, come se non avesse ricevuto nessuna grazia speciale ”.

 

1182 5. Mentre, nel luogo della Porziuncola, una volta l'uomo di Dio era intento all'orazione, andò a trovarlo, come faceva di solito, il vescovo di Assisi. Appena fu entrato nel luogo, il vescovo, con più familiarità del dovuto, andò direttamente alla cella in cui il servo di Cristo stava pregando. Spinse la porticina e fece l'atto di entrare. Ma, appena ebbe messo dentro il capo e scorto il Santo in orazione, sconvolto da improvviso terrore, si sentì agghiacciare in tutte le membra, perse anche la parola, mentre, per divina disposizione, veniva cacciato fuori a viva forza e trascinato lontano, a passo indietro.

        Stupefatto, il vescovo si affrettò, come poté, a raggiungere i frati e, appena Dio gli restituì l'uso della parola, se ne servì prima di tutto per confessare la propria colpa.

1183 L'abate del monastero di San Giustino nella diocesi di Perugia, incontrò una volta il servo di Cristo. Appena lo vide, il devoto abate scese lesto da cavallo, volendo riverire l'uomo di Dio e parlare con lui di problemi inerenti alla salvezza dell'anima. Terminato il soave colloquio, I'abate, nel partire, gli chiese umilmente di pregare per lui. L'uomo caro a Dio gli rispose: “ Pregherò volentieri ”. Quando l'abate si fu allontanato un poco, il fedele Francesco disse al compagno: “ Aspetta un attimo, fratello, perché voglio pagare il debito che ho contratto ”.

        Ebbene, appena egli incominciò a pregare, I'abate sentì nell'anima un insolito fervore e una dolcezza mai provata e, rapito fuori di sé, si perdette totalmente in Dio.

        Fu una piccola, dolce sosta.

        Ritornato in se stesso, capì bene che tutto ciò era dovuto alla potente preghiera di san Francesco. Da allora si sentì infiammato di sempre maggior amore per l'Ordine e riferì a molti il fatto come un miracolo.

 

1184 6. Aveva, il Santo, I'abitudine di offrire a Dio il tributo delle ore canoniche con timore, insieme, e con devozione.

        Benché fosse malato d'occhi, di stomaco, di milza e di fegato, pure non voleva appoggiarsi al muro e alla parete, mentre salmeggiava, ma recitava le ore stando sempre eretto e senza cappuccio in testa, senza girovagare con gli occhi, senza smozzicare le parole.

        Se gli capitava di trovarsi in viaggio, all'ora dell'ufficio si fermava e non tralasciava questa devota e santa consuetudine, nemmeno  sotto lo scrosciare della pioggia.

 

        Diceva, infatti: “ Se il corpo si prende con tranquillità il suo cibo, che sarà con lui esca dei vermi, con quanta pace e tranquillità l'anima deve prendersi il cibo della vita?>.

        Riteneva anche di commettere colpa grave, se gli capitava, mentre era intento alla preghiera, di perdersi con la mente dietro vane fantasie. Quando gli succedeva qualcosa di questo genere, ricorreva alla confessione, pur di riparare immediatamente .

        Questa preoccupazione era divenuta per lui così abituale che assai di raro veniva molestato da siffatte mosche.

1185 Durante una quaresima, per occupare le briciole di tempo e non perderne nemmeno una, aveva fatto un piccolo vaso. Ma siccome, durante la recita di terza, il pensiero di quel vaso gli aveva procurato un po' di distrazione, mosso dal fervore dello spirito, lo bruciò, dicendo: “ Lo sacrificherò al Signore, al quale mi ha impedito di fare il sacrificio”.

        Diceva i salmi con estrema attenzione di mente e di spirito, come se avesse Dio presente, e, quando nella recita capitava di pronunciare il nome del Signore, lo si vedeva leccarsi le labbra per la dolcezza e la soavità.

        Voleva pure che si onorasse questo stesso nome del Signore con speciale devozione, non solo quando lo si pensava, ma anche quando lo si pronunciava o scriveva. Tanto che una volta incitò i frati a raccogliere tutti i pezzettini di carta scritti che trovavano e a riporli in luogo decente per impedire che, magari, venisse calpestato quel nome sacro in essi trascritto.

        Quando, poi, pronunciava o udiva il nome di Gesù, ricolmo di intimo giubilo, lo si vedeva trasformarsi anche esteriormente come se un sapor di miele avesse impressionato il suo gusto, o un suono armonioso il suo udito.

 

1186 7. Tre anni prima della sua morte, decise di celebrare vicino al paese di Greccio, il ricordo della natività del bambino Gesù, con la maggior solennità possibile, per rinfocolarne la devozione.

        Ma, perché ciò non venisse ascritto a desiderio di novità, chiese ed ottenne prima il permesso del sommo Pontefice. Fece preparare una stalla, vi fece portare del fieno e fece condurre sul luogo un bove ed un asino.

        Si adunano i frati, accorre la popolazione; il bosco risuona di voci e quella venerabile notte diventa splendente di innumerevoli luci, solenne e sonora di laudi armoniose.

        L'uomo di Dio stava davanti alla mangiatoia, ricolmo di pietà, cosparso di lacrime, traboccante di gioia.

        Il santo sacrificio viene celebrato sopra la mangiatoia e Francesco, levita di Cristo, canta il santo Vangelo. Predica al popolo e parla della nascita del re povero e nel nominarlo, lo chiama, per tenerezza d'amore, il “ bimbo di Bethlehem ”.

        Un cavaliere, virtuoso e sincero, che aveva lasciato la milizia secolaresca e si era legato di grande familiarità alI'uomo di Dio, il signor Giovanni di Greccio, affermò di aver veduto, dentro la mangiatoia, un bellissimo fanciullino addormentato, che il beato Francesco, stringendolo con ambedue le braccia, sembrava destare dal sonno.

        Questa visione del devoto cavaliere è resa credibile dalla santità del testimone, ma viene comprovata anche dalla verità che essa indica e confermata dai miracoli da cui fu accompagnata. Infatti l'esempio di Francesco, riproposto al mondo, ha ottenuto l'effetto di ridestare la fede di Cristo nei cuori intorpiditi; e il fieno della mangiatoia, conservato dalla gente, aveva il potere di risanare le bestie ammalate e di scacciare varie altre malattie.

        Così Dio glorifica in tutto il suo servo e mostra l'efficacia della santa orazione con l'eloquenza probante dei miracoli .

 

 

 

CAPITOLO XI

 

COMPRENSIONE DELLE SCRITTURE

E SPIRITO DI PROFEZIA

 

 

1187 1. La dedizione instancabile alla preghiera, insieme con l'esercizio ininterrotto delle virtù, aveva fatto pervenire l'uomo di Dio a così grande chiarezza di spirito che, pur non avendo acquisito la competenza nelle sacre Scritture mediante lo studio e l'erudizione umana, tuttavia, irradiato dagli splendori della luce eterna, scrutava le profondità delle Scritture con intelletto limpido e acuto.

        Il suo ingegno, puro da ogni macchia, penetrava il segreto dei misteri, e dove la scienza dei maestri resta esclusa, egli entrava con l'affetto dell'amante.

        Leggeva, di tanto in tanto, i libri sacri e riteneva tenacemente impresso nella memoria quanto aveva una volta assimilato: giacché ruminava continuamente con affettuosa devozione ciò che aveva ascoltato con mente attenta.

1188 Una volta i frati gli chiesero se aveva piacere che le persone istruite, entrate nell'Ordine, si applicassero allo studio della Scrittura; ed egli rispose: “ Ne ho piacere, sì; purché, però, sull'esempio di Cristo, di cui si legge non tanto che ha studiato quanto che ha pregato, non trascurino di dedicarsi all'orazione e purché studino non tanto per sapere come devono parlare, quanto per mettere in pratica le cose apprese, e, solo quando le hanno messe in pratica, le propongano agli altri. Voglio che i miei frati siano discepoli del Vangelo e progrediscano nella conoscenza della verità, in modo tale da crescere contemporaneamente nella purezza della semplicità. Così non disgiungeranno la semplicità della colomba dalla prudenza del serpente, che il Maestro insuperabile ha congiunto con la sua parola benedetta ”.

 

1189 2. Interrogato, a Siena, da un religioso, dottore in sacra teologia, su alcuni passi di difficile interpretazione, svelò gli arcani della divina sapienza con tale chiarezza di dottrina, che quell'esperto rimase fortemente stupito e, pieno d'ammirazione, esclamò: “ Veramente la teologia di questo padre santo si libra, come un'aquila in volo, sulle ali della purezza e della contemplazione; mentre la nostra scienza striscia col ventre per terra ”.

        Per quanto egli fosse inesperto nell'arte del dire, pure, pieno di scienza, scioglieva il nodo dei dubbi e portava alla luce le cose nascoste. E non è illogico che il Santo abbia avuto in dono la comprensione delle Scritture, giacché descriveva la loro verità in tutte le sue opere, in quanto era imitatore perfetto di Cristo, e aveva in sé il loro autore, in quanto era ripieno di Spirito Santo.

 

1190 3. Splendeva in lui anche lo spirito di profezia, tant'è vero che prevedeva il futuro e leggeva i segreti dei cuori, vedeva le cose lontane come se fossero presenti e lui stesso si faceva vedere presente in maniera meravigliosa, alle persone lontane.

        Quando l'esercito cristiano stava assediando Damiata, c'era anche l'uomo di Dio, munito non di armi ma di fede.

Venne il “ giorno della battaglia ”, in cui i cristiani avevano stabilito di dare l'assalto alla città.

        Quando seppe questa decisione, il servo di Cristo, uscendo in forti lamenti, disse al suo compagno: “ Se si tenterà I'assalto, il Signore mi ha rivelato che non andrà bene per i cristiani. Ma, se io dirò questo, mi riterranno un pazzo; se tacerò non potrò sfuggire al rimprovero della coscienza.  Dunque: a te che cosa sembra meglio? ”.

        Gli rispose il suo compagno: “ Fratello, non preoccuparti affatto del giudizio della gente: non è la prima volta che ti giudicano pazzo. Líberati la coscienza e abbi timore più di Dio che degli uomini ”.

        A queste parole, I'araldo di Cristo affronta pieno di slancio, i crociati e, preoccupato di salvarli dai pericolo, cerca di impedire l'attacco, preannuncia la disfatta.

        Ma la verità viene presa per una favola: indurarono il loro cuore e non vollero convertirsi.

        Si va, si attacca battaglia, si combatte, e tutto l'esercito cristiano si volge in fuga: frutto dell'attacco non è il trionfo, ma l'obbrobrio. Le schiere dei cristiani tornarono decimate da un terribile macello: circa sei mila tra morti e prigionieri.

        Allora fu ben chiaro, ben evidente che non si doveva disprezzare la sapienza del povero, poiché il cuore delI'uomo giusto annuncia talvolta le cose vere meglio di sette sentinelle in vedetta.

 

1191 4. In un'altra circostanza, ritornato dai paesi d'oltremare, si stava recando a Celano, per predicare e fu invitato a pranzo, con umile e devota insistenza, da un cavaliere.

        Egli, dunque, andò alla casa del cavaliere, accolto con grande gioia da tutta la famiglia, lieta per la venuta di quegli ospiti poverelli.

        Prima di prendere cibo, l'uomo a Dio devoto, secondo la sua abitudine, offrì a Dio le preghiere di lode, stando con gli occhi rivolti al cielo. Finita la preghiera, chiamò familiarmente in disparte il buon ospite e così gli disse: “ Ecco, fratello ospite: vinto dalle tue preghiere, io son venuto a mangiare nella tua casa. Ora affrettati a seguire i miei ammonimenti, perché tu non mangerai qui, ma altrove. Confessa subito i tuoi peccati, con vera contrizione e pentimento: non nascondere nulla dentro di te; rivela tutto con una confessione sincera. Tu hai accolto con tanta devozione i suoi poveri e oggi il Signore te ne darà il contraccambio ”.

        Acconsentì subito, quell'uomo, alle parole del Santo e manifestò al compagno di lui in confessione tutti quanti i peccati; mise ordine alle sue cose e si preparò meglio che poté ad accogliere la morte.

        Entrarono, infine, nella sala da pranzo e, mentre gli altri incominciavano a mangiare, l'ospite improvvisamente esalò l'anima, colpito da morte repentina, secondo la parola dell'uomo di Dio.

        E così, come dice la Verità, colui che aveva accolto il profeta con misericordiosa ospitalità, meritò di ricevere la mercede del profeta. Difatti, per la profezia del Santo, quel cavaliere devoto provvide a se stesso e, premunito con le armi della penitenza contro la morte improvvisa, sfuggì alla dannazione eterna e fu accolto negli eterni tabernacoli.

 

1192 5. Nel tempo in cui il Santo giaceva malato a Rieti, portarono da lui, steso su un letticciuolo, un canonico, di nome Gedeone, vizioso e mondano, colpito da una grave malattia .

        Il canonico lo pregava piangendo, insieme con i presenti, di benedirlo col segno della croce.

        Ma il Santo gli replicò: “ Come potrò segnarti con la croce, se finora sei vissuto seguendo gli istinti della carne, senza timore dei giudizi di Dio? Ad ogni modo, per la devozione e le preghiere di queste persone che intercedono per te, ti benedirò col segno della croce in nome del Signore. Tu, però, sappi che andrai incontro a castighi più gravi, se una volta guarito, tornerai al vomito. Perché il peccato di ingratitudine si merita sempre punizioni peggiori delle prime ”.

        Appena ebbe tracciato su di lui il segno della croce, colui che giaceva rattrappito si alzò risanato e, prorompendo nelle lodi di Dio, esclamò: “ Sono guarito! ”. Le ossa della sua schiena scricchiolarono, come quando si rompe legna secca con le mani: furono in molti a sentire.

        Ma costui, passato un po' di tempo, si dimenticò di Dio e si abbandonò di nuovo alla impudicizia. Ebbene, una sera che era andato a cena in casa di un altro canonico e vi era rimasto per passare la notte, improvvisamente il tetto della casa crollò. Ma, mentre tutti gli altri riuscirono a sfuggire alla morte, solo quel misero fu sorpreso e ucciso.     Per giusto giudizio di Dio l'ultima condizione di quelI'uomo fu peggiore della prima, a causa del peccato d'ingratitudine e del disprezzo di Dio, giacché è necessario essere grati per il perdono ricevuto, e il delitto ripetuto dispiace doppiamente.

 

1193 6. In un'altra circostanza, una devota nobildonna si recò dal Santo, per esporgli il proprio dolore e richiedere il rimedio: aveva un marito molto cattivo, che la faceva soffrire osteggiandola nel servizio di Cristo.

        Perciò chiedeva al Santo di pregare per lui, affinché Dio si degnasse  nella sua bontà d'intenerirgli il cuore.

        Il Santo, dopo averla ascoltata, le disse: “ Va in pace e sta sicura che fra poco avrai dal tuo uomo la consolazione che desideri ”.

        E aggiunse: “ Gli dirai da parte di Dio e mia che ora è tempo di misericordia; poi, di giustizia ”.

        Ricevuta la benedizione, la donna ritorna, trova il marito, gli riferisce quelle parole. Scende sopra di lui lo Spirito Santo che, trasformandolo in un uomo nuovo, così lo induce a rispondere con tutta mansuetudine: “ Signora, mettiamoci a servire il Signore e salviamo l'anima nostra ”.

        Dietro esortazione della santa moglie, condussero una vita da celibi per parecchi anni, finché ambedue nello stesso giorno tornarono al Signore.

        Veramente degno di ammirazione lo Spirito profetico operante in quest'uomo di Dio, con la potenza del quale egli rinnovava il vigore alle membra ormai inaridite e nei cuori induriti imprimeva la pietà.

        Ma non è meno stupefacente la chiarezza con cui questo spirito profetico gli faceva prevedere gli eventi futuri e scrutare il segreto delle coscienze, quasi gli avesse conferito il duplice spirito di Elia, invocato da Eliseo.

 

1194 7. A Siena, aveva predetto ad un suo amico alcune  cose che dovevano accadergli nei suoi ultimi giorni. Ebbene quel dotto religioso, che, come abbiamo ricordato sopra andava talvolta a interrogare il Santo su problemi scritturistici, venne a conoscenza di quelle predizioni, ma aveva il dubbio che non le avesse fatte proprio il padre santo. Perciò andò da lui per informarsi di persona.

        Il Santo non solo asserì di aver fatto quelle predizioni ma, mentre l'interlocutore cercava di sapere i fatti degli altri, gli predisse profeticamente la sorte che era riservata a lui stesso.

        E, per imprimergli nel cuore la predizione con maggior sicurezza, espose con chiarezza un segreto tormento di coscienza che il religioso non aveva mai rivelato ad anima vivente. Non solo, però, glielo rivelò in modo mirabile, ma glielo recise via con un consiglio salutare.

        Aggiungo a conferma di tutti questi particolari, che quel religioso fece proprio la fine che il servo di Cristo gli aveva predetto.

 

1195 8 Di ritorno dai paesi d'oltremare, una volta, mentre viaggiava in compagnia di frate Leonardo d'Assisi, dovette servirsi dl un asinello, perché troppo affaticato.

        Frate Leonardo, che lo scortava, in un momento di umana debolezza,  incominciò a dire dentro di sé: “ Mica giocavano insieme i genitori di costui e i miei. Ed ecco, lui sta in sella e io qui a piedi a guidare il suo asino ”.

        Aveva appena fatto questo pensiero che il Santo scese improvvisamente dall'asino e gli disse: “ Non conviene fratello, che io stia in sella e tu vada a piedi, perché tu nei mondo eri più nobile e più importante di me ”.

        Stupefatto e ricoperto di rossore, il frate si riconosce colto in fallo, e subito si prostra ai suoi piedi; profondendosi in lacrime, mette a nudo tutto quanto ha pensato e chiede perdono.

 

1196            9 Un frate, devoto a Dio e al servo di Cristo, andava rimuginando nel cuore questo suo pensamento: sarà degno della grazia del cielo colui al quale il Santo concede la sua familiarità e il suo affetto; invece colui che il Santo tratta come un estraneo, lo si deve considerare escluso dal numero degli eletti.

        Tormentato spesso da questa idea conturbante bramava ardentemente che l'uomo di Dio gli accordasse la sua familiarità, e tuttavia non svelava a nessuno il segreto del suo cuore. Ma il padre pietoso lo chiamò dolcemente a se e gli parlò così: "Non ti turbi alcun pensiero, o figlio, perché io ti ritengo il più caro tra tutti quelli che mi sono particolarmente cari e volentieri ti faccio dono della mia familiarità e del mio amore".

        Il frate ne fu meravigliato e, divenuto da allora ancor più devoto, non solo crebbe nell'amore verso il  Santo, ma, per opera e grazia dello Spirito Santo, si arricchì di doni sempre maggiori.

1197           Al tempo in cui, sul monte della Verna, se ne restava rinchiuso nella cella, uno dei suoi compagni sentiva un gran desiderio di avere la Francesco qualche scritto con le parole del Signore, firmate di sua propria mano. Aveva la convinzione che con questo mezzo avrebbe potuto eliminare o almeno, certo, sopportare con minore pena la grave tentazione da cui era tormentato: tentazione non di sensi ma di spirito.

        Languiva per tale desiderio e si sentiva interiormente angustiato; ma si lasciava vincere dalla vergogna e non osava confidare la cosa al reverendo padre.

        Ma quello che non disse l'uomo, lo rivelò lo Spirito. Francesco, infatti, ordinò a quel frate di portargli inchiostro e carta e vi scrisse le Lodi del Signore, firmandole con la benedizione di propria mano, e gli disse:

        “ Prendi questo bigliettino e custodiscilo con cura fino al giorno della tua morte ”.

        Prende, il frate, quel dono tanto desiderato e immediatamente sente svanire tutta quella tentazione.

        La lettera viene conservata, e, in seguito, servì a compiere cose meravigliose, a testimonianza delle virtù di Francesco.

 

1198 10. C'era un frate, a giudicare dal di fuori, santissimo e veramente esemplare; ma amante delle singolarità. Dedicava tutto il suo tempo alla preghiera; osservava il silenzio con tale intransigenza che aveva preso l'abitudine di confessarsi non a parole, ma a cenni.

        Il padre santo si trovò a passare dal luogo dov'era questo frate e parlò di lui con gli altri confratelli.

        Tutti gli altri magnificavano questo tale con grandi panegirici; ma l'uomo di Dio replicò: “ Smettetela, fratelli, di lodarmi in costui le finzioni del diavolo. Sappiate che si tratta di tentazione diabolica e d'inganno frodolento ”.

        Male accolsero i frati questa risposta: secondo loro era impossibile che la falsità e la frode potessero imbellettarsi sotto tanti indizi di perfezione.

        Ma, di lì a non molti giorni, quando quel tale se ne andò dall'Ordine, fu ben chiaro a tutti che l'uomo di Dio aveva letto, col suo sguardo luminoso, nell'intimo segreto di quel cuore.

Era questo il modo in cui egli prevedeva infallibilmente anche la caduta di molti, che sembravano star dritti come pure la conversione a Cristo di molti peccatori. Perciò sembrava che egli contemplasse ormai da vicino lo specchio della luce eterna, nel cui mirabile splendore l'occhio del suo spirito poteva vedere le cose fisicamente lontane come se fossero presenti.

 

1199 11 . Mentre, una volta, il suo vicario stava tenendo il Capitolo, Francesco se ne stava a pregare nella cella, quasi facendosi intermediario tra i frati e Dio.

        Ebbene, uno di questi frati, protetto dal mantelletto di qualcuno che lo difendeva, rifiutava di assoggettarsi alla disciplina. Il Santo vide in ispirito la scena, chiamò uno dei frati e gli disse: “ Fratello, ho visto sulla schiena di quel frate disobbediente un diavolo, che lo stringeva al collo: soggiogato da un simile cavaliere, guidato dalle sue briglie e dai suoi incitamenti, egli disprezzava il freno dell'obbedienza. Ho pregato Dio per quel frate, e subito il demonio se n'è andato via scornato. Perciò va dal frate e digli che senza indugio pieghi il collo sotto la santa obbedienza ”.

        Ammonito per ambasciatore, il frate si convertì immediatamente a Dio  e si gettò umilmente ai piedi del vicario.

 

1200 12. Un'altra volta capitò che due frati, da paesi lontani, si recassero all'eremo di Greccio, per vedere di persona l'uomo di Dio e portarne via con sé la benedizione che già da lungo tempo desideravano.

        Ma, giunti sul posto, non lo trovarono, perché dal luogo comune si era già ritirato in cella.

        Già se ne ripartivano sconsolati, quando, mentre si allontanavano, egli, contro ogni sua abitudine, uscì dalla cella, e, benché non avesse potuto in alcun modo, con mezzi umani, sentirli arrivare e partire, li chiamò, gridando dietro di loro ad alta voce, e li benedisse in nome di Cristo, tracciando il segno della croce. Proprio come loro avevano desiderato.

 

1201 13. Una volta andarono da lui due frati della Terra di Lavoro, il più vecchio dei quali, durante il viaggio, aveva dato non poco scandalo al più giovane. Quando furono davanti al Padre, egli chiese al più giovane come si era comportato con lui il frate suo compagno. E quello rispose: “ Sì, sì: abbastanza bene ”.

        Ma Francesco replicò: “ Sta attento, fratello, a non mentire, sotto pretesto di umiltà! Perché io so, io so. Ma aspetta un po' e vedrai! ”. Il frate rimase enormemente meravigliato: come mai il Santo aveva potuto conoscere in ispirito cose avvenute così lontano?

        Di lì a pochi giorni lascia l'Ordine e se ne va fuori, colui che aveva dato scandalo al fratello, non aveva chiesto perdono al Padre e non aveva ricevuto il necessario ammaestramento della correzione.

        Due cose risultarono ben chiare contemporaneamente nella fine disastrosa di uno solo: quanto siano giusti i castighi di Dio e quanto fosse penetrante lo spirito profetico di Francesco.

 

1202 14. Come, poi, egli sia apparso miracolosamente a persone da cui si trovava lontano, ce lo hanno detto con evidenza le pagine precedenti. Basta richiamare alla memoria come, assente, egli comparve ai frati, trasfigurato su un carro di fuoco e come si fece vedere presente, in figura di croce, ai capitolari di Arles.

        Si deve credere che questi fatti siano avvenuti per disposizione divina, nel senso che quel suo meraviglioso comparire in vari luoghi con la sua persona fisica stava ad indicare palesemente come il suo spirito era in perfetta comunione con la Luce della eterna Sapienza, quella Sapienza che è più nobile d'ogni moto e penetra dappertutto per la sua purezza, si comunica alle anime sante e forma gli amici di Dio e i profeti.

        Infatti l'eccelso Dottore suole rivelare i suoi misteri ai semplici e ai piccoli, come abbiamo visto dapprima in Davide, il più sublime tra i profeti, e, successivamente, in Pietro, il principe degli apostoli e, finalmente, in Francesco, il poverello di Cristo.

        Erano, essi, semplici e illetterati; ma lo Spirito Santo con il suo magistero li rese illustri: Davide, pastore, perché pascesse il gregge della Sinagoga, liberato dall'Egitto; Pietro, il pescatore, perché riempisse le reti della Chiesa con una moltitudine di credenti, Francesco, il mercante, perché, vendendo e donando tutto per Cristo, comprasse la perla della vita evangelica.

 

 

 

CAPITOLO XII

 

EFFICACIA NELLA PREDICAZIONE

E GRAZIA DELLE GUARIGIONI

 

 

1203 1. Francesco, servitore e ministro veramente fedele di Cristo, tutto volendo compiere con fedeltà e perfezione, si sforzava di praticare soprattutto quelle virtù che sapeva maggiormente gradite al suo Dio, come aveva appreso per dettame dello Spirito Santo.

1204           A questo proposito, si trovò una volta fortemente angosciato da un dubbio, che per molti giorni espose ai frati suoi familiari, quando tornava dall'orazione, perché l'aiutassero a scioglierlo.

“ Fratelli - domandava - che cosa decidete? Che cosa vi sembra giusto?: che io mi dia tutto all'orazione o che vada attorno a predicare? Io, piccolino e semplice, inesperto nel parlare, ho ricevuto la grazia dell'orazione più che quella della predicazione. Nell'orazione, inoltre, o si acquistano o si accumulano le grazie; nella predicazione, invece, si distribuiscono i doni ricevuti dal cielo. Nell'orazione purifichiamo i nostri sentimenti e ci uniamo con l'unico, vero e sommo Bene e rinvigoriamo la virtù; nella predicazione, invece, lo spirito si impolvera e si distrae in tante direzioni e la disciplina si rallenta. Finalmente, nella orazione parliamo a Dio, lo ascoltiamo e ci tratteniamo in mezzo agli angeli; nella predicazione, invece, dobbiamo scendere spesso verso gli uomini e, vivendo da uomini in mezzo agli uomini, pensare, vedere, dire e ascoltare al modo umano. Però, a favore della predicazione, c'è una cosa, e sembra che da sola abbia, davanti a Dio, un peso maggiore di tutte le altre, ed è che l'Unigenito di Dio, sapienza infinita, per la salvezza delle anime è disceso dal seno del Padre, ha rinnovato il mondo col suo esempio, parlando agli uomini la Parola di salvezza e ha dato il suo sangue come prezzo per riscattarli, lavacro per purificarli, bevanda per fortificarli, nulla assolutamente riservando per se stesso, ma tutto dispensando generosamente per la nostra salvezza. Ora noi dobbiamo fare tutto, secondo il modello che vediamo risplendere in Lui, come su un monte eccelso. Perciò sembra maggiormente gradito a Dio, che io lasci da parte il riposo e vada nel mondo a lavorare ”.

        Per molti giorni ruminò discorsi di questo genere con i frati; ma non riusciva ad intuire con sicurezza la strada da scegliere, quella veramente più gradita a Cristo. Lui, che mediante lo spirito di profezia veniva a conoscere cose stupefacenti, non era capace di risolvere con chiarezza questo interrogativo da se stesso: la Provvidenza di Dio preferiva che fosse una risposta venuta dal cielo a mostrare l'importanza della predicazione e che il servo di Cristo si conservasse nella sua umiltà.

 

1205 2. Non aveva rossore di chiedere le cose piccole a quelli più piccoli di lui; lui, vero minore, che aveva imparato dal Maestro supremo le cose grandi. Era solito ricercare con singolare zelo la via e il modo per servire più perfettamente Dio, come a Lui meglio piace.

 

        Questa fu la sua filosofia suprema, questo il suo supremo desiderio, finché visse: chiedere ai sapienti e ai semplici, ai perfetti e agli imperfetti, ai giovani e agli anziani qual era il modo in cui più virtuosamente poteva giungere al vertice della perfezione.

        Incaricò, dunque, due frati di andare da frate Silvestro, a dirgli che cercasse di ottenere la risposta di Dio sulla tormentosa questione e che gliela facesse sapere ( frate Silvestro era quello che aveva visto una croce uscire dalla bocca del Santo e ora si dedicava ininterrottamente alla orazione sul monte sovrastante Assisi). Questa stessa missione affidò alla santa vergine Chiara: indagare la volontà di Dio su questo punto, sia pregando lei stessa con le altre sorelle, sia incaricando qualcuna fra le vergini più pure e semplici, che vivevano alla sua scuola. E furono meravigliosamente d'accordo nella risposta--poiché l'aveva rivelata lo Spirito Santo -- il venerabile sacerdote e la vergine consacrata a Dio: il volere divino era che Francesco si facesse araldo di Cristo ed uscisse a predicare.

        Ritornarono i frati, indicando qual era la volontà di Dio, secondo quanto avevano saputo; ed egli subito si alzò si cinse le vesti, e, senza frapporre il minimo indugio, si mise in viaggio. Andava con tanto fervore ad eseguire il comando divino, correva tanto veloce, come se la mano del Signore, scendendo su di lui, lo avesse ricolmato di nuove energie.

 

1206    3. Avvicinandosi a Bevagna, giunse in un luogo dove una moltitudine sterminata d'uccelli di varie specie s'eran dato convegno. Appena li vide, il Santo di Dio accorse tutto allegro e li salutò, come fossero dotati di ragione. Tutti gli uccelli erano in attesa e si voltavano verso di lui; e quelli sui rami, mentre egli si accostava, chinavano il capo per guardarlo.

        Quando fu in mezzo a loro, li esortò premurosamente ad ascoltare tutti la parola di Dio, dicendo: “ O miei fratelli alati, dovete lodare molto il vostro creatore: perché è stato lui a ricoprirvi di piume, a darvi le ali per volare, a concedervi il regno dell'aria pura, ed è lui che vi mantiene, liberi da ogni preoccupazione ”.

        Mentre diceva loro queste e simili parole, gli uccelletti, gesticolando in meravigliosa maniera, allungavano il collo, stendevano le ali, aprivano il becco, guardandolo fisso.

        Ed egli passava in mezzo a loro, con mirabile fervore di spirito, e li toccava con la sua tonaca, senza che nessuno si muovesse dal suo posto. Finalmente, quando l'uomo di Dio, tracciando il segno della croce, diede loro la benedizione e il permesso, tutti insieme volarono via.

        I compagni, dalla strada, stavano a guardare lo spettacolo. Ritornato fra loro, I'uomo semplice e puro incominciò ad accusarsi di negligenza, perché fin allora non aveva mai predicato agli uccelli.

 

1207 4. Passò, poi, a predicare nei luoghi vicini e giunse ad un paese, che si chiama Alviano. Qui, adunato il popolo e indetto il silenzio, non riusciva a farsi sentire a causa delle rondini, che avevano il nido proprio lì e garrivano a tutta forza.

        L'uomo di Dio, alla presenza di tutti gli ascoltatori, così si rivolse alle rondini: “ Sorelle mie rondini, adesso è venuto il momento che parli io, perché voi avete parlato abbastanza. Ascoltate la parola di Dio, in silenzio, fino a quando la predica sarà terminata”. E quelle, quasi fossero dotate di intelletto, tacquero immediatamente; né si mossero dal loro posto finché la predica fu terminata.

        Tutti, a quello spettacolo, furono pieni di stupore e diedero gloria a Dio.

        La fama di questo miracolo si diffuse tutto intorno, suscitando in molti venerazione per il Santo, devozione e fede.

 

1208 5. Nella città di Parma, uno studente universitario di buona indole, mentr'era impegnato nello studio con alcuni compagni, infastidito dal chiacchiericcio importuno di una rondine, si mise a dire: “ Questa rondine deve essere una di quelle che disturbavano l'uomo di Dio Francesco, mentre una volta stava predicando, e che lui fece tacere ”. Poi, volgendosi alla rondine, disse con fede: “ In nome del servo di Dio Francesco ti comando di venire da me e di tacere immediatamente! ”.

        E quella, udito il nome di Francesco, da brava discepola dell'uomo di Dio, tacque sull'istante e andò a rifugiarsi, con tutta sicurezza, nelle mani dello studente.

        Stupefatto, egli la restituì immediatamente alla libertà: e non sentì più i suoi garriti.

 

1209 6. Una volta il servitore del Signore stava predicando in riva al mare, a Gaeta. La folla, per devozione, si accalcava intorno a lui per toccarlo. Volendo il servo di Cristo sfuggire a tutta quella gente osannante, saltò, solo, su una barca che si trovava sulla riva. E quella, come fosse pilotata dalla forza di una misteriosa spinta interiore, senza alcun rematore, si allontanò un bel pezzo da terra, sotto lo sguardo ammirato di tutti i presenti.

        Addentratasi per un po' nel mare, restò poi immobile in mezzo alle onde, per tutto il tempo che all'uomo di Dio piacque di predicare  alle turbe in attesa sul lido.

        Ascoltato il discorso e visto il miracolo, la moltitudine si stava allontanando, dopo aver ricevuto dal Santo la benedizione, per non molestarlo oltre: e allora la barca tornò da se stessa a riva.

        Chi potrebbe, a questo punto, avere un cuore così ostinato ed empio, da disprezzare la predicazione di Francesco, dal momento che, per la Sua virtù miracolosa, gli esseri privi di ragione accoglievano i suoi ;insegnamenti e perfino i corpi inanimati, quasi acquistassero un'anima, si mettevano al servizio del predicatore?

 

1210  7. Lo Spirito del Signore, che lo aveva unto e inviato , assisteva il suo servo Francesco, ovunque si dirigesse; lo assisteva Cristo stesso, potenza e sapienza di Dio. Per questo le sue parole sovrabbondavano di sana dottrina e i suoi miracoli erano così splendidi ed efficaci.

        Era, la sua parola, come un fuoco ardente, che penetrava l'intimo del cuore e ricolmava d'ammirazione le menti; non sfoggiava l'eleganza della retorica, ma aveva il profumo e l'afflato della rivelazione divina.

1211           Una volta, che doveva predicare davanti al Papa e ai cardinali, per suggerimento del cardinale di Ostia aveva mandato a memoria un discorso stilato con ogni cura. Se non che, quando si trovò là in mezzo, al momento di pronunciare quelle parole edificanti, dimenticò tutto e non riuscì d spiccicare nemmeno una frase. Allora, dopo aver esposto con umiltà e sincerità il suo imbarazzo, si mise a invocare la grazia dello Spirito Santo. Immediatamente le parole in cominciarono ad affluire così abbondanti, così efficaci nel  commuovere e piegare il cuore di quegli illustri personaggi, da far vedere chiaramente che non era lui a parlare. ma lo Spirito del Signore.

 

1212 8. Quello che esigeva dagli altri con le parole, lo aveva preteso prima da se stesso con le opere; perciò non temeva censori e predicava la verità con estremo coraggio.

        Sapeva non lusingare le colpe, ma sferzarle; non blandire la condotta dei peccatori, ma abbatterla con dure rampogne. Con pari fermezza di spirito parlava ai piccoli e ai grandi, e provava uguale gioia nel parlare a pochi e a molti .

        Gente di ogni età e d'ogni sesso correva a vedere e ad ascoltare quell'uomo nuovo, donato dal cielo al mondo. Egli pellegrinava per le varie regioni, annunciando con fervore il Vangelo; e il Signore cooperava. confermando la Parola con i miracoli che l'accompagnavano.

        Infatti, nel nome del Signore, Francesco; predicatore della verità, scacciava i demoni, risanava gli infermi, e, prodigio ancor più grande, con l'efficacia della sua parola inteneriva e muoveva d penitenza gli ostinati e, nello stesso tempo, ridonava la salute ai corpi e ai cuori.

        Lo stanno a dimostrare alcuni dei prodigi da lui operati, che ora riferiremo a modo di esempio.

 

1213 9. Nella città di Toscanella fu accolto devotamente come ospite da un cavaliere. Accondiscendendo alla sua grande insistenza, il Santo prese per la mano il suo figlio unico, rachitico fin dalla nascita, e immediatamente glielo restituì in perfetta salute: sotto gli occhi di tutti, le membra del corpicciolo si rassodarono sull'istante e il bambino  si levò su, sano e forte, camminando e saltando e lodando Dio .

1214           Nella città di Narni, per l'insistenza del vescovo, benedisse un paralitico, privo dell'uso di tutte le membra, tracciandogli un segno di croce dalla testa ai piedi, e gli ridonò salute perfetta.

1215           Nella diocesi di Rieti, una madre in lacrime gli presentò il suo bambino, da quattro anni cosí gonfio che non riusciva nemmeno a vedere le proprie gambe: il Santo lo toccò appena con le sue sacre mani e lo rese perfettamente sano.

1216 C'era, vicino alla città di Orte, un bambino tutto rattrappito, che aveva la testa congiunta ai piedi e parecchie ossa rotte.

        Commosso dalle lacrime e dalle preghiere dei genitori, il Santo lo benedisse col segno della croce, e quello si rizzò con le membra ben distese, guarite all'istante.

 

1217 10. Una donna della città di Gubbio aveva tutt'e due le mani rattrappite e secche, tanto che non poteva assolutamente farne uso. Appena il Santo le fece il segno della croce nel nome del Signore, guarì così perfettamente che, tornata subito a casa, si mise a preparare con le proprie mani il cibo, come un tempo la suocera di Simone, a servizio di Francesco e dei poveri.

1218 A una bambina cieca di Bevagna restituì la vista desiderata, spalmandole gli occhi con lo sputo per tre volte, nel nome della Trinità.

        Una donna della città di Narni, colpita da cecità, recuperò la vista appena egli l'ebbe benedetta.

        Un bambino di Bologna aveva un occhio tutto coperto da una macchia e non vedeva assolutamente niente. Non si riusciva a trovare nessun rimedio per aiutarlo. Ma dopo che il servo del Signore gli ebbe fatto il segno della croce, dalla testa ai piedi, riacquistò una vista  limpidissima. In seguito entrò nell'Ordine dei frati minori e diceva di vederci molto più chiaro dall'occhio guarito che non dalI'occhio rimasto sempre sano.

1219 Nel borgo di Sangemini il servo di Dio ricevette ospitalità da un uomo devoto, la cui moglie era tormentata dal demonio. Dopo aver pregato, comandò, per virtù d'obbedienza, al demonio di uscire dalla donna e, con l'aiuto della potenza divina, lo costrinse ad una fuga immediata: dimostrazione chiara che l'ostinazione dei demoni non può resistere alla virtù della santa obbedienza.

        A Città di Castello una donna era posseduta da uno spirito maligno e furioso: appena il Santo glielo ebbe ingiunto per obbedienza, il demonio fuggì, pieno di sdegno, lasciando libera nell'anima e nel corpo la povera ossessa.

 

11. Un frate era tormentato da un male così spaventoso da far credere a molti che si trattasse piuttosto di vessazione diabolica che di infermità naturale. Infatti spesso si dibatteva in tutto il corpo e si rotolava con la bava alla bocca; le sue membra apparivano ora rattrappite, ora distese, ora piegate e contorte, ora rigide e dure.

        Talvolta, tutto teso e irrigidito, con i piedi all'altezza della testa, si slanciava in aria, per ricadere poi subito con un tonfo orrendo.

        Il servo di Cristo, pieno di misericordia e di compassione per quell'infelice, cosí miserabilmente e irrimediabilmente colpito, gli fece portare un boccone del pane che stava mangiando.

        All'assaggiare quel pane, il malato sentì dentro di sé una forza così miracolosa che da quel momento non soffrì più di quell'infermità.

 

1220 Nel contado di Arezzo, una donna da molti giorni soffriva il travaglio del parto ed era ormai vicino alla morte. In quella situazione disperata, non le restava più rimedio alcuno, se non da Dio.

        Ebbene, il servo di Cristo era appena passato, a cavallo, da quelle parti e capitò che, nel riportare la bestia al padrone, gli incaricati passassero dal villaggio della povera donna. La gente del luogo, visto il cavallo su cui il Santo aveva viaggiato, gli strapparono via le briglie e andarono a porle sul corpo della donna.

        A quel contatto miracoloso, scomparve ogni pericolo e la donna, sana e salva, subito partorì.

        Un uomo di Città della Pieve, religioso e timorato di Dio, conservava la corda che era servita da cingolo al padre santo. E siccome in quel paese gran numero di uomini e di donne veniva colpita da varie malattie, andava in giro per le case dei malati, intingeva la corda nell'acqua, che poi dava da bere ai sofferenti: con questo mezzo moltissimi guarivano.

        Ma anche i malati che mangiavano il pane toccato dall'uomo di Dio, ottenevano rapidamente per divino intervento, la guarigione.

 

1221 12. Poiché l'araldo di Cristo era famoso per questi e molti altri prodigi, la gente prestava attenzione alle sue parole, come se parlasse un Angelo del Signore. Infatti la prerogativa delle virtù eccelse, lo spirito di profezia, la potenza taumaturgica, la missione di predicare venuta dal cielo, I'obbedienza delle creature prive di ragione, le repentine conversioni dei cuori operate dall'ascolto della sua parola, la scienza infusa dallo Spirito Santo e superiore all'umana dottrina, I'autorizzazione a predicare concessa dal sommo Pontefice per rivelazione divina, come pure la Regola, che definisce la forma della predicazione, confermata dallo stesso Vicario di Cristo e, infine, i segni del Sommo Re impressi come un sigillo nel suo corpo, sono come dieci testimonianze per tutto il mondo e confermano senza ombra di dubbio che Francesco, I'araldo di Cristo, è degno dl venerazione per la missione ricevuta, autentico nella dottrina insegnata, ammirabile per la santità e che, perciò. egli ha predicato il Vangelo di Cristo come un vero inviato di Dio.

 

 

 

CAPITOLO XIII

 

LE SACRE STIMMATE

 

 

1222 1. Francesco, uomo evangelico, non si disimpegnava mai dal praticare il bene. Anzi, come gli spiriti angelici sulla scala di Giacobbe, o saliva verso Dio o discendeva verso il prossimo. Il tempo a lui concesso per guadagnare meriti, aveva imparato a suddividerlo con grande accortezza: parte ne spendeva nelle fatiche apostoliche per il suo prossimo, parte ne dedicava alla tranquillità e alle estasi della contemplazione.

        Perciò, dopo essersi impegnato, secondo l'esigenza dei tempi e dei luoghi, a procacciare la salvezza degli altri, lasciava la folla col suo chiasso e cercava la solitudine, col suo segreto e la sua pace: là, dedicandosi più liberamente a Dio, detergeva dall'anima ogni più piccolo grano di polvere, che il contatto con gli uomini vi avesse lasciato.

 

1223           Due anni prima che rendesse lo spirito a Dio, dopo molte e varie  fatiche, la Provvidenza divina lo trasse in disparte, e lo condusse su un monte eccelso, chiamato monte della Verna.

        Qui egli aveva iniziato, secondo il suo solito, a digiunare la quaresima in onore di san Michele arcangelo, quando incominciò a sentirsi inondato da straordinaria dolcezza nella contemplazione, acceso da più viva fiamma di desideri celesti, ricolmo di più ricche elargizioni divine. Si elevava a quelle altezze non come un importuno scrutatore della  maestà, che viene oppresso dalla gloria, ma come un servo fedele e prudente, teso alla ricerca del volere di Dio, a cui bramava con sommo ardore di conformarsi in tutto e per tutto.

 

1224 2. Egli, dunque, seppe da una voce divina che, all'apertura del Vangelo, Cristo gli avrebbe rivelato che cosa Dio maggiormente gradiva in lui e da lui.

        Dopo aver pregato molto devotamente, prese dall'altare il sacro libro dei Vangeli e lo fece aprire dal suo devoto e santo compagno, nel nome della santa Trinità.

        Aperto il libro per tre volte, sempre si imbatté nella Passione del Signore. Allora l'uomo pieno di Dio comprese che, come aveva imitato Cristo nelle azioni della sua vita, così doveva essere a lui conforme nelle sofferenze e nei dolori della Passione, prima di passare da questo mondo.

        E benché ormai quel suo corpo, che aveva nel passato sostenuto tante austerità e portato senza interruzione la croce del Signore, non avesse più forze, egli non provò alcun timore, anzi si sentì più vigorosamente animato ad affrontare il martirio.

L'incendio indomabile dell'amore per il buon Gesù erompeva in lui con vampe e fiamme di carità così forti, che le molte acque non potevano estinguerle.

 

1225 3. L'ardore serafico del desiderio, dunque, lo rapiva in Dio e un tenero sentimento di compassione lo trasformava in Colui che volle, per eccesso di carità, essere crocifisso.

        Un mattino, all'appressarsi della festa dell'Esaltazione della santa  Croce, mentre pregava sul fianco del monte, vide la figura come di un serafino, con sei ali tanto luminose quanto infocate, discendere dalla sublimità dei cieli: esso, con rapidissimo volo, tenendosi librato nell'aria, giunse vicino all'uomo di Dio, e allora apparve tra le sue ali l'effige di un uomo crocifisso, che aveva mani e piedi stesi e confitti sulla croce. Due ali si alzavano sopra il suo capo, due si stendevano a volare e due velavano tutto il corpo.

        A quella vista si stupì fortemente, mentre gioia e tristezza gli inondavano il cuore.

        Provava letizia per l'atteggiamento gentile, con il quale si vedeva guardato da Cristo, sotto la figura del serafino. Ma il vederlo confitto in croce gli trapassava l'anima con la spada dolorosa della compassione.

        Fissava, pieno di stupore, quella visione così misteriosa, conscio che l'infermità della passione non poteva assolutamente coesistere con la natura spirituale e immortale del serafino. Ma da qui comprese, finalmente, per divina rivelazione, lo scopo per cui la divina provvidenza aveva mostrato al suo sguardo quella visione, cioè quello di fargli conoscere anticipatamente che lui, I'amico di Cristo, stava per essere trasformato tutto nel ritratto visibile di Cristo Gesù crocifisso, non mediante il martirio della carne, ma mediante l'incendio dello spirito.

1226 Scomparendo, la visione gli lasciò nel cuore un ardore mirabile e segni altrettanto meravigliosi lasciò impressi nella sua carne.

        Subito, infatti, nelle sue mani e nei suoi piedi, incominciarono ad apparire segni di chiodi, come quelli che poco prima aveva osservato nell'immagine dell'uomo crocifisso.

        Le mani e i piedi, proprio al centro, si vedevano confitte ai chiodi; le capocchie dei chiodi sporgevano nella parte interna delle mani e nella parte superiore dei piedi, mentre le punte sporgevano dalla parte opposta. Le capocchie nelle mani e nei piedi erano rotonde e nere; le punte, invece, erano allungate, piegate all'indietro e come ribattute, ed uscivano dalla carne stessa, sporgendo sul resto della carne.

        Il fianco destro era come trapassato da una lancia e coperto da una cicatrice rossa, che spesso emanava sacro sangue, imbevendo la tonaca e le mutande.

 

1227 4. Vedeva, il servo di Cristo, che le stimmate impresse in forma così palese non potevano restare nascoste ai compagni più intimi; temeva, nondimeno, di mettere in pubblico il segreto del Signore ed era combattuto da un grande dubbio: dire quanto aveva visto o tacere?

        Chiamò, pertanto, alcuni dei frati e, parlando in termini generali, espose loro il dubbio e chiese consiglio. Uno dei frati, Illuminato, di nome e di grazia, intuì che il Santo aveva avuto una visione straordinaria, per il fatto che sembrava tanto stupefatto, e gli disse: “ Fratello, sappi che qualche volta i segreti divini ti  vengono rivelati non solo per te, ma anche per gli altri. Ci sono, dunque, buone ragioni per temere che, se tieni celato quanto hai ricevuto a giovamento di tutti, venga giudicato colpevole di aver nascosto il talento ".

        Il Santo fu colpito da queste parole e, benché altre volte fosse solito dire: “ Il mio segreto è per me ”, pure in quella circostanze, con molto timore, riferì come era avvenuta  la visione e aggiunse che, durante l'apparizione il serafino gli aveva detto alcune cose, che in vita sua non avrebbe mai confidato a nessuno.

        Evidentemente i discorsi di quel sacro serafino, mirabilmente apparso in croce, erano stati così sublimi che non era concesso agli uomini di proferirli.

 

1228           5. Così il verace amore di Cristo aveva trasformato I'amante nella immagine stessa dell'amato.

        Si compì, intanto, il numero dei quaranta giorni che egli aveva stabilito di trascorrere nella solitudine e sopravvenne anche la solennità dell'arcangelo Michele. Perciò l'uomo angelico Francesco discese dal monte: e portava in sé l'effigie del Crocifisso, raffigurata non su tavole di pietra o di legno dalla mano di un artefice, ma disegnata nella sua carne dal dito del Dio vivente. E, poiché è cosa buona nascondere il segreto del re, egli, consapevole del regalo segreto, nascondeva il più possibile quei segni sacri.

        Ma a Dio appartiene rivelare a propria gloria i prodigi che egli compie e, perciò, Dio stesso, che aveva impresso quei segni nel segreto, li fece conoscere apertamente per mezzo dei miracoli, affinché la forza nascosta e meravigliosa di quelle stimmate si rivelasse con evidenza nella chiarezza dei segni.

 

1229 6. Nella provincia di Rieti, infieriva un'epidemia gravissima e violentissima, che sterminava buoi e pecore, senza possibilità di rimedio.

        Ma un uomo timorato di Dio una notte ebbe una visione, in cui lo si esortava a recarsi in fretta al romitorio dei frati, dove allora dimorava il servo di Dio, a prendere l'acqua con cui Francesco si era lavato, per aspergerne tutti gli animali.

        Al mattino, quello andò al luogo e, ottenuta di nascosto quella sciacquatura dai compagni del Santo, andò ad aspergere con essa le pecore e i buoi ammalati.

        Meraviglia!: appena toccati da quell'acqua, fosse pure una goccia sola, gli animali colpiti ricuperavano le forze, si alzavano Immediatamente e correvano al pascolo, come se non avessero mai avuto malattie.

        Così, per l'ammirabile efficacia di quell'acqua, che era stata a contatto con le sacre piaghe, ogni piaga scompariva e la pestilenza fu cacciata dal bestiame.

 

1230 7. Nel territorio attorno alla Verna, prima che il Santo vi soggiornasse, i raccolti venivano ogni anno distrutti da una violenta grandinata, provocata da una nube che si alzava dalla montagna.

        Ma, dopo quella fausta apparizione, con meraviglia degli abitanti, la grandine non venne più: evidentemente l'aspetto stesso del cielo, divenuto sereno in maniera inusitata, dichiarava, così, la grandezza di quella visione e la virtù taumaturgica delle stimmate, che proprio là erano state impresse .

1231 Una volta, d'inverno, il Santo stava compiendo un viaggio, cavalcando, per la debolezza fisica e l'asperità della strada, un asinello, di proprietà d'un poveruomo.

        Non poterono giungere all'ospizio prima del calar della notte e dovettero pernottare sotto la sporgenza d'una roccia, per evitare in qualche modo i danni della neve.

        Il Santo si accorse che il suo accompagnatore brontolava sottovoce, si lamentava, sospirava, si agitava da una parte e dall'altra, perché aveva un vestito troppo leggero e non riusciva a dormire a causa del freddo intenso. Infiammato dal fuoco dell'amor divino, egli stese allora la mano e lo toccò. Fatto davvero mirabile: al contatto di quella mano sacra, che portava in sé il carbone ardente del serafino, immediatamente quell'uomo si sentì invadere, dentro e  fuori, da un fortissimo calore, quasi fosse investito dalla fiamma di una fornace. Confortato nello spirito e nel corpo subito s'addormentò, fra sassi e nevi, e dormì fino al mattino, più saporitamente di quanto avesse mai riposato nel proprio letto, come poi raccontò lui stesso.

        Tutti questi sono indizi sicuri, da cui risulta che quei sacri sigilli furono impressi dalla potenza di Colui che, mediante il ministero dei serafini, purifica, illumina ed infiamma.

        Difatti essi, all'esterno, purificavano dalla pestilenza ed erano efficacissimi nel donare ai corpi salute, serenità e calore .

        Ciò fu dimostrato da miracoli anche più probanti, che avvennero dopo la morte del Santo e che noi riporteremo più tardi, a suo luogo.

 

1232 8. Grande era la cura che egli metteva nel nascondere  il tesoro scoperto nel campo; ma non poté impedire che alcuni vedessero le stimmate delle mani e dei piedi, benché tenesse le mani quasi sempre coperte e, da allora, andasse con i piedi calzati.

        Videro, durante la sua vita, molti frati: uomini già per se stessi in tutto e per tutto degni di fede a causa della loro santità eccelsa, essi vollero tuttavia confermare con giuramento, fatto sopra i libri sacri, che così era e che così avevano visto.

        Videro anche, stante la loro familiarità con il Santo alcuni cardinali e resero testimonianza alla verità sia con la parola sia con gli scritti, intessendo veridicamente le lodi delle sacre stimmate in prose rimate, inni ed antifone, che pubblicarono in suo onore.      Anche il sommo pontefice, papa Alessandro, predicando al popolo, in presenza di molti frati, fra cui c'ero anch'io affermò di aver potuto osservare quelle stimmate sacre con i propri occhi, mentre il Santo era in vita.

        Videro, alla sua morte, più di cinquanta frati, e Chiara la vergine a Dio devotissima, con le altre sue suore, nonché innumerevoli secolari. Molti di essi, come si dirà a suo luogo, mentre le baciavano per devozione, le toccarono anche ripetutamente, per averne una prova sicura.

1233       Ma la ferita del costato la nascondeva con tanta premura, che nessuno la poté osservare, mentre era in vita, se non furtivamente.

        Uno dei frati, che era solito servirlo con molto zelo, lo persuase una volta, con pia astuzia, a lasciarsi togliere la tonaca, per ripulirla. Così, guardando con attenzione, poté vedere la piaga: la toccò rapidamente con tre dita e poté misurare, a vista e al tatto, la grandezza della ferita.

        Con analoga astuzia riuscì a vederla anche il frate che era allora suo vicario.

        Un frate suo compagno, di ammirevole semplicità, mentre una volta gli frizionava le spalle malate, facendo passare la mano attraverso il cappuccio, la lasciò scivolare per caso sulla sacra ferita, procurandogli intenso dolore.

        Per questa ragione il Santo portava, da allora, mutande così fatte che arrivavano fino alle ascelle e proteggevano la ferita del costato.

        I frati che gli lavavano le mutande e gli ripulivano di quando in quando la tonaca, trovavano quegli indumenti arrossati di sangue e così, attraverso questa prova evidente, poterono conoscere, senza ombra di dubbio, I'esistenza della sacra ferita, che, poi, alla sua morte, insieme con molti altri, poterono venerare e contemplare a faccia svelata .

 

1234 9. Orsù, dunque, o valorosissimo cavaliere di Cristo brandisci le armi del tuo stesso invittissimo Capitano: cosi splendidamente armato, sconfiggerai tutti gli avversari.

        Brandisci il vessillo del Re altissimo: alla sua vista, tutti i combattenti dell'esercito di Dio ritroveranno coraggio. Ma brandisci anche il sigillo di Cristo, il pontefice sommo: con questa garanzia le tue parole e le tue azioni saranno da tutti e a piena ragione ritenute irreprensibili e autentiche !

        Ormai, nessuno ti deve recare molestia per le stimmate del Signore Gesù, che porti nel tuo corpo; anzi ogni servitore di Cristo è tenuto a venerarti con tutto l'affetto.

        Ormai, per questi segni certissimi, non solo confermati a sufficienza da due o tre testimoni, ma confermati in sovrabbondanza da prove innumerevoli, gli insegnamenti di Dio in te e per te si sono dimostrati veracissimi e tolgono agli increduli ogni velo di scusa, rinsaldano nella fede i credenti, li elevano con la fiducia della speranza, li infiammano col fuoco della carità.

 

1235  10. Ora si è compiuta veramente in te la prima visione che tu vedesti, secondo la quale tu, futuro capitano dell'esercito di Cristo, dovevi essere decorato con l'insegna delle armi celesti e con il segno della croce.

        Ora il fatto che tu, al principio della tua conversione, abbia avuto quella visione, in cui il tuo spirito fu trafitto dalla spada dolorosa della compassione e quell'altro, in cui hai udito quella voce scendere dalla croce, come trono sublime e segreto propiziatorio di Cristo, come tu stesso hai confermato con la tua sacra parola, risultano indubitabilmente veri.

        Ora resta confermato che furono vere rivelazioni celesti, e non frutto di fantasia, quelle che seguirono alla tua conversione: quella della croce, che frate Silvestro vide uscire in maniera mirabile dalla tua bocca, quella delle spade, che il santo frate Pacifico vide trapassare il tuo corpo in forma di croce; quella in cui l'angelico frate Monaldo con chiarezza ti vide librato nell'aria in forma di croce, mentre Antonio, il Santo, predicava sulla scritta posta in cima alla croce.

Ora, finalmente, verso il termine della tua vita, ti viene mostrato il Cristo contemporaneamente sotto la figura eccelsa del Serafino e nell'umile effige del Crocifisso, che infiamma d'amore il tuo spirito e imprime nel tuo corpo i sigilli, per cui tu vieni trasformato nell' altro Angelo, che sale dall'oriente e porti in te il segno del Dio vivente. Tutto questo da una parte conferisce la garanzia della credibilità alle visioni precedenti, mentre dall'altra riceve da essa la prova della veridicità.

 

1236 Ecco: attraverso le sei apparizioni della Croce, che in modo mirabile e secondo un ordine progressivo furono mostrate apertamente in te e intorno a te, ora tu sei giunto, come per sei gradi successivi, a questa settima, nella quale poserai definitivamente.

        La croce di Cristo, che ti fu proposta e che tu subito hai abbracciato agli inizi della tua conversione e che, da allora, durante la tua vita hai sempre portato in te stesso mediante una condotta degna d'ogni lode e hai sempre mostrato agli altri come esempio, sta a dimostrare con perfetta certezza che tu hai raggiunto definitivamente l'apice della perfezione evangelica.

        Perciò nessuno, che sia veramente devoto, può respingere questa dimostrazione della sapienza cristiana, seminata nella terra della tua carne; nessuno, che sia veramente umile, può tenerla in poca considerazione, poiché essa è veramente opera di Dio ed è degna di essere accettata da tutti.

 

 

 

CAPITOLO XIV

 

LA SUA SAPIENZA. IL TRANSITO

 

 

1237            1. Francesco, ormai confitto nella carne e nello spirito, con Cristo suIIa croce, non solo ardeva di amore serafico verso Dio, ma sentiva la sete stessa di Cristo crocifisso per la salvezza degli uomini. E siccome non poteva camminare, a causa dei chiodi sporgenti sui piedi, faceva portare attorno per città e villaggi quel suo corpo mezzo morto, per animare tutti gli altri a portare la croce di Cristo.

        Diceva ai frati: “ Incominciamo, fratelli, a servire il Signore Dio nostro, perché finora abbiamo combinato poco ”.

        Ardeva anche d'un gran desiderio di ritornare a quella sua umiltà degli inizi, per servire, come da principio, ai lebbrosi e per richiamare al primitivo fervore il corpo ormai consumato dalla fatica.

        Si proponeva di fare grandi imprese, con Cristo come condottiero, e, mentre le membra si sfasciavano, forte e fervido nello spirito, sognava di rinnovare il combattimento e di trionfare sul nemico.

Difatti non c'è posto né per infermità né per pigrizia, là dove lo slancio dell'amore incalza a imprese sempre maggiori .

        Tale era in lui l'armonia fra la carne e lo spirito; tanta la prontezza della carne ad obbedire, che, quando lo spirito si slanciava alla conquista della santità suprema, essa non solo non si mostrava recalcitrante, ma tentava di arrivare per prima.

 

1238 2. Ma perché crescesse in lui il cumulo dei meriti, che trovano tutti il loro compimento nella pazienza, I'uomo di Dio incominciò ad essere tormentato da molteplici malattie: erano così gravi che a stento restava nel suo corpo qualche parte senza strazio e pena.

        A causa delle varie, insistenti, ininterrotte infermità, era ridotto al punto che ormai la carne era consumata e rimaneva quasi soltanto la pelle attaccata alle ossa.          

        Ma, per quanto strazianti fossero i suoi dolori, quelle sue angosce non le chiamava sofferenze, ma sorelle.

        Una volta, vedendolo pressato più del solito dai dolori lancinanti, un frate molto semplice gli disse: “ Fratello prega il Signore che ti tratti un po' meglio, perché sembra che faccia pesare la sua mano su di te più del dovuto ”.

        A quelle parole, il Santo esclamò con un grido: “ Se non conoscessi la tua schiettezza e semplicità, da questo momento io avrei in odio la tua compagnia, perché hai osato ritenere discutibili  i giudizi di Dio a mio riguardo ”. E, benché stremato dalla lunga e grave infermità, si buttò per terra, battendo le ossa indebolite nella cruda caduta. Poi baciò la terra, dicendo: “ Ti ringrazio, Signore Dio per tutti questi miei dolori e ti prego, o Signore mio, di darmene cento volte di più, se così ti piace. Io sarò contentissimo, se tu mi affliggerai e non mi risparmierai il dolore, perché adempiere alla tua volontà è per me consolazione sovrappiena ”.

 

        Per questo motivo ai frati sembrava di vedere un altro Giobbe, nel quale, mentre cresceva la debolezza del corpo, cresceva contemporaneamente la forza dello spirito.

        Avendo conosciuto molto tempo prima il giorno del suo transito, quando esso fu imminente disse ai frati che entro poco tempo doveva deporre la tenda del suo corpo, come gli era stato rivelato da Cristo.

 

1239 3. Durante il biennio che seguì alla impressione delle stimmate, egli, come una pietra destinata all'edificio della Gerusalemme celeste, era stato squadrato dai colpi della prova, per mezzo delle sue molte e tormentose infermità, e, come un materiale duttile, era stato ridotto all'ultima perfezione sotto il martello di numerose tribolazioni.

        Nell'anno ventesimo della sua conversione, chiese che lo portassero a Santa Maria della Porziuncola, per rendere a Dio lo spirito della vita, là dove aveva ricevuto lo spirito della grazia.

        Quando vi fu condotto, per dimostrare che, sul modello di Cristo-Verità, egli non aveva nulla in comune con il mondo, durante quella malattia così grave che pose fine a tutto il suo penare, si prostrò in fervore di spirito, tutto nudo sulla nuda terra: così, in quell'ora estrema nella quale il nemico poteva ancora scatenare la sua ira, avrebbe potuto lottare nudo con lui nudo.

        Così disteso sulla terra, dopo aver deposto la veste di sacco, sollevò la faccia al cielo, secondo la sua abitudine totalmente intento a quella gloria celeste, mentre con la mano sinistra copriva la ferita del fianco destro, che non si vedesse.

        E disse ai frati: “ Io ho fatto la mia parte; la vostra, Cristo ve la insegni ”.

 

1240           4. Piangevano, i compagni del Santo, colpiti e feriti da mirabile compassione. E uno di loro, che l'uomo di Dio chiamava suo guardiano, conoscendo per divina ispirazione il suo desiderio, si levò su in fretta, prese la tonaca, la corda e le mutande e le porse al poverello di Cristo, dicendo: “ Io te le do in prestito, come a un povero, e tu prendile con il mandato della santa obbedienza ”.

        Ne gode il Santo e giubila per la letizia del cuore perché vede che ha serbato fede a madonna Povertà fino alla fine; e, levando le mani al cielo, magnifica il suo Cristo, perché, alleggerito di tutto, libero se ne va a Lui.

        Tutto questo egli aveva compiuto per lo zelo della povertà, che lo spingeva a non avere neppure l'abito, se non a prestito da un altro.

        Volle, di certo, essere conforme in tutto a Cristo crocifisso, che, povero e dolente e nudo rimase appeso sulla croce.

        Per questo motivo, all'inizio della sua conversione, rimase nudo davanti al vescovo; per questo motivo, alla fine della vita, volle uscire nudo dal mondo e ai frati che gli stavano intorno ingiunse per obbedienza e carità che, dopo morto, lo lasciassero nudo là sulla terra per il tratto di tempo necessario a percorrere comodamente un miglio .

        Uomo veramente cristianissimo, che, con imitazione perfetta, si studiò di essere conforme, da vivo, al Cristo vivente; in morte, al Cristo morente e, morto, al (,risto morto, e meritò l'onore di portare nel proprio corpo l'immagine di Cristo visibilmente!

 

1241 5. Finalmente, avvicinandosi il momento del suo transito, fece chiamare intorno a sé tutti i frati del luogo e, consolandoli della sua morte con espressioni carezzevoli li esortò con paterno affetto all'amore di Dio.

        Si diffuse a parlare sulla necessita di conservare la pazienza, la povertà, la fedeltà alla santa Chiesa romana, ma ponendo sopra tutte le altre norme il santo Vangelo.

        Mentre tutti i frati stavano intorno a lui, stese sopra di loro le mani, intrecciando le braccia in forma di croce (giacché aveva sempre amato questo segno) e benedisse tutti i frati, presenti e assenti, nella potenza e nel nome del Crocifisso.

 

        Inoltre aggiunse ancora: “ State saldi, o figli tutti, nel timore del Signore e perseverate sempre in esso! E, poiché sta per venire la tentazione e la tribolazione, beati coloro che persevereranno nel cammino iniziato! Quanto a me, mi affretto verso Dio e vi affido tutti alla Sua grazia! ”.

1242           Terminata questa dolce ammonizione, I'uomo a Dio carissimo comandò che gli portassero il libro dei Vangeli e chiese che gli leggessero il passo di Giovanni, che incomincia: “ Prima della festa di Pasqua... ”.

        Egli, poi. come poté, proruppe nell'esclamazione del salmo: “ Con la mia voce al Signore io grido, con la mia voce il Signore io supplico  ” e lo recitò fin al versetto finale: “ Mi attendono i giusti, per il momento in cui mi darai la ricompensa ”.

 

1243 6. Quando, infine, si furono compiuti in lui tutti i misteri, quell'anima santissima, sciolta dal corpo, fu sommersa nell'abisso della chiarità divina e l'uomo beato s'addormentò nel Signore.

        Uno dei suoi frati e discepoli vide quell'anima beata, in forma di stella fulgentissima, sollevarsi su una candida nuvoletta al di sopra di molte acque e penetrare diritta in cielo: nitidissima, per il candore della santità eccelsa e ricolma di celeste sapienza e di grazia, per le quali il Santo meritò di entrare nel luogo della luce e della pace, dove con Cristo riposa senza fine.

        Era, allora, ministro dei frati della Terra di Lavoro frate Agostino, uomo davvero di grande santità. Costui, che si trovava ormai in fin di vita e aveva perso ormai da tempo la parola, improvvisamente fu sentito dagli astanti esclamare: “ Aspettami, Padre, aspettami. Ecco sto già venendo con te! ”.

        I frati gli chiesero, stupiti, con chi stesse parlando con tanta vivacità. Egli rispose: “ Non vedete il nostro padre Francesco, che sta andando in cielo? ”; e immediatamente la sua anima santa, migrando dal corpo, seguì il padre santissimo.

1244           Il vescovo d'Assisi, in quella circostanza, si trovava in pellegrinaggio al santuario di San Michele sul Monte Gargano. Il beato Francesco gli apparve la notte stessa del suo transito e gli disse: “ Ecco, io lascio il mondo e vado in cielo ”.

        Al mattino, il vescovo, alzatosi, narrò ai compagni quanto aveva visto e, ritornato ad Assisi, indagò accuratamente e poté costatare con sicurezza che il beato padre era migrato da questo mondo nel momento stesso in cui egli lo aveva saputo per visione.

1245 Le allodole, che sono amiche della luce e han paura del buio della sera, al momento del transito del Santo, pur essendo già imminente la notte, vennero a grandi stormi sopra il tetto della casa e roteando a lungo con non so qual insolito giubilo, rendevano testimonianza gioiosa e palese alla gloria del Santo, che tante volte le aveva invitate a lodare Dio.

 

 

 

CAPITOLO XV

 

CANONIZZAZIONE E TRASLAZIONE

 

 

1246 1. Francesco, servo e amico dell'Altissimo, fondatore e guida dell'Ordine dei frati minori, campione della povertà, forma della penitenza, araldo della verità, specchio di santità e modello di tutta la perfezione evangelica, prevenuto dalla grazia celeste, con ordinata progressione, partendo da umili inizi raggiunse le vette più sublimi.

        Dio che aveva reso mirabilmente risplendente, in vita, 4uest'uomo ammirabile, ricchissimo per la povertà, sublime per l'umiltà, vigoroso per la mortificazione, prudente per la semplicità e cospicuo per l'onestà d'ogni suo comportamento, lo rese incomparabilmente più risplendente dopo la morte.

        L'uomo beato era migrato dal mondo; ma quella sua anima santa, entrando nella casa dell'eternità e nella gloria del cielo, per bere in pienezza alla fonte della vita, aveva lasciato ben chiari nel corpo alcuni segni della gloria futura:  quella carne santissima che, crocifissa insieme con i suoi vizi, già si era trasformata in nuova creatura, mostrava agli occhi di tutti, per un privilegio singolare, I'effige della Passione di Cristo e, mediante un miracolo mai visto, anticipava l'immagine della resurrezione.

 

1247 2. Si scorgevano, in quelle membra fortunate, i chiodi, che l'Onnipotente aveva meravigliosamente fabbricati con la sua carne: erano così connaturati con la carne stessa che, da qualunque parte si premessero, subito si sollevavano, come dei nervi tutti uniti e duri, dalla parte opposta.

        Si poté anche osservare in forma più palese la piaga del costato, non impressa nel suo corpo né provocata da mano d'uomo e simile alla ferita del costato del Salvatore: quella che nella persona stessa del Redentore rivelò il sacramento della redenzione e della rigenerazione.

        I chiodi apparivano neri, come di ferro, mentre la ferita del fianco  era rossa e, ridotta quasi a forma di cerchietto per il contrarsi della carne, aveva l'aspetto di una rosa bellissima.

        Le altre parti della sua carne, che prima per le malattie e per natura tendevano al nero, splendevano bianchissime, anticipando la bellezza del corpo spiritualizzato.

 

1248 3. Le sue membra, a chi le toccava, risultavano così molli e flessibili, come se avessero riacquistato la tenerezza dell'età infantile, adorne di chiari segni d'innocenza.

        In mezzo alla carne, candidissima, spiccava, dunque il nero dei chiodi; la piaga del costato rosseggiava come il fior della rosa: non è da stupire, perciò, se una così bella e miracolosa varietà suscitava negli osservatori gioia ed ammirazione.

        Piangevano i figli, che perdevano un padre così amabile; eppure si sentivano invadere da grande letizia, allorché baciavano in lui i segni del sommo Re.

        Quel miracolo così nuovo trasformava il pianto in giubilo e trascinava l'intelletto dall'indagine allo stupore.

        Per chi guardava, lo spettacolo così insolito e così insigne era consolidamento della fede, incitamento all'amore; per chi ne sentiva parlare, motivo d'ammirazione e stimolo al desiderio di vedere.

 

1249 4. Difatti, appena si diffuse la notizia del transito del beato padre e la fama del miracolo, una marea di popolo accorse sul luogo: volevano vedere con i propri occhi il prodigio, per scacciare ogni dubbio della ragione e accrescere l'emozione con la gioia.

        I cittadini assisani, nel più gran numero possibile, furono ammessi a contemplare e a baciare quelle stimmate sacre.

        Uno di loro, un cavaliere dotto e prudente, di nome Gerolamo, molto noto fra il popolo, siccome aveva dubitato di questi sacri segni ed era incredulo come Tommaso, con maggior impegno e audacia muoveva i chiodi e le mani del Santo, alla presenza dei frati e degli altri cittadini, tastava con le proprie mani i piedi e il fianco, per recidere dal proprio cuore e dal cuore di tutti la piaga del dubbio, palpando e toccando quei segni veraci delle piaghe di Cristo.

        Perciò anche costui, come altri, divenne in seguito fedele testimone di questa verità, che aveva riconosciuto con tanta certezza e la confermò giurando sul santo Vangelo.

 

1250 5. I frati e figli, che erano accorsi al transito del Padre, insieme con tutta la popolazione, dedicarono quella notte, in cui l'almo confessore di Cristo era morto, alle divine lodi: quelle non sembravano esequie di defunti, ma veglie d'angeli.

        Venuto il mattino, le folle, con rami d'albero e gran numero di fiaccole, tra inni e cantici scortarono il sacro corpo nella città di Assisi. Passarono anche dalla chiesa di San Damiano, ove allora dimorava con le sue vergini quella nobile Chiara, che ora è gloriosa nei cieli.

        Là sostarono un poco con il sacro corpo e lo porsero a quelle sacre vergini, perché lo potessero vedere insignito delle perle celesti e baciarlo.

        Giunsero finalmente, con grande giubilo, nella città e seppellirono con ogni riverenza quel prezioso tesoro, nella chiesa di San Giorgio, perché là, da fanciullino, egli aveva appreso le lettere e là, in seguito, aveva predicato per la prima volta. Là, dunque, giustamente trovò, alla fine, il primo luogo del suo riposo.

 

1251 6. Il venerabile padre passò dal naufragio di questo mondo nell'anno 1226 dell'incarnazione del Signore, il 4 ottobre, la sera di un sabato, e fu sepolto la domenica successiva.

        L'uomo beato, appena fu assunto a godere la luce del volto di Dio, incominciò a risplendere per grandi e numerosi miracoli. Così quella santità eccelsa, che durante la sua vita si era manifestata al mondo con esempi di virtù perfetta a correzione dei peccatori, ora che egli regnava con Cristo, veniva confermata da Dio onnipotente per mezzo dei miracoli, a pieno consolidamento della fede.

        I gloriosi miracoli, avvenuti in diverse parti del mondo, e i generosi benefici impetrati per la sua intercessione, infiammavano moltissimi fedeli all'amore di Cristo e alla venerazione per il Santo. Poiché la testimonianza delle parole e dei fatti proclamava ad alta voce le grandi opere che Dio operava per mezzo del suo servo Francesco, ne giunse la fama all'orecchio del sommo pontefice, papa Gregorio IX.

 

1252 7. A buona ragione il pastore della Chiesa, riconoscendo con piena fede e certezza la santità di Francesco, non solo dai miracoli uditi dopo la sua morte, ma anche dalle prove viste con i suoi propri occhi e toccate con le sue proprie mani durante la sua vita, non ebbe il minimo dubbio che egli era stato glorificato nei cieli dal Signore. Quindi, per agire in conformità con Cristo, di cui era Vicario, con pio pensiero decise di proclamarlo, sulla terra, degno della gloria dei santi e di ogni venerazione.

        Inoltre, perché il mondo cristiano fosse pienamente sicuro che quest'uomo santissimo godeva la gloria dei cieli, affidò il compito di esaminare i miracoli conosciuti e debitamente testimoniati a quelli tra i cardinali che sembravano meno favorevoli.

        E solo quando i miracoli furono discussi accuratamente e approvati all'unanimità da tutti i suoi fratelli cardinali e da tutti i prelati allora presenti nella curia romana, decretò che si doveva procedere alla canonizzazione.

1253 Andò, dunque, personalmente nella città di Assisi e il 16 luglio dell'anno 1228 dell'incarnazione del Signore, in giorno di domenica, con solennità grandissime, che sarebbe lungo narrare, iscrisse il beato padre nel catalogo dei Santi .

 

1254 8. Successivamente, nell'anno del Signore 1230, anno in cui i frati celebrarono il Capitolo generale ad Assisi, quel corpo a Dio consacrato fu traslato nella basilica costruita in suo onore, il giorno 25 di maggio.

        Mentre veniva trasportato quel sacro tesoro, sigillato dalla bolla del Re altissimo, Colui del quale esso portava l'effige si degnò di operare moltissimi miracoli, per attirare il cuore dei fedeli col suo profumo salutare e indurli a correre dietro le orme di Cristo.

        Era sommamente conveniente che le ossa beate di colui che Dio, facendolo oggetto della sua compiacenza e del suo amore, già durante la vita, aveva preso con sé in paradiso, come Enoch, mediante la grazia della contemplazione, e aveva rapito in cielo, come Elia, su un carro di fuoco, mediante l'ardore della carità, emanassero meravigliosi profumi e germogli, ora che egli soggiornava tra fiori celestiali nel giardino della eterna primavera.

 

1255 9. Sì, come durante la sua vita quest'uomo beato rifulse per i segni ammirabili di virtù, così dal giorno del suo transito brillò e continua a brillare per i luminosissimi prodigi e miracoli, che avvengono nelle varie parti del mondo e con i quali la divina onnipotenza lo rende glorioso.

        Infatti, per i suoi meriti, ciechi e sordi, muti e zoppi, idropici e paralitici, indemoniati e lebbrosi, naufraghi e prigionieri ricevono il rimedio ai loro mali; infermità, necessità, pericoli di ogni genere trovano soccorso.

        Ma anche la resurrezione di molti morti, mirabilmente operata per sua intercessione, manifesta ai fedeli la magnifica potenza che, per glorificare il suo Santo, dispiega l'Altissimo.

        E all'Altissimo sia onore e gloria per gli infiniti secoli  dei secoli. Amen.

 

 

 

E' finita la vita

del  beato Francesco

 

 

 

ALCUNI MIRACOLI DA LUI OPERATI DOPO LA MORTE

 

 

I

 

POTENZA MIRACOLOSA DELLE STIMMATE

 

1256 1. Accingendomi a narrare, ad onore di Dio onnipotente e a gloria del beato padre Francesco, alcuni tra i miracoli approvati, che avvennero dopo la sua glorificazione in cielo, ho giudicato di dover incominciare da quello che, meglio di ogni altro, rivela la potenza della croce di Gesù e ne rinnova la gloria.

        L'uomo nuovo Francesco risplendette per un nuovo e stupendo miracolo, quando per un privilegio straordinario, non concesso nelle età precedenti, apparve insignito e adorno delle stimmate sacre, che impressero nel suo corpo di morte la figura del Crocifisso.

        Qualunque lode dica lingua umana di questo prodigio, non sarà mai lode adeguata.

        In verità tutta l'opera dell'uomo di Dio, in pubblico e in privato, mirava alla croce del Signore: per questo prese l'abito della penitenza, fatto in forma di croce, racchiudendosi in essa, per sigillare anche esteriormente il suo corpo con il sigillo della croce, che era stato impresso nel suo cuore all'inizio della conversione. Per questo volle che, come il suo spirito si era interiormente rivestito del Signore crocifisso, così anche il suo corpo si rivestisse delle armi della croce e che il suo esercito militasse sotto quella stessa insegna con la quale Dio aveva debellato le potestà diaboliche.

        Inoltre varie volte, fin da quando aveva cominciato a militare per il Crocifisso, rifulsero intorno a lui i misteri della Croce. Ciò appare chiaramente a chi considera lo svolgimento della sua vita, cioè a chi considera le sette apparizioni della croce del Signore, dalle quali egli fu totalmente trasfigurato per opera d'estatico amore verso di lui, ad immagine dei Crocifisso, nello spirito, nel cuore, nelle opere.

        Giustamente, pertanto, il Re sommo e clemente, benigno oltre ogni umana immaginazione con chi lo ama, volle che Francesco portasse impresso nel proprio corpo il vessillo della Sua croce: colui che aveva avuto il dono di un amore straordinario per la croce, poteva bene ottenere dalla croce un onore straordinario.

 

1257 2. A scacciare ogni nube di dubbio e a comprovare l'autenticità di questo miracolo stupendo e incontestabile ci sono non soltanto le  testimonianze, assolutamente degne  di fede, di coloro che videro e toccarono, ma anche le ammirabili apparizioni e i prodigi, che rifulsero dopo la morte del Santo.

        Papa Gregorio IX, di felice memoria, al quale il Santo aveva profetizzato l'elezione alla cattedra di Pietro nutriva in cuore, prima di canonizzare l'alfiere della croce, dei dubbi sulla ferita del costato.

        Ebbene, una notte, come lo stesso glorioso presule raccontava tra le lacrime, gli apparve in sogno il beato Francesco che, con volto piuttosto severo, lo rimproverò per quelle esitazioni e, alzando bene il braccio destro, scoprì la ferita e gli chiese una fiala, per raccogliere il sangue zampillante che fluiva dal costato.

        Il sommo Pontefice, in visione, porse la fiala richiesta e la vide riempirsi fino all'orlo di sangue vivo.

        Da allora egli si infiammò di grandissima devozione e ferventissimo zelo per quel sacro miracolo, al punto da non riuscire a sopportare che qualcuno osasse, nella sua superbia e presunzione, misconoscere la realtà dei quei segni fulgentissimi, senza rimproverarlo duramente.

 

1258  3 Un certo frate, minore per professione, predicatore per ufficio, eminentissimo per la fama delle sue virtù, credeva fermamente nel fatto delle stimmate. Se non che, cercando dentro di sé la spiegazione di questo miracolo secondo la logica umana, si sentì titillare da non so che dubbi.

        Per parecchi giorni fu in preda a quella lotta interiore, che il suo ragionare basato sui sensi rinvigoriva.

        Ma una notte, mentre dormiva, gli apparve Francesco con aspetto umile e severo, paziente e adirato e con i piedi sporchi di fango. E gli disse: “ Che cosa sono queste tue lotte, questi tuoi conflitti? Che cos'è questo sudiciume di dubbi? Guarda le mie mani e i miei piedi ”.

        E il frate vedeva, sì, le mani trafitte, ma non riusciva a vedere le stimmate nei piedi infangati.

        “ Togli via il fango dai miei piedi --gli disse allora il Santo--e riconosci il posto dei chiodi ”.

        Il frate gli abbracciò i piedi con devozione e, mentre li ripuliva dal fango, poté tastare con le sue mani il posto dei chiodi.

        Subito si sveglia e si effonde in lacrime, ripulendo così i suoi primitivi sentimenti, intorbiditi dal fango, e con il lavacro delle lacrime e con una pubblica confessione.

 

 

1259 4. Nella città di Roma, una matrona, nobile per limpidezza di costumi e gloria di casato, si era eletta san Francesco come patrono e teneva un quadro con la sua immagine nella camera segreta, dove nel segreto pregava il Padre.

        Un giorno, mentre pregava rimirando l'immagine del Santo, fu colta da grande dolore e meraviglia, costatando che non vi erano dipinti i sacri segni delle stimmate.

        Ma non c'è da meravigliarsi se nel dipinto non c'era quello che il pittore non vi aveva messo.

        Per molti giorni la matrona indagò ansiosamente quale potesse essere la causa di una simile omissione. Ed ecco un giorno, apparire improvvisamente nel quadro quei segni meravigliosi, come di solito vengono dipinti nelle immagini del Santo.

        Tutta tremante, fa venire subito la figlia sua, a Dio devota; le chiede se fino allora l'immagine era senza le stimmate. La figlia afferma e giura che prima era stata così, senza le stimmate, mentre ora la si vedeva sicuramente con le stimmate.

        Ma spesso la mente umana si spinge da se stessa nel precipizio, rimettendo in dubbio la verità. F così si insinua di nuovo nella mente della donna un dubbio funesto: forse quell'immagine era stata dipinta con i segni delle stimmate fin da principio.

        Ma la potenza di Dio, perché non venisse disprezzato il primo miracolo, ne aggiunse un secondo. Difatti quei segni prodigiosi scomparvero all'improvviso, lasciandone spoglia l'immagine.

        In questo modo il secondo prodigio diventava la prova del primo.

 

1260 5. Nella Catalogna, vicino a Lerida, un uomo, che si chiamava Giovanni ed era devoto del beato Francesco, una sera stava camminando per una strada, dove era stato teso un agguato per uccidere non già lui, che non aveva nemici,  ma un altro, che gli assomigliava e quella sera si trovava in sua compagnia.

        Balzando dal nascondiglio, I'assassino, che avea scambiato Giovanni per il suo nemico, lo colpì a morte molte volte con la spada.

        Non c'era più assolutamente speranza di salvarlo. Difatti il primo colpo gli aveva staccato quasi totalmente una spalla e il braccio e un secondo gli aveva aperto sotto la mammella un tale squarcio che il fiato che ne fuorusciva avrebbe potuto spegnere sei candele in una volta.

        A giudizio dei medici era impossibile curarlo, perché le ferite erano già imputridite ed esalavano un fetore insopportabile, tanto che perfino la moglie ne provava violenta ripugnanza.

        Perduta ormai ogni speranza nei rimedi umani, il ferito rivolse tutta la sua devozione a impetrare il patrocinio del beato padre Francesco, che già sotto il grandinare dei colpi aveva invocato con grande fiducia, insieme con la beata Vergine.

        Ed ecco: mentre languiva nel letto solitario della sua sventura, e, vegliando e gemendo, continuava a ripetere il nome di Francesco, gli si avvicinò un tale, vestito da frate minore; sembrava che fosse entrato dalla finestra.

        Chiamandolo per nome, gli disse: “ Siccome hai avuto fiducia in me, ecco che il Signore ti farà guarire ”.

        L'infermo gli domandò chi era: quello rispose che era san Francesco e subito si accostò a lui, gli slegò le fasciature delle ferite e spalmò un unguento (così sembrava) su tutte le piaghe.

        Al contatto soave di quelle mani stimmatizzate, che avevano ricevuto dal Salvatore la potenza di risanare, la carne, scomparso il marciume, si reintegrò, le ferite si rimarginarono, lasciando il ferito completamente sano, come prima.

        Fatto questo, il beato Francesco scomparve. E quelI'uomo, sentendosi risanato, proruppe in grida di gioia e di lode a Dio e al beato Francesco; chiamò la moglie, che accorse in fretta e vedendolo già in piedi, mentre pensava di doverlo seppellire il giorno dopo, stupefatta e sbigottita, incominciò a gridare, facendo accorrere tutto il vicinato.

        Accorsero i parenti e cercarono di rimetterlo nel letto, credendolo frenetico; ma egli, opponendosi ai loro sforzi, proclamava e dimostrava di essere guarito.

        Tutti, folgorati dallo stupore e come fuori di senno, credevano di vedere un fantasma, trovandosi di fronte integro, sano e allegro, colui che poco prima avevano visto dilaniato da orribili ferite e ormai quasi imputridito.

        Il miracolato disse loro: “ Non abbiate paura: non state vedendo un fantasma. San Francesco, che c- appena scomparso da qui, mi ha toccato con le sue mani sacre e mi ha risanato integralmente da ogni piaga ”.

        La fama del miracolo si diffonde e ingigantisce; tutto il popolo accorre e riconosce in un prodigio così potente la virtù miracolosa delle stimmate di san Francesco e, pieno di ammirazione e di gioia, inneggia e osanna all'alfiere di Cristo.

        Era sommamente conveniente che il beato padre, morto nella carne e ormai vivente con Cristo, facendo sentire la sua presenza miracolosa e il tocco soave delle sue sacre mani, concedesse la salute a un uomo ferito mortalmente. Difatti egli portava in sé le stimmate di Colui che, misericordiosamente morendo e miracolosamente risorgendo, ha risanato con le sue piaghe il genere umano ferito e abbandonato mezzo morto sulla via.

 

1261 6. A Potenza, città delle Puglie, vi era un chierico, di nome Ruggero, personaggio rispettabile e canonico della chiesa maggiore.

        Ruggero, tormentato da una malattia, entrò un giorno a pregare nella chiesa, dove si trovava un quadro che rappresentava il beato Francesco insignito delle gloriose stimmate, e incominciò ad avere dei dubbi su questo miracolo così sublime: gli pareva una cosa troppo straordinaria, impossibile.

        Mentre si abbandonava a questi pensieri vani, che gli piagavano la mente, si sentì colpito nel palmo della mano sinistra, sotto il guanto, e udì il rumore come di un colpo: sembrava quello di una freccia scagliata dalla balestra.

        Dolorante per la ferita e stupefatto per il rumore si tolse subito il guanto per controllare con gli occhi quanto aveva avvertito col tatto e con l'udito. Ebbene: prima nel palmo non vi era ombra di ferita, ed ora invece nel centro della mano si vedeva una piaga, che sembrava causata da un colpo di freccia e che sprigionava un bruciore così forte da farlo quasi svenire.

        Ma la meraviglia è che sul guanto non appariva nessun segno: evidentemente quella ferita inflitta segretamente stava a indicare la piaga segreta del cuore.

        Grida e ruggisce per due giorni sotto il terribile dolore e palesa a tutti la sua segreta incredulità; giura di credere che san Francesco ha avuto veramente le stimmate e dichiara che tutti i suoi dubbi sono scomparsi come fantasmi .

        Prega e supplica il Santo di Dio di soccorrerlo, in nome delle sacre stimmate, e rende più fruttuose le molte preghiere del cuore con grande profluvio di lacrime.

        Cosa davvero meravigliosa: appena la sua mente guarisce, rifiutando  l'incredulità, guarisce anche il suo corpo. Ogni dolore si placa, cessa il bruciore, scompare ogni traccia di ferita.

        Così la provvida bontà del cielo aveva curato la malattia invisibile dello spirito con un cauterio visibile nella carne, risanando insieme anima e corpo.

        Quell'uomo diventa umile, devoto, e resta per sempre legato da grande familiarità al Santo e all'Ordine dei frati.

        Questo miracolo fu testimoniato con giuramento e noi ne abbiamo avuto notizia dalle lettere del vescovo, munite del suo proprio sigillo.

1262 Riguardo alla realtà delle sacre stimmate, dunque, nessuna esitazione per nessuno; nessuno, su questo punto, abbia l'occhio cattivo, perché Dio è buono, quasi che un dono così straordinario sia disdicevole alla Bontà sempiterna.

        Difatti nessuno, che sia sano di mente, può negare che tornerebbe totalmente a gloria di Cristo il fatto che molti fedeli aderissero a Cristo loro capo con lo stesso amore serafico di Francesco e fossero ritenuti degni di portare in guerra un'armatura come la sua e di raggiungere una gloria come la sua nel Regno.

 

 

II

 

MORTI RISUSCITATI

 

 

1263 1. Nel borgo di Monte Marano, presso Benevento era morta una donna particolarmente devota di san Francesco.

        La sera vennero i chierici per le esequie e già si apprestavano a celebrare la veglia con la recita dei salmi quando improvvisamente, alla vista di tutti, la donna si alzò sul letto e chiamò uno dei sacerdoti presenti, che era il suo padrino, e gli disse: “ Padre, voglio confessarmi: ascolta il mio peccato. Quando sono morta, io dovevo essere gettata in una orrenda prigione, perché non avevo confessato il peccato che sto per dirti. Ma per me ha pregato san Francesco, che durante la vita ho sempre servito con devozione e cosi mi è stato concesso di ritornare ora nel corpo, per confessare quel peccato e meritarmi la vita eterna. Dopo che lo avrò confessato, ecco, mi affretterò alla pace promessa ”.

        Tremando si confessò al sacerdote tremante e, ricevuta l'assoluzione, si stese in pace sul suo letto e s'addormentò felicemente nel Signore.

 

1264 2. Nel paese di Pomarico, situato fra i monti della Puglia, due coniugi avevano un'unica figlia, di tenera età, teneramente amata. Ma una grave malattia la condusse alla tomba.

        I suoi genitori, disperando di avere altri eredi, si ritenevano morti con lei.

        Vennero i parenti e gli amici per quel funerale troppo degno di pianto; ma la madre infelice, giacendo ricolma d'indicibili dolori e sommersa da infinita tristezza, nulla avvertiva di quanto si stava facendo.

        Intanto san Francesco, in compagnia di un solo frate, si degnò di visitare con un'apparizione la desolata donna, che ben conosceva come sua devota. Pietosamente parlandole: “ Non piangere, le disse, perché il lume della tua lucerna, che tu piangi come spento, ti sarà restituito per mia intercessione ”.

        Si alzò immediatamente la donna e, raccontando a tutti quanto il Santo le aveva detto, proibì che si procedesse alla sepoltura; poi, invocando con grande fede il nome di san Francesco, prese per mano la figlia morta, e, viva, sana e salva, la fece alzare, fra lo stupore universale.

 

1265 3. Una volta i frati di Nocera (Umbra), che avevano bisogno del carro, lo chiesero in prestito per un po' di tempo ad un certo Pietro. Ma costui, pazzamente, rispose scagliando ingiurie, invece dell'aiuto richiesto, e lanciando una bestemmia contro san Francesco, invece dell'elemosina domandata in suo nome.

        Si pentì subito, I'uomo, della sua pazzia, perché Dio gli fece sentire nel cuore la paura della sua vendetta, che, del resto, sopravvenne prontamente. Infatti il suo figlio primogenito si ammalò improvvisamente e di lì a poco spirò.

        Si rivoltava per terra l'infelice padre e non cessava di invocare san Francesco, il santo di Dio, gridando fra le lacrime: “ Sono io che ho peccato, io che ho parlato da  malvagio: avresti dovuto punire direttamente me, nella mia persona. O Santo adesso che sono pentito, restituiscimi quello che hai tolto, quando bestemmiavo da empio!

        Io mi consacro a te, mi assoggetto per sempre al tuo servizio e sempre offrirò a Cristo un devoto sacrificio di lode per onore del tuo nome! ”.

 

        Cosa meravigliosa: a queste parole il fanciullo risuscitò e, facendo smettere i pianti, raccontò che, appena era morto ed era uscito dal corpo, era stato condotto via da san Francesco, che poi lo aveva ricondotto in vita.

 

1266 4. Il figlioletto appena settenne d'un notaio di Roma, si era messo  in testa, come usano i bambini, di seguire la mamma che stava andando alla chiesa di San Marco. Siccome la mamma lo aveva costretto a restare a casa, si buttò dalla finestra del palazzo e, abbattendosi al suolo, spirò sul colpo.

        La madre, che non era ancora molto lontano, sospettando, dal rumore, che il suo bambino fosse precipitato, tornò in fretta e, vedendo che aveva improvvisamente perduto il figlio per quella caduta sciagurata, incominciò a straziarsi con le proprie mani, come per punirsi da se stessa, mentre con le sue grida di dolore eccitava al pianto tutto il vicinato.

        Ma un frate dell'Ordine dei minori, di nome Rao, che si stava recando in quel luogo per predicare, si avvicinò al bambino e poi, pieno di fede, disse al padre: “ Credi tu che Francesco, il santo di Dio, può risuscitare dai morti tuo figlio, in forza di quell'amore che ha sempre avuto verso Gesù Cristo, morto in croce per ridare la vita agli uomini? ”.

        Il padre rispose che lo credeva fermamente e che da quel momento sarebbe stato per sempre un fedele servitore del Santo, se, per i suoi meriti, Dio gli avesse concesso un dono così grande.

        Quel frate si prostrò in orazione con il frate suo compagno e incitò tutti i presenti a pregare.

        Come fu terminata la preghiera, il bambino incominciò a sbadigliare un poco, aprì gli occhi e sollevò le braccia e, finalmente, si alzò da solo e subito, alla presenza di tutti, si mise a camminare, sano e salvo, restituito alla vita e, insieme, alla salvezza per la mirabile potenza del Santo .

 

1267 5. Nella città di Capua, un bambino, giocando con molti altri presso la riva del fiume Volturno, cadde per sbadataggine nella corrente impetuosa, che lo inghiottì e lo seppellì sotto la sabbia.

        Gli altri bambini che stavano giocando con lui vicino al fiume, si misero a gridare forte, facendo accorrere una gran folla.

        Tutta la popolazione si mise a invocare devotamente il beato Francesco, supplicando che, guardando alla fede dei suoi genitori a lui tanto devoti, si degnasse di strappare il figlio alla morte.

        Un nuotatore, che si trovava nei paraggi sentendo quelle grida, si avvicinò e si informò dell'accaduto. Dopo aver invocato l'aiuto del beato Francesco, riuscì a trovare il cadavere del bambino, immerso nel fango, come in un sepolcro. Lo disseppellì e lo portò a riva, costatando che, purtroppo, ormai era morto.

        Ma la popolazione, tutto intorno, benché vedesse che il bambino era morto, gridava forte, continuando a piangere e a far lamento: “ San Francesco, ridona il bambino a suo padre! ”.

        E anche degli Ebrei, che erano accorsi, mossi da naturale pietà, dicevano: “ San Francesco, san Francesco, ridona il bambino al padre  suo! ”.

        Improvvisamente il bambino, fra la gioia e lo stupore universale, si levò in piedi sano e salvo e supplicò che lo conducessero alla chiesa di san Francesco, perché voleva ringraziarlo devotamente, ben sapendo che era stato lui, con la sua potenza, a risuscitarlo.

 

1268           6. Nella città di Sessa, in un quartiere denominato “ Alle Colonne ”, una casa crollò improvvisamente, travolgendo un giovane e uccidendolo sul colpo.

        Uomini e donne, accorrendo da ogni parte al rumore del crollo, rimossero le travi e portarono il corpo del figlio morto alla madre. Ma l'infelice, tra amarissimi singhiozzi, così come poteva, con voce di dolore gridava: “ San Francesco, san Francesco, rendimi il figlio mio! ”.

        Non solo lei, ma anche tutti i presenti invocavano con insistenza l'aiuto di san Francesco.

        Finalmente, non vedendo più segno di vita, misero il cadavere su un lettuccio, nell'attesa di seppellirlo l'indomani .

        La madre, però, che aveva fiducia nel Signore e nei meriti del suo Santo, fece voto di donare una tovaglia nuova per l'altare del beato Francesco, se egli avesse richiamato in vita suo figlio.

        Ed ecco, verso l'ora di mezzanotte, il giovane incominciò a sbadigliare, sentì rifluire il calore nelle membra e si rialzò, vivo e sano, prorompendo in esclamazioni di lode ed incitando anche il clero là convenuto e il popolo tutto a lodare e ringraziare con letizia Dio e il beato Francesco.

 

1269 7. Un giovane di Ragusa, di nome Gerlandino, era andato alla vigna, in occasione della vendemmia.

        Mentre, nel tino, stava davanti al torchio, intento a riempire gli otri, alcune cataste di legna si sfasciarono, facendo cadere delle pietre molto grosse, che gli fracassarono la testa.

        Il padre accorse subito in aiuto del figlio, ma, disperando di salvarlo, non cercò nemmeno di soccorrerlo e lo lasciò, così com'era, sotto le pietre.

        I vignaioli, sentendo i suoi fortissimi lamenti, accorsero prontamente e, condividendo l'intenso dolore del padre estrassero il giovane, ormai cadavere, dalle macerie.

        Ma il padre, prostratosi ai piedi di Gesù, umilmente lo supplicava che si degnasse di restituirgli il suo figlio unico per i meriti di san Francesco, di cui era imminente la festa.         Moltiplicava le preghiere, si votava a opere di pietà, promettendo di  andare in pellegrinaggio alla tomba del Santo, insieme col figlio, se fosse risuscitato.

        Cosa davvero meravigliosa: il giovane, che aveva avuto sfracellato tutto il corpo, improvvisamente balzò in piedi, vivo e integro, e, pieno di gioia, si mise a rimproverare quelli che piangevano, dichiarando che era stato reso alla vita per l'intercessione di san Francesco.

 

1270 8. Francesco fece risuscitare un morto anche in Germania. Di questo fatto papa Gregorio si fece garante con lettera apostolica, annunciandolo il giorno della traslazione del Santo a tutti i frati, convenuti ad Assisi per il Capitolo, e riempiendoli di gioia.

        Il modo in cui è avvenuto questo miracolo, non ho potuto saperlo, e perciò non l'ho descritto; ma sono sicuro che il documento papale è più forte di qualsiasi testimonianza.

 

 

III

 

SALVATI DAL PERICOLO DI MORTE

 

 

1271 1. Nei dintorni di Roma, un nobiluomo di nome Rodolfo, insieme con la sua devota consorte, aveva accolto nella sua casa dei frati minori, sia per amore di ospitalità sia per devozione e amore verso il beato Francesco. Ma quella notte il custode del castello, che dormiva sulla sommità della torre, sopra una catasta di legna posta proprio sulla sporgenza del muro, sfasciatasi la catasta, cadde sul tetto del palazzo e da lì precipitò al suolo.

        Tutta la famiglia, al rumore della caduta, si svegliò; il castellano e la castellana accorsero insieme con i frati, avendo intuito che il custode era precipitato dalla torre.

        Se non che costui dormiva tanto profondamente che non si svegliò né per la duplice caduta né per il rumore e le grida di quelli che accorrevano.

        Finalmente, tirandolo e spingendolo, riuscirono a svegliarlo. Egli, allora, incominciò a lamentarsi, perché lo avevano bruscamente distolto da un riposo soave, proprio mentre, come lui asseriva, stava dormendo dolcemente fra le braccia del beato Francesco.

        Ma quando fu informato dagli altri del modo in cui era precipitato e si vide là in terra, mentre si era addormentato in cima alla torre, rimase stupefatto: non si era nemmeno accorto di quanto gli accadeva! E allora promise davanti a tutti di fare penitenza per amor di Dio e  del beato Francesco .

 

1272 2. Nel paese di Pofi, che si trova nella Campania, un sacerdote di nome Tommaso, si era messo a riparare il mulino della chiesa. Ma camminando incautamente lungo le estremità del condotto da cui l'acqua defluiva in gran massa, formando un gorgo profondo, cadde improvvisamente e si impigliò tra le pale della ruota che fa girare il mulino .

        Giacendo, così, supino e inviluppato fra i legni e sentendo scorrere l'acqua impetuosa sulla faccia, con il cuore soltanto, non potendolo fare con la lingua, flebilmente invocava san Francesco.

        Per lungo tempo rimase in quella posizione. I suoi compagni, non sapendo in quale altro modo salvarlo, girarono con violenza la mola in senso contrario: così il sacerdote venne spinto fuori dalle pale; ma ora veniva trascinato via dalla corrente.

        Ed ecco: un frate minore, vestito di una bianca tonaca e cinto con una corda, lo afferrò per il braccio e con grande delicatezza lo trasse fuori dall'acqua, dicendo: “ Io sono san Francesco, che tu hai invocato ”.

        Sentendosi liberato in un modo simile e pieno di stupore, il sacerdote voleva baciare le orme dei suoi piedi e correva ansiosamente qua e là, chiedendo ai compagni: “ Dov'è? Dov'è andato il Santo? da che parte si è allontanato? ”.

        Allora tutti quegli uomini, tremanti di paura, si prostrarono per terra, esaltando le imprese grandi e gloriose di Dio eccelso e la miracolosa intercessione dell'umile suo servo.

 

1273 3. Alcuni ragazzi del borgo di Celano erano andati a falciare l'erba in un campo, dove c'era un vecchio pozzo, che aveva la sommità nascosta e tutta coperta dall'erba che vi era cresciuta rigogliosa.

        L'acqua del pozzo era profonda quasi quattro passi.

        Quando i ragazzi si sparpagliarono per la campagna, uno di loro cadde improvvisamente nel pozzo. Mentre, però, con il corpo sprofondava nella gola del pozzo, egli con lo spirito saliva in alto a invocare l'aiuto di san Francesco e, proprio durante la caduta, gridava: “ San Francesco, aiutami! >.

        Tutti gli altri, poiché non lo vedevano comparire, si misero a cercarlo da ogni parte, gridando e piangendo. Scoperto, finalmente, che era caduto nel pozzo, tornarono di corsa al paese, per segnalare l'incidente e chiamare aiuto.

        Tornarono indietro con una gran folla di gente. Uno fu calato nel pozzo con una fune e scorse il ragazzo seduto sul pelo dell'acqua, completamente illeso.

         Tratto fuori dal pozzo, il ragazzo disse a tutti i presenti: “ Quando sono caduto improvvisamente, io ho invocato la protezione del beato Francesco e lui, mentre precipitavo, è venuto subito vicino a me, mi ha preso per mano lievemente e non mi ha più lasciato, finché, insieme con voi, mi ha fatto uscire dal pozzo ”.

 

1274    4. Nella chiesa di San Francesco, ad Assisi, mentre il vescovo di Ostia--quello che poi sarebbe diventato papa Alessandro -- stava predicando alla presenza della curia romana, una lastra pesante e grossa, lasciata per incuria sul pulpito, che era alto e in pietra, a causa di una spinta troppo forte, cadde sulla testa di una donna.

        I presenti, vedendo che la donna aveva la testa fracassata, pensarono che ormai fosse morta e la ricopersero col mantello che aveva indosso, nell'intento di portar fuori il triste peso dalla chiesa, appena finita la predica.

        Ma la donna si raccomandò fiduciosamente al beato Francesco, davanti all'altare del quale si trovava distesa. Ed ecco, terminata la predica, la donna si alzò alla presenza di tutti, sana e salva, perfettamente illesa.

        Ma c'è qualcosa di più meraviglioso: mentre, fino allora, aveva sofferto un dolor di testa quasi continuo, da allora ne fu completamente libera, come lei stessa in seguito testimoniava .

 

1275 5. A Corneto, mentre alcune devote persone lavoravano nel luogo dei frati alla fusione di una campana, un ragazzino di otto anni, di nome Bartolomeo, andò a portare ai frati un po' di cibo per i lavoratori.

        Ed ecco: improvvisamente un fortissimo colpo di vento investendo la casa, scaraventò l'uscio della porta grande e pesante addosso al ragazzino. L'urto era stato così violento da far ritenere che egli fosse morto, schiacciato da quel peso enorme che lo aveva sepolto e completamente ricoperto, facendolo scomparire dalla vista.

        Accorsero tutti i presenti, invocando la destra miracolosa del beato Francesco.

        Il padre del ragazzo, tutto irrigidito dal dolore, non riusciva più a muoversi; ma pregava con il cuore e con la voce, offrendo il figlio a san Francesco.

        Finalmente si riuscì a rimuovere il funesto peso: ed ecco, il bambino che credevano morto, comparve lieto e contento, come se si svegliasse allora dal sonno, perfettamente illeso.

        Adempiendo al voto, quand'ebbe quattordici anni, si fece frate minore e divenne, poi, un predicatore dotto e famoso .

 

1276 6. Alcuni operai di Lentini avevano cavato dal monte una pietra grandissima, che si doveva porre sopra l'altare d'una chiesa dedicata a san Francesco, pochi giorni prima che venisse consacrata. Mentre gli uomini, una quarantina circa, intensificavano gli sforzi per farla scivolare sul veicolo, la pietra cadde sopra uno di loro e lo ricoprì come una lastra sepolcrale.

        Confusi e storditi, non sapevano che cosa fare, sicché la maggior parte di loro, persa ogni speranza, se ne andò.

        Ma i dieci rimasti si misero a invocare con voce lamentosa san Francesco, perché non permettesse che un uomo, proprio mentre lavorava al suo servizio, morisse in una maniera così orrenda.

        Poi, ripreso coraggio, riuscirono a rimuovere la pietra con una tale facilità da renderli tutti convinti che c'era stato di mezzo l'intervento miracoloso di san Francesco.

        L'uomo si rialzò, integro in tutte le sue membra; e per di più si ritrovò con una vista perfettamente limpida, mentre fin allora ci vedeva male.

        In questo modo tutti poterono capire quanto sia potente l'intercessione di san Francesco nelle situazioni disperate.

 

1277  7. Un fatto analogo avvenne presso San Severino, nella Marca d'Ancona.

        Una pietra enorme, proveniente da Costantinopoli, veniva trascinata da molti uomini alla basilica di San Francesco, quando all'improvviso scivolò e si abbatté su uno di loro.

 

        Credettero che costui non solo fosse morto, ma totalmente sfracellato. E invece intervenne l'aiuto del beato Francesco, che tenne sollevata la pietra, finché l'uomo, buttando via quel gran peso, saltò fuori sano e salvo, perfettamente illeso.

 

1278 8. Bartolomeo, un cittadino di Gaeta, mentre lavorava alla costruzione di una chiesa del beato Francesco senza risparmiare sudori, fu gravemente colpito da una trave malferma che, precipitando su di lui, gli schiacciò la testa. Sentendo che la morte era ormai imminente, da persona fedele e pia qual era, chiese a un frate il Viatico.

        Il frate, sicuro che non sarebbe arrivato in tempo col Viatico, perché quello sembrava ormai agli estremi, si servì della formula di sant'Agostino: “ Credi, e ti sei già comunicato! ”.

        Ma la notte seguente, il beato Francesco apparve al morente, in compagnia di undici frati, e, portando in seno un agnellino, si  accostò al suo ]etto e lo chiamò per nome: “ Bartolomeo, non temere, perché il nemico non prevarrà contro di te; lui che voleva sottrarti al mio servizio. Questo è l'Agnello che tu chiedevi di ricevere e che, per il tuo santo desiderio, hai anche ricevuto. Per la sua potenza otterrai non solo la salvezza dell'anima, ma anche quella del corpo >.

        E, cosí, facendo scorrere le mani sopra le sue ferite, gli comandò di ritornare al suo lavoro.

        Bartolomeo si alzò molto presto e al mattino si presentò incolume e allegro davanti a quelli che l'avevano lasciato mezzo morto.

        L'esempio di quest'uomo e il miracolo del Santo, lasciando tutti stupefatti, eccitò i cuori alla devozione e all'amore per il beato padre.

 

1279 9. Un certo Nicola, di Ceprano, un giorno cadde nelle mani di nemici crudeli, che. decisi a spacciarlo, infierirono sul poveretto, coprendolo di ferite, e lo lasciarono solo quando lo credettero morto o in punto di morte.

        Ma Nicola, sotto l'infuriare dei primi colpi, aveva gridato ad alta voce: “ San Francesco, soccorrimi! San Francesco, aiutami! ”. Molti da lontano sentirono questo grido, anche se non poterono venire in aiuto.

        Riportato, finalmente, a casa, tutto rivoltato nel suo sangue, Nicola dichiarava con grande fiducia che lui, per quelle piaghe, non avrebbe visto la morte e che, anche in  quel momento, non sentiva dolori, perché san Francesco era venuto in suo soccorso e gli aveva ottenuto dal Signore la grazia di poter prima fare penitenza.

        Ciò che seguì confermò le sue parole.

        Difatti, appena fu lavato dal sangue, contro ogni umana speranza si rialzò guarito.

 

1280           10. Il figlio d'un nobile di Castel San Giminiano, a causa di una grave infermità, era ridotto agli estremi, senza più speranza di guarigione. Dagli occhi gli usciva un fiotto di sangue, come quello che di solito sprizza dalla vena del braccio. Anche in tutto il resto del corpo c'erano segni di fine imminente, tanto che ormai lo consideravano come un morto. Quando poi il respiro si fece debole, si spensero la forza vitale, la sensibilità e il moto, sembrò che se ne fosse andato del tutto.

        I parenti e gli amici erano venuti per il compianto, secondo l'uso, e ormai si parlava soltanto di sepoltura. Ma il padre, che aveva fiducia nel Si.more, corse a gr.ln passi nella chiesa del beato Francesco, che era stata costruita nel paese, e, col cingolo al collo, si prostrò a terra con tutta umiltà. Facendo voti e pregando senza interruzione, fra pianti e sospiri, meritò di ottenere che san Francesco si facesse suo patrono presso Cristo.

        Infatti, ritornando subito dal figlio, il padre lo trovò guarito e trasformò il suo lutto in gioia.

 

1281     11. Un miracolo analogo, il Signore, per i meriti del Santo, lo operò a favore di una fanciulla della città di Thamarit, nella Catalogna, e di un'altra fanciulla, di Ancona: ad ambedue, ridotte all'ultimo respiro dalla violenza della malattia, il beato Francesco, invocato con fede dai genitori,  ridonò immediatamente perfetta salute.

 

1282            12. Un chierico di Vicalvi, chiamato Matteo, un giorno ingerì un veleno mortale, che lo privò totalmente della parola e lo ridusse in fin di vita.

        Un sacerdote andò da lui per confessarlo, ma non riuscì a storcergli fuori una parola.

        Il chierico, però, in cuor suo, pregava umilmente Cristo, perché si degnasse di strapparlo dalle fauci della morte, per i meriti di san Francesco.

        E finalmente, con l'aiuto di Dio, riuscì a pronunciare il nome di Francesco.

        Appena lo ebbe pronunciato, vomitò il veleno e, alla presenza di tutti, rese grazie al suo liberatore.

 

 

IV

 

SALVATI DAL NAUFRAGIO

 

 

1283 1. Alcuni marinai, sorpresi da una violenta burrasca a dieci miglia dal porto di Barletta, vistisi in grave pericolo e ormai incerti della vita, gettarono le àncore.

        Ma, gonfiandosi il mare con violenza ancora maggiore, sotto l'infuriare del vento, le funi delle àncore si ruppero ed essi incominciarono a vagare tra le onde, senza punto di riferimento.

        Finalmente, come Dio volle, il mare si placò ed essi Si apprestarono a recuperare, con ogni sforzo possibile, le àncore, di cui vedevano le funi galleggiare in superficie.

        Visto che non riuscivano da soli nell'impresa, invocarono l'aiuto di molti santi. Ma, nonostante questo e nonostante gli sforzi che li lasciavano in un mare di sudore nel corso dell'intera giornata non poterono recuperare nemmeno un'àncora.

        C'era fra loro un marinaio, che di nome era Perfetto, ma non era perfetto nella condotta. Costui, con senso di scherno, disse ai compagni: “ Ecco: avete invocato l'aiuto di tutti i Santi e, come vedete, non ce n'è uno che ci venga incontro. Proviamo a invocare questo famoso san Francesco, che è un santo fatto di fresco, e vediamo se in qualche modo si cala in mare e ci riporta le àncore perdute ”.

        Gli altri acconsentirono alla proposta di Perfetto, non per ridere,  ma sul serio; anzi, rimproverandogli le sue parole di scherno, fecero di comune accordo un voto al Santo.

        E, subito, sull'istante, senza bisogno di alcun intervento, le àncore vennero a galla, come se il ferro, cambiando natura, avesse acquistato la leggerezza del legno.

 

1284 2. Un pellegrino, debilitato da una febbre acutissima, che l'aveva precedentemente colpito, stava tornando dai paesi d'oltremare a bordo di una nave.

        Anche costui nutriva un singolare sentimento di devozione per il beato Francesco e se lo era scelto come patrono presso il Re del cielo.

        Siccome non era ancora perfettamente libero dalla febbre, si sentiva tormentato da una sete ardente. Sebbene, ormai, non ci fosse più acqua, egli incominciò a gridare ad alta voce: “ Andate con fiducia a prendermi da bere, perché il beato Francesco ha riempito d'acqua il mio barilotto! ”.

        Cosa davvero meravigliosa: trovarono pieno d'acqua il recipiente che prima avevano lasciato vuoto.

        Un altro giorno si era scatenata una tempesta e la nave veniva ricoperta dai flutti e squassata dalla violenza della procella, tanto che ormai temevano di naufragare.

        Ma quello stesso infermo si mise improvvisamente a gridare, facendosi sentire da tutta la nave: “ Alzatevi tutti e correte incontro a san Francesco. Ecco che viene: è qui per salvarci! ”. E, così dicendo, con grandi grida e lacrime si prostrò a terra ad adorare.

        All'apparire del Santo, I'infermo riacquistò piena salute e il mare ritornò tranquillo.

 

1285 3. Frate Giacomo da Rieti, dopo aver attraversato un fiume su una barchetta in compagnia di altri frati, fece sbarcare prima i compagni sulla riva, apprestandosi poi a scendere lui pure. Ma, per disgrazia, la piccola imbarcazione si rovesciò. Il barcaiolo ed il frate caddero nel fiume; ma il barcaiolo sapeva nuotare, mentre il frate venne trascinato a fondo.

        I frati che si trovavano sulla riva invocavano con grande sentimento il beato Francesco, scongiurandolo con pianti e lamenti di accorrere in soccorso del figlio.

        Anche il frate sommerso, dal ventre del gorgo, non potendolo con la bocca, gridava col cuore, come poteva, e implorava il soccorso del padre pietoso.

        Ed ecco: il beato padre fece sentire la sua presenza e aiutò il frate a camminare in fondo all'acqua, come se fosse su terra asciutta, finché egli, aggrappandosi alla barca sommersa, risalí con essa vicino alla sponda.

        Altra meraviglia: i vestiti del frate non si erano bagnati e nemmeno una goccia si era posata sulla sua tonaca.

 

1286 4. Un frate di nome Bonaventura stava attraversando un lago con due altre persone, quando nella barca si produsse una falla. L'acqua si rovesciò impetuosamente dentro la barca, che andò a fondo, trascinando con sé il frate e i suoi compagni.

        Ma poiché dal fondo della tetra fossa essi invocavano con molta fiducia il misericordioso padre Francesco, improvvisamente la barca risalì a galla e, con il Santo al timone, raggiunse felicemente il porto.

        Così anche un frate di Ascoli, caduto nel fiume, ne fu liberato per i meriti di san Francesco.

        Ma anche nel lago di Rieti, un gruppo di uomini e di donne, che si trovavano in un pericolo analogo, invocato il nome di san Francesco, scampando al pericolo di molte acque, si salvarono dal naufragio.

 

1287 5. Alcuni marinai di Ancona, sbattuti da una furiosa tempesta, si vedevano ormai in pericolo di affondare. Così, disperando della vita, supplicarono umilmente san Francesco: allora apparve sulla nave una luce grande e, con la luce, venne per bontà divina anche la bonaccia, quasi a indicare che l'uomo beato possiede la meravigliosa potenza di comandare ai venti e al mare.

        Non credo affatto che sia possibile raccontare ad uno ad uno tutti i miracoli con i quali questo beato padre ha mostrato e continua a mostrare la sua fulgida gloria sul mare o tutti i casi disperati in cui, sul mare, è intervenuto col suo soccorso.

        Del resto non deve far meraviglia se, ora che regna nei cieli, gli è stato conferito l'impero sulle acque. Difatti già quando viveva nella nostra condizione umana, tutte le creature terrestri gli erano mirabilmente sottomesse, come al tempo dell'innocenza originaria.

 

 

V

 

PRIGIONIERI LIBERATI

 

 

1288            1. Una volta, in Romania, un uomo nativo del luogo, che era al servizio di un signore, venne accusato falsamente di furto.

Il governatore ordinò di rinchiuderlo in una angusta prigione, con pesanti catene. Ma la padrona di casa, avendo compassione del servo, che riteneva assolutamente innocente della colpa imputatagli, continuava a pregare e a supplicare il marito, perché lo liberasse.

        Visto che il marito rifiutava ostinatamente di ascoltarla, la padrona  ricorse umilmente a san Francesco e raccomandò alla sua pietà l'innocente, facendo un voto.

        Subito il soccorritore dei miseri intervenne e, nella sua bontà, visitò l'uomo in carcere. Sciolse le catene, infranse le porte della prigione, prese per mano l'innocente, lo condusse fuori e gli disse: “ Io sono colui, al quale la tua patrona devotamente ti ha affidato ”.

        Il prigioniero era invaso dal terrore, anche perché doveva scendere da quell'altissima rupe, circondata da una voragine. Ma, mentre cercava di aggirarla, improvvisamente per la potenza del suo liberatore si ritrovò sul piano.

        Ritornò dalla sua padrona, alla quale raccontò fedelmente la storia del miracolo, infiammandola ancor di più nell'amore di Cristo e nella devozione per il suo servo Francesco.

 

1289 2. Un poverello di Massa San Pietro doveva una somma di denaro ad un cavaliere. Siccome la sua povertà non gli consentiva di pagare il debito, venne messo in prigione dietro richiesta del cavaliere. Il debitore implorava umilmente pietà, chiedendo una dilazione per amore del beato Francesco.

        Sprezzò il cavaliere superbo quelle preghiere e, da cianciatore, vilipese l'amore del Santo come una ciancia, rispondendo altezzosamente: “ Ti rinchiuderò in un luogo e ti caccerò in una prigione tale che né san Francesco né alcun altro potrà aiutarti ”.

        E fece come aveva detto. Trovò una prigione tenebrosa e vi gettò il debitore incatenato.

        Mia poco dopo intervenne san Francesco, che infranse le porte della prigione, spezzò le catene e ricondusse l'uomo a casa sua.

        In tal modo la potenza di san Francesco, lasciando deluso il cavaliere superbo, liberò dalla sventura il prigioniero che si era a lui affidato, e, con un altro ammirabile miracolo mutò l'animo del protervo cavaliere, che divenne mitissimo .

 

1290 3. Alberto d'Arezzo, tenuto in strettissima prigione per debiti che gli venivano addossati ingiustamente, affidò umilmente la propria innocenza a san Francesco. Difatti egli amava molto l'Ordine dei frati minori e, fra i santi, venerava con speciale affetto san Francesco. Ma il suo creditore replicò bestemmiando che non c'erano né Dio né Francesco che potessero liberarlo dalle sue mani.

        Sopraggiunse la vigilia della festa di san Francesco e il prigioniero, per amore del Santo, osservò un perfetto digiuno, offrendo il proprio cibo a un bisognoso. La notte successiva, mentr'egli vegliava, gli apparve san Francesco: al suo ingresso, i ceppi caddero dai piedi e le catene dalle mani, le porte si aprirono da sole, le tavole del soffitto saltarono via, e il prigioniero se ne tornò libero a casa sua.

        Da allora egli mantenne il voto di digiunare alla vigilia di san Francesco e di aggiungere al cero, che ogni anno era solito offrire, un'oncia in più ogni anno, come segno della sua sempre crescente devozione.

 

1291 4. Al tempo in cui sedeva sulla cattedra di Pietro papa Gregorio IX, un certo Pietro, della città di Alife, accusato di eresia, fu preso prigioniero a Roma e, per mandato dello stesso pontefice, affidato alla custodia del vescovo di Tivoli.

 

        Questi, impegnato a non lasciarselo sfuggire, pena la perdita del vescovado, lo fece incatenare e rinchiudere in un'oscura prigione, dove gli veniva dato il pane a peso a  peso e l 'acqua secondo misura.

        Ma quell'uomo, avendo saputo che si approssimava la vigilia della festa di san Francesco, incominciò a invocarlo con molte preghiere e lacrime, perché avesse pietà di lui. E siccome era tornato alla fede sincera, rinnegando ogni errore ed ogni prava eresia, e si era affidato con tutta la devozione del cuore a Francesco, campione della fede di Cristo, meritò di essere esaudito dal Signore, per intercessione del Santo.

        La sera della sua festa, sull'imbrunire, il beato Francesco pietosamente scese nel carcere e, chiamando Pietro per nome, gli comandò di alzarsi in fretta.

        Invaso dal terrore, il prigioniero gli domandò chi fosse e si sentì rispondere che era il beato Francesco. Intanto vedeva che, per la presenza miracolosa del Santo, i ceppi erano caduti infranti ai suoi piedi, le porte del carcere si aprivano, mentre i chiodi saltavano via da soli, e gli si spalancava davanti la strada per andarsene.

        Pietro vedeva tutto questo, vedeva che era libero: eppure, paralizzato dallo stupore, non riusciva a fuggire; soltanto si mise vicino alla porta e incominciò a gridare, facendo spaventare tutte le guardie.

        Venuto a sapere da loro che il prigioniero era stato liberato dai ceppi e il modo in cui si erano svolte le cose, il pio vescovo si recò nel carcere e là, riconoscendo ben visibile la potenza di Dio, si inginocchiò ad adorare il Signore.

        Quei ceppi furono poi mostrati al Papa e ai cardinali che, vedendo quanto era accaduto, benedissero Dio con sentimento di grandissima ammirazione.

 

1292 5. Guidolotto da San Giminiano fu accusato falsamente di aver avvelenato un uomo e di aver intenzione di sterminare con lo stesso mezzo il figlio di lui e tutta quanta la famiglia. Perciò venne fatto imprigionare dal podestà del luogo e rinchiuso in una torre, tra pesantissimi ceppi.

        Ma egli, forte e sicuro della propria innocenza, pieno di fiducia nel Signore, affidò la sua causa al patrocinio del beato Francesco.

        Intanto il podestà andava escogitando come estorcergli con la tortura la confessione del crimine imputatogli e a quale genere di morte farlo condannare, una volta che avesse confessato.

        Ma la notte precedente il giorno in cui doveva essere condotto alla tortura, il prigioniero fu visitato da san Francesco che, con la sua presenza, gli fece risplendere tutto intorno una luce immensa fino al mattino e lo ricolmò di gioia e di fiducia, assicurandogli la liberazione.

        Sopraggiunsero al mattino i carnefici che lo trassero fuori dal carcere e lo sospesero al cavalletto, ammassando sul suo corpo molti pesi di ferro.

        Più volte lo calarono a terra e lo risollevarono, per costringerlo a confessare il crimine più in fretta sotto l'incalzare dei tormenti. Ma egli, con il coraggio dell'innocenza, conservava un volto lieto e non mostrava alcuna mestizia, in mezzo alle pene.

        Lo sospesero, poi, a testa in giù e gli accesero sotto un gran fuoco; ma neppure uno dei suoi capelli bruciò.

        Finalmente gli versarono addosso olio bollente. Ma egli con l'aiuto miracoloso del patrono a cui aveva affidato la propria difesa, superò tutte queste prove e così, lasciato libero, se ne andò sano e salvo.

 

 

 

VI

 

DONNE SALVATE DAI PERICOLI DEL PARTO

 

 

1293 1. Vi era nella Schiavonia, una contessa illustre per nobiltà ed amante della virtù, che nutriva ardente devozione per san Francesco e pietosa sollecitudine per i frati.

        Al momento del parto fu assalita da dolori terribili e invasa da grande angoscia. Pareva che il sorgere, ormai vicino, della prole dovesse segnare il tramonto della madre e che ella non potesse far venire alla vita il bambino, se non andandosene dalla vita.

        Quello non era per lei un partorire, ma un perire.

        Se non che le torna alla mente la fama di san Francesco, la sua potenza miracolosa e la sua gloria, e si sente infiammata di fede e di devozione. Si rivolge a lui, come all'efficace soccorritore, all'amico fidato, al rifugio degli afflitti: “ San Francesco, gli dice, tutte le mie ossa invocano la tua pietà, ed io nel cuore ti faccio il voto che non posso esprimere con le parole ”. Meravigliosa sveltezza della pietà!: la fine del dire fu la fine del soffrire; la fine delle doglie, I'inizio del parto. Subito, infatti, cessato ogni tormento, ella diede felicemente alla luce il bambino.

        E non fu immemore del voto, non abbandonò il proposito: fece costruire una bella chiesa in onore di san Francesco e la affidò ai frati.

 

1294 2. Dalle parti di Roma, una donna di nome Beatrice, già da quattro giorni portava in grembo il feto morto e non riusciva a partorire. L'infelice era in preda a grandissime angosce, pressata da sofferenze mortali.

        Il feto morto sospingeva la madre alla morte; I'abortivo non ancora venuto alla luce partoriva un palese pericolo per la madre.

        I medici tentavano con ogni mezzo di aiutarla; ma era fatica vana.

        Troppo gravemente pesava sulla infelice la maledizione dovuta al peccato d'origine: divenuta sepolcro per la sua creatura, era ella stessa sicura di finire presto nel sepolcro.

        Alla fine, ponendo tutta la sua speranza nei frati minori, mandò a chiedere da loro, con piena fede e umiltà, una reliquia di san Francesco.

        Riuscirono, per divina disposizione, a trovare un pezzetto della corda, che il Santo un tempo aveva usata come cingolo.

        Appena le posarono sul corpo quella corda, la donna in doglie sentì scomparire ogni dolore, espulse con estrema facilità il feto, morto e causa di morte, e riacquistò la salute.

 

1295 3. La moglie d'un nobil uomo di Calvi, che si chiamava Giuliana, avendo perduto i figli, trascinava i suoi anni nel lutto.

        Piangeva continuamente i suoi infelici eventi, giacché, tutti i figli che con dolore aveva portati in seno, con dolore ancora maggiore aveva dovuto in breve tempo affidarli alla tomba.

        Ora, da quattro mesi aveva il bambino in seno, e, a causa di quanto le era successo nel passato, era in trepidazione, temendo più per la morte che per la nascita della prole.

        Ma ecco: una notte, mentre dormiva, le apparve in sogno una donna che, portando tra le mani un bel fanciullino, glielo porgeva con atteggiamento di grande letizia.

        Lei, però, non voleva prenderlo, per paura di perderlo subito; allora quella donna soggiunse: “ Prendilo con sicurezza, perché questo bambino, che san Francesco ti manda per venir incontro alla tua angoscia, vivrà e godrà buona salute ”.

        Destatasi immediatamente, la donna, ripensando alla visione mandata dal cielo, comprese di essere assistita dall'aiuto di san Francesco e, da allora, tutta confortata, moltiplicò le preghiere e i voti, perché si avverasse la promessa.

        Si compì finalmente il tempo del parto ed ella partorì un maschietto, che poi crebbe, pieno di forza e di giovanile vigore, quasi che san Francesco gli donasse un supplemento di salute, e fu per i genitori motivo di devozione ancor più sentita verso Cristo e verso il Santo.

 

1296 Un prodigio analogo a questo compì il beato padre nella città di Tivoli.

        Una donna, madre già di molte figlie, era tormentata dal desiderio dl avere un maschietto. Si rivolse a san Francesco con preghiere e voti ed ottenne la grazia, superiore a tutte le sue speranze, di dare alla luce due gemelli.

 

1297 4. Una donna di Viterbo, prossima al parto, veniva ritenuta prossima piuttosto alla morte, tormentata com'era da dolori viscerali, oltre che angustiata dalle normali doglie.

        Sentendosi venir meno e vedendo che ogni cura era inutile, la donna invocò san Francesco e, subito guarita, portò a termine il parto felicemente. Ma, ottenuto ciò che voleva, si dimenticò del beneficio ricevuto, non riconoscendo in esso il glorioso intervento del Santo. Tanto che, nel giorno della sua festa, non esitò a compiere opere servili. Ed ecco: il braccio che aveva steso per lavorare, improvvisamente rimase rigido e secco.

        Mentre cercava di tirarlo a sé con l'altro braccio, anche questo rimase paralizzato, con ugual castigo.

        Colpita da timore di Dio, la donna rinnovò il suo voto e per la seconda volta si consacrò al misericordioso ed umile Santo, ottenendo, per i suoi meriti, di recuperare l'uso delle membra, che, per la sua ingratitudine e irriverenza, aveva perduto.

 

1298 5. Una donna delle parti di Arezzo, già da sette giorni si trovava fra i pericoli del parto, e tutti la davano ormai per spacciata, perché il corpo le era diventato tutto nero.

         Fece voto al beato Francesco e, ormai in punto di morte, si mise a invocare il suo aiuto.

        Appena formulato il voto, si addormentò e vide in sogno il beato Francesco, che le parlava dolcemente e le chiedeva se riconosceva il suo volto e se sapeva recitare in onore della Vergine gloriosa l'antifona “ Salve, regina di misericordia ”.

        La donna rispose che lo riconosceva e che sapeva quella preghiera. E allora il Santo: “ Incomincia la sacra antifona, e, prima di terminarla, partorirai felicemente ”.

        Mentre supplicava quegli “ occhi misericordiosi ” e menzionava il “ frutto ~> del seno verginale, la donna, liberata da ogni angoscia, partorì un bel bambino.

        Rese, dunque, grazie alla “ Regina della misericordia ”, che, per i meriti del beato Francesco, si era degnata d'aver misericordia di lei.

 

 

VII

 

CIECHI CHE RIACQUISTANO LA VISTA

 

 

1299 1. Nel convento dei frati minori di Napoli vi era un frate, di nome Roberto, cieco da molti anni. Ad un certo punto sopra gli occhi gli si formò un'escrescenza carnosa, che gli impediva di muovere e sollevare le palpebre.

        Un giorno si radunarono in quel convento molti frati forestieri, diretti in diverse parti del mondo.

        Ebbene, il beato padre Francesco, specchio di santa obbedienza, quasi per incuorarli al viaggio con la novità di un miracolo, volle guarire quel frate, alla loro presenza, nel modo che segue: Questo frate Roberto era ammalato a morte, tanto che ormai gli era stata raccomandata l'anima; quand'ecco gli si presentò il beato Padre, in compagnia di tre frati, modelli d'ogni santità: sant'Antonio, frate Agostino e frate Giacomo d'Assisi, che ora, dopo morte, lo accompagnavano premurosamente, così come lo avevano seguito perfettamente durante la vita.

        Prendendo un coltello, san Francesco gli tagliò via la carne superflua, restituendogli la vista e strappandolo alle fauci della morte; poi gli disse: “ O figlio Roberto, la grazia che ti ho fatto è un segno per i frati che partono per lontane genti: è il segno che io li precederò e guiderò nel loro cammino. Partano con gioia e adempiano con animo pronto l'obbedienza ricevuta! ”.

 

1300    2. A Tebe, nella Romania, una donna cieca, che la vigilia di san Francesco aveva digiunato a pane ed acqua il giorno della festa, di primissimo mattino si fece condurre dal marito alla chiesa dei frati minori.

        Durante la celebrazione della Messa, al momento delI'elevazione del Corpo di Cristo, la donna aprì gli occhi, vide con chiarezza, si prostrò in devotissima adorazione.         Così adorando, gridò forte: “ Grazie a Dio e al suo Santo, perché io vedo  il Corpo di Cristo ”.

        Tutti si voltarono verso quel grido di esultanza.

        Compiute le sacre cerimonie, la donna con la gioia nello spirito e la luce negli occhi, tornò a casa sua, tutta esultante, non solo perché aveva recuperato la vista, ma anche perché le era stato concesso di vedere, prima d'ogni altra cosa, quel mirabile sacramento, che è luce vera e viva delle anime. Tutto ciò, per i meriti di san Francesco e in virtù della fede.

 

1301    3. Un ragazzo quattordicenne di Pofi, nella Campania, per un trauma improvviso, rimase completamente cieco dall'occhio sinistro. Per la violenza del dolore, I'occhio era uscito dal suo posto e rimase poi per otto giorni quasi atrofizzato, pendendo in fuori, sopra la mascella, per la lunghezza di un dito, a causa dell'allentamento del nervo.

        Poiché ormai non restava che asportarlo e i medici davano il caso per disperato, il padre del ragazzo si rivolse con tutta l'anima al beato Francesco.

        E quell'instancabile soccorritore degli infelici non rimase insensibile alle sue suppliche Difatti con il suo potere taumaturgico fece rientrare l'occhio atrofizzato nella sua posizione normale, sano come prima e come prima sensibile ai raggi della luce sospirata.

 

1302 4. In quella stessa regione, a Castro dei Volsci, un legno molto pesante, precipitando dall'alto, colpì molto gravemente alla testa un sacerdote, accecandogli l'occhio sinistro .

        Gettato a terra, il sacerdote incominciò a lamentarsi, chiamando a gran voce san Francesco: “ Soccorrimi, padre santissimo. Fa' che possa andare alla tua festa, come ho promesso ai tuoi frati ”. Era, infatti, la vigilia del Santo.

        Guarì perfettissimamente e, rialzatosi all'istante, proruppe in esclamazioni di lode e di gioia, riempiendo di stupore e di giubilo tutti i presenti, che avevano commiserato il suo dolore.

        Andò alla festa e raccontò a tutti la bontà e la potenza miracolosa che aveva sperimentato in se stesso.

 

1303 5. Un uomo di Monte Gargano, mentre nella sua vigna stava tagliando un legno con la scure, si colpì un occhio, spaccandolo in due, in modo tale che quasi una metà pendeva in fuori.

        In una situazione così disperata non aveva alcuna speranza nell'aiuto umano; perciò promise a san Francesco che, se fosse venuto in suo soccorso, avrebbe digiunato nel giorno della sua festa.

        Subito il Santo di Dio gli fece ritornare nella giusta posizione l'occhio, ricongiungendo le due metà in cui era diviso e ridonandogli la limpidezza della vista.

        Della lesione non rimase alcuna traccia.

 

1304 6. Il figlio di un nobile, nato cieco, ricevette, per i meriti di san Francesco, la vista tanto desiderata e, a ricordo dell'evento, ricevette il nome di Illuminato.

        Riconoscente per il beneficio ricevuto, all'età adatta entrò nell'Ordine di san Francesco e fece grande progresso nella luce della grazia e della virtù, mostrando di essere figlio della luce vera. Finalmente, per i meriti di san Francesco, concluse il santo inizio con una più santa fine.

 

1305 7. A Zancato, un borgo vicino ad Anagni, un cavaliere di nome Gerardo aveva perso completamente la vista.

        Avvenne che due frati minori, provenienti da paesi stranieri, si recassero alla sua casa per chiedere ospitalità.

        Furono ricevuti devotamente e trattati con ogni bontà da tutta la famiglia, per amore di san Francesco.

        Poi, rese grazie a Dio e all'ospite, poterono raggiungere il vicino luogo dei frati.

        Ma una notte, il beato Francesco apparve in sogno a uno di quei frati e gli disse: “ Alzati e va in fretta con il tuo compagno alla casa del vostro ospite. Poiché egli, accogliendo voi, ha accolto Cristo e me, io voglio ricambiare le sue dimostrazioni di bontà. Sappi che egli è diventato cieco in castigo dei suoi peccati, che non si è ancora preoccupato di purgare con la confessione e la penitenza >.

        Appena il Padre scomparve, il frate si alzò e si affrettò con il suo compagno a compiere l'incarico ricevuto.

        Giunti alla casa dell'ospite, gli narrarono insieme per ordine quello che uno di loro aveva veduto. Rimase fortemente stupito, quell'uomo, e, dichiarando che tutto quanto gli avevano detto era vero, fece di buon animo la sua confessione e promise di emendarsi. Divenuto, così, interiormente un uomo nuovo, riacquistò subito anche la vista esteriore.

        La fama di questo miracolo si diffuse tutt'intorno e stimolò molti non solo a venerare il Santo, ma anche a confessare umilmente i propri peccati e ad esercitare l'ospitalità .

 

 

 

 AGGIUNTA POSTERIORE

 

 

1306 7a. Ad Assisi un uomo fu calunniosamente accusato di furto e perciò fu accecato per severo ordine della giustizia civile. Fu il giudice Ottaviano ad emettere la sentenza di cavare gli occhi all'accusato e fu il cavaliere Ottone a farla eseguire dai pubblici ufficiali.

        Sconciato in questo modo, con le occhiaie vuote, poiché gli avevano reciso con il coltello anche i nervi ottici, l'accusato si fece condurre all'altare del beato Francesco e là, proclamando di essere  innocente del delitto imputatogli, invocò la clemenza del Santo.

        Ebbene, per i meriti di san Francesco, nello spazio di Ire giorni gli furono donati nuovi occhi: più piccoli, certamente, di quelli che gli avevano tolti, ma altrettanto validi per vederci chiaramente.

 

        Questo miracolo stupefacente fu testimoniato, sotto vincolo di giuramento, dal cavaliere Ottone, sopra menzionato, alla presenza del signor Giacomo, abate di San Clemente per ordine del signor Giacomo, vescovo di Tivoli, incaricato di inquisire sul miracolo stesso.

        Fu testimoniato, inoltre, da frate Guglielmo Romano, al quale frate Gerolamo, ministro generale dell'Ordine dei frati minori, ordinò per obbedienza e sotto pena di scomunica, di riferire veridicamente quanto sapeva sul fatto.

        Stretto da un giuramento così solenne, alla presenza di molti ministri provinciali e di altri frati assai autorevoli, egli affermò quanto segue:

        Tempo addietro, quando era ancora secolare, aveva conosciuto l'uomo in questione e costatato che aveva gli occhi. Poi aveva assistito all'operazione dell'accecamento, in cui l'uomo in questione ne era stato privato; e anzi, lui stesso, per curiosità, aveva rivoltato col bastone gli occhi, che erano stati gettati per terra. In seguito aveva visto quello stesso uomo dotato di nuovi occhi, avuti in dono dalla potenza divina, con i quali ci vedeva benissimo.

 

 

 

VIII

 

INFERMI GUARITI DA VARIE MALATTIE

 

 

1307 1. A Città della Pieve c'era un giovane mendicante, sordo e muto fin dalla nascita. Aveva una lingua così corta e sottile, che sembrava troncata dalla radice, come molti poterono molte volte costatare.

        Un certo Marco gli diede ospitalità per amor di Dio, e il giovane, sentendo che gli voleva bene, prese l'abitudine di restare con lui.

        Una sera Marco, durante la cena, disse alla moglie in presenza del ragazzo: “ Se il beato Francesco ridonasse a questo ragazzo l'udito e la parola, questo, sì, sarebbe un miracolo grandioso ”.

        Poi aggiunse: “ Faccio voto a Dio che, se san Francesco si degnerà di fare questo miracolo, io manterrò questo ragazzo a mie spese per tutta la vita ”.

        Cosa davvero meravigliosa: in quello stesso istante la lingua del ragazzo ingrossò ed egli cominciò a parlare, dicendo: “ Gloria a Dio e a san Francesco, che mi ha donato l'udito e la parola! ”.

 

1308  2. Frate Giacomo da Iseo, da bambino, quand'era ancora in famiglia, aveva contratto una forma molto grave di ernia.

        Seguendo la divina ispirazione, benché giovane e infermo, si consacrò a Dio entrando nell'Ordine di san Francesco, non svelando, però, a nessuno il disturbo da cui era afflitto.

        Quando il corpo del beato Francesco venne traslato nel luogo dove ora è riposto, quale sacro tesoro, con i suoi resti mortali, anche frate Giacomo era presente e poté partecipare alla gioia comune e tributare il dovuto onore al corpo santissimo del Padre, ormai assunto alla gloria del cielo.

        Quando le sacre ossa furono deposte nell'arca, egli si avvicinò a quel sacro tumulo e, abbracciandolo con grande fervore di spirito, immediatamente avvertì che l'ernia era miracolosamente rientrata, lasciandolo perfettamente guarito.

        Depose il cinto e da allora rimase libero da tutti i passati dolori.

 

1309           Da questa stessa infermità per la bontà di Dio e i meriti di san Francesco furono miracolosamente guariti fra Bartolomeo da Gubbio, frate Angelo da Todi; Nicola, sacerdote di Ceccano; Giovanni da Sora, un abitante di Pisa e un altro del paese di Cisterna; come pure Pietro di Sicilia, un abitante di Spello, presso Assisi, e moltissimi altri.

 

1310           3. A Maremma, nel Lazio, una donna, pazza da cinque anni, era diventata anche cieca e sorda. Si dilaniava le vesti con i denti, si buttava nel fuoco e nell'acqua. Al colmo di tutte le sventure, contrasse anche l'orribile mal caduco.

        Ma Dio nella sua misericordia dispose di venire in suo soccorso.

        Una notte, illuminata da Dio con lo splendore di quella luce che salva, ella vide il beato Francesco, assiso sopra un trono eccelso. Si prostrò dinanzi a lui, supplicandolo umilmente di guarirla; ma egli non accondiscese subito alle sue preghiere. La donna, allora fece il voto di non negare mai, finché ne avesse, I'elemosina a quanti gliel'avessero chiesta per amore di Dio e del Santo.

        Subito il Santo accettò il patto: lui, che un tempo ne aveva fatto uno simile col Signore e, benedicendola col segno della croce, le ridonò una salute perfetta.

        Da uguale infermità Francesco, il santo di Dio, liberò per sua bontà una fanciulla di Norcia, il figlio di un nobile e alcuni altri, come risulta da fonte sicura.

 

1311 4. Pietro da Foligno andò una volta in pellegrinaggio al santuario di San Michele, ma non si comportò troppo devotamente. Perciò, mentre stava bevendo a una fontana fu invaso dai demoni.

        Rimase ossesso per tre anni e, durante quel periodo, si dilaniava, faceva pessimi discorsi e compiva azioni orrende.

        In uno dei rari intervalli di lucidità, volle recarsi al sepolcro del pietoso padre Francesco, per invocare umilmente la sua potenza, poiché aveva sentito che era efficace per scacciare le forze demoniache.

        Appena ebbe accostato la mano al sepolcro, fu liberato in maniera prodigiosa dai demoni, che lo straziavano così crudelmente.

 

        Allo stesso modo, Francesco, nella sua bontà, venne in soccorso anche di un abitante di Narni, posseduto dal demonio, e di molti altri. Ma sarebbe troppo lungo narrare particolareggiatamente tutte le vessazioni diaboliche da cui essi erano tormentati e il modo in cui furono liberati.

 

1312 5. Un cittadino di Fano,che si chiamava Buonuomo era paralitico e lebbroso. Portato dai genitori nella chiesa dei beato Francesco, ottenne la guarigione da entrambe le malattie .

        Ma anche un giovane di San Severino, di nome Atto, che aveva il corpo tutto ricoperto di lebbra, fu guarito per i meriti del Santo, dopo aver fatto un voto ed avere visitato il suo sepolcro.

        E certo il Santo ebbe una potenza taumaturgica straordinaria nel guarire dalla lebbra, perché, durante la sua vita si era votato, per umiltà e pietà, al servizio dei lebbrosi.

 

1313  6. Nella diocesi di Sora, una nobildonna di nome Rogata, da ventitré anni era affetta da perdite di sangue. Si aggiunga che era ricorsa a moltissimi medici, ricavandone

moltissimi malanni.

        Spesso, per l'acuirsi della malattia, sembrava in fin di vita. Se, poi, si riusciva ad arrestare l'emorragia, le si gonfiava tutto il corpo.

 

        Le capitò di sentire un ragazzo che cantava in vernacolo romanesco la storia dei miracoli, operati da Dio per mezzo di san Francesco, e allora, sciogliendosi in lacrime per la commozione e il dolore, incominciò a dire così: “ O beato padre Francesco, che rifulgi per tanti miracoli, se ti degnerai di liberarmi da questa malattia, ne avrai grande accrescimento di gloria, perché un miracolo così grande finora non l'hai mai fatto ”.

        A che tante parole? Aveva appena finito di parlare, che si sentì  guarita, per i meriti del beato Francesco.

        San Francesco, poi, le guarì anche il figlio Mario, che aveva un braccio rattrappito, dopo che ella ebbe fatto un voto in suo onore.

        Anche una donna di Sicilia, che per sette anni aveva patito perdite di sangue, fu guarita dal santo alfiere di Cristo.

 

1314 7. Nella città di Roma, una donna di nome Prassede, famosa per la sua religiosità, ormai da quasi quarant'anni  viveva imprigionata in una piccola cella, dove si era rinchiusa fin dall'età tenerella per amore dell'eterno Sposo.

        Prassede meritò dal beato Francesco un favore singolare.

        Un giorno era salita sul solaio della celletta a prendere qualcosa che le occorreva; ma, colta da capogiro, cadde, a ruppe il piede con la gamba e si slogò una spalla. Le apparve allora il benignissimo Padre, avvolto in candide vesti splendente di gloria e si mise a parlarle con grande tenerezza “ Alzati, figlia benedetta; alzati e non temere ”.

        La prese per mano e la rialzò; poi scomparve.

        Ella, credendo di vedere un fantasma, si volgeva qua e per la sua celletta; ma quando, alle sue grida, accorsero finalmente con un lume, capì che era stata perfettamente risanata per l'intervento del servo di Dio Francesco e narrò per ordine tutto quanto era accaduto.

 

 

IX

 

 TRASGRESSORI DELLA FESTA DI SAN FRANCESCO.

DENIGRATORI DELLA SUA GLORIA

 

 

1315  1. Dalle parti di Poitiers, in un villaggio chiamato Le Simon, un sacerdote di nome Reginaldo aveva ordinato ai suoi parrocchiani di celebrare solennemente la festa di san Francesco, per il quale aveva molta devozione.

        Ma un popolano, che non conosceva la potenza del Santo, non tenne conto dell'ordine del suo parroco. Uscito fuori nel campo per far legna, mentre si accingeva al lavoro, udi per tre volte una voce che gli diceva: “ E festa: non si può lavorare ”.

        Quel servo temerario, che non aveva ascoltato il comando del sacerdote, non si lasciò impressionare neppure dalla voce del cielo. Ma la potenza di Dio, a gloria del suo Santo, intervenne senza indugio con un miracolo, che fu anche un castigo.

        Il contadino aveva già alzato con una mano la scure per dar inizio al lavoro, mentre con l'altra teneva la forcella: ma ecco che per intervento divino, ognuna delle mani gli rimase attaccata all'arnese che impugnava e le dita gli si irrigidirono in modo tale che non  riusciva più a staccarle.

        Stupefatto, non sapendo che fare, corse alla chiesa, mentre molti accorrevano da ogni parte per vedere il prodigio.

        Con il cuore contrito, si inginocchiò davanti all'altare; poi, per suggerimento di uno tra i molti sacerdoti là invitati per la festa, fece umilmente a san Francesco tre voti, come tre volte aveva sentito la voce del cielo: di celebrare con onore la sua festa; di venire, nel giorno della festa, in quella chiesa in cui ora si trovava e di andare in pellegrinaggio al sepolcro del Santo.

        Prodigio stupendo da raccontare: formulato un voto, rimase libero un primo dito; pronunciando il secondo, si sciolse l'altro, ma, emesso il terzo voto, non si staccò solo il terzo dito, ma tutta quanta la mano. Così pure avvenne, successivamente, per l'altra mano.

        Intanto la gente, ormai accorsa in gran numero, implorava con molta devozione la clemenza del Santo.

        L'uomo, riacquistato il libero uso delle mani, depose da se stesso i suoi attrezzi mentre la folla lodava Dio per la meravigliosa potenza dei Santo, che tanto meravigliosamente poteva colpire e risanare.

        A ricordo del fatto, sul luogo stesso fu costruito un altare in onore di san Francesco e davanti all'altare furono appesi quei famosi attrezzi, che anche oggi si possono vedere.

 

        Molti altri miracoli furono compiuti là e nei dintorni, quasi per dimostrare che il Santo regna glorioso nei cieli e che qui in terra si deve celebrare col debito onore la sua festa.

 

1316 2. Nella città di Le Mans, una donna che, nel giorno della solennità di san Francesco, si era messa a lavorare stendendo la mano alla conocchia e le dita a stringere il fuso, sentì le mani irrigidirsi e un gran bruciore alle dita.

        Quel castigo fu per lei come una lezione. Riconobbe la potenza del Santo e, tutta pentita, corse dai frati: mentre i figli devoti supplicavano la bontà del padre santo, la donna venne risanata.

        Sulle sue mani non rimase alcuna lesione, salvo una traccia di bruciatura, come per ricordarle quant'era accaduto.

        In maniera simile tre altre donne (una nella Campania Felice, una a Valladolid e una nel paese di Piglio), che, per loro prevaricazione, si rifiutavano di celebrare la festa del Santo, furono dapprima castigate; ma, poi, pentite, ancor più mirabilmente vennero guarite per l'intercessione del Santo.

 

1318 3. Un cavaliere di Borgo, in provincia di Massa, denigrava con estrema sfacciataggine le opere e i miracoli del beato Francesco. Insultava e ingiuriava i pellegrini che si recavano a venerare il suo sepolcro e, nella sua frenesia, si scagliava pubblicamente contro i frati.

        Una volta quel peccatore ostinato, per contestare la gloria del Santo di Dio, uscì in quest'esecrabile bestemmia: “ Se codesto Francesco è davvero un santo, che io muoia oggi stesso d'un colpo di spada; se, invece, non è un santo, che io resti incolume ”.

        L'ira di Dio non tardò a colpire col giusto supplizio colui che ormai aveva trasformato la sua preghiera in colpa.

        Infatti di lì a poco, suo nipote, sentendosi ingiuriare da quel bestemmiatore, sguainò la spada e gliela immerse nel ventre. In quel giorno stesso lo scellerato morì e divenne preda dell'inferno, figlio delle tenebre: perché tutti imparassero a non contrastare con espressioni blasfeme gli stupendi prodigi di Francesco e a celebrarli con debite lodi.

 

1319 4. Un giudice di nome Alessandro, mentre si dava da fare, con la sua lingua avvelenata, per distogliere quanti più poteva dalla devozione al beato Francesco, per giudizio divino perdette l'uso della parola. Vedendo che la punizione lo aveva colpito proprio in quella lingua con la quale aveva peccato, provò gran pentimento e dolore d'aver inveito come un cane rabbioso contro i miracoli del Santo.

 

        Perciò il Santo misericordioso placò il proprio sdegno e riaccordò la propria benevolenza al povero pentito, che umilmente lo invocava, e gli restituì l'uso della parola.

        Da allora il giudice, ammaestrato e reso devoto dal castigo, consacrò la sua lingua, non più a denigrare il Santo, ma a celebrarne la gloria.

 

 

 

 X 

 

ALTRI MIRACOLI VARI

 

 

1320 1. A Gagliano Aterno, in diocesi di una donna di nome Maria, serva fedele e Gesù e di san Francesco.

        Un giorno d'estate, uscita a procurarsi il necessario con le proprie mani, la donna si sentì venir meno per il gran caldo e per la gran sete. Sola, su una montagna arida e assolutamente sprovvista d'acqua, si gettò a terra quasi esanime e incominciò a invocare piamente, nel suo cuore, il suo protettore san Francesco.

        Continuò la sua preghiera umile e sentita, finché, spossata all'estremo dalla fatica, dalla sete e dal caldo, si assopì alquanto.

        Ed ecco venire san Francesco e chiamarla per nome, dicendole: “ Alzati e bevi l'acqua che la generosità di Dio ha procurato per te e per molti ”.

        All'udire quella voce, la donna si destò dal suo sopore, tutta confortata; e afferrando una felce lì vicino, la svelse dalle radici; poi, scavando tutto intorno con un bastoncino, trovò acqua viva: era, all'inizio, un tenue zampillo; ma subito, per divina potenza, si ingrandì in una sorgente .

        Bevve, dunque, la donna a sazietà; poi si lavò gli occhi e sentì che acquistavano nuova forza visiva, mentre prima li aveva appannati a causa d'una lunga malattia.

        S'affrettò a casa, la donna, e raccontò a tutti lo stupendo miracolo, a gloria di san Francesco.

        Udito il prodigio, molti accorsero da ogni parte e costatarono per esperienza diretta la efficacia miracolosa di quell'acqua, poiché in gran numero, bagnandosi con essa, dopo aver confessato i loro peccati, venivano guariti da varie malattie.

        Quella chiara fonte c'è ancora e accanto è stato costruito un oratorio in onore di san Francesco.

 

1321 2. A Sahagún, nella Spagna, san Francesco fece rinverdire miracolosamente, contro ogni speranza, un ciliegio ormai secco, ridonandogli fiori e frutti.

        Liberò, inoltre, col suo intervento miracoloso, le campagne di Villasilos dal flagello dei vermi, che rodevano le vigne tutt'intorno.

        Un sacerdote di Palencia, che tutti gli anni aveva il granaio invaso dai tarli del grano, lo affidò con fede al Santo, e il Santo lo mondò completamente da quei parassiti.

        Un signore di Petramala, nel regno delle Puglie, raccomandandosi umilmente al Santo, ottenne che il suo campo rimanesse indenne dal terribile flagello dei bruchi, che faceva strage tutt'intorno.

 

1322           3. Un certo Martino aveva condotto i buoi al pascolo, lontano dal suo paese.

        Uno dei buoi cadde e si fratturò una gamba molto malamente, sicché non c'era modo di rimediare. Martino decise di scuoiarlo; ma non avendo l'arnese necessario e dovendo tornare a casa a prenderlo, lasciò a san Francesco la cura del bue, fiducioso che il Santo lo avrebbe custodito fino al suo ritorno dall'assalto dei lupi.

 

        Ritornò il mattino dopo, prestissimo, con lo scortichino, nel bosco dove aveva lasciato il bue, ma lo trovò che pascolava, così sano che non si riusciva assolutamente a distinguere quale fosse la gamba  fratturata.

        Martino rese grazie al buon pastore che aveva custodito con tanta cura 11 suo bue e lo aveva guarito.

        L'umile Santo ama soccorrere tutti quanti lo invocano e non sdegna di venir incontro alle necessità, per quanto piccole, degli uomini.

        Infatti ad un tale di Amiterno fece ritrovare il giumento che gli era stato rubato.

        A una donna di Antrodoco riaggiustò perfettamente un catino nuovo, che, cadendo, s'era rotto in mille pezzi.

        Anche ad un contadino di Montolmo, nelle Marche, riaggiustò il vomere, reso inutilizzabile da una rottura.

 

1323 4. Nella diocesi di Sabina c'era una vecchierella ottuagenaria, alla quale la figlia, morendo, aveva lasciato un bambino ancora lattante.

        Piena di miseria, era la vecchierella, ma vuota di latte: e non c'era nessuna donna che si prestasse a dare al bambino affamato la necessaria razione di latte, sicché la vecchierella non sapeva proprio da che parte voltarsi.

        Intanto il bambino si indeboliva. Allora la vecchierella, priva di ogni aiuto umano, una notte, tra una pioggia di lacrime, si rivolse con tutta l'anima al beato padre Francesco, invocando soccorso.

        Il Santo, che ama l'età innocente, fu subito accanto a lei e le disse: “ Io sono san Francesco che, tu o donna, hai invocato con tante lacrime. Porgi le tue mammelle alla bocca del bambino, perché il Signore ti darà latte in abbondanza ”.

        La vecchia adempì all'ordine del Santo e immediatamente le mammelle della ottuagenaria diedero latte in abbondanza.

        La fama di questo mirabile dono del Santo si diffuse ovunque, perché molti, uomini e donne, erano accorsi a vedere. E siccome la lingua non poteva impugnare ciò che gli occhi attestavano, tutti si sentivano infervorati a lodare Dio per la potenza mirabile e per l'amabile pietà del suo Santo.

 

1324 5. Due coniugi di Scoppito avevano un unico figlio che era nato con le braccia attaccate al collo, le ginocchia congiunte al petto e i piedi uniti alle natiche, sicché non pareva figlio di uomini, ma un mostro.

        Da qui la loro quotidiana afflizione per quella discendenza così umiliante. Era la donna a soffrire più intensamente. Spesso ella si rivolgeva a Cristo con grida e lamenti, pregandolo che si degnasse di venir incontro alla sua infelicità e alla sua vergogna, per l'intercessione di san Francesco.

        Una notte, mentre, oppressa da questa tristezza, si abbandonava ad un triste sonno, le apparve san Francesco, che la confortò con tenere parole e inoltre la esortò a portare il figlio in un luogo vicino dedicato al suo nome, per aspergerlo nel nome del Signore con l'acqua del pozzo che vi avrebbe trovato: così sarebbe divenuto perfettamente sano.

        La donna, però, non volle eseguire l'ordine del Santo, che glielo ripeté in una seconda apparizione. Infine, apparendole una terza volta, la condusse col suo bambino fino alla porta del luogo indicato, precedendola e facendole da guida.

        Vedendo sopraggiungere alcune matrone, venute per loro devozione a visitare quel luogo, la donna raccontò loro accuratamente la visione. Quelle, allora, andarono con lei a presentare il bambino ai frati. Poi la più nobile tra loro attinse l'acqua dal pozzo e lavò il bambino con le proprie mani: subito tutte le membra del bambino acquistarono una posizione normale e il bambino fu sano.

 

        La grandezza del miracolo suscitò lo stupore di tutti.

 

 

 

AGGIUNTA POSTERIORE

 

 

1325 5a. A Susa, un giovane di Rivarolo Canavese, di nome Ubertino, era entrato nell'Ordine dei frati minori. Durante il noviziato, a causa di un terribile spavento, divenne pazzo e, colpito da gravissima paralisi in tutta la parte destra, perdette con il moto la sensibilità, l'udito e la parola.

        Con grande mestizia dei frati, egli rimase disteso nel letto in quella condizione così pietosa per molti giorni, mentre intanto si avvicinava la solennità di san Francesco.

        Alla vigilia, ebbe un momento di lucido intervallo e, così come gli riusciva, si mise ad invocare con parole indistinte ma fervida fede, il padre pietoso.

        All'ora del mattutino, mentre tutti gli altri frati erano in coro, intenti alle divine lodi, ecco, il beato padre apparve al novizio nell'infermeria, vestito con l'abito dei frati, facendo risplendere una grande luce in quell'abitazione.

        E, ponendogli la mano sul fianco destro, la fece scorrere dolcemente dalla testa ai piedi; gli mise le dita nell'orecchio e gli impresse un segno particolare sulla spalla destra, dicendo: “ Questo sarà per te il segno che Dio, servendosi di me, che tu hai voluto imitare entrando in Religione, ti ha ridonato perfetta salute ”.

        Poi, mettendogli il cingolo, che, stando a letto, il novizio non aveva indosso, gli disse: “ Alzati e va in chiesa a celebrare devotamente, insieme con gli altri, le prescritte lodi di Dio ”.

        Detto questo, mentre il giovane cercava di toccarlo con le mani e di baciargli i piedi, in segno di ringraziamento, il beato padre scomparve dalla sua vista.

        Il giovane, riacquistata la salute e la lucidità della mente, la sensibilità e la parola, entrò in chiesa, tra lo stupore dei frati e dei secolari, presenti per la circostanza, che avevano visto il giovane quand'era paralitico e senza senno partecipò alla recita delle lodi e poi raccontò per ordine il miracolo, infiammando tutti alla devozione per Cristo e per il beato Francesco.

 

1326 6. Un abitante di Cori, in diocesi di Ostia, aveva perduto totalmente l'uso della gamba e non poteva assolutamente camminare né muoversi.

        Trovandosi in così grave angustia e disperando delI'aiuto umano, una notte si diede a presentare le sue querele a san Francesco, come se lo vedesse lì presente, in questo stile: “ O san Francesco, aiutami. Non ti ricordi il servizio che ti ho fatto e la devozione che ti ho sempre dimostrato? Io ti ho portato sul mio asino, ho baciato i tuoi sacri piedi e le tue sacre mani; sempre ti sono stato devoto, sempre sono stato generoso con te: ed ecco che ora muoio tra questi crudelissimi tormenti ”

        Spinto da questi lamenti, subito si fece presente quel Santo che non dimentica i benefici ricevuti ed è riconoscente ai suoi devoti, apparendo in compagnia di un altro frate, all'uomo che vegliava in preghiera. Gli disse che era accorso alla sua chiamata e che aveva portato la medicina per guarirlo.

        Gli toccò la parte offesa con un bastoncino in forma di Tau, facendo scoppiare il tumore e ridonandogli perfetta salute. Ma fece una cosa ancor più meravigliosa: gli lasciò impresso il sacro segno del Tau sul punto dov'era stata sanata la piaga, a memoria del miracolo. Era questo il segno con il quale san Francesco firmava le sue lettere, ogni volta che la carità lo spingeva ad inviare qualche missiva.

 

1327 7. Ma ecco: mentre la nostra mente, distratta dalla varietà dei fatti narrati, indugia ora su l'uno ora su l'altro dei miracoli compiuti dal beato padre, si è incontrata nuovamente, sotto la guida di Dio, con il Tau, cioè con il segno della salvezza.

        Ciò è avvenuto per i meriti di Francesco stesso, glorioso alfiere della croce, e ci permette di rilevare che la croce è divenuta la più solida testimonianza della gloria che ora egli gode, trionfando con Cristo in cielo, così come era stata la causa dei suoi meriti eccelsi e della sua salvezza, quando seguiva la milizia di Cristo, qui sulla terra.

 

1328  8. E, in verità, questo mistero grande e mirabile della croce, nel quale i carismi della grazia, i meriti delle virtù, i tesori della sapienza e della scienza sono nascosti così profondamente da risultare incomprensibili ai sapienti e ai prudenti di questo mondo, fu svelato a questo piccolo di Cristo in tutta la sua pienezza, tanto che in tutta la sua vita egli ha seguito sempre e solo le vestigia della croce, ha conosciuto sempre e solo la dolcezza della croce, ha predicato sempre e solo la gloria della croce.

        Perciò egli, all'inizio della sua conversione ha potuto dire con verità, come l'Apostolo: “ Non sia mai ch'io mi glori d'altro che della Croce di Cristo ”.

        Con non minor verità ha potuto ripetere, nello svolgimento della sua vita: “ Tutti quelli che seguiranno questa regola, pace sopra di loro e misericordia ”.

        E con pienezza di verità, nel compimento della sua vita, ha potuto concludere: << Io porto nel mio corpo le stimmate del Signore Gesù! >>.

        Ma noi bramiamo sentire ogni giorno da lui anche quell'augurio: “ La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia col vostro spirito, fratelli. Amen ”.

 

1329 9. Glòriati, dunque, ormai sicuro, nella gloria della croce, o glorioso alfiere di Cristo; tu che, cominciando dalla croce, sei progredito seguendo la regola della croce e nella croce hai portato a compimento la tua opera.

        Glòriati, ora che prendendo a testimonio la croce, manifesti a tutti i fedeli quanto sei glorioso nel cielo.

        Ormai ti seguano sicuri coloro che escono dall'Egitto: il legno della croce di Cristo farà dividere davanti a loro il mare ed essi passeranno il deserto, attraverseranno il Giordano della vita mortale e, sorretti dalla mirabile potenza della croce, entreranno nella terra promessa dei viventi.

        Là ci introduca il vero condottiero e salvatore dei popolo, Gesù Cristo crocifisso, per i meriti del suo servo Francesco, a lode del Dio uno e trino; che vive e regna nei secoli dei secoli. Amen.

 

 

 

E' terminata la narrazione

 dei miracoli

compiuti dal beato Francesco

 dopo la sua morte.

 

 

 

 


 

 

 

I FIORETTI DI SAN FRANCESCO

 

 

Riveduti su un nuovo Codice da 

P. B. BUGHETTI

 

 

Quaracchi

Collegio San Bonaventura, 1926

 

Note di

FELICIANO OLGIATI

 

 

 

         I FIORETTI di san Francesco costituiscono una meravigliosa e inimitabile raccolta di « miracoli ed esempli devoti », concernenti la vita del Poverello, volgarizzati nell'ultimo quarto del Trecento da un ignoto toscano, ricavandoli da quasi tutti gli Actus beati Francisci et sociorum eius composti probabilmente da Ugolino da Montegiorgio tra il 1327/1340.

         Questo volgarizzamento, assurto a tanta celebrità, propone indubbiamente gesti e parole di Francesco che, nella sostanza, possono considerarsi storici o di tradizione orale di buona vena, e solo talvolta horitura leggendaria. Per una loro utilizzazione occorre tuttavia molta cautela. Intessuti dei motivi più puri e idealizzati del francescanesimo, s'impongono soprattutto per la schiettezza della lingua parlata, per il candore del sentimento religioso, per le parole altissime del magistero morale di Francesco, ma risentono di una mutata temperie spirituale; e, particolarmente negli ultimi capitoli, rivelano presenti i motivi caratteristici della letteratura degli Spirituali, anche se raramente in termini esacerbati.

         « Principiando con il primo proselitismo francescano, essi o~rono -- senza alcuna pretesa cronologica, senza un ordine prestabilito e senza una tesi da dimostrare--, le conversazioni di Francesco con alcuni dei suoi più noti compagni (Bernardo, Elia, Egidio, Leone, Masseo, Chiara, Rufino, Silvestro ecc.), da cui sgorgarono i più alti insegnamenti francescani (la perfetta letizia, la povertà, l'amore per le creature, la predica agli uccelli, il lupo di Gubbio ecc ) . I capitoli hnali contengono invece le storie degli Spirituali marchigiani (Corrado d'Olfida, Giovanni della Penna, Giovanni della Verna, Iacopo da Massa ecc.), in un contesto storico più direttamente sotto in~usso spiritualistico. In un solo capitolo, tuttavia, la polemica traspare evidente, ma si tratta di pagine discusse poiché tolte quasi di peso dalla Cronaca o Storia delle sette tribolazioni dell'ordine dei minori di Angelo Clareno » (cfr. Introduzione, qui, pp. 263-264).

         Abbiamo riprodotta l'edizione curata da P. B. Bughetti I Fioretti di san Francesco, Quaracchi 1926, per gentile concessione del Collegio San Bonaventura di Grottaferrata Quaracchi.

 

 

 

 

 

CAPITOLO I

 

 

 

 

                   Al nome del nostro Signor Gesù Cristo crocifisso e della sua Madre Vergine Maria. In questo libro si contengono certi fioretti, miracoli ed esempi divoti del glorioso poverello di Cristo messer santo Francesco e d'alquanti suoi santi compagni. A laude di Gesù Cristo. Amen.

 

1826 In prima è da considerare che 'l glorioso messere santo Francesco in tutti gli atti della vita sua fu conforme a Cristo benedetto: chè come Cristo nel principio della sua predicazione elesse dodici Apostoli a dispregiare ogni cosa mondana, a seguitare lui in povertà e nell'altre virtù; così santo Francesco elesse dal  principio del fondamento dell'Ordine dodici compagni possessori dell'altissima povertà. E come un de' dodici Apostoli, il quale si chiamò Iuda Scariotto, apostatò dello apostolato, tradendo Cristo, e impiccossi se medesimo per la gola; così uno de' dodici compagni di santo Francesco, ch'ebbe nome frate Giovanni dalla Cappella, apostatò e finalmente s'impiccò se medesimo per la gola. E questo agli eletti è grande esempio e materia di umiltà e di timore, considerando che nessuno è certo perseverare infino alla fine nella grazia di Dio. E come que' santi Apostoli furono a tutto il mondo maravigliosi di santità e d'umiltà, e pieni dello Spirito Santo; così que' santi compagni di santo Francesco furono uomini di tanta santità, che dal tempo degli Apostoli in qua il mondo non ebbe cosi maravigliosi e santl uomini: imperò ch' alcuno di loro fu ratto infino al terzo Cielo come santo Paulo, e questo fu frate Egidio; alcuno di loro, cioè fra Filippo Lungo, fu toccato le labbra dall'Agnolo col carbone del fuoco come Isaia profeta; alcuno di loro, ciò fu frate Silvestro, che parlava con Dio come l'uno amico coll'altro, a modo che fece Moisè; alcuno volava per sottilità d'intelletto infino alla luce della divina sapienza come l'aquila, cioè Giovanni evangelista, e questo fu frate Bernardo umilissimo, il quale profondissimamente esponea la Scrittura santa; alcuno di loro fu santificato da Dio e canonizzato in Cielo vivendo egli ancora nel mondo, e questo fu frate Ruffino gentile uomo d'Ascesi; e cosl furono tutti privilegiati di singolare segno di santità, siccome nel processo si dichiara.

 

 

 

CAPITOLO II

 

Di frate Bernardo da Quintavalle primo compagno di santo Francesco.

 

 

1827 Il primo compagno di santo Francesco si fu frate Bernardo d'Ascesi, il quale si convertì a questo modo: che essendo Francesco ancora in abito secolare, benchè già esso avesse disprezzato il mondo, e andando tutto dispetto e mortificato per la penitenza, intanto che da molti era reputato stolto, e come pazzo era schernito e scacciato con pietre e con fastidio fangoso dalli parenti e dalli strani, ed egli in ogni ingiuria e ischerno passandosi paziente come sordo e muto; messere Bernardo d'Ascesi, il quale era de' più nobili e de' più ricchi e de' più savi della città, cominciò a considerare saviamente in santo Francesco il così eccessivo dispregio del mondo, la grande pazienza nelle ingiurie, che già per due anni cosl abbominato e disprezzato da ogni persona sempre parea più costante e paziente, cominciò a pensare e a dire fra sè medesimo: Per nessuno modo puote che questo Francesco non abbia grande grazia da Dio. E sì lo invitò la sera a cena e albergo; e santo Francesco accettò e cenò la sera con lui e albergò.

         E allora, cioè messere Bernardo, si puose in cuore di contemplare la sua santità; ond' egli gli fece apparecchiare un letto nella sua camera propria, nella quale di notte sempre ardea una lampana. E santo Francesco, per celare la santità sua, immantanente come fu entrato in camera si gittò in sul letto e fece vista di dormire; e messere Bernardo similmente, dopo alcuno spazio, si puose a giaciere, e incominciò a russare forte a modo come se dormisse molto profondamente. Di che santo Francesco, credendo veramente che messere Bernardo dormisse, in sul primo sonno si levò del letto e puosesi in orazione, levando gli occhi e le mani al cielo, e con grandissima divozione e fervore diceva: << Iddio mio, Iddio mio »; e cosi dicendo e forte lagrimando istette infino al mattutino, sempre ripetendo: « Iddio mio, Iddio mio », e non altro. E questo dicea santo Francesco contemplando e ammirando la eccellen~a della divina Maestà, la quale degnava di condescendere al mondo che periva, e per lo suo Francesco poverello disponea di porre rimedio di salute dell'anima sua e degli altri; e però alluminato di Spirito Santo, ovvero di spirito profetico, prevedendo le grandi cose che Iddio doveva fare mediante lui e l'Ordine suo, e considerando la sua insufficienza e poca virtù, chiamava e pregava Iddio, che colla sua pietà e onnipotenza, sanza la quale niente può l'umana fragilità, supplesse, aiutasse e compiesse quello per sè non potea. Veggendo messere Bernardo per lo lume della lampana gli atti divotissimi di santo Francesco, e considerando  divotamente le parole che dicea, fu toccato e ispirato dallo Spirito Santo a mutare la vita sua.

         Di che, fatta la mattina, chiamò santo Francesco e disse così: « Frate Francesco, io ho al tutto disposto nel cuore mio d' abbandonare il mondo e seguitare te in ciò che tu mi comanderai ». Udendo questo, santo Francesco si rallegrò in ispirito e disse così: « Messere Bernardo, questo che voi dite è opera sì grande e malagevole, che di ciò si vuole richiedere consiglio al nostro Signore Gesù Cristo e pregarlo che gli piaccia di mostrarci sopra a ciò la sua volontà ed insegnarci come questo noi possiamo mettere in esecuzione. E però andiamo insieme al vescovado dov' è un buono prete, e faremo dire la messa e poi staremo in orazione infino a terza, pregando Iddio che infino alle tre apriture del messale ci dimostri la via ch' a lui piace che noi eleggiamo». Rispuose messere Bernardo che questo molto gli piacea; di che allora si mossono e andarono al vescovado. E poi ch' ebbono udita la messa e istati in orazione insino a terza, il prete a' preghi di santo Francesco preso il messale e fatto il segno della santissima croce, si lo aperse nel nome del nostro Signore Gesù Cristo tre volte: e nella prima apritura occorse quella parola che disse Cristo nel Vangelo al giovane che domandò della via della perfezione: Se tu vuogli essere perfetto, va' e vendi ciò che tu hai, e da' a' poveri, e seguita me. Nella seconda apritura occorse quella parola che disse Cristo agli Apostoli, quando li mandò a predicare: Non portate nessuna cosa per via, nè bastone, nè tasca, nè calzamenti, nè danari; volendo per questo ammaestrarli che tutta la loro isperanza del vivere dovessono portare in Dio, ed avere tutta la loro intenzione a predicare il santo Vangelo. Nella terza apritura del messale occorse quella parola che Cristo disse: Chi vuole venire dopo me, abbandoni se medesimo, e tolga la croce sua e séguiti me. Allora disse santo Francesco a messere Bernardo: « Ecco il consiglio che Cristo ci dà; va' adunque e fa' compiutamente quello che tu hai udito; e sia benedetto il nostro Signore Gesù Cristo, il quale ha degnato di mostrarci la sua vita evangelica ». Udito questo, si partì messere Bernardo, e vendè ciò ch'egli avea (ed era molto ricco), e con grande allegrezza distribuì ogni cosa a' poveri, a vedove, a orfani, a prigioni, a monisterii e a spedali; e in ogni cosa santo Francesco fedelmente e providamente l'aiutava.

 

1828 E vedendo uno, ch' avea nome messere Salvestro, che santo Francesco dava tanti danari a poveri e fecea dare, stretto d' avarizia disse a santo Francesco: « Tu non mi pagasti interamente di quelle pietre che tu comperasti da me per racconciare la chiesa, e però, ora che tu hai danari, pagami >>. Allora santo Francesco, maravigliandosi della sua avarizia e non volendo contendere con lui, siccome vero osservatore del santo Vangelo, mise le mani in grembo di messere Bernardo, e piene le mani di danari, li mise in grembo di messere Salvestro, dicendo che se più ne volesse, più gliene darebbe. Contento messere Salvestro di quelli, si partì e tornossi a casa, e la sera, ripensando di quello ch'egli aveva fatto il dì, e riprendendosi della sua avarizia, considerando il fervore di messere Bernardo e la santità di santo Francesco, la notte seguente e due altre notti ebbe da Dio una cotale visione che della bocca di santo Francesco usciva una croce d oro, la cui sommità toccava il cielo, e le braccia si distendevano dall' oriente infino all'occidente. Per  questa visione egli diede per Dio ciò ch' egli avea, e fecesi frate Minore, e fu nell' Ordine di tanta santità e grazia, che parlava con Dio, come fa l' uno amico con l' altro, secondo che santo Francesco più volte provò, e più giù si dichiarerà.

         Messere Bernardo similemente si ebbe tanta grazia di Dio, ch' egli spesso era ratto in contemplazione a Dio; e santo Francesco dicea di lui ch' egli era degno d' ogni reverenza e ch' egli avea fondato quest' Ordine; imperò ch' egli era il primo che avea abbandonato il mondo, non riserbandosi nulla, ma dando ogni cosa a'poveri di Cristo, e cominciata la povertà evangelica, offerendo sè ignudo nelle braccia del Crocifisso.

         Il quale sia da noi benedetto in saecula saeculorum. Amen.

 

 

 

CAPITOLO III

 

Come per mala cogitazione che santo Francesco ebbe contro a frate Bernardo, comandò al detto frate Bernardo che tre volte gli andasse co' piedi in sulla gola e in sulla bocca.

 

 

 

1829 Il devotissimo servo del Crocifisso messer santo Francesco, per l' asprezza della penitenza e continuo piagnere, era diventato quasi cieco e poco vedea. Una volta tra 1' altre si partl del luogo dov' egli era e andò ad un luogo dov' era frate Bernardo, per parlare con lui delle cose divine; e giugnendo al luogo, trovò ch' egli era nella selva in orazione tutto elevato e congiunto con Dio. Allora santo Francesco andò nella selva e chiamollo: « Vieni--disse--e parla a questo cieco ». E frate Bernardo non gli rispuose niente, imperò che essendo uomo di grande contemplazione avea la mente sospesa e levata a Dio; e però ch' egli avea singolare grazia in parlare di Dio, siccome santo Francesco più volte avea provato, e pertanto desiderava di parlare con lui. Fatto alcuno intervallo, sì lo chiamò la seconda e la terza volta in quello medesimo modo; e nessuna volta frate Bernardo l' udi, e però non gli rispuose, nè andò a lui. Di chi santo Francesco si parti un poco isconsolato e maravigliandosi e rammaricandosi in se medesimo, che Frate Bernardo, chiamato tre volte, non era andato a lui.

         Partendosi con questo pensiero, santo Francesco, quando fu un poco dilungato, disse al suo compagno: a Aspettami qui »; ed egli se ne andò ivi presso in uno luogo solitario, e gittossi in orazione, pregando Iddio che gli rivelasse il perchè frate Bernardo non gli rispuose. E stando cosl, gli venne una voce da Dio che disse così: « O povero omicciuolo, di che se' tu turbato? debbe l' uomo lasciare Iddio per la creatura? Frate Bernardo, quando tu lo chiamavi, era  congiunto meco; e però non potea venire a te, nè risponderti. Adunque non ti maravigliare, se non ti potè rispondere; però ch' egli era sì fuori di sè, che delle tue parole non udiva nulla ». Avendo santo Francesco questa risposta da Dio, immantanente con grande fretta ritornò inverso frate Bernardo, per accusarglisi umilemente del pensiero ch' egli avea avuto inverso di lui.

         E veggendolo venire inverso di sè, frate Bernardo gli si fece incontro e gittoglisi a' piedi, e allora santo Francesco il fece levare suso e narrogli con grande umiltà il pensiero e la turbazione ch' avea avuto inverso di lui, e come di ciò Iddio gli avea risposto. Onde conchiuse cosi: « Io ti comando per santa ubbidienza, che tu faccia ciò ch' io ti comanderò ». Temendo frate Bernardo che santo Francesco non gli comandasse qualche cosa eccessiva, come solea fare, volle onestamente ischifare quella obbidienza; ond' egli rispuose cosi: « Io sono apparecchiato di fare la vostra ubbidienza, se voi mi promettete di fare quello ch' io comanderò a voi ». E promettendoglielo santo Francesco, frate Bernardo disse: « Or dite, padre, quello che voi volete ch' io faccia ». Allora disse santo Francesco: « Io ti comando per santa ubbidienza che, per punire la mia prosunzione e l' ardire del mio cuore, ora ch' io mi gitterò in terra supino, mi ponga l' uno piede in sulla gola e l' altro in sulla bocca, e cosl mi passi tre volte e dall' uno lato all' altro, dicendomi vergogna e vitupero; e specialmente mi di': Giaci, villano figliuolo di Pietro Bernardoni, onde ti viene tanta superbia, che se' vilissima creatura? ». Udendo questo frate Bernardo, e benchè molto gli fusse duro a farlo, pure per la ubbidienza santa, quanto potè il più cortesemente, adempiè quello che santo Francesco gli avea comandato. E fatto cotesto, disse santo Francesco: « Ora comanda tu a me ciò che tu vuoi ch' io ti faccia, però ch' io t' ho promesso obbidienza ». Disse frate Bernardo: « Io ti comando per santa obbidienza ch' ogni volta che noi siamo insieme, tu mi riprenda e corregga de' miei difetti aspramente». Di che santo Francesco forte si maravigliò, però che frate Bernardo era di tanta santità, ch' egli l' avea in grande reverenza e non lo riputava riprensibile di cosa veruna. E però d' allora innanzi santo Francesco si guardava di stare molto con lui, per la detta obbidienza, acciò che non gli venisse detto alcuna parola di correzione verso di lui, il qual egli conoscea di tanta santità; ma quando avea voglia di vederlo ovvero di udirlo parlare di Dio, il più tosto che poteva si spacciava da lui e partivasi. Ed era una grandissima divozione a vedere con quanta carità, riverenza e umiltà santo Francesco padre si usava e parlava con frate Bernardo figliuolo primogenito.

         A laude e gloria di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.

 

 

 

CAPITOLO IV

 

Come l'agnolo di Dio propuose una quistione a frat' Elia guardiano d' uno luogo di Val di Spoleto, e perché trat' Elia li rispuose superbiosamente, si partì e andonne in cammino di santo Jacopo, dove trovò frate Bernardo e dissegli questa storia.

 

 

1830 Al principio e fondamento dell' Ordine, quando erano pochi frati e non erano ancora presi i luoghi, santo Francesco per sua divozione andò a santo Jacopo di Galizia, e menò seco alquanti frati, fra li quali fu l' uno frate Bernardo. E andando così insieme per lo cammino, trovò in una terra un poverello infermo, al quale avendo compassione, disse a frate Bernardo: « Figliuolo, io voglio che tu rimanghi qui a servire a questo infermo ». E frate Bernardo, umilemente inginocchiandosi e inchinando il capo, ricevette la obbidienza del padre santo e rimase in quel luogo; e santo Francesco con gli altri compagni andarono a santo Jacopo. Essendo giunti là, e stando la notte in orazione nelia chiesa di santo Jacopo, fu da Dio rivelato a santo Francesco ch' egli dovea prendere di molti luoghi per lo mondo, imperò che l' Ordine suo si dovea ampliare e crescere in grande moltitudine di frati. E in cotesta rivelazione cominciò santo Francesco a prendere luoghi in quelle contrade. E ritornando santo Francesco per la via di prima, ritrovò frate Bernardo, e lo infermo, con cui l' avea lasciato, perfettamente guarito; onde santo Francesco concedette l' anno seguente a frate Bernardo ch' egli andasse a santo Jacopo.

        

1831 E cosi santo Francesco si ritornò nella Valle di Spuleto, e istavasi in uno luogo diserto ègli e frate Masseo e frat' Elia e alcuni altri, i quali tutti si guardavano molto di noiare o storpiare santo Francesco della orazione, e ciò faceano per la grande reverenza che gli portavano e perchè sapeano che Iddio gli rivelava grandi cose nelle sue orazioni. Avvenne un dì che, essendo santo Francesco in orazione nella selva, un giovane bello, apparecchiato a camminare, venne alla porta del luogo, e picchiò sì in fretta e forte e per sì grande spazio, che i frati molto se ne maravigliarono di cosl disusato modo di picchiare. Andò frate Masseo e aperse la porta e disse a quello giovane: « Onde vieni tu, figliuolo, che non pare che tu ci fossi mai più, si hai picchiato disusatamente? ». Rispuose il giovane: << E come si dee picchiare? ». Disse frate Masseo: « Picchia tre volte l' una dopo l'  altra, di rado, poi t' aspetta tanto che 'l frate abbia detto il paternostro e vegna a te, e se in questo intervallo non viene, picchia un' altra volta ». Rispuose il giovane: « Io ho gran fretta, e però picchio così forte perciò ch' io ho a fare lungo viaggio, e qua son venuto per parlare a frate Francesco, ma egli sta ora nella selva in contemplazione, e però non lo voglio storpiare, ma va', e mandami frat' Elia, che gli vo' fare una quistione, però ch' io intendo ch' egli è molto savio ». Va frate Masseo, e dice a frat' Elia che vada a quello giovane. E frat' Elia se ne iscandalezza, e non vi vuole andare, di che frate Masseo non sa che si fare, nè che si rispondere a colui; imperò che se dicesse: frat' Elia non può venire, mentiva; se dicea come era turbato e non vuol venire, si temea di dargli male esempio. E però che intanto frate Masseo penava a tornare, il giovane picchiò un' altra volta come in prima, e poco stante tornò frate Masseo alla porta e disse al giovine: « Tu non hai osservato la mia dottrina nel picchiare ». Rispuose il giovane: « Frat' Elia non vuole venire a me; ma va' e di' a frate Francesco ch' io son venuto per parlare con lui; ma però ch' io non voglio impedire lui della orazione, digli che mandi a me frat' Elia ». E allora frate Masseo n' andò a santo Francesco il quale orava nella selva colla faccia levata al cielo, e dissegli tutta la imbasciata del  giovane e la risposta di frat' Elia. E quel giovane era l' Agnolo di Dio in forma umana. Allora santo Francesco, non mutandosi del luogo nè abbassando la faccia, disse a frate Masseo: « Va' e di' a frat' Elia che per obbidienza immantanente vada a quello giovane ». Udendo frat'Elia l'ubbidienza di santo Francesco, andò alla porta molto turbato, e con grande empito e romore gli aperse e disse al giovane: « Che vuo' tu? ». Rispuose il giovane: « Guarda, frate che tu non sia turbato, come pari, però che l' ira impedisce l' animo e non lascia discernere il vero ». Disse frat' Elia: « Dimmi quello che tu vuoi da me ». Rispuose il giovane: « Io ti domando, se agli osservatori del santo Vangelo è licito di mangiare di ciò che gli è posto innanzi, secondo che Cristo disse a' suoi discepoli. E domandoti ancora, se a nessuno uomo è lecito di porre innanzi alcuna cosa contradia alla libertà evangelica ». Rispuose frat' Elia superbamente: « Io so bene questo, ma non ti voglio rispondere; va' per li fatti tuoi ». Disse il giovane: « Io saprei meglio rispondere a questa quistione, che tu ». Allora frat' Elia turbato e con furia chiuse l' uscio e partissi. Poi cominciò a pensare della detta quistione e dubitarne fra sè medesimo; e non la sapea solvere. Imperò ch' egli era Vicario dell' Ordine, e avea ordinato e fatto costituzione, oltr' al Vangelo ed oltr' alla Regola di santo Francesco, che nessuno frate nell' Ordine mangiasse carne, sicchè la detta quistione era espressamente contra di lui. Di che non sapendo dichiarare se medesimo, e considerando la modestia del giovane e che gli avea detto ch' e' saprebbe rispondere a quella quistione meglio di lui, ritorna alla porta e aprilla per domandare il giovane della predetta quistione, ma egli s' era già partito; imperò che la superbia di frat' Elia non era degna di parlare con l' Agnolo. Fatto questo, santo Francesco, al quale ogni cosa da Dio era stata rivelata, tornò dalla selva, e fortemente con alte voci riprese frat' Elia, dicendo: « Male fate, frat' Elia superbo, che cacciate da noi gli Agnoli santi, li quali ci vengono ammaestrare: io ti dico ch' io temo forte che la tua superbia non ti faccia finire fuori di quest' Ordine ». E così gli addivenne poi, come santo Francesco gli predisse, però che' e' morì fuori dell' Ordine.

 

1832 Il dì medesimo, in quell' ora che quello Agnolo si partì, sì apparì egli in quella medesima forma a frate Bernardo, il quale tornava da santo Jacopo ed era alla riva d' un grande fiume; e salutollo in suo linguaggio dicendo: « Iddio ti dia pace, o buono frate ». E maravigliandosi forte il buono frate Bernardo e considerando la bellezza del giovane e la loquela della sua patria, colla salutazione pacifica e colla faccia lieta sì 'l dimandò: « Donde vieni tu buono giovane? ». Rispuose l' Agnolo: « Io vengo di cotale luogo dove dimora santo Francesco, e andai per parlare con lui e non ho potuto, però ch' egli era nella selva a contemplare le cose divine, e io non l'ho voluto storpiare. E in quel luogo dimorano frate Masseo e frate Egidio e frat' Elia; e frate Masseo m' ha insegnato picchiare la porta a modo di frate. Ma frat' Elia, però che non mi volle rispondere della quistione ch' lo gli propuosi, poi se ne pentì; e volle udirmi e vedermi, e non potè ». Dopo queste parole disse l' Agnolo a frate Bernardo: « Perchè non passi tu di là? ». Rispuose frate Bernardo: « Però ch' io temo del pericolo per la profondità dell' acqua ch' io veggio ». Disse l' Agnolo: « Passiamo insieme; non dubitare ». E prese la sua mano, e in uno batter d' occhio il puose dall' altra parte del fiume. Allora frate Bernardo conobbe ch' egli era l' Agnolo di Dio, e con grande reverenza e gaudio ad alta voce disse: « O Agnolo benedetto di Dio, dimmi quale è il nome tuo ». Rispuose l' Agnolo: « Perchè domandi tu del nome mio, il quale è maraviglioso? ». E detto questo, l'Agnolo disparve e lasciò frate Bernardo molto consolato, in tanto che tutto quel cammino e' fece con allegrezza. E considerò il dì e l' ora che l' Agnolo gli era apparito; e giungendo al luogo dove era santo Francesco con li predetti compagni, recitò loro ordinatamente ogni cosa. E conobbono certamente che quel medesimo Agnolo, in quel dl e in quell' ora, era apparito a loro e a lui. E ringraziarono Iddio.

         A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.

 

 

 

 

CAPITOLO V

 

Come il santo frate Bernardo d'Ascesi fu da santo Francesco mandato a Bologna, e là pres' egli luogo.

 

 

1833 Imperò che santo Francesco e li suoi compagni erano da Dio chiamati ed eletti a portare col cuore e con l' operazioni, e a predicare con la lingua la croce di Cristo, egli pareano ed erano uomini crocifissi, quanto all'abito e quanto alla vita austera, e quanto agli atti e operazioni loro; e però disideravano più di sostenere vergogne e obbrobri per l' amore di Cristo, che onori del mondo o riverenze o lode vane, anzi delle ingiurie si rallegravano, e degli onori si contristavano. E così s' andavano per lo mondo come pellegrini e forestieri, non portando seco altro che Cristo crocifisso; e però ch' egli erano della vera vite, cioè Cristo, produceano grandi e buoni frutti delle anime, le quali guadagnavano a Dio.

         Addivenne, nel principio della religione, che santo Francesco  mandò frate Bernardo a Bologna, acciò che ivi, secondo la grazia che Iddio gli avea data, facesse frutto a Dio, e frate Bernardo facendosi il segno della santissima croce per la santa obbidienza, si partì e pervenne a Bologna. E vedendolo li fanciulli in abito disusato e vile, sì gli faceano molti scherni e molte ingiurie, come si farebbe a uno pazzo; e frate Bernardo pazientemente e allegramente sostenea ogni cosa per amore di Cristo. Anzi, acciò che meglio e' fusse istraziato, si puose istudiosamente nella piazza della città; onde sedendo ivi sì gli si raunarono d' intorno molti fanciulli e uomini, e chi gli tirava il cappuccio dirietro e chi dinanzi, chi gli gittava polvere e chi pietre, chi'l sospigneva di qua e chi di là: e frate Bernardo, sempre d' uno modo e d' una pazienza, col volto lieto, non si rammaricava e non si mutava. E per più dì ritornò a quello medesimo luogo, pure per sostenere simiglianti cose. E però che la pazienza è opera di perfezione e pruova di virtù, uno savio dottore di legge, vedendo e considerando tanta costanza e virtù di frate Bernardo non potersi turbare in tanti dì per niuna molestia o ingiuria, disse fra se medesimo: « Impossibile è che costui non sia santo uomo ». E appressandosi a lui sì 'l domandò: « Chi sei tu, e perchè se' venuto qua? ». E frate Bernardo per risposta si mise la mano in seno e trasse fuori la regola di santo Francesco, e diegliela che la leggesse. E letta ch' e' l'ebbe, considerando il suo altissimo stato di perfezione, con grandissimo stupore e ammirazione si rivolse a' compagni e disse: « Veramente questo è il più alto stato di religione ch' io udissi mai; e però costui co' suoi compagni sono de' più santi uomini di questo mondo, e fa grandissimo peccato chi gli fa ingiuria, il quale sì si vorrebbe sommamente onorare, conciò sia cosa ch' e' sia amico di Dio ». E disse a frate Bernardo: << Se voi volete prendere luogo nel quale voi poteste acconciamente servire a Dio, io per salute dell' anima mia volentieri vel darei >>. Rispuose frate Bernardo: « Signore, io credo che questo v' ahbia ispirato il nostro Signore Gesù Cristo, e però la vostra proíferta io l' accetto volentieri a onore di Cristo». Allora il detto giudice con grande allegrezza e carità menò frate Bernardo a casa sua; e poi gli diede il luogo promesso, e tutto l' acconciò e compiette alle sue ispese, e d' allora innanzi diventò padre e speziale difensore di frate Bernardo e de' suoi compagni.

         E frate Bernardo, per la sua santa conversazione, cominciò ad essere molto onorato dalle genti, in tanto che beato si tenea chi'l potea toccare o vedere. Ma egli come vero discepolo di Cristo e dello umile Francesco, temendo che l' onore del mondo non impedisse la pace e la salute dell' anima sua, sì si partì un dl e tornò a santo Francesco e dissegli così: « Padre, il luogo è preso nella città di Bologna;  mandavi de' frati che 'l mantegnino e che vi stieno, però ch' io non vi facevo più guadagno, anzi per lo troppo onore che mi vi era fatto, io temo ch' io non perdessi più ch' io non vi guadagnerei ». Allora santo Francesco udendo ogni cosa per ordine, siccome Iddio avea adoperato per frate Bernardo, ringraziò Iddio, il quale così incominciava a dilatare i poverelli discepoli della croce; e allora mandò de' suoi compagni a Bologna e in Lombardia, li quali presono di molti luoghi in diverse parti.

         A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.

 

 

 

CAPITOLO VI

 

Come santo Francesco benedisse il santo frate Bernardo e lasciollo suo Vicario, quando egli venne a passare di questa vita.

 

 

 

1834 Era frate Bernardo di tanta santità, che santo Francesco gli portava grande reverenza e spesse volte lo lodava. Essendo un dì santo Francesco e stando divotamente in orazione, sì gli fu rivelato da Dio che frate Bernardo per divina permissione doveva sostenere molte e diverse e pugnenti battaglie dalli demoni; di che santo Francesco, avendo grande compassione al detto frate Bernardo, il quale amava come suo figliuolo, molti dì orava con lagrime, pregando Iddio per lui e raccomandandolo a Gesù Cristo, che gli dovesse dare vittoria del demonio. E orando così santo Francesco divotamente, Iddio un dì sì gli rispuose: « Francesco, non temere, però che tutte le tentazioni dalle quali frate Bernardo dee essere combattuto, gli sono da Dio permesse a esercizio di virtù e corona di merito, e finalmente di tutti li nimici averà vittoria, però ch' egli è uno de' commensali del reame del Cielo ». Della quale risposta santo Francesco ebbe grandissima allegrezza e ringraziò Iddio. E da quell' ora innanzi gli portò sempre maggiore amore e riverenza.

         E bene glielo mostrò, non solamente in vita sua, ma eziandio nella morte. Imperò che vegnendo santo Francesco a morte, a modo di quel santo patriarca Jacob, standogli d' intorno li divoti figliuoli addolorati e lagrimosi della partenza di così amabile padre, domandò: « Dov' è il mio primogenito? Vieni a me, figliuolo, acciò che ti benedica l' anima mia, prima ch' io muoia ». Allora frate Bernardo dice a frat' Elia in segreto (il quale era Vicario dell' Ordine): « Padre, va' dalla mano diritta del santo, acciò che ti benedica ». E ponendosi frate Elia dalla mano diritta, santo Francesco, il quale avea perduto il vedere per le troppe lagrime, puose la mano ritta sopra il capo di frat' Elia e disse: « Questo non è il capo del primogenito frate Bernardo ». Allora frate Bernardo andò a lui dalla mano sinistra, e santo Francesco allora cancellò le braccia a  modo di croce, e poi puose la mano diritta sopra 'l capo di frate Bernardo e la manca sopra 'l capo del detto frat' Elia e disse: « Frate Bernardo, benedicati il Padre del nostro Signore Gesù Cristo in ogni benedizione spirituale e celestiale in Cristo, siccome tu se' il primogenito eletto in quest'Ordine santo a dare esempio evangelico, a seguitare Cristo nella evangelica povertà: imperò che non solamente tu desti il tuo e distribuisti interamente e liberamente alli poveri per lo amore di Cristo, ma eziandio te medesimo offeristi a Dio in quest' Ordine in sacrifizio di soavità. Benedetto sia tu adunque dal nostro Signore Gesù Cristo e da me poverello servo suo di benedizioni eterne, andando, stando, vegghiando e dormendo, e vivendo e morendo; e chi ti benedirà sia ripieno di benedizioni, chi ti maledicesse non rimarrà senza punizione. Sia il principale de' tuoi fratelli, e al tuo comandamento tutti li frati obbidiscano, abbi licenza di ricevere a questo Ordine chiunque tu vorrai, e nessuno frate abbia signoria sopra di te, e siati licito d' andare e di stare dovunque ti piace ».

         E dopo la morte di santo Francesco, i frati amavano e riverivano frate Bernardo come venerabile padre. E vegnendo egli a morte, vennono a lui molti frati di diverse parti del mondo; fra li quali venne quello ierarchico e divino frate Egidio, il quale veggendo frate Bernardo, con grande allegrezza disse: « Sursum corda, frate Bernardo, sursum corda ». E frate Bernardo santo disse a uno frate segretamente che apparecchiasse a frate Egidio uno luogo atto a contemplazione, e così fu fatto. Essendo frate Bernardo nella ultima ora della morte, si fece rizzare, e parlò a' frati che gli erano dinanzi, dicendo: « Carissimi fratelli, io non vi vo' dire molte parole, ma voi dovete considerare che lo stato della Religione ch' io ho avuto, voi avete, e questo ch' i' ho ora, voi averete ancora. E truovo questo nell' anima mia, che per mille mondi eguali a questo io non vorrei non avere servito altro signore che nostro Signore Gesù Cristo. E d' ogni offesa che io ho fatta, m' accuso e rendo in colpa al mio Salvatore Gesù Cristo e a voi. Priegovi, fratelli miei carissimi, che voi v' amiate insieme ». E dopo queste parole e altri buoni ammaestramenti, riponendosi in sul letto, diventò la faccia sua isplendida e lieta oltremodo di che tutti i frati forte si maravigliarono; e in quella letizia la sua anima santissima, coronata di gloria, passa della presente vita alla beata degli Agnoli.

         A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.

 

 

 

CAPITOLO VII

 

Come santo Francesco fece una Quaresima in un' isola del lago di Perugia, dove digiunò quaranta dì e quaranta notti e non mangiò più che un mezzo pane.

 

 

 

1835 Il verace servo di Cristo santo Francesco, però che in certe cose fu quasi un altro Cristo, dato al mondo per salute della gente, Iddio Padre il volle fare in molti atti conforme e simile al suo figliuolo Gesù Cristo, siccome ci dimostra nel venerabile collegio de' dodici compagni e nel mirabile misterio delle sacrate Istimmate e nel continuato digiuno della santa Quaresima, la qual' egli sl fece in questo modo.

         Essendo una volta santo Francesco il dì del carnasciale allato al lago di Perugia, in casa d' un suo divoto col quale era la notte albergato, fu ispirato da Dio ch' egli andasse a fare quella Quaresima in una isola del lago. Di che santo Francesco pregò questo suo divoto, che per amor di Cristo lo portasse colla sua navicella in un' isola del lago dove non abitasse persona, e questo facesse la notte del dl della Cenere, sì che persona non se ne avvedesse. E costui, per l' amore della grande divozione ch' aveva a santo Francesco, sollecitamente adempiette il suo priego e portollo alla detta isola, e santo Francesco non portò seco se non due panetti. Ed essendo giunto nell' isola, e l' amico partendosi per tornare a casa, santo Francesco il pregò caramente che non rivelasse a persona come fosse ivi, ed egli non venisse per lui se non il Giovedì santo. E così si partì colui; e santo Francesco rimase solo.

         E non essendovi nessuna abitazione nella quale si potesse riducere, entrò in una siepe molto folta, la quale molti pruni e arbuscelli aveano acconcio a modo d' uno covacciolo ovvero d' una capannetta; e in questo cotale luogo si puose in orazione e a contemplare le cose celestiali. E ivi stette tutta la Quaresima sanza mangiare e sanza bere, altro che la metà d' uno di quelli panetti, secondo che trovò il suo divoto il Giovedì santo, quando tornò a lui; il quale trovò di due panetti uno intero e mezzo, e l' altro mezzo si crede che santo Francesco mangiasse per reverenza del digiuno di Cristo benedetto, il quale digiunò quaranta dì e quaranta notti sanza pigliare nessuno cibo materiale. E così con quel mezzo pane cacciò da sè il veleno della vanagloria, e ad esempio di Cristo digiunò quaranta dl e quaranta notti.

         Poi in quello luogo, ove santo Francesco avea fatta cosi maravigliosa astinenza, fece Iddio molti miracoli per li suoi meriti; per la qual cosa cominciarono gli uomini a edificarvi delle case e abitarvi, e in poco tempo si fece un castello buono e grande, ed èvvi il luogo de' frati, che si chiama il luogo dell' Isola; e ancora gli uomini e le donne di quello castello hanno grande reverenza e devozione in quello luogo dove santo Francesco fece la detta Quaresima.

         A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.

 

 

 

CAPITOLO VIII

 

Come andando per cammino santo Francesco e frate Leone, gli spuose quelle cose che sono perfetta letizia.

 

 

 

1836 Venendo una volta santo Francesco da Perugia a santa Maria degli Angioli con frate Lione a tempo di verno, e 'l freddo grandissimo fortemente il crucciava, chiamò frate Lione il quale andava innanzi, e disse così: « Frate Lione, avvegnadiochè li frati Minori in ogni terra dieno grande esempio di santità e di buona edificazione, nientedimeno scrivi e nota diligentemente che non è  quivi perfetta letizia ». E andando più oltre santo Francesco, il chiamò la seconda volta: « O frate Lione, benchè il frate Minore allumini li ciechi e distenda gli attratti, iscacci le dimonia, renda l' udire alli sordi e l' andare alli zoppi, il parlare alli mutoli e, ch'è maggiore cosa, risusciti li morti di quattro dì; iscrivi che non è in ciò perfetta letizia ». E andando un poco, santo Francesco grida forte: « O frate Lione, se 'l frate Minore sapesse tutte le lingue e tutte le scienze e tutte le scritture, sì che sapesse profetare e rivelare, non solamente le cose future, ma eziandio li segreti delle coscienze e delli uomini; iscrivi che non è in ciò perfetta letizia ». Andando un poco più oltre, santo Francesco chiamava ancora forte: « O frate Lione, pecorella di Dio, benchè il frate Minore parli con lingua d'Agnolo e sappia i corsi delle istelle e le virtù delle erbe, e fussongli rivelati tutti li tesori della terra, e conoscesse le virtù degli uccelli e de' pesci e di tutti gli animali e delle pietre e delle acque; iscrivi che non è in ciò perfetta letizia ». E andando ancora un pezzo, santo Francesco chiamò forte: « O frate Lione, benchè 'l frate Minore sapesse sì bene predicare, che convertisse tutti gl' infedeli alla fede di Cristo; iscrivi che non è ivi perfetta letizia ».

         E durando questo modo di parlare bene di due miglia, frate Lione con grande ammirazione il domandò e disse: « Padre, io ti priego dalla parte di Dio che tu mi dica dove è perfetta letizia ». E santo Francesco si gli rispuose: « Quando noi saremo a santa Maria degli Agnoli, così bagnati per la piova e agghiacciati per lo freddo e infangati di loto e afflitti di fame, e picchieremo la porta dello luogo, e 'l portinaio verrà adirato e dirà: Chi siete voi? e noi diremo: Noi siamo due de' vostri frati; e colui dirà: Voi non dite vero, anzi siete due ribaldi ch' andate ingannando il mondo e rubando le limosine de' poveri; andate via; e non ci aprirà, e faracci stare di fuori alla neve e all' acqua, col freddo e colla fame infino alla notte; allora se noi tanta ingiuria e tanta crudeltà e tanti commiati sosterremo pazientemente sanza turbarcene e sanza mormorare di lui, e penseremo umilemente che quello portinaio veramente ci conosca, che Iddio il fa parlare contra a noi; o frate Lione, iscrivi che qui è perfetta letizia. E se anzi perseverassimo picchiando, ed egli uscirà fuori turbato, e come gaglioffi importuni ci caccerà con villanie e con gotate dicendo: Partitevi quinci, ladroncelli vilissimi, andate allo spedale, chè qui non mangerete voi, nè albergherete; se noi  questo sosterremo pazientemente e con allegrezza e con buono amore; o frate Lione, iscrivi che quivi è perfetta letizia. E se noi pur costretti dalla fame e dal freddo e dalla notte più picchieremo e chiameremo e pregheremo per l' amore di Dio con grande pianto che ci apra e mettaci pure dentro, e quelli più scandolezzato dirà: Costoro sono gaglioffi importuni, io li pagherò bene come son degni; e uscirà fuori con uno bastone nocchieruto, e piglieracci per lo cappuccio e gitteracci in terra e involgeracci nella neve e batteracci a nodo a nodo con quello bastone: se noi tutte queste cose sosterremo pazientemente e con allegrezza, pensando le pene di Cristo benedetto, le quali dobbiamo sostenere per suo amore; o frate Lione, iscrivi che qui e in questo è perfetta letizia. E però odi la conclusione, frate Lione. Sopra tutte le grazie e doni dello Spirito Santo, le quali Cristo concede agli amici suoi, si è di vincere se medesimo e volentieri per lo amore di Cristo sostenere pene, ingiurie e obbrobri e disagi; imperò che in tutti gli altri doni di Dio noi non ci possiamo gloriare, però che non sono nostri, ma di Dio, onde dice l'Apostolo: Che hai tu, che tu non abbi da Dio? e se tu l' hai avuto da lui, perchè te ne glorii, come se tu l' avessi da te? Ma nella croce della tribolazione e dell'afflizione ci possiamo gloriare, però che dice l'Apostolo: Io non mi voglio gloriare se non nella croce del nostro .Signore Gesù Cristo >>.

         A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.

 

 

 

CAPITOLO IX

 

Come santo Francesco insegneva rispondere a frate Lione, e non potè mai dire se non contrario di quello Francesco volea.

 

 

 

1837 Essendo santo Francesco una volta nel principio dell' Ordine con fra Lione in un luogo dove non aveano libri da dire l'Ufficio divino, quando venne l' ora del mattutino sì disse santo Francesco a frate Lione: « Carissimo, rloi non abbiamo breviario, col quale noi possiamo dire il mattutino; ma acciò che noi ispendiamo il tempo a laudare Iddio, io dirò e tu mi risponderai com' io t' insegnerò; e guarda che tu non muti le parole altrimenti ch' io t' insegnerò. Io dirò cosl: O frate Francesco, tu facesti tanti mali e tanti peccati nel secolo, che tu se' degno dello 'nferno; e tu, frate Lione, risponderai: Vera cosa è che tu meriti lo 'nferno profondissimo ». E frate Lione con semplicità colombina rispuose: « Volentieri, padre; incomincia al nome di Dio ». Allora santo Francesco cominciò a dire: « O frate Francesco, tu facesti tanti mali e tanti peccati nel secolo, che tu se' degno dello 'nferno ». E frate Lione risponde: « Iddio farà per te tanti beni, che tu ne andrai in Paradiso ». Disse santo Francesco: « Non dire così, frate Lione, ma quando io dirò: Frate Francesco, tu che hai fatte tante cose inique contro Dio, che tu se' degno d' esser maladetto da Dio; e tu rispondi così: Veramente  tu se' degno d' esser messo tra' maladetti ». E frate Lione risponde: « Volentieri, padre ». Allora santo Francesco, con molte lagrime e sospiri e picchiare di petto, dice ad alta voce: « O Signore mio del cielo e della terra, io ho commesso contro a te tante iniquità e tanti peccati, che al tutto son degno d' esser da te maladetto ». E frate Lione risponde: « O frate Francesco, Iddio ti farà tale, che tra li benedetti tu sarai singolarmente benedetto». E santo Francesco maravigliandosi che frate Lione rispondea per lo contrario di quello che 'mposto gli avea, sì lo riprese dicendo: « Perchè non rispondi come io t' insegno? Io ti comando per santa ubbidienza che tu rispondi come io t'insegnerò. Io dirò così: O frate Francesco cattivello pensi tu che Dio arà misericordia di te? con ciò sia cosa che tu abbi commessi tanti peccati contra 'l Padre della misericordia e Dio d' ogni consolazione, che tu non se' degno di trovare misericordia. E tu, frate Lione pecorella, risponderai: Per nessun modo se'degno di trovare misericordia ». Ma poi quando santo Francesco disse: « O frate Francesco cattivello » etc.; frate Lione sì rispuose: « Iddio Padre, la cui misericordia c infinita più che il peccato tuo, farà teco grande misericordia, e sopra essa t' aggiugnerà molte grazie ». A questa risposta santo Francesco, dolcemente adirato e pazientemente turbato, disse a frate Lione: « E perchè hai tu avuto presunzione di fare contr' all' ubbidienza, e già cotante volte hai risposto il contrario di quello ch' io t'ho imposto? ». Risponde frate Lione molto umilemente e riverentemente: « Iddio il sa, padre mio, ch' ogni volta io m' ho posto in cuore di rispondere come tu m' hai comandato, ma Iddio mi fa parlare secondo che gli piace e non secondo piace a me ». Di che santo Francesco si maravigliò, e disse a frate Lione: « Io ti priego carissimamente che tu mi risponda questa volta com' io t' ho detto ». Risponde frate Lione: « Di' al nome di Dio, che per certo io risponderò questa volta come tu vuogli ». E santo Francesco lagrimando disse: « O frate Francesco cattivello, pensi tu che Iddio abbia misericordia di te? ». Risponde frate Lione: « Anzi grazia grande riceverai da Dio, ed esalteratti e glorificheratti in eterno, imperò che chi sè umilia sarà esaltato. E io non posso altro dire, imperò che Iddio parla per la bocca mia». E così in questa umile contenzione, con molte lagrime e con molta consolazione ispirituale, si vegghiarono infino a dì.

         A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.

 

 

 

 

CAPITOLO X

 

Come frate Masseo, quasi proverbiando, disse a santo Francesco che a lui tutto il mondo andava dirieto; ed egli rispuose che ciò era a confusione del mondo e grazia di Dio; perch' io sono il più vile del mondo.

 

 

 

 

1838 Dimorando una volta santo Francesco nel luogo della Porziuncola con frate Masseo da Marignano, uomo di grande santità, discrezione e grazia nel parlare di Dio, per la qual cosa santo Francesco molto l' amava; uno dì tornando santo Francesco dalla selva e dalla orazione, e sendo allo uscire della selva, il detto frate Masseo volle provare sì com' egli fusse umile, e fecieglisi incontra, e quasi proverbiando disse: «Perchè a te, perchè a te, perchè a te? ». Santo Francesco risponde: a Che è quello che tu vuoi dire? ». Disse frate Masseo: « Dico, perchè a te tutto il mondo viene dirieto, e ogni persona pare che desideri di vederti e d'udirti e d'ubbidirti? Tu non se' bello uomo del corpo tu non se' di grande scienza, tu non se' nobile, onde dunque a te che tutto il mondo ti venga dietro? ». Udendo questo santo Francesco, tutto rallegrato in ispirito rizzando la faccia al cielo, per grande spazio istette colla mente levata in Dio; e poi ritornando in sè, s' inginocchiò e rendette laude e grazia a Dio; e poi con grande fervore di spirito si rivolse a frate Masseo e disse: « Vuoi sapere perchè a me? vuoi sapere perchè a me? vuoi sapere perchè a me tutto 'l mondo mi venga dietro? Questo io ho da quelli occhi dello altissimo Iddio, li quali in ogni luogo contemplano i buoni e li rei: imperciò che quelli occhi santissimi non hanno veduto fra li peccatori nessuno più vile, nè più insufficiente, nè più grande peccatore di me, e però a fare quell' operazione maravigliosa, la quale egli intende di fare, non ha trovato più vile creatura sopra la terra, e perciò ha eletto me per confondere la nobiltà e la grandigia e la fortezza e bellezza e sapienza del mondo, acciò che si conosca ch' ogni virtù e ogni bene è da lui, e non dalla creatura, e nessuna persona si possa gloriare nel cospetto suo; ma chi si gloria, si glorii nel Signore, a cui è ogni onore e gloria in eterno ». Allora frate Masseo a così umile risposta, detta con fervore, sì si spaventò e conobbe certamente che santo Francesco era veramente fondato in umiltà.

         A laude di Cristo e del poverello Francesco. Amen.

 

 

 

CAPITOLO XI

 

Come santo Francesco fece aggirare intorno intorno più volte frate Masseo, e poi n' andò a Siena.

 

 

 

 

1839 Andando un dì santo Francesco per cammino con frate Masseo, il detto frate Masseo andava un po' innanzi; e giungendo a un trivio di via, per lo quale si potea andare a Firenze, a Siena e Arezzo, disse frate Masseo: « Padre, per quale vìa dobbiamo noi andare? ». Risponde santo Francesco: « Per quella che Iddio votrà ». Disse frate Masseo: « E come potremo noi sapere la volontà di Dio? ». Risponde santo Francesco: « Al segnale ch'io ti mostrerò; onde io ti comando per lo merito della santa obbidienza, che in questo trivio, nello luogo ove tu tieni i piedi, t' aggiri intorno, intorno, come fanno i fanciulli, e non ristare di volgerti s' io non tel dico ». Allora frate Masseo incominciò a volgersi in giro; e tanto si volse, che per la vertigine del capo, la quale si suole generare per cotale girare, egli cadde più volte in terra; ma non dicendogli santo Francesco che ristesse, ed egli volendo fedelemente ubbidire, si rizzava. Alla fine, quando si volgeva forte, disse santo Francesco: « Sta' fermo e non ti muovere ». Ed egli  stette; e santo Francesco il domanda: « Inverso che parte tieni la faccia? ». Risponde frate Masseo: « Inverso Siena ». Disse santo Francesco: « Quella è la via per la quale Iddio vuole che noi andiamo ».

         Andando per quella via, frate Masseo fortemente si maravigliò di quello che santo Francesco gli avea fatto fare, come fanciulli, dinanzi a' secolari che passavano; nondimeno per riverenza non ardiva di dire niente al padre santo.

         Appressandosi a Siena, il popolo della città udì dello avvenimento del santo, e fecionglisi incontro e per divozione il portarono lui e 'l compagno insino al vescovado, che non toccò niente terra co' piedi. In quell' ora alquanti uomini di Siena combatteano insieme, e già n' erano morti due di loro; giungendo ivi, santo Francesco predicò loro sl divotamente e sì santamente, che li ridusse tutti quanti a pace e grande umiltà e concordia insieme. Per la qual cosa, udendo il Vescovo di Siena quella santa operazione ch' avea fatta santo Francesco, lo 'nvitò a casa, e ricevettelo con grandissimo onore quel dì e anche la notte. E la mattina seguente santo Francesco, vero umile, il quale nelle sue operazioni non cercava se non la gloria di Dio, si levò per tempo col suo compagno, e partissi sanza saputa del Vescovo.

         Di che il detto frate Masseo andava mormorando tra se medesimo, per la via, dicendo: « Che è quello ch' ha fatto questo buono uomo? Me fece aggirare come uno fanciullo, e al vescovo, che gli ha fatto tanto onore, non ha detto pure una buona parola, nè ringraziatolo ». E parea a frate Masseo che santo Francesco si fusse portato così indiscretamente Ma poi per divina ispirazione, ritornando in se medesimo e riprendendosi, disse fra suo cuore: « Frate Masseo, tu se' troppo superbo, il quale giudichi l' opere divine, e se' degno dello 'nferno per la tua indiscreta superbia: imperò che nel dì di ieri frate Francesco sì fece sì sante operazioni, che se le avesse fatte l' Agnolo di Dio, non sarebbono state più maravigliose. Onde se ti comandasse che gittassi le pietre, sì lo doveresti fare e ubbidirlo, che ciò ch'egli ha fatto in questa via è proceduto dall' operazione divina, siccome si dimostra nel buono fine ch'è seguito; pero che s' e' non avesse rappacificati coloro che combattevano insieme, non solamente molti corpi, come già aveano cominciato, sarebbero istati morti di coltello, ma eziandio molte anime il diavolo arebbe tratte allo 'nferno. E però tu se' stoltissimo e superbo, che mormori di quello che manifestamente procede dalla volontà di Dio ».

          E tutte queste cose che dicea frate Masseo nel cuore suo, andando innanzi, furono da Dio rivelate a santo Francesco. Onde appressandosi santo Francesco a lui disse cosl: « A quelle cose che tu pensi ora t' attieni, però ch' elle sono buone e utili e da Dio spirate; ma la prima mormorazione che tu facevi era cieca e vana e superba e futti messa nell' animo dal demonio ». Allora frate Masseo chiaramente s' avvide che santo Francesco sapea li secreti del suo cuore, e certamente comprese che lo spirito della divina Sapienza dirizzava in tutti i suoi atti il padre santo.

         A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.

 

 

 

 

CAPITOLO XII

 

Come santo Francesco puose frate Masseo allo ufficio della porta, della limosina e della cucina; poi a priego degli altri frati ne lo levò.

 

 

 

 

1840 Santo Francesco, volendo aumiliare frate Masseo, acciò che per molti doni e grazie che Iddio gli dava non si levasse in vanagloria, ma per virtù della umiltà crescesse con essi di virtù in virtù; una volta ch' egli dimorava in luogo solitario con que' primi suoi compagni veramente santi, de' quali era il detto frate Masseo, disse un dì a frate Masseo dinanzi a tutti i compagni: « O frate Masseo, tutti questi tuoi compagni hanno la grazia della contemplazione e della orazione; ma tu hai la grazia della predicazione della parola di Dio a soddisfare al popolo. E però io voglio, acciò che costoro possano intendere alla contemplazione, che tu faccia l' ufficio della porta e della limosina e della cucina; e quando gli altri frati mangeranno, e tu mangerai fuori della porta del luogo, sicchè a quelli che verranno al luogo, innanzi che picchino, tu soddisfaccia loro di qualche buone parole di Dio, sicchè non bisogni niuno andare fuori allora altri che tu. E questo fa per lo merito di santa obbidienza ». Allora frate Masseo si trasse il cappuccio e inchinò il capo, e umilemente ricevette e perseguitò questa obbedienza per più dì, facendo l' ufficio della porta, della limosina e della cucina.

         Di che li compagni, come uomini alluminati da Dio, cominciarono a sentire ne' cuori loro grande rimordimento, considerando che frate Masseo era uomo di grande perfezione com' eglino o più, e a lui era posto tutto il peso del luogo e non a loro. Per la qual cosa eglino si mossono tutti di uno volere, e andorono a pregare il padre santo che gli piacesse distribuire fra loro quelli uffici, imperò che le loro coscienze per nessuno modo poteano sostenere che frate Masseo portasse tante fatiche. Udendo cotesto, santo Francesco sì credette a' loro consigli e acconsentì alle loro volontà. E chiamato frate Masseo, sì gli  disse: « Frate Masseo, li tuoi compagni vogliono fare parte degli uffici ch' io t' ho dati; e però io voglio che li detti uffici si dovidano ». Dice frate Masseo con grande umiltà e pazienza: « Padre, ciò che m' imponi, o di tutto o di parte, io il reputo fatto da Dio tutto ». Allora santo Francesco, vedendo la carità di coloro e la umiltà di frate Masseo fece loro una predica maravigliosa e grande della santissima umiltà, ammaestrandoli che quanto maggiori doni e grazie ci dà Iddio, tanto noi dobbiamo esser più umili; imperò che sanza l' umiltà nessuna virtù è accettabile a Dio. E fatta la predica, distribuì gli uffici con grandissima carità.

         A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.

 

 

 

 

CAPITOLO XIII

 

Come santo Francesco e frate Masseo il pane ch' aveano accattato puosono in su una pietra allato a una fonte, e santo Francesco lodò molto la povertà. Poi pregò Iddio e santo Pietro e santo Paulo che gli mettesse in amore la santa povertà, e come gli apparve santo Pietro e santo Paulo.

 

 

 

1841 Il maraviglioso servo e seguitatore di Cristo, cioè messere santo Francesco, per conformarsi perfettamente a Cristo in ogni cosa, il quale, secondo che dice il Vangelo, mandò li suoi discepoli a due a due a tutte quelle città e luoghi dov' elli dovea andare; da poi che ad esempio di Cristo egli ebbe ragunati dodici compagni, sì li mandò per lo mondo a predicare a due a due. E per dare loro esempio di vera obbidienza, egli in prima incominciò a fare, che 'nsegnare. Onde avendo assegnato a' compagni l' altre parti del mondo, egli prendendo frate Masseo per compagno prese il cammino verso la provincia di Francia. E pervenendo un dì a una villa assai affamati, andarono, secondo la Regola, mendicando del pane per l' amore di Dio; e santo Francesco andò per una contrada, e frate Masseo per un' altra. Ma imperò che santo Francesco era uomo troppo disprezzato e piccolo di corpo, e perciò era riputato un vile poverello da chi non lo conosceva, non accattò se non parecchi bocconi e pezzuoli di pane secco, ma frate Masseo, imperò che era uomo grande e bello del corpo, sì gli furono dati buoni pezzi e grandi e assai e del pane intero.

         Accattato ch' egli ebbono, sì si raccolsono insieme fuori della villa in uno luogo per mangiare, dov' era una bella fonte, e allato avea una bella pietra larga, sopra la quale ciascuno puose tutte le limosine ch' avea accattate. E vedendo santo Francesco che li pezzi del pane di frate Masseo erano più e più belli e più grandi che li suoi, fece grandissima allegrezza e disse così: « O frate Masseo, noi non siamo degni di così grande tesoro ». E ripetendo queste parole più volte, rispose frate Masseo: « Padre, come si può chiamare tesoro, dov'è tanta povertà e mancamento di quelle cose che bisognano? Qui non è tovaglia, nè coltello, nè taglieri, nè scodelle, nè casa, nè mensa, nè fante, nè fancella ». Disse santo Francesco: « E questo è quello che io ripulo grande tesoro, dove non è cosa veruna  apparecchiata per industria umana; ma ciò che ci è, è apparecchiato dalla provvidenza divina, siccome si vede manifestamente nel pane accattato, nella mensa della pietra così bella e nella fonte così chiara. E però io voglio che 'l tesoro deila santa povertà così nobile, il quale ha per servidore Iddio, ci faccia amare con tutto il cuore ». E dette queste parole, e fatta orazione e presa la refezione corporale di questi pezzi del pane e di quella acqua, si levarono per camminare in Francia.

 

1842 E giungendo ad una chiesa, disse santo Francesco al compagno: « Entriarno in questa chiesa ad orare ». E vassene santo Francesco dietro all' altare, e puosesi in orazione, e in quella orazione ricevette dalla divina visitazione sì eccessivo fervore, il quale infiammò sì fattamente l' anima sua ad amore della santa povertà, che tra per lo colore della faccia e per lo nuovo isbadigliare della bocca parea che gittasse fiamme d' amore. E venendo così infocato al compagno, sì gli disse: « A, A, A, frate Masseo, dammi te medesimo ». E così disse tre volte, e nella terza volta santo Francesco levò col fiato frate Masseo in aria, e gittollo dinanzi a sè per ispazio d' una grande asta; di che esso frate Masseo ebbe grandissirno stupore. Recitò poi alli compagni che in quello levare e sospignere col fiato, il quale gli fece santo Francesco egli sentì tanta dolcezza d' animo e consolazione dello Spirlto Santo, che mai m vita sua non ne sentì tanta. E fatto questo disse santo Francesco: « Compagno mio carissimo andiamo a santo Pietro e a santo Paulo, e preghiamoli ch' eglino c' insegnino e aiutino a possedere il tesoro ismisurato della santissima povertà, imperò ch' ella è tesoro sì degnissimo e sì divino, che noi non siamo degni di possederlo nelli nostri vasi vilissimi; con ciò sia cosa che questa sia quella virtù celestiale, per la quale tutte le cose terrene e transitorie si calcano, e per la quale ogni impaccio si toglie dinanzi all' anima, acciò ch'ella si possa liberamente congiungere con Dio eterno. Questa è quella virtù la quale fa l' anima, ancor posta in terra, conversare in cielo con gli Agnoli. Questa è quella ch' accompagnò Cristo in sulla croce; con Cristo fu soppellita, con Cristo resuscitò, con Cristo salì in cielo; la quale eziandio in questa vita concede all' anime, che di lei innamorano, agevolezza di volare in cielo; con ciò sia cosa ch' ella guardi l' armi della vera umiltà e carità. E però preghiamo li santissimi Apostoli di Cristo, li quali furono perfetti amatori di questa perla evangelica, che ci  accattino questa grazia dal nostro Signore Gesù Cristo, che per la sua santissima misericordia ci conceda di meritare d' essere veri amatori, osservatori ed umili discepoli della preziosissima, amatissima ed evangelica povertà ».

         E in questo parlare giunsono a Roma, ed entrarono nella chiesa di santo Pietro, e santo Francesco si puose in orazione in uno cantuccio della chiesa, e frate Masseo nelI' altro. E stando lungamente in orazione con molte lagrime e divozione, apparvono a santo Francesco li santissimi apostoli Pietro e Paulo con grande splendore, e dissono: « Imperò che tu addimandi e disideri di osservare quello che Cristo e li santi Apostoli osservarono, il nostro Signore Gesù Cristo ci manda a te annunziarti che la tua orazione è esaudita, ed ètti conceduto da Dio a te e a' tuoi seguaci perfettissimamente il tesoro della santissima povertà. E ancora da sua parte ti diciamo, che qualunque a tuo esempio seguiterà perfettamente questo disiderio, egli è sicuro della beatitudine di vita eterna; e tu e tutti li tuoi seguaci sarete da Dio benedetti ». E dette queste parole disparvono, lasciando santo Francesco pieno di consolazione. Il quale si levò dalla orazione e ritornò al suo compagno e domandollo se Iddio gli avea rivelato nulla; ed egli rispuose che no. Allora santo Francesco sì gli disse come li santi Apostoli gli erano appariti e quello che gli aveano rivelato. Di che ciascuno pieno di letizia diterminarono di tornare nella valle di Spulito, lasciando l' andare in Francia.

         A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.

 

 

 

 

CAPITOLO XIV

 

Come istando santo Francesco con suoi frati a parlare di Dio, Iddio apparve in mezzo di loro.

 

 

 

1843 Essendo santo Francesco in un luogo, nel cominciamento della religione, raccolto co' suoi compagni a parlare di Cristo, egli in fervore di spirito comandò a uno di loro che nel nome di Dio aprisse la sua bocca e parlasse di Dio ciò che lo Spirito Santo gli spirasse. Adempiendo il frate il comandamento e parlando di Dio maravigliosamente, sì gl' impone santo Francesco silenzio, e comanda il simigliante a un altro frate. Ubbidendo colui e parlando di Dio sottilmente, e santo Francesco simigliantemente si gli impuose silenzio; e comandò al terzo che parli di Dio. Il quale simigliantemente cominciò a parlare sì profondamente delle cose segrete di Dio, che certamente santo Francesco conobbe ch' egli, siccome gli altri due, parlava per Ispirito Santo. E questo anche sì si dimostrò per esempio e per espresso segnale; imperò che istando in questo parlare apparve Cristo benedetto nel mezzo di loro in ispezie e'n forma di un giovane bellissimo, e benedicendoli tutti li riempiè di tanta grazia e dolcezza, che tutti furono ratti fuori di se medesimi, e giacevano come morti, non sentendo niente di questo  mondo. E poi tornando in se medesimi, disse loro santo Francesco: « Fratelli miei carissimi, ringraziate Iddio, il quale ha voluto per le bocche de' semplici rivelare i tesori della divina sapienza, imperò che Iddio è colui il quale apre la bocca ai mutoli, e le lingue delli semplici fa parlare sapientissimamente.

         A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.

 

 

 

 

CAPITOLO XV

 

Come santa Chiara mangiò con santo Francesco e co' suoi compagni frati in santa Maria degli Agnoli.

 

 

 

1844 Santo Francesco, quando stava a Sciesi, ispesse volte visitava santa Chiara dandole santi ammaestramenti. Ed avendo ella grandissimi desiderii di mangiare una volta con lui, e di ciò pregandolo molte volte, egli non le volle mai fare questa consolazione. Onde vedendo li suoi compagni il disiderio di santa Chiara, dissono a santo Francesco: « Padre, a noi non pare che questa rigidità sia secondo la carità divina, che suora Chiara, vergine così santa, a Dio diletta, tu non esaudisca in così piccola cosa, come è mangiare teco, e spezialmente considerando ch' ella per le tue predicazioni abbandonò le ricchezze e le pompe del mondo. E di vero, s' ella ti domandasse maggiore grazia che questa non è, sì la doveresti fare alla tua pianta spirituale ». Allora santo Francesco rispuose: « Pare a voi ch' io la debba esaudire? ». Rispondono li compagni: « Padre, sì, degna cosa è che tu le faccia questa grazia e consolazione ». Disse allora santo Francesco: « Da poi che pare a voi, pare anche a me. Ma acciò ch' ella sia più consolata, io voglio che questo mangiare si faccia in santa Maria degli Agnoli, imperò ch' ella è stata lungo tempo rinchiusa in santo Damiano, sicchè le gioverà di vedere il luogo di santa Maria, dov' ella fu tonduta e fatta isposa di Gesù Cristo; ed ivi mangeremo insieme al nome di Dio ».

         Venendo adunque il dì ordinato a ciò, santa Chiara esce del monistero con una compagna, accompagnata di compagni di santo Francesco, e venne a santa Maria degli Agnoli. E salutata divotamente la Vergine Maria dinanzi al suo altare, dov' ella era stata tonduta e velata, sì la menorono vedendo il luogo, infìno a tanto che fu ora da desinare. E in questo mezzo santo Francesco fece apparecchiare la mensa in sulla piana terra, siccome era usato di fare. E fatta l'ora di desinare, si pongono a sedere insieme santo Francesco e santa Chiara, e uno delli compagni di santo Francesco e la compagna di santa Chiara, e poi tutti gli altri compagni s' acconciarono alla mensa umilemente. E per la prima vivanda santo Francesco cominciò a parlare di Dio sì soavemente, sì altamente, sì maravigliosamente, che discendendo sopra di loro l' abbondanza della divina grazia, tutti furono in Dio ratti.

         E stando così ratti con gli occhi e con le mani levate in cielo, gli uomini da Sciesi e da Bettona e que' della contrada dintorno, vedeano che santa Maria degli Agnoli e tutto il luogo e la selva, ch' era allora allato al luogo, ardeano fortemente, e parea che fosse un fuoco grande che occupava la chiesa e 'I luogo e la selva insieme. Per la qual cosa gli Ascesani con gran fretta corsono laggiù per ispegnere il fuoco, credendo veramente ch' ogni cosa ardesse. Ma giugnendo al luogo e non trovando ardere nulla, entrarono dentro e trovarono santo Francesco con santa Chiara con tutta la loro compagnia ratti in Dio per contemplazione e sedere intorno a quella mensa umile. Di che essi certamente compresono che quello era stato fuoco divino e non materiale il quale Iddio avea fatto apparire miracolosamente, a dimostrare e significare il fuoco del divino amore, del quale ardeano le anime di questi santi frati e sante monache, onde si partirono con grande consolazione nel cuore loro e con santa edificazione.

         Poi, dopo grande spazio, tornando in sè santo Francesco e santa Chiara insieme con li altri, e sentendosi bene confortati del cibo spirituale, poco si curarono del cibo corporale. E così compiuto quel benedetto desinare, santa Chiara bene accompagnata si ritornò a Santo Damiano. Di che le suore veggendola ebbono grande allegrezza; però ch' elle temeano che santo Francesco non l' avesse mandata a reggere qualche altro monisterio, siccome egli avea già mandata suora Agnese, santa sua sirocchia, abbadessa a reggere il monisterio di Monticelli di Firenze, e santo Francesco alcuna volta avea detto a santa Chiara « Apparecchiati, se bisognasse ch' io ti mandassi in alcuno luogo »; ed ella come figliuola di santa obbidienza avea risposto: « Padre, io sono sempre apparecchiata ad andare dovunque voi mi manderete ». E però le suore sì si rallegrarono fortemente, quando la riebbono; e santa Chiara rimase d' allora innanzi molto consolata.

         A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.

 

 

 

CAPITOLO XVI

 

Come santo Francesco, ricevuto il consiglio di santa Chiara e del santo frate Silvestro, che dovesse predicando convertire molta gente, e' fece il terzo Ordine e predicò agli uccelli e fece stare quete le rondini.

 

 

 

1845 L' umile servo di Cristo santo Francesco, poco tempo dopo la sua conversione, avendo già raunati molti compagni e ricevuti all' Ordine, entrò in grande pensiero e in grande dubitazione di quello che dovesse fare: ovvero d'intendere solamente ad orare, ovvero alcuna volta a predicare, e sopra ciò disiderava molto di sapere la volontà di Dio. E però che la santa umiltà, ch' era in lui, non lo lasciava presumere di sè nè di sue orazioni, pensò di cercarne la divina volontà con le orazioni altrui. Onde egli chiamò frate Masseo e dissegli così: « Va' a suora Chiara e dille da mia parte ch' ella con alcune delle più spirituali compagne divotamente preghino Iddio, che gli piaccia dimostrarmi qual sia il meglio: ch'io intenda a predicare o solamente all' orazione. E poi va' a frate Silvestro e digli il simigliante >>. Quello era stato nel secolo messere Silvestro, il quale avea veduto una croce d' oro procedere dalla bocca di santo Francesco, la quale era lunga insino al cielo e larga insino alla stremità del mondo; ed era questo frate Silvestro di tanta divozione e di tanta santità, che di ciò che chiedea a Dio, e' impetrava ed era esaudito, e spesse volte parlava con Dio; e però santo Francesco avea in lui grande divozione.

         Andonne frate Masseo e, secondo il comandamento di santo Francesco, fece l' ambasciata prima a santa Chiara e poi a frate Silvestro. Il quale, ricevuta che l' ebbe, immantanente si gittò in orazione e orando ebbe la divina risposta, e tornò a frate Masseo e disse così: « Questo dice Iddio che tu dica a frate Francesco: che Iddio non l' ha chiamato in questo stato solamente per sè, ma acciò che faccia frutto delle anime e molti per lui sieno salvati >>. Avuta questa risposta, frate Masseo tornò a santa Chiara a sapere quello ch' ella aveva impetrato da Dio. Ed ella rispuose ch' ella e 1' altre compagne aveano avuta da Dio quella medesima risposta, la quale avea avuta frate Silvestro.

         Con questo ritorna frate Masseo a santo Francesco, e santo Francesco il ricevè con grandissima carità, lavandogli li piedi e apparecchiandogli desinare. E dopo 'l mangiare, santo Francesco chiamò frate Masseo nella selva e quivi dinanzi a lui s' inginocchia e trassesi il cappuccio, facendo croce delle braccia, e domandollo: « Che comanda ch' io faccia il mio Signore Gesù Cristo? ». Risponde frate Masseo: « Sì a frate Silvestro e sì a suora Chiara colle suore che Cristo avea risposto e rivelato che la sua volontà si è che tu vada per lo mondo a predicare, però ch' egli non t'ha eletto pure per te solo, ma eziandio per salute degli altri >>. E allora santo Francesco, udito ch' egli ebbe questa risposta e conosciuta per essa  la volontà di Cristo, si levò su con grandissimo fervore e disse: « Andiamo al nome di Dio ». E prende per compagno frate Masseo e frate Agnolo, uomini santi.

 

1846 E andando con empito di spirito, sanza considerare via o semita, giunsono a uno castello che si chiamava Savurniano. E santo Francesco si puose a predicare, e comandò prima alle rondini che tenessino silenzio infino a tanto ch' egli avesse predicato. E le rondini l' ubbidirono. Ed ivi predicò in tanto fervore, che tutti gli uomini e le donne di quel castello per divozione gli volsono andare dietro e abbandonare il castello; ma santo Francesco non lasciò, dicendo loro: « Non abbiate fretta e non vi partite, ed io ordinerò quello che voi dobbiate fare per salute dell' anime vostre ». E allora pensò di fare il terzo Ordine per universale salute di tutti. E così lasciandoli molto consolati e bene disposti a penitenza, si partì quindi e venne tra Cannaio e Bevagno.

         E passando oltre con quello fervore, levò gli occhi e vide alquanti arbori allato alla via, in su' quali era quasi infinita moltitudine d' uccelli; di che santo Francesco si maravigliò e disse a' compagni: « Voi m' aspetterete qui nella via, e io andrò a predicare alle mie sirocchie uccelli ». E entrò nel campo e cominciò a predicare alli uccelli ch' erano in terra; e subitamente quelli ch' erano in su gli arbori se ne vennono a lui insieme tutti quanti e stettono fermi, mentre che santo Francesco compiè di predicare, e poi anche non si partivano infino a tanto ch' egli diè loro la benedizione sua. E secondo che recitò poi frate Masseo a frate Jacopo da Massa, andando santo Francesco fra loro, toccandole colla cappa, nessuna perciò si movea. La sustanza della predica di santo Francesco fu questa: « Sirocchie mie uccelli, voi siete molto tenute a Dio vostro creatore, e sempre e in ogni luogo il dovete laudare, imperò che v' ha dato la libertà di volare in ogni luogo; anche v'ha dato il vestimento duplicato e triplicato, appresso, perchè elli riserbò il seme di voi in nell' arca di Noè, acciò che la spezie vostra non venisse meno nel mondo, ancora gli siete tenute per lo elemento dell' aria che egli ha  deputato a voi. Oltre a questo, voi non seminate e non mietete, e Iddio vi pasce e davvi li fiumi e le fonti per vostro bere, e davvi li monti e le valli per vostro refugio, e gli alberi alti per fare li vostri nidi. E con ciò sia cosa che voi non sappiate filare nè cucire, Iddio vi veste, voi e' vostri figliuoli. Onde molto v'ama il vostro Creatore, poi ch' egli vi dà tanti benefici; e però guardatevi, sirocchie mie, del peccato della ingratitudine, e sempre vi studiate di lodare Iddio ». Dicendo loro santo Francesco queste parole, tutti quanti quelli uccelli cominciarono ad aprire i becchi e distendere i colli e aprire l' alie e riverentemente inchinare li capi infino in terra, e con atti e con canti dimostrare che'l padre santo dava loro grandissimo diletto. E santo Francesco con loro insieme si rallegrava e dilettava, e maravigliavasi molto di tanta moltitudine d' uccelli e della loro bellissima varietà e della loro attenzione e famigliarità; per la qual cosa egli in loro divotamente lodava il Creatore. Finalmente compiuta la predicazione, santo Francesco fece loro il segno della Croce e diè loro licenza di partirsi e allora tutti quelli uccelli si levarono in aria con maravigliosi canti, e poi secondo la Croce ch' avea fatta loro santo Francesco si divisono in quattro parti; e l' una parte volò inverso l' oriente, e l' altra parte verso l' occidente, e l' altra parte verso lo meriggio, e la quarta verso l'aquilone, e ciascuna schiera n' andava cantando maravigliosi canti; in questo significando che come da santo Francesco gonfaloniere della Croce di Cristo era stato a loro predicato e sopra loro fatto il segno della Croce, secondo il quale egli si divisono in quattro parti del mondo; così la predicazione della Croce di Cristo rinnovata per santo Francesco si dovea per lui e per li suoi frati portare per tutto il mondo; li quali frati, a modo che gli uccelli, non possedendo nessuna cosa propria in questo mondo, alla sola provvidenza di Dio commettono la lor vita.

         A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.

 

 

 

 

CAPITOLO XVII

 

Come uno fanciullo fraticino, orando santo Francesco di notte, vide Cristo e la Vergine Maria e molti altri santi parlare con lui.

 

 

 

1847 Uno fanciullo molto puro e innocente fu ricevuto nelI'Ordine, vivendo santo Francesco; e stava in uno luogo piccolo, nel quale i frati per necessità dormivano in campoletti. Venne santo Francesco una volta al detto luogo e la sera, detta Compieta, s'andò a dormire per potersi levare la notte ad orare, quando gli altri frati dormissono, come egli era usato di fare. Il detto fanciullo si puose in cuore di spiare sollecitamente le vie di santo Francesco, per potere conoscere la sua santità e spezialmente di potere sapere quello che facea la notte quando si levava. E acciò che 'I sonno non lo ingannasse, sì si puose quello fanciullo a dormire allato a santo Francesco e legò la corda sua con quella di santo Francesco, per sentirlo quando egli si levasse: e di questo santo Francesco non sentì niente. Ma la notte in sul primo sonno, quando tutti gli altri frati dormivano, si levò e trovò la corda sua così legata e sciolsela pianamente, perchè il fanciullo non si sentisse, e andossene santo Francesco solo nella selva ch' era presso al luogo, ed entra in una celluzza che v' era e puosesi in orazione.

         E dopo alcuno spazio si desta il fanciullo e trovando la corda isciolta e santo Francesco levato, levossi su egli e andò cercando di lui; e trovando aperto l' uscio donde s' andava nella selva, pensò che santo Francesco fusse ito la, ed entra nella selva. E giugnendo  presso al luogo dove santo Francesco orava, cominciò a udire un grande favellare; e appressandosi più, per vedere e per intendere quello ch' egli udiva, gli venne veduta una luce mirabile la quale attorniava santo Francesco, e in essa vide Cristo e la Vergine Maria e santo Giovanni Battista e l' Evangelista e grandissima moltitudine d' Agnoli, li quali parlavano con santo Francesco. Vedendo questo il fanciullo e udendo, cadde in terra tramortito. Poi, compiuto il misterio di quella santa apparizione e tornando santo Francesco al luogo, trovò il detto fanciullo, col piè, giacere nella via come morto, e per compassione sì lo levò e arrecollosi in braccio e portollo come fa il buono pastore alle sue pecorelle.

         E poi sapendo da lui com' egli avea veduta la detta visione, sì gli comandò che non lo dicesse mai a persona, cioè mentre che egli fosse vivo. Il fanciullo poi,- crescendo in grazia di Dio e divozione di santo Francesco, fu uno valente uomo in nello Ordine, ed esso, dopo la morte di santo Francesco, rivelò alli frati la detta visione.

         A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.

 

 

 

 

CAPITOLO XVIII

 

Del maraviglioso Capitolo che tenne santo Francesco a santa Maria degli Agnoli, dove furono oltre a cinquemila frati.

 

 

 

1848 Il fedele servo di Cristo santo Francesco tenne una volta un Capitolo generale a Santa Maria degli Agnoli, al quale Capitolo si raunò oltre a cinquemila frati; e vennevi santo Domenico, capo e fondamento dell' Ordine de' frati Predicatori; il quale allora andava di Borgogna a Roma, e udendo la congregazione del Capitolo che santo Francesco facea in nel piano di Santa Maria degli Agnoli, sì lo andò a vedere con sette frati dell' Ordine suo. Fu ancora al detto Capitolo uno Cardinale divotissimo di santo Francesco, al quale egli avea profetato ch' egli dovea essere Papa, e così fu; il quale Cardinale era venuto istudiosamente da Perugia, dov' era la corte, ad Ascesi; e ogni dì veniva a vedere santo Francesco e' suoi frati, e alcuna volta cantava la messa, alcuna volta faceva il  sermone a' frati in Capitolo; e prendea il detto Cardinale grandissimo diletto e divozione, quando venia a visitare quel santo collegio. E veggendo sedere in quella pianura intorno a Santa Maria i frati a schiera a schiera, qui quaranta, ove cento, dove ottanta insieme, tutti occupati nel ragionare di Dio, in orazioni, in lagrime, in esercizi di carità; e stavano con tanto silenzio e con tanta modestia, che ivi non si sentia uno romore, nessuno stropiccìo, e maravigliandosi di tanta moltitudine in uno così ordinata, con lagrime e con grande divozione diceva: «Veramente questo si è il campo e lo esercito de' cavalieri di Dio! >>. Non si udiva in tanta moltitudine niuno parlare favole o bugie, ma dovunque si raunava ischiera di frati, o elli oravano, o eglino diceano uíficio, o piagneano i peccati loro o dei loro benefattori, o e' ragionavano della salute delle anime. Erano in quel campo tetti di graticci e di stuoie, e distinti per torme, secondo i frati di diverse Provincie; e però si chiamava quel Capitolo, il Capitolo di graticci ovvero di stuoie. I letti loro si era la piana terra, e chi avea un poco di paglia; i capezzali si erano o pietre o legni. Per la qual ragione si era tanta divozione di loro, a chiunque li udiva o vedeva, e tanto la fama della loro santità, che della corte del Papa, ch' era allora a Perugia, e delle altre terre della Valle di Spulito veniano a vedere molti conti, baroni e cavalieri ed altri gentili uomini e molti popolani e cardinali e vescovi e abati e con molti altri cherici, per vedere quella cosl santa e grande congregazione e umile, la quale il mondo non ebbe mai, di tanti santi uomini insieme; e principalemente veniano a vedere il capo e padre santissimo di quella santa gente, il quale avea rubato al mondo così bella preda e raunato così bello e divoto gregge a seguitare 1' orme del vero pastore Gesù Cristo.

         Essendo dunque raunato tutto il Capitolo generale, il santo padre di tutti e generale ministro santo Francesco in fervore di spirito propone la parola di Dio, e predica loro in alta voce quello che lo Spirito Santo gli facea parlare; e per tèma del sermone propuose queste parole: a Figliuoli miei, gran cose abbiamo promesse a Dio, troppo maggiori sono da Dio promesse a noi se osserviamo quelle che noi abbiamo promesse a lui; e aspettiamo di certo quelle che sono promesse a noi. Brieve è il diletto del mondo, ma la pena che seguita ad esso è perpetua. Piccola è la pena di questa vita, ma la gloria dell'altra vita è infinita ». E sopra queste parole predicando divotissimamente, confortava e induceva tutti i frati a obbidienza e a riverenza della santa madre Chiesa e alla carità fraternale, e ad orare per tutto il popolo Iddio, ad aver pazienza nelle avversità del mondo e temperanza nelle prosperità, e tenere mondizia e castità angelica, e ad avere concordia e pace con Dio e con gli uomini e con la propria coscienza, e amore e osservanza della santissima povertà. E quivi disse egli: « Io comando per merito della santa obbedienza, che tutti voi che siete congregati che nessuno di voi abbia cura nè sollecitudine di veruna cosa di mangiare o di bere o di cose necessarie al corpo, ma solamente intendere a orare e laudare Iddio, e tutta la sollecitudine clel corpo vostro lasciate a lui, imperò ch' egli ha spezialmente cura di voi». E tutti quanti ricevettono questo comandamento con allegro cuore e lieta faccia. E compiuto il sermone di santo Francesco, tutti si gettarono in orazione.

         Di che santo Domenico, il quale era presente a tutte queste cose, fortemente si maravigliò del comandamento di santo Francesco e riputavalo indiscreto, non potendo pensare come tanta moltitudine si potesse reggere, sanza avere nessuna cura e sollecitudine delle cose necessarie al corpo. Ma 'I principale pastore Cristo benedetto, volendo mostrare corn' egli ha cura delle sue pecore e singulare amore a' poveri suoi, immantanente ispirò alle genti di Perugia, di Spulito e di Foligno, di Spello e d' Ascesi e delle altre terre intorno, che portassono da mangiare e da bere a quella santa congregazione. Ed eccoti subitamente venire delle predette terre uomini con somieri, cavalli, carri, carichi di pane e di vino, di fave, di cacio e d'altre buone cose da mangiare, secondo ch' a' poveri di Cristo era di bisogno. Oltre a questo, recavano tovaglie, orciuli, ciotole, bicchieri e altri vasi che faceano mestieri a tanta moltitudine. E beato si riputava chi più cose potesse portare, o più sollecitamente servire, in tanto ch' eziandio i cavalieri e li baroni e altri gentili uomini che veniano a vedere, con grande umiltà e divozione servirono loro innanzi. Per la qual cosa santo Domenico, vedendo queste cose e conoscendo veramente che la provvidenza divina si adoperava in loro, umilmente si riconobbe ch' avea falsamente giudicato santo Francesco di comandamento indiscreto, e inginocchiossi andandogli innanzi e umilmente ne disse sua colpa e aggiunse: « Veramente Iddio ha cura speziale di questi santi poverelli, e io non lo sapea, e io da ora innanzi prometto d' osservare la evangelica povertà e santa; e maladico dalla parte di Dio tutti li frati dell' Ordine mio, li quali nel detto Ordine presumeranno d' avere proprio ». Sicchè santo Domenico fu molto edificato della fede del santissimo Francesco, e della obbidienza e della povertà di così grande e ordinato collegio, e della provvidenza divina e della copiosa abbondanza d' ogni bene.

         In quello medesimo Capitolo fu detto a santo Francesco che molti frati portavano il cuoretto in sulle carni e cerchi di ferro, per la qual cosa molti ne infermavano, onde ne morivano, e molti n' erano impediti dallo orare. Di che santo Francesco, come discretissimo padre, comandò per la santa obbidienza, che chiunque avesse o cuoretto o cerchio di ferro, sì se lo traesse e ponesselo dinanzi a lui. E così fecero. E furono annoverati bene cinquecento cuoretti di ferro e troppo più cerchi tra da braccia e da ventri, in tanto che feciono un grande monticello e santo Francesco tutti li fece lasciare ivi.

         Poi compiuto lo Capitolo, santo Francesco confortandoli tutti in bene e ammaestrandoli come dovessino iscampare e sanza peccato di questo mondo malvagio, con la benedizione di Dio e la sua li rimandò alle loro provincie, tutti consolati di letizia spirituale.

         A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.

 

 

 

 

CAPITOLO XIX

 

Come dalla vigna del prete da Rieti, in casa di cui orò santo Francesco, per la molta gente che venìa a lui, furono tratte e colte l' uve, e poi  miracolosamente fece più vino che mai, sì come santo Francesco gli avea promesso. E come Iddio rivelò a santo Francesco ch' egli arebbe paradiso alla sua partita.

 

 

 

1849 Sendo una volta santo Francesco gravemente infermo degli occhi, messere Ugolino cardinale protettore dell' Ordine, per grande tenerezza ch' avea di lui, sì gli iscrisse ch' egli andasse a lui a Rieti, dov' erano ottimi medici d' occhi. Allora santo Francesco, ricevuta la lettera del Cardinale, se ne andò in prima a Santo Damiano, dove era santa Chiara divotissima isposa di Cristo, per darle alcuna consolazione e poi andare al Cardinale. Essendo ivi santo Francesco, la notte seguente peggiotò sì degli occhi. ch' e' non vedea punto dl lume; di che non potendosi partire, e santa Chiara gli fece una celluzza di cannucce, nella quale egli si potesse meglio riposare. Ma santo Francesco tra per lo dolore della infermità e per la moltitudine de' surci che gli faceano grandissima noia, punto del mondo non si potea posare, nè di dì, nè di notte. E sostenendo più dì quella pena e tribulazione, cominciò a pensare e a conoscere che quello era uno flagello di Dio per li suoi peccati; e incominciò a ringraziare Iddio con tutto il cuore e con la bocca, e poi gridava ad alte voci e disse: « Signore mio Iddio, io sono degno di questo e di troppo peggio. Signore mio Gesù Cristo, pastore buono, il quale a noi peccatori hai posta la tua misericordia in diverse pene e angoscie corporali, concedi grazia e virtù tu a me tua pecorella, che per nessuna infermità e angoscia e dolore io mi parta da te ». E fatta questa orazione, gli venne una voce dal cielo che disse: « Francesco, rispondimi. Se tutta la terra fosse oro, e tutti li mari e fonti e fiumi fossino balsimo, e tutti li monti, colli e li sassi fussono pietre preziose, e tu trovassi un altro tesoro più nobile che queste cose, quanto l' oro è più nobile che la terra, e 'l balsimo che l' acqua, e le pietre preziose più che i monti o i sassi, e fusseti dato per questa infermità quello più nobile tesoro, non ne dovresti tu essere contento e bene allegro? ». Risponde santo Francesco: « Signore, io sono indegno di così prezioso tesoro ». E la voce di Dio dicea a lui: « Rallegrati, Francesco, però che quello è il tesoro di vita eterna, il quale io ti riserbo e insino a ora io te ne investisco, e questa infermità e afflizione è arra di quello tesoro beato >>. Allora santo Francesco chiamò il compagno con grandissima allegrezza di così gloriosa promessa, e disse: « Andiamo al Cardinale ». E consolando in prima santa Chiara con sante parole e da lei umilmente accomiatandosi, prese il cammino verso Rieti.

 

1850 E quando vi giunse presso, tanta moltitudine di popolo gli si feciono incontro, che perciò egli non volle entrare nella città, ma andossene a una chiesa ch' era presso la città forse a due miglia. Sappiendo li cittadini ch' egli era alla detta chiesa, correvano tanto intorno a vederlo, che la vigna della chiesa tutta si guastava e l' uve erano tutte colte. Di che il prete forte si dolea nel cuore suo, e pentessi ch' egli avea ricevuto santo Francesco nella sua chiesa. Essendo da Dio rivelato a santo Francesco il pensiero del prete, sì lo fece chiamare a sè e dissegli: « Padre carissimo, quante some di vino ti rende questa vigna l' anno, quand'ella ti rende meglio? ». Rispuose, che dodici some. Dice santo Francesco: « Io ti priego, padre, che tu sostenga pazientemente il mio dimorare qui alquanti dì, però ch' io ci truovo molto riposo, e lascia torre a ogni persona dell' uva di  questa tua vigna per lo amore di Dio e di me poverello; e io ti prometto dalla parte del mio Signore Gesù Cristo, ch' ella te ne renderà uguanno venti some ». E questo faceva santo Francesco dello stare ivi, per lo grande frutto delle anime che sì vedea fare delle genti che vi veniano, dei quali molti partivano inebriati del divino amore e abbandonavano il mondo. Conhdossi il prete della promessa di santo Francesco e lasciò liberamente la vigna a coloro che venivano a lui. Maravigliosa cosa! La vigna fu al tutto guasta e còlta, sicchè appena vi rimasono alcuni racimoli d' uve. Viene il tempo della vendemmia, e 'l prete raccoglie cotali racimoli e metteli nel tino e pigia; e secondo la promessa di santo Francesco, ricoglie venti some d' ottimo vino. Nel quale miracolo manifestamente si diè ad intendere che, come per merito di santo Francesco la vigna ispogliata d' uve era abbondata in vino, così il popolo cristiano sterile di virtù per lo peccato, per li meriti e dottrina di santo Francesco spesse volte abbondava di buoni frutti di penitenza.

         A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.

 

 

 

 

CAPITOLO XX

 

D'una molto bella visione che vide uno frate giovane, il quale avea in tanta abbominazione la cappa, ch' era disposto di lasciare l' abito e uscire dell' Ordine.

 

 

 

1851 Un giovane molto nobile e delicato venne all'Ordine di santo Francesco; il quale dopo alquanti dì, per istigazione del demonio, cominciò ad avere in tanta abbominazione l' abito che portava, che gli parea portare un sacco vilissimo; avea orrore delle maniche e abbominava il cappuccio, e la lunghezza e la asprezza gli parea una soma incomportabile. E crescendo pure il dispiacere della religione, egli finalmente si diliberò di lasciare l' abito e tornare al mondo.

         Avea costui già preso per usanza, secondo che gli avea insegnato il suo maestro, qualunque ora egli passava dinanzi all' altare del convento, nel quale si conservava il corpo di Cristo, d' inginocchiarsi con gran riverenza e trarsi il cappuccio e colle braccia cancellate inchinarsi. Addivenne che la notte, nella quale si dovea partire e uscire dell' Ordine, convenne ch' e' passasse dinanzi all' altare del convento; e passandovi, secondo l' usanza s' inginocchiò e fece riverenza. E subitamente fu ratto in ispirito, e fugli mostrata da Dio maravigliosa visione; imperò che vide dinanzi a sè quasi moltitudine infinita di santi a modo di processione a due a due, vestiti di bellissimi e preziosi vestimenti di drappi, e la faccia loro e le  mani risplendeano come il sole, e andavano con canti e con suoni d' agnoli, fra' quali santi erano due più nobilemente vestiti e adorni che tutti gli altri, ed erano attorniati di tanta chiarezza, che grandissimo stupore davano a chi li riguardava; e quasi nel fine della processione, vide uno adornato di tanta gloria, che parea cavaliere novello, più onorato che gli altri. Vedendo questo giovane la detta visione, si maravigliava e non sapea che quella processione si volesse dire, e non era ardito di domandarne e istava stupefatto per dolcezza. Essendo nientedimeno passata tutta la processione, costui pure prencle ardire e corre dritto agli ultimi e con grande timore li domanda dicendo: « O carissimi, io vi priego che vi piaccia di dirmi chi sono quelli così maravigliosi, i quali sono in questa processione così venerabile ». Rispondono costoro: « Sappi, figliuolo, che noi siamo tutti frati Minori, li quali veniamo ora della gloria di paradiso ». E così costui domanda: « Chi sono quelli due che risplendono più che gli altri? ». Rispondono costoro: « Questi sono santo Francesco e santo Antonio, e quello ultimo che tu vedesti così onorato, è uno santo frate che morì nuovamente, il quale però che valentemente combattette contro alle tentazioni e perseverò insino alla fine, noi il meniamo con trionfo alla gloria di paradiso. E questi vestimenti di drappi così belli che noi portiamo, ci sono dati da Dio in iscambio delle aspre toniche le quali noi pazientemente portavamo nella religione, e la gloriosa chiarità che tu vedi in noi, ci è data da Dio per la umiltà e pazienza e per la santa povertà e obbedienza e castità, le quali noi servammo insino alla fine. E però, figliuolo, non ti sia duro portare il sacco della religione così fruttuoso, però che se col sacco di santo Francesco per lo amore di Cristo tu disprezzerai il mondo e mortificherai la carne, e contro al demonio combatterai valentemente, tu avrai insieme con noi simile vestimento e chiarità di gloria ». E dette queste parole, il giovane tornò in se medesimo, e confortato della visione, cacciò da sè ogni tentazione. Riconobbe la colpa sua dinanzi al guardiano e alli frati; e da indi innanzi desiderò l' asprezza della penitenza e de' vestimenti, e finì la vita sua nell' Ordine in grande santità.

         A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.

 

 

 

 

CAPITOLO XXI

 

Del santissimo miracolo cbe fece santo Francesco, quando convertì il ferocissimo lupo d' Agobbio.

 

 

 

1852 Al tempo che santo Francesco dimorava nella città di Agobbio, nel contado d' Agobbio apparì un lupo grandissimo, terribile e feroce, il quale non solamente divorava gli animali, ma eziandio gli uomini, in tanto che tutti i cittadini stavano in gran paura, però che spesse volte s'appressava alla città; e tutti andavano armati quando uscivano della città, come s' eglino andassono a combattere, e con tutto ciò non si poteano difendere da lui, chi in lui si scontrava solo. E per paura di questo lupo e' vennono a tanto, che nessuno era ardito d' uscire fuori della terra.

         Per la qual cosa avendo compassione santo Francesco agli uomini della terra, sì volle uscire fuori a questo lupo, bene che li cittadini al tutto non gliel consigliavano, e facendosi il segno della santissima  croce, uscì fuori della terra egli co' suoi compagni, tutta la sua confidanza ponendo in Dio. E dubitando gli altri di andare più oltre, santo Francesco prese il cammino inverso il luogo dove era il lupo. Ed ecco che, vedendo molti cittadini li quali erano venuti a vedere cotesto miracolo, il detto lupo si fa incontro a santo Francesco, con la bocca aperta; ed appressandosi a lui santo Francesco gli fa il segno della santissima croce, e chiamollo a sè e disse così: « Vieni qui, frate lupo, io ti comando dalla parte di Cristo che tu non facci male nè a me nè a persona ». Mirabile cosa a dire! Immantanente che santo Francesco ebbe fatta la croce, il lupo terribile chiuse la bocca e ristette di correre; e fatto il comandamento, venne mansuetamente come agnello, e gittossi alli piedi di santo Francesco a giacere. E santo Francesco gli parlò così: « Frate lupo, tu fai molti danni in queste parti, e hai fatti grandi malifici, guastando e uccidendo le creature di Dio sanza sua licenza, e non solamente hai uccise e divorate le bestie, ma hai avuto ardire d' uccidere uomini fatti alla immagine di Dio; per la qual cosa tu se' degno delle forche come ladro e omicida pessimo; e ogni gente grida e mormora di te, e tutta questa terra t' è nemica. Ma io voglio, frate lupo, far la pace fra te e costoro, sicchè tu non gli offenda più, ed eglino ti perdonino ogni passata offesa, e nè li uomini nè li cani ti perseguitino più >>. E dette queste parole, il lupo con atti di corpo e di coda e di orecchi e con inchinare il capo mostrava d' accettare ciò che santo Francesco dicea e di volerlo osservare. Allora santo Francesco disse: « Frate lupo, poichè ti piace di fare e di tenere questa pace, io ti prometto ch' io ti farò dare le spese continuamente, mentre tu viverai, dagli uomini di questa terra, sicchè tu non patirai più fame; imperò che io so bene che per la fame tu hai fatto ogni male. Ma poich' io t' accatto questa grazia, io voglio, frate lupo, che tu mi imprometta che tu non nocerai mai a nessuna persona umana nè ad animale: promettimi tu questo? ». E il lupo, con inchinare di capo, fece evidente segnale che 'I prometteva. E santo Francesco sì dice: « Frate lupo, io voglio che tu mi facci fede di questa promessa, acciò ch' io me ne possa bene fidare ». E distendendo la mano santo Francesco per ricevere la sua fede, il lupo levò su il piè ritto dinanzi, e dimesticamente lo puose sopra la mano di santo Francesco, dandogli quello segnale ch' egli potea di fede.

         E allora disse santo Francesco: « Frate lupo, io ti comando nel nome di Gesù Cristo, che tu venga ora meco sanza dubitare di nulla, e andiamo a fermare questa pace al nome di Dio ». E il lupo ubbidiente se ne va con lui a modo d' uno agnello mansueto; di che li cittadini, vedendo questo, fortemente si maravigliavano. E subitamente questa novit